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.tBRERIA INTERNAZIONALE 



MANUALE 



DELLA 



LETTEIUTUIU ITALIANA 



Digitized by the Internet Archive 

in 2011 with funding from 

University of Toronto 



http://www.archive.org/details/manualedellalet04danc 



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MANUALE 



DELLA 



LETTERATURA ITALIANA 

COMPILATO DAI PROFESSORI 

alp:ssani)ro d^ ancona 

E 

ORAZIO UACGI. 

Volume IV. 

Nuova edizione interamente rifatta. 

Quarta tiratura. 





FIRENZP], 

G. BARBÈRA, EDITORE. 



1900. 



Compiute lo formalità prescritte dalla Legge, i diritti di riproduzione 
e traduzione sono riservati. 



4 



MANUALE 



DELLA 



LETTERATURA ITALIANA. 



SECOLO DECIMOTTAVO. 



NOTIZIE STORICHE. 

La storia d' Italia nel secolo XVIII somiglia in qualche modo 
air ultimo atto di un lungo dramma: tutto quello che ancora ri- 
maneva dell'antico sistema polìtico venne a line per dar luogo ad 
un ordine «uovo di cose. 

Sul terminare del secolo precedente i maggiori potentati d'Eu- 
ropa, vedendo oramai vicino a morir senza prole Carlo II d'Ab- 
sburgo, re di Spagna, padrone di gran parte d'Italia e d'Ame- 
rica, pensarono di scompartirne, lui vivente, l'eredità; per evitare 
(dicevano) il pericolo che verrebbe alla sicurezza comune, se gl'im- 
mensi dominj spagnuoli s'aggiungessero tutti ai possedimenti di un 
solo; ed anche perchè non si rinnovasse un'altra guerra di suc- 
cessione, memori di ciò che avevano sofiferto per quella di Man- 
tova e Monferrato alla estinzione della casa Gonzaga (1627-1631). 
Ma Carlo II morendo (1» novembre 1700), aveva istituito suo erede 
universale, con testamento del 2 ottobre dello stesso anno, il pro- 
nipote di Luigi XIV, Filippo di Borbone, duca d'Angiò; il quale, col 
nome di Filippo V, occupò subito il trono di Spagna, e fece inva- 
dere il ducato di Milano, Napoli, la Sicilia, la Sardegna e lo Stato 
de'presidj in Toscana, che allora dipendevano da quella corona. 
L' imperatore Leopoldo 1, l' Inghilterra e l'Olanda collegaronsi 
contro Filippo e contro il re di Francia, alle cui arti attribuivasi, 
uè senza ragione, il testamento di Carlo II: e la prima scena (dice 
il Muratori) di quella terribile tragedia toccò alla povera Lonf 
j^m hardia; indi la guerra si allargò anche ad altre partì d'Italia o 
^H fuori. Le milizie imperiali furono commesse ad Eugenio dì Savoia- 

L 



2 SKCOLO XVIII. 

Carignauo, detto Principe Eugenio; il quale, benchò nato a Pa- 
rigi (18 ottobre 1GG3> e creHciuto in Francia, mal contento del re 
LuIkì XIV, che s'era rifintiito di darj^Mi un comando ncircHcrcito 
francese, passò nel 108;{ al Kcrvizio deiriinpcratore Leopoldo I, e 
fu uno de' più illustri capitani del suo tempo. Dell'esercito franco- 
ispaiio, che doveva efuerre;:{jiare in Italia contro f,'li Austriaci, ebbe 
il comando Vittorio Amedeo li, duca di .Savoia, tino all'anno 1703: 
nel quale, mutando consiglio, perchè era infastidito dell'alterigia 
francese e spa{,Miuola, e gli pareva più vantaggiosa l'amicizia degli 
alleati, strinse lega coll'imperatore. Allora Luigi XIV, per vendi- 
carsi, mandò il duca di Vcndòme e il La Feuillade ad assaltare 
il Piemonte. I Francesi di vittoria in vittoria si conilussero fino 
a Torino, che assediarono per alcuni mesi; ma quivi furono sì pie- 
namente sconfitti dal Principe Eugenio e dal duca Vittorio Ame- 
deo II (7 settembre 170C), che a stento salvaronsi, lasciando sul 
campo ventimila soldati, le artiglierie e le bagaglie. La guerra 
per altro finì molto più tardi coi trattati di Utrecht e di Radstadt 
(1713-1714), che diedero alla Casa d'Austria il Belgio, Milano, Na- 
poli, la Sardegna, il ducato di Mantova e i presidj toscani; a Vit- 
torio Amedeo il Monferrato e la Lomellina, e la Sicilia con titolo 
di re. Gli Spagnuoli per quei trattati furono esclusi affatto, ed era 
tempo, dall'Italia, che nella lunga dominazione di oltre due secoli 
(1503-1713) avevano spogliata e corrotta; ma Filippo V ottenne di 
esser riconosciuto re di Spagna. In luogo degli Spagnuoli signo- 
reggiarono in Italia gli Austriaci, i quali però furono meno rapaci 
e meno corrompitori. A Carlo III Gonzaga Nevers, duca di Man- 
; tova, fu tolto allora lo Stato e aggiunto (1708) al ducato di Milano, 

1^. per aver ricevuto, durante la guerra, un presidio francese : del 

resto anche Ferdinando Gonzaga, principe di Castiglione delle Sti- 
viere, e Francesco Pico, duca della Mirandola, soggiacquero alla 
medesima sorte ; donde apparisce che quello fosse un pretesto ; 
e il vero si è che gl'imperatori Giuseppe I e Carlo VI volevano 
levarsi d'attorno cotesti signorotti minori, capaci pur tuttavia di 
mettere inciampo ai loro ambiziosi disegni sull'Italia. 

Non durò a lungo la pace fondata su quei trattati, ma la ruppe 
improvvisamente (nel 1717) e contro l'aspettazione di tutti, il car- 
dinale Giulio Alberoni, ministro di Spagna. Costui, figliuolo di nn 
giardiniere di Firenzuola, per qualche notizia della lingua francese 
diventò segretario del duca di Vendòme, che allora guerreggiava 
in Italia, e andò con lui in Francia ed in Ispagna. Quivi, dopo 
che le vittorie del duca ebbero assicurato il trono a Filippo V 
Borbone, occupò col suo ingegno e colla sua accortezza l'animo 
di quel re e negoziò le seconde sue nozze con Elisabetta Far- 
nese (15 agosto 1714), figlia unica di Odoardo II duca di Parma; 



NOTIZIE STORICHE. 3 

poiché Filippo era debolissimo di volontà, e l.i regina ambiziosa 
e desiderosa di preparar principati a'suoi due fijj:li Carlo e Fili|)po, 
abbracciò disegni vastissimi : non solo di restituire alla Spagna 
quanto le avevano tolto gli ultimi trattati di Utrecht e Radstadt, 
ma altresì di procacciare a Fili[)po la reggenza di Francia, che 
il Parlamento (2 settembre 1715) aveva assegnata a Filippo, duca 
d'Orléans, nepote di Luigi XIV, di fiaccar l'Inghilterra favorendo 
Giacomo III Stuart, figlio di Giacomo II, clie pretendeva a quella 
corona, e di assicurarsi dell'Austria suscitandole contro gli Un- 
gheresi e i Turchi. E cominciò facendo approdare una flotta in 
Sardegna nel 1717: dipoi occupò la Sicilia (1718): ma Francia, In- 
ghilterra, Olanda, e poco appresso anche l'Austria, strinsero pron- 
tamente fra loro a Londra una lega conosciuta nella storia col 
nome di quadruplice alleanza (2 agosto 1718), volendo che stesse 
fermo il pattuito in Utrecht. Stipularono che l'imperatore Carlo VI 
d'Absburgo e Filippo V rinunziassero definitivamente il primo alla 
Spagna ed ai possedimenti spagnuoli d'oltre mare, il secondo all'Ita- 
lia ed ai Paesi lìassi; che don Carlo, nato a Filippo da Elisabetta, 
avesse l'investitura di Toscana, Parma e Piacenza, come feudi 
imperiali prossimi a diventar vacanti per la estinzione delle due 
case Medicea e Farnese; che l'Austria ricevesse la Sicilia, in cambio 
della quale il duca di Savoia, per non soggiacere a maggiori danni, 
dovette, a malincuore, contentarsi della Sardegna pur conservando 
il titolo regio. Il ministro Alberoni non impaurì di sì potenti av- 
versari e si apparecchiava alla guerra: ma Elisabetta non volle 
andar dietro alle sue imaginazioni, mettendo in pericolo quanto 
già possedeva e quanto le veniva promesso pei figli. La Spagna 
accettò quindi in Cambrai (25 gennaio 1720) i patti delia quadru- 
plice alleanza, e la guerra cominciata dall'Alberoni in Italia fu 
spenta e finì colle mutazioni già dette.' 

Di questo componimento si dolse il papa (Benedetto XIII Or- 
sini) dicendo violati i diritti della Santa Sede su Parma e Piacenza: 
si dolse il granduca di Toscana, Cosimo III, perchè vedeva distri- 
buirsi ad altri i suoi Stati senza curarsi di lui, ed anche perchè 



1 L' Alberoni, venuto in Italia, ebbe divieto di metter piede negli Stati ec- 
clesiastici, e fu in continuo pericolo finche visse Clemente XI Albani, che pur 
lo aveva croato cardinale secondando il desiderio di Elisabetta. Morto quel 
papa nel 1721, l'Alboroni intervenne al conciavo nel Vaticano concorrendo alla 
elezione d'Innocenzo XIII Conti; ma soltanto due anni dopo (nel 1723) cominci-» 
a mostrarsi pubblicamente, ed anche a ripigliare i suoi vasti disegni propo- 
nendo un'alleanza de'potentati cristiani contro i Turchi. Fatto poi legato in 
Kavenua (1738), voleva distruggere la repubblica di .San Marino (1739), e fu 
trasferito a Bologna. Come uomo intollerante di quiete, ma pur dotato d'in- 
gegno e di alte idee, diede materia agli storici di giudicare di lui molto di- 
versamento: del resto fece alcune coso lodevoli senza dubbio; ad esempio, la 
fondazione di un collegio per sessanta alunni in Piacenza, che fu chiamato 
dal suo nome. Morì a lìoma di ottantotto anni il 20 girgno del 1752. 



I 



4 8EC0L0 XVIII. 

negava di poasedcrli come vassallo dcU'iinporio, ma si bene come 
successore alla repubblica fiorentina, la quale senza l'intervento 
dell'imperatore, dopo l'eccidio del duca Alessandro nrj:j7j, aveva 
eletto Cosimo I; e nemmeno l' imperatore contcntavasi di quei patti 
che aprivano di nuovo le porte d'Italia alla potenza spagnuola. 
In mezzo a parecchi negoziati, che allora più volte in brevis- 
simo tempo composero e scomposero molte e diverse alleanze di 
principi europei, l'Austria e la Spagna guardarono sempre con gara 
incessante all'Italia: la Spagna per tentare di rientrarvi, T Austria 
per teuernela esclusa; e quando ai 20 di gennaio 1731 morì An- 
tonio, ultimo de' Farnesi, l'imperatore Carlo VI, tolto a pretesto 
che la vedova Enrichetta d'Este figlia del duca di Modena poteva 
essere incinta, fece occupare il ducato in nome bensì di Carlo 
Borbone, ma per impedire che vi entrasse presidio spagnuolo. Nel 
tempo stesso anche il pontefice (Clemente XII Corsini) sforza- 
vasi di far valere i diritti feudali della Chiesa su quegli Stati. 
L'imperatore si trovò poi indotto a cessare da quella opposizione, 
confidando di poter conseguire un suo desiderio di molto maggiore 
importanza. Perciocché, vedendosi senza prole maschile, avea prov- 
veduto con una legge, chiamata prammatica sanzione, che tutti 
i possedimenti di Casa d'Austria e la corona imperiale insieme 
con quelli passassero alla maggiore delle femmine ; e per conse- 
guenza a sua figlia Maria Teresa. E per indurre i principi d'Eu- 
ropa a riconoscere eccezionalmente quella legge, ed assicurare 
così a sua figlia una tranquilla eredità, acconsentiva egli frattanto 
a loro in tutto ciò che gli era possibile. Per questo motivo nel 1732 
ritirò il suo presidio da Parma e Piacenza, permettendo che vi 
sottentrassero milizie spagnuole; dipoi prese parte, insieme colla 
Russia, contro Francia, Spagna e Sardegna nella guerra detta di 
Successione della Polonia (1733-1738), per procacciare il trono di 
Polonia ad Augusto III, figlio di Augusto II, elettore di Sasso- 
nia, ed ottenere da lui il consenso, fino allora negato, alla pram- 
matica sanzione. Ma questa guerra fu disastrosa per l'Austria, e 
cagione di nuove alterazioni in Italia. Gli Spagnuoli, con Carlo 
Borbone, invasero le Provincie meridionali, e vinsero gli Austriaci 
a Bitonto (25 maggio 1734) cacciandoli dal Napoletano. Carlo Ema- 
nuele III, re di Sardegna, invase, coU'esercito sardo-francese, la 
Lombardia; mentre un esercito russo decise la questione della 
Polonia, costringendo alla fuga Stanislao Lecszinski, voivoda di 
Posen, desiderato dalla nazione perchè polacco, ma troppo debol- 
mente sostenuto da Luigi XV, re di Francia, suo genero. Però 
nell'ottobre 1736 fu proposta una pace, che venne poi confermata 
col trattato di Vienna ai 18 novembre 1738, con queste condizioni: 
Che il Lecszinski, per compenso del trono di Polonia, ricevesse 



NOTIZIE STORICHE. 5 

il ducato di Lorena, e morendo lo trasmettesse alla Francia (come 
avvenne nel 17G6); che Francesco Stefano, duca di Lorena, dive- 
nuto nel 1736 genero di Carlo VI, per avere sposato Maria Te- 
resa, in cambio di quella cessione ricevesse il granducato di To- 
scana, rimasto vacante nel tempo di quei negoziati per la morte 
(ai 9 luglio 1737) di Giangastone de' Medici ultimo della sua fa- 
miglia; che don Carlo di Spagna, rinunziando alle Provincie che 
gli erano state attribuite, cioè il granducato di Toscana e il du- 
cato di Parma e Piacenza, conservasse il regno di Napoli e Sici- 
lia, dove poi prese il nome di Carlo III; che l'Austria si tenesse 
il milanese, già accresciuto del ducato di Mantova ed ora anche 
di Parma e Piacenza, ma diminuito di Novara e Tortona cedute, 
lieve compenso dopo tante promesse, al re di Sardegna, Carlo 
Emanuele IH. 

Due anni dopo questa pace mori l'imperatore Carlo VI (20 otto- 
bre 1740), e bentosto si vide come fossero vane le cure colle quali 
aveva creduto di preparare sicuro e quieto il possesso de' suoi 
Stati alla figlia Maria Teresa. Federigo II Ilohenzollern di Prussia, 
primo di tutti, poi Filippo V di Spagna, Carlo Alberto elettore di 
Baviera, Augusto III elettore di Sassonia e re di Polonia e Carlo 
Emanuele III re di Sardegna, succeduto per abdicazione al padre 
suo Vittorio Amedeo II (1730), vennero in campo con varie pre- 
tensioni; né tardarono ad immischiarsi in quella gran lotta, che 
fu detta guerra della successione d'Austria (1740-174:8), la Franoia, 
perpetua avversaria dell'Austria, e l' Inghilterra sempre intenta 
ad impedire ogni accrescimento della potenza francese e bramosa 
d'impadronirsi delle sue colonie in Oriente ed Occidente, mirando 
alla signoria del mare. L'elettore di Baviera, vittorioso colle armi 
di Francia, fu proclamato arciduca d'Austria, re di Boemia e im- 
peratore col nome di Carlo VII (12 febbraio 1742): ma la costanza 
di Maria Teresa, che seppe con la sua presenza suscitare nella 
dieta di Presburgo l' entusiasmo dei prodi Magiari (25 giugno 1741), 
interruppe quelle grandi sventure onde era minacciata. La guerra 
fu combattuta e può anche dirsi decisa, di là dalle Alpi : quanto 
all' Italia, nella primavera del 1741 vi approdarono in diversi punti 
milizie spagnuolc, e furono sulle prime tanto avventurose, che di 
conserva colle francesi, occuparono tutta la Lombardia, eccetto 
il castello di Milano. Ma quando Maria Teresa, cedendo la Slesia 
a Federigo II, finì la guerra con da Prussia (luglio 1742), mandò 
nuovi rinforzi in Italia, e riebbe il perduto. 

Intanto per la morte di Filippo V (9 luglio 1746) era salito sul 
trono di Spagna suo figlio Ferdinando VI avverso ai Francesi, il 
quale ritirò le sue genti dalla Lombardia, e fu cagione che sì 
mutassero le sorti della guerra. I Francesi furono vinti e inseguiti 



8KC0L0 xviir. 

dagli Austro -Sardi, duc(3 il rr di Sardc({ua Carlo Kiiianuelc III, 
fin Hul proprio confine. Genova, che aveva combattnto con loro, e 
perciò era travai,'liata i)er mare diilT Inghilterra, aperHC allora le 
porte agli AiiHtriaci, Hperando che per cnsero il loro capitano g«v 
novcse (Antoniotto iìotta Adorno) non abuaerebbero della fortuna. 
Ma qiKdla Hper.'inza fu orrilHhneute delusa: gli Auntriaci imposero 
enormi taglie di guerra da jìngarai entro pochi giorni, e si diedero 
a disarmare le fortezze genovesi mandando le grosse artiglierie a 
('arlo Emanuele III, che hì proponeva d'assaltare Tolone. Però 
i cittadini per disj)eraziunc presero le armi (5-10 dicembre 1716), e 
scacciarono gli oppressori. L'anno appresso (1747) si difesero vit- 
toriosam(;nte contro un esercito austriaco, che assediò la città per 
far le vendette della ignominiosa cacciata. Questo impedì che i 
Francesi fossero efficacemente inseguiti nella Provenza: e poiché 
i contendenti erano stanchi ed esausti, cominciarono a trattare di 
pace: la quale fu definitivamente conchiusa in Aquisgrana ai 18 ot- 
tobre 1748, ed ebbe per l'Italia queste conseguenze: Parma, Pia- 
cenza e Guastalla toccarono a don Filippo di Spagna, secondoge- 
nito di Filippo V e di Elisabetta Farnese, sotto condizione che 
ricadessero all'Austria, qualora egli passasse al regno delle Due 
Sicilie morisse senza figliuoli maschi ; il re di Sardegna ebbe 
l'alto Novarese, e tutte le terre a ponente del lago Maggiore e 
sulla riva destra del Ticino fino di contro a Pavia, ma rinunziò a 
Piacenza che gli era stata promessa da antecedenti trattati: Maria 
Teresa, riconosciuta unica erede di Carlo Y, insieme col marito 
Francesco di Lorena, che ebbe nel 1745 titolo ed autorità d" im- 
peratore, conservò Milano ed il suo territorio così diminuito. 

Questo trattato non potè mandarsi ad effetto innanzi il feb- 
braio 1749. Allora (dice il Muratori) si disserraron le porte all'al- 
legrezza de' varj paesi ; e l'esito di tante guerre fu molto meno 
infelice che non poteva presumersi. Infatti, Roma, il Piemonte, 
Napoli, lo Stato dì Parma Piacenza e Guastalla, il ducato di Mo- 
dena, oltre le repubbliche di Venezia, Genova e Lucca rimasero 
indipendenti. Conservò questa fortuna anche la Toscana, dove 
(comegià si disse) era successo all'ultimo de' Medici il duca Fran- 
cesco di Lorena ; benché per la guerra di successione contro la 
moglie Maria Teresa, e poi per la dignità imperiale, non risiedesse 
mai in quel principato. La Lombardia, a cui s'era aggiunto il du- 
cato di Mantova, fu la sola parte d'Italia che il trattato d'Aqui- 
sgraua (1748) rimise nella condizione di provincia dipendente da 
uno Stato straniero. 

A questa medesima sorte soggiacque, venti anni più tardi, anche 
l'isola di Corsica. La quale, conquistata ai Saraceni e posseduta 
in comune fin verso la fine del secolo XIII dai Genovesi e dai 



NOTIZIE STORICHE. 7 

Pisani, poi rimaatii ai primi, e governata asprissimamente, dopo 
aver mostrato più volte (con le sommosse del 1735 e 1741) di non 
voler durare in quella oppressione, proruppe nel 1752 a tal ribel- 
lione, che una forza maggiore potè bensì reprimere per breve 
tempo, ma non estinguere. Laonde i Genovesi, poiché s'accorsero 
che nò da soli ne coU'aiuto d'armi straniere (Austriaci e Francesi) 
avrebbero potuto conseguire durabil vittoria, nel 17G8 col trattato 
(li Versailles del 15 maggio vendettero l'isola alla Francia; colla 
quale fu poi incorporata il 15 agosto. Splendide prove d' ingegno 
:\mministrativo e militare diede nell'ultima guerra della indipen- 
denza córsa contro Genova e Francia Pasquale Paoli, tìglio di Gia- 
cinto, il cui nome suona meritamente glorioso appresso i Córsi. 

Segnatamente nei quaranta anni di pace dal trattato di Aqui- 
sgrana alla rivoluzione francese (1748-1789) fecero in Italia straor- 
dinarj progressi gli studj scientifici, ed in particolare quelli mo- 
rali, economici e giuridici. Fiorirono allora pensatori insigni, tra 
i quali dobbiamo ricordare Giovan Battista Vico (1G76-1744), creatore 
della filosofia della storia: Antonio Genovesi (1712-17G9), filosofo ed 
economista; Ferdinando Galiani (1728-1787), Pietro Verri (1728-1797) 
essi pure economisti; e Cesare Beccaria (1738-1794) che rinnovò, 
secondo i principj di giustizia, il diritto criminale col suo libro 
Dei delitti e delle pene. Oltracciò in quel medesimo tempo furono 
celebri consiglieri e ministri di principi il marchese di Ormea ed 
il conte Bogino in Piemonte, Guglielmo Du Tillot a Parma e Pia- 
cenza, il Cristiani ed il Firmian in Lombardia e sopra tutti il to- 
scano Bernardo Tanucci in Napoli. A costoro si devono le riforme 
civili, politiche e legislative, che migliorarono e resero assai più 
liberali i governi degli Stati Sardi, del ducato di Parma e Pia- 
cenza, della Lombardia e del Napoletano. Pietro Leopoldo I gran- 
duca di Toscana (1705-1790), il più audace e sapiente dei riforma- 
tori, fece quasi tutto da se, coadiuvato tuttavia da uomini di larghi 
spiriti e di eletto ingegno, quali Giulio Rucellai, Pompeo Neri, il 
senator Gianni. 

A causa di questo notevole svolgimento ed incremento delle 
scienze morali, come già altrove, così anche in varie parti d'Italia 
cominciava a sentirsi un gran desiderio di abolire ciò che rimaneva 
del medio evo : specie i privilegj e le immunità de' nobili e del 
clero, che menomavano l'autorità de' governi, costituivano irra- 
gionevoli e odiose dififcrenze tra i sudditi, sottraevano allo Stato 
il frutto di grandi terre, il senno di egrcgj cittadini, e l'opera di 
molte braccia. Ma i pontefici avevano creduto di perpetuare le 
immunità del clero, scomunicando innanzi tratto chiunque tentasse 
di abolirle: perciò le innovazioni richieste dal tempo in materia 
del tutto civile e mondana, presero quasi sempre aspetto di quo- 



8 SECOLO XVIII. 

Htionr, n-Iij^ìoHa e tcoloKÌca. JJeniidctto XIV, Lambcrtlnl di Bolo 
una C1710-17ÓH), al cui tempo cominciò qiutHto moto, H!im6 di dover 
«'H8(5re condiHCCudcnte, studiandosi di calmare il malumore e le 
discordio sorto per causa della Bolla U/uV/ent/u», emanata da Cle- 
mente XI Albani nel 17i:{, contro le dottrine trianHrnihticlie del 
1*. Quesnel, e fini il pontificato e la vita senza contrasti notabili, 
con (ama d'uomo buono, ed anche di principe e papa sagace, 
dotto e prudente. Ma il successore Clemente XIII (Carlo Kezzo- 
nico veneto, clic pontificò dal 1758 al 17G'J) o che la sua indole 
così volesse, o che le cose fossero procedute a tal segno da non 
lasciargli parer possibile la condiscendenza, tenne altra via e tentò 
inutilmente di opporsi alla general commozione. Già l'America e 
parecchi Stati d'Europa, primo il Portogallo ('i settembre ITó'Jj, poi 
Spagna e Francia ed in Italia i governi borbonici di Napoli e 
Parma avevano discacciati i Gesuiti; i quali possedendo immense 
ricchezze erano acerrimi difensori delle immunità e dei privilegj ; 
e professando di essere una milizia della Santa Sedo, trovavano 
l)res80 di lei sicurissima protezione. Dicevasi che la renitenza di 
Clemente XIII proveniva dai loro consigli : e nondimeno, poiché 
una istituzione sancita dai papi non poteva credersi regolarmente 
e durevolmente abolita senza l'autorità pontificia, fu non solo pre- 
gato, ma incalzato da tutte le parti Clemente XIII affinchè pro- 
nunziasse l'abolizione della Compagnia di Gesù. Egli per lo con- 
trario la giustificò da tutte le accuse con la Bolla Ajìostolicum 
del 1765, né fu possibile indurlo a prendere una deliberazione 
contraria a quel solenne giudizio. Del resto, come non è presu- 
mibile che senza grandi e reali cagioni nascesse quel moto gene- 
rale e quasi impeto universale di sdegno contro i Gesuiti, così 
non doveva esser possibile che la Corte di Roma continuasse con 
suo danno a proteggerli. Il cardinale Lorenzo Ganganelli di San- 
t'Arcangelo presso Rimini, succeduto (1769) nel pontificato col 
nome di Clemente XIV, mostrò ben tosto di credere che non 
mancassero di fondamento le accuse levatesi da ogni parte; e 
finalmente addi 21 luglio 1773 con la Bolla Dominus ac Redemptor 
noster dichiarò estinta e soppressa la Compagnia di Gesù, abro- 
gato ogni suo ufficio, ogni statuto o decreto concernente la sua 
istituzione, e i diritti e i privilegj dei quali aveva goduto fino 
allora; e poiché Lorenzo Ricci, generale dell'ordine all'epoca 
della soppressione, non volle cedere all'autorità pontificia, fu im- 
prigionato in Castel Sant'Angelo. Non mancarono, com'è natu- 
rale, molti censori di questa Bolla; ma i Gesuiti, per allora al- 
meno, furono soppressi, perchè i governi erano tutti volonterosi 
di effettuare quell'abolizione che avevano lungamente sollecitata, 
^'on mancò altresì chi cercasse di spaventare il volgo con funeste 



NOTIZIE STORICHE. 9 

predizioni di sventine apparecchiate dal cielo a punizione di tanta 
enormità; tra le quali predizioni questa fu vera, iiur troppo!, che 
i Gesuiti risorgerebbero.* 

Clemente XIV non sopravvisse più che un anno e due mesi 
(22 settembre 1774) alla soppressione della Compagnia; e sì per 
questa, come per certe circostanze della sua morte, sospettarono 
alcuni, e venne da molti creduto, che finisse avvelenato. Fu stimato 
univerbalmcnte vivendo, e lasciò fama di buon principe e buon papa. 
Nò con riputazione di minor bontà gli successe Angiolo Braschi 
da Cesena, a cui piacque prendere il nome di Pio VI (1775-1800); 
ma i tempi non gli lasciarono avere un pontificato tranquillo e 
felice, poiché fu travolto dalla Kivoluzione Francese, alla quale 
stimò, come papa, di doversi opporre con tutte le forze a difesa 
della religione cattolica e dello Stato della Chiesa. 

Già fino dall'anno 17G5, per la morte di Francesco I eragli 
succeduto nell'impero il figliuolo Giuseppe, secondo di questo 
nome, al quale poi Maria Teresa, morendo il 29 novembre 1780, 
lasciò, in conformità del trattato d'Aquisgrana, tutti i beni eredi- 
tarj della Casa d'Austria. Giuseppe, quando assunse l' imperio, ri- 
nunziò a Pietro Leopoldo suo fratello minore il Granducato della 
Toscana. Quivi, al tempo di cui parliamo, s'era introdotta in al- 
cuni monasteri un' incredibile corruzione. Pietro Leopoldo I ne 
diede notizia al pontefice Pio VI: ma si sospettò che egli cer- 
casse occasione d'ingerirsi nelle giurisdizioni ecclesiastiche, come 
già si era cominciato a fare da altri governi, e non fu ascoltato: 
sicché all'ultimo gli bisognò dichiarare di non voler rinunziare a 
ehi che si fosse il diritto di provvedere ai disordini de' conventi. 
Tanto poi Leopoldo I, quanto l' imperatore Giuseppe secondavano 
l)otentemente il desiderio dell'universale, accennato poc'anzi, di 
abbattere i residui del medio evo, introdurre la maggior possibile 
uguaglianza tra i cittadini, diminuire (sopprimendo molti conventi) 
quel gran numero di persone che volevano dipendere unicamente 
da Roma e che menavano vita oziosa ed affatto inutile, e rialzare 
il poter civile col restringere la giurisdizione ecclesiastica, e col- 
l'abolire quel terribile tribunale che si chiamò Sant'Ufììzio o Inqui- 
sizione. Né gli altri principi d'Italia (Carlo III Borbone a Napoli, 
Filippo Borbone a Parma e Piacenza ed anche Carlo Emanuele III, 
sebbene alquanto più rimessamente, negli Stati Sardi) procedevano 
in modo diverso: perché non solo la generale inclinazione del se- 
colo, ma il proprio vantaggio li persuadeva a mettersi per quella 
via, secondando la prevalente opinione. Pio VI conobbe quanto sa- 

* La Compagnia di Gesù fu restaurata nel 1805 da papa Pio VII segna- 
tamente per ie insistenti premure di Ferdinando IV re di Napoli. — Botta, 
Storia d'Italia dal 1769 al ISli, lib. XXII. 



10 SECOLO XVTir. 

rchlx; .stato dillìcilr, od al trm|)0 stesso dannono opporsi rccisa- 
iiK;iit(; a quella specie di assalto, elie da tutte le parti iiiovevasi 
alle antiche prerogative del pontificato e del clero; e persuaden- 
dosi elio (|ualora potesse tirare a «è T imperatore, audacissimo di 
tutti, gli altri si ammansirebbero o jiotrebbero essere combattuti 
senza j^randc pericolo, andò egli stesso a Vienna nel marzo del 17h:ì 
per trattare personalmente con Giuseppe II. Ma quanto fu cortese 
e onorevole racco{,'lienza, altrettanto fu irremovibile la volontà 
imperiale, che non volle abrogare e nemmeno moditìcare in qual- 
che parte le leggi del 1781 così contrarie alle prerogative della 
Chiesa cattolica, proseguendo anzi con lo stesso impeto, spesso 
sovercliio e tumultuario, la demolizione delle immunità eccle- 
siastiche. La mala riuscita di quel viaggio fece scader sempre 
più l'autorità pontificia, che Pio VI erasi proposto di rimettere 
in onore. 

Per la morte dì Giuseppe II (20 febbraio 1790), Leopoldo lasciò 
la Toscana al suo secondogenito Ferdinando III e recossi a pren- 
der possesso dei dominj austriaci e della corona imperiale: ma 
durato non più di due anni in quel grado, col nome di Leopoldo II, 
e mostratosi inferiore a ciò che aveva fatto come Granduca di 
Toscana, sia per la diversità del paese sia pei gravi turbamenti 
cagionati dalla rivoluzione di Francia, mori il 1° di marzo 17U2. 
Gli succedette il figlio primogenito Francesco II, che prese la co- 
rona imperiale il 14 luglio. 

Fra gli avvenimenti più importanti di questo secolo, oltre alla 
Kivoluzione francese, che è senza dubbio il più notevole e carat- 
teristico, vogliousi ricordare, per formarsi un'idea esatta del tempo, 
anche 1 regni famosi di Pietro I Romanow e di Caterina II Hol- 
stein-Gottorp in Russia, non che quello di Federigo II Hohenzol- 
lern in Prussia. Lo tsar Pietro I (1689-1725) si studiò d'ingrandire 
e incivilire con ogni mezzo la Russia e di renderla simile alle 
potenze occidentali, e la tsarina Caterina II (1762-1796) prosegui 
animosamente e con sottile ingegno l'opera di Pietro I. Anche il 
ducato di Prussia, diventato regno per concessione fatta dall'im- 
peratore Leopoldo I nel 1701 a Federigo I Hohenzollern, crebbe 
di territorio, di potenza e di ricchezza, mercè il provvido governo 
di Federigo II nipote di Federigo I. Egli regnò dal 1740 al 1786. 
Per suo mezzo la Prussia non solo fu uno Stato forte e ordinato 
sapientemente, ma fin d'allora si scorse che gli Hohenzollern e la 
Prussia intendevano farsi promotori della unità e indipendenza ger- 
manica; come fu evidente nella guerra della successione austriaca 
e in quella dei sette anni (1756-1763), nelle quali Federigo II mo- 
strò di essere, oltreché valente scrittore e principe, anche insigne 
capitano. 



NOTIZIE STORICHE. 11 

Mentre i governi riformatori e i rivoluzionarj di Francia tanto 
altamente parlavano di civiltà e di libertà, si comitiva un gran 
delitto politico, cioò,^ lo smembramento del regno di Polonia, che 
fu ridotta proprio ad un'espressione geografica a total benefizio 
dei tre potenti vicini, Russia, Austria e Prussia. Il delitto si con- 
sumò in tre volte (1772, 17U:5, 17i)5): la Russia ebbe la parte del leone. 

Meritevole di nota è altresì Carlo XII Wasa re di Svezia (1697- 
1718) per la singolare arditezza delle sue imprese, che lo resero 
simile ad un cavalier di ventura, con grave danno della Svezia, 
tratta da lui nella lunga e micidial guerra del Nord contro i 
Russi, i Norvegesi, i Polacchi; ed invero dopo Carlo XII, cui suc- 
cedette la sorella Ulrica Eleonora, comincia la decadenza della 
Svezia. 

Tra i paesi che avventurosamente e per propria virtù acqui- 
starono indipendenza e libertà sono le tredici colonie inglesi del- 
l'America settentrionale. Ribellatesi alla madre i)atria, che voleva 
sfruttarle più del dovere, combatterono contro di essa per circa 
un decennio (177S-1783), e vinsero. Guidò gì' insorti coloni Gior- 
gio Washington (1732-1799), il più gran cittadino del secolo. Venne 
in Europa a sollecitare aiuti un altro gran cittadino e scienziato, 
beniamino Franklin di Roston (170G-1790). Armaronsi in favore 
degli americani Francia, Spagna, Olanda, finché l'Inghilterra con 
lodevole avvedutezza politica riconobbe, nei trattati di Parigi e 
Versailles (1783), la indipendenza delle colonie, che s' intitola- 
rono Stati Uniti, e che sapranno bentosto ricavare maravigliosi 
frutti dalla conquistata libertà. Più fortunata nelle Indie, l' In- 
ghilterra potè colà spegnere le ribellioni di Hayder-Ali sovrano 
del Meisor e del figlio di lui Tippu-Saib, assai più celebre del 
padre, le quali durarono, eccetto brevi intervalli, dal 1778 al 1799. 
Con l'acquisto di quella immensa e ricchissima regione asiatica 
riughilterra cercò compensare la perdita delle colonie americane. 

Frattanto procedeva in Francia la grande rivoluzione del 1789. 
Il Terzo Stato (la borghesia) si sollevò contro il governo arbitrario 
di Luigi XVI per rivendicare i diritti che gli spettavano come 
legittima rappresentanza della nazione. Il moto crebbe vertigino- 
samente di giorno in giorno. Ai 14 luglio 1789 fu distrutta la Ba- 
stiglia; il 4 agosto l'assemblea costituente abolì ogni sorta di 
privilegi : il 26 dello stesso mese formulò la dichiarazione dei di- 
ritti dell'uomo e del cittadino, che si dissero i jjrì^ctpj dell' S!). 
Luigi XVI, re virtuoso, ma debole e di corto ingegno, non seppe 
né potè combattere o secondare la volontà del popolo. Infine, non 
trovando altro scampo, gettossi in braccio all'assemblea legisla- 
tiva, che lo depose (10 agosto 1792). I Giacobini inferociscono alla 
notizia della invasione straniera; quindi le orrende stragi del set- 



12 SECOLO XVIII. 

tenihrc 17l>2 e la testa di Liiìkì XVI trottata coitk; «fida alla reazione 
(21 ii(iUu:xìo ITXi). Più di mezza P^uropa e parecchi iJipartimenti 
iiiHorgono contro la Jtepubljlica, proclamata il 22 Hettcmhre 17'J2. 
Marat, Danton, Uol)e«pierro, la Convenzione nazionale, i Comitati 
di salute e di Hicnrezza pubblica, il tribunale rivoluzionario man- 
dano a morte migliaia di cittadini bOsp(;tti, vincono e cacciano dal 
territorio francese eserciti inglesi, prussiani, austriaci, spagnuoli, 
piemontesi. K l'epoca del /errore. Poi gli autori della rivoluzione 
kI distruggono a vicenda, e dalla tirannide demagogica sorge il 
Direttorio, che ha fine col governo soldatesco di Napoleone lìuo- 
n;ìpart<; Primo Console. 

La rivoluzione francese fece sentire i suoi effetti in tutta l'Eu- 
ropa, e ben presto fu cagione di nuove guerre e di nuove istitu- 
zioni in Italia, (^ui basterà dire che le armi francesi negli ultimi 
anni del secolo XVIII condotte alla vittoria con arte nuova da 
capitani giovani e quasi improvvisati, tra i quali maraviglioso ed 
unico Napoleone Buonaparte, rovesciarono gli antichi Stati e or- 
dinamenti politici, gridando per tutto quei gran nomi di libertà e di 
repubblica. GÌ' Italiani, dinanzi a questa rivoluzione, che mirava 
a rifare da cima a fondo l'ordinamento civile e politico de' popoli 
europei, si divisero in due parti. Alcuni seguirono animosamente 
l'esempio di Francia; altri, o perchè fossero disgustati del modo 
arbitrario e violento col quale procedeva la rivoluzione, o perchè 
contrarj alle nuove idee troppo differenti dalle loro, e che molti, 
specie i campaguuoli ed il popolo minuto delle città, non com- 
prendevano, si mostrarono del tutto avversi. Di qui turbamenti 
gravissimi e feroci rappresaglie, sia che trionfassero gli uni o gli 
altri. Sul tìnire del secolo, l' Italia vide Francesi, Austriaci, In- 
glesi e Russi; e sorgere e cadere monarchie e repubbliche: il papa 
prigioniero, le vecchie repubbliche di San Giorgio e San Marco 
distrutte, e quest'ultima venduta dai francesi all'Austria col trat- 
tato di Campoformio del 17 ottobre 1797, la casa Sabauda fuggiasca 
in Sardegna, quella Borbone in Sicilia, Napoli, occupata dai fran- 
cesi e capo della repubblica partenopea, insanguinata dalle bande 
della Santa Fede e poi dai patiboli, Toscana dalle torme di villici 
aizzati dai nobili e dal clero. Ma la venuta dei francesi nella Pe- 
nisola, al grido di libertà ed uguaglianza, lasciò tracce profonde 
in tutta l'operosità morale, civile, scientifica e letteraria del nostro 
paese. E tra gli effetti più importanti fu certamente quello che sin 
d'allora gl'Italiani cominciarono con fermo proposito, quantunque 
da principio con poca sicurezza e unità di intendimenti, a volgere 
il pensiero non solo alla libertà civile e politica, ma ben anche 
all'indipendenza d'Italia da ogni dominazione straniera. 



13 



NOTIZIE LETTERARIE. 



Non abbiistcanza studiato per quello che spetta alla cultura let- 
teraria, e per ciò non giustamente apprezzato è stato finora il se- 
colo XVIII. Forse ne fu cagione l'esser troppo prossimo a noi, 
dacché allo studio e alle ricerche più invitano le cose lontane: 
ora però che da esso più ci siamo dilungati, vien fatto oggetto 
a nuove ed assidue ricerche. Forse anche dallo studiarlo si fu 
distolti dal fatto che la Francia, irruente in Italia, nell' ultimo 
quarto del secolo, colle idee e colle armi, parve interrompere e 
mutare quel corso di eventi, che si andava svolgendo pacificamente, 
specie dopo il trattato dì Aquisgrana: cosicché a molti dovesse 
sembrare che, come il secolo decimonono fu cominciamento a noi 
di vita novella, 1' antecedente segnasse soltanto la fine di un pe- 
riodo d' ignobile decadenza. Opera vana sarebbe il voler ric(;r- 
care che cosa sarebbe stato dell'Italia, sia rispetto alla politica 
e sia rispetto alla cultura, quando non fossero accaduti quei grandi 
avvenimenti, che a tutte le cose cambiarono forma e sostanza; ma 
ben può affermarsi che non tutto il secolo XVIII fu tempo di 
ignavia infeconda e d'intellettuale depressione. 

Le vicende del Settecento offrono una prova di più che la di- 
visione per secoli, utile e spesso necessaria, e ad ogni modo co- 
munemente preferita nel distinguere il corso mutabile degli eventi 
e delle idee, non sempre tuttavia combaci colla realtà delle più im- 
portanti modificazioni nell'ordine politico ed intellettuale. Fino al 
1748 la vita italiana in ogni sua manifestazione può dirsi continui 
quella del secolo antecedente; ma d'allora in poi susseguonsi 
anni di pace, di fecondo lavoro, di utili riforme, di audaci dise- 
gni, e ne escono rifatti a nuove fogge gli Stati in che l'Italia é 
divisa, e la cultura nazionale. Fiacchezza di pensiero e di opere, 
servitù dell' intelletto e delle coscienze predominano nella prima 
metà del Settecento : nella seconda invece quasi da per tutto tro- 
viamo bramosia d'indipendenza e di libertà civile, e un cercare irre- 
quieto nuove vie e nuove forme nelle leggi come nella scienza e 
nell'arte, finché il turbine rivoluzionario che travolse la Francia, 
donde in massima parte si comunicava all' Europa tutta quel moto, 
non fu sceso impetuoso anche fra noi, lasciando, quando fu pas- 
sato, i germi di un migliore avvenire. 

La letteratura, adunque, del Settecento prende bensì le mosse 
dall'Arcadia; ma quanto via via se ne discosta ! L'Arcadia era una 
cosa campata in aria, un giuoco fanciullesco della fantasia, che si 
fingeva paesi, costumi, affetti lontani ed alieni dal vero; ma puro 



14 SECOLO XVIII. 

questo obbc (li buono, che rinnegò il mal gusto del secolo prece- 

(N'iitc, voIho le inenti, hc non a mat,'i,'ior severità <laj)|)riina, a 
niajxj,'ior misura e corrctt(ìZza di concetti e di Htudj. 1/ intelletto 
italiano, dopo aver delirato e bamboleggiato, ritornò sano a poco 
;i poco, riae(iuistò co.scienza del reale, e riconobbe sé Kf<-sso e il 
mondo che lo attorniava. Indi (piel carattere di pratica utilità, di 
applicazione alle eftettive realità della vita, che ha generalmente 
hi cultura italiana del tempo. 

Dovendo a larghi tratti disegnare la storia letteraria del se- 
colo XVIII, dobbiam qui subito ricordare coloro che al capo 
venerando d' Italia aggiunsero una triplice corona, che ancor le 
mancava, come di un d' essi sentenziò il Parini ; e sono, quasi è 
superfluo scriverne i nomi, il Metastasio, il Goldoni e T Alfieri. 
Condusse il primo a tal grado di perfezione il melodramma, da 
potersene dire ([uasi il creatore, e per tutta Europa dififusc il suono 
della poesia italiana. Fu a lui rimproverato, come segno di poco 
amor patrio, l'aver abbandonato l'Italia; ma da Vi(Mina ei do- 
minò veramente, e senza i contrasti che forse avrebbe incon- 
trato di qua dalle Alpi, gli animi gentili di tutte le nazioni. 
Corre anche oggidì da un capo all' altro del mondo una qualche 
opera per musica, tedesca o italiana che voglia essere ; ma chi 
bada più alla poesia, designata soltanto come ^ìarolef Adesso, 
basta al più conoscer la favola. Allora, invece, insieme colla mu- 
sica, che pur in sé non era spregevole, volevasi gustare la soave 
poesìa del Metastasio, che anch'essa pareva ed era musica per la 
mollezza del suono e la mitezza dei sensi signitìcati, dacché, primo 
dopo il Petrarca, egli espresse tutta la dolcezza ond'è capace la 
parola italiana, ed oltre la quale non v' ha che la pura melodia. 
Per opera pertanto del Metastasio largamente si sparse la cono- 
scenza del nostro idioma fra le varie nazioni, e il Metastasio fu 
il testo sul quale esso fu appreso. Diede il Goldoni all'Italia una 
commedia, non più abbandonata ai lazzi improvvisi, troppo spesso 
ripetuti e già sazievolmente noti, dei comici dell'arte; ma pen- 
sata e studiata sul vero. Non gli nocque certamente, gli giovò 
anzi, l'esempio del Molière; e in tanta copia di produzioni tea- 
trali si capisce che qualche volta anch' egli prendesse il buono 
dove lo trovava; ma egli è grande dove appunto è nuovo, e le 
commedie sue di costume veneziano sono quelle di maggior virtù 
comica. E se non guardò troppo a fondo nella natura umana, se 
non sconvolse fino alle intime latebre il mondo delle passioni per 
darlo in mostra e farne spettacolo, seppe scovare, ovunque si 
annidasse, il ridicolo, e lo presentò sulle scene con serena gio- 
condità di forma, dando agli uditori delle sue commedie occa- 
sione di spasso, anziché di strazio dei nervi e del cuore. Ed è 



NOTIZIE LETTERARIE. 15 

suo vanto clie la forma toatiah; da lui 8Ci,njìta piacesse anche 
fuori d' Italia, e eh' ci fosse cliiamato in Francia a continuare e 
rinvigorire gli scambi intellettuali fra le due letterature sorelle. 
Ai grandi tragici francesi, più che al teatro nazionale e alla tra- 
dizione appena fra noi rinovellata colla Merope dal Maffei, at- 
tinse, sebbene sdegnosamente lo negasse, anche Vittorio Alfieri; 
ma se nella forma generale del componimento tragico e in certi par- 
ticolari si riaccosta ai tre del gran secolo, ci fece di suo nel creare 
il personaggio e dargli una propria impostatura sulla scena; sic- 
ché quei suoi eroi, invece della parrucca, hanno davvero la cla- 
mide e Telmo, e non la cannuccia del cortigiano, ma il pugnale 
la spada : un po' furibondi e declamatori sul palco, ma non cosi 
raddolciti e smascolinati come i loro omonimi della tragedia fran- 
cese : ammaestratori e istigatori di libertà ad un popolo servo, 
non eccitatori soltanto di placidi diletti artistici a un pubblico di 
re, di favorite e di nobili. La parola italiana, ammollita dal poeta 
cesareo, riprese coll'Alfieri l'alta e nobile espressione che le aveva 
primamente data l'Alighieri : egli la modellò all'asprezza del dia- 
letto nativo, l'armonizzò ai fremiti dell'anima sua indocile, le co- 
municò potenza di suono, e la fece squillare come tromba che sve- 
gliasse e scuotesse i dormienti. E quando l' Italia, mercè le armi 
francesi, ebbe un momento di effìmera e scapigliata libertà, le 
tragedie alfieriane furono spettacolo e scuola di odio ai tiranni, 
di devozione alle forme repubblicane, e ispirarono potentemente 
anche gli autori dei moti politici della prima metà del secolo suc- 
cessivo. 

La storia, coltivata da alti ingegni ne' due secoli precedenti, di- 
venta scienza nel secolo decimottavo — ed è filosofica col Vico, che 
indaga la vita ideale del genere umano ne' suoi progredimenti e 
regressi, e dà fuori dal cerebro suo, possente per novità e vigore 
di pensamenti, 1' opera più originale che allora si producesse in 
Italia, e può dirsi anzi, in Europa: — erudita col Muratori, che 
primo vi porta la face della critica, primo cerca le testimonianze 
sincrone e le raccoglie in un corpo, primo tesse gli annali d'Ita- 
lia con sicurezza di metodo e pienezza di ragguagli, primo ci fa 
conoscere la vita dell'età media: ond' egli è meritamente accla- 
mato padre della storiografia italiana. Quest'uomo, nel quale la 
dottrina fu pari all'ingenua rettitudine, e la laboriosità all'acume, 
ricondusse l'Italia alla conoscenza della sua vita secolare, rimise 
in onore i secoli dell' operosità sua commerciale e industriale e; 
della libertà dei Comuni, che nella comune sentenza erano tempi 
di fitta barbarie; e alla patria divisa e serva fece sentire l'unità 
e nobiltà dell'esser suo nazionale. Mercè sua, la storiografia non 
si restrinse a regioni o città, a periodi o ad episodj, ma potè esser 



10 RECOLO XVIIf. 

trattata nolT intcf^rità Hua, con^iiin^cndo effetti e cause e dalle 
vic<Mide del passato traendo ammaestramenti a nuovi casi. Alla 
fonila annalistica, della <iiia]e ci pur diede esempio insifi^ne, potè 
succedere allora la vera storia, e primo si mise pel nuovo «en- 
tiero, e sorretto da lui, il Deniiia. 

E perchè accanto al Muratori, pur a debita distanza, non do- 
vremmo porre Girolamo Tiraboschi, che anch' egli in un sol corpo 
riunisce la storia della nostra letteratura, e se pure non giunge 
a j,'iudicare delle opere letterarie in se e secondo la critica estetica, 
raggruppa gli scrittori secondo 1 generi, ne chiarisce la biografia 
e la bibliografia, ne rassegna le opere, e cosi fa utile lavoro, ancora 
apprezzabile e da consultare tuttavia in molti punti con piena tidii- 
cia? Con forze impari si provò anche Giacinto Gimma (lG68-17::Jó) a 
darci una Idea della storia dell' Italia letterata, e s'ei cadde per via 
colla grave soma, gli va tenuto conto della novità e nobiltà del ten- 
tativo. Pur degno di menzione è Pietro Napoli 8ignorelli(1731-18]5;, 
che tentò una Storia generale del Teatro drammatico, come Ste- 
fano Arteaga (1747-1701)), gesuita mezzo spagnolo e mezzo italiano, 
del Teatro musicale : e del primo è da ricordare anche 1' opera 
sulle Vicende della Cultura nelle due Sicilie, colla quale egli volle 
seguire e descrivere il corso della vita civile e intellettuale nelle 
estreme parti d'Italia. Ne merita oblio scortese G. M. Mazzu- 
chelli (1707-1768), che primo concepì il diseguo, dopo di lui sem- 
pre più arduo, e frequentemente vagheggiato senza mai poterlo 
effettuare, di raccogliere tutte insieme le notizie biografiche e bi- 
bliografiche degli scrittori italiani d'ogni secolo, e che con mirabil 
diligenza condusse a termine il poderoso lavoro per le due prime 
lettere dell' alfabeto, preparò per la stampa la terza, e lasciò ma- 
teria copiosa alle rimanenti. E quello che per tutta Italia osò 
audacemente il conte bresciano, altri compierono per singole città 
Provincie della Penisola : il Fantuzzi per gli scrittori bolognesi, 
l'Affò pei parmensi, il Poggiali pei piacentini, il Barotti pei fer- 
raresi, il Tiraboschi pei modenesi, il Degli Agostiui pei veneziani, 
l'Argelati pei milanesi, lAsquini e il Liruti pei friulani, il Te- 
nivelli pei piemontesi, il Fabroni, cui è pur dovuta un' ampia rac- 
colta di Vite d'illustri di questo e del secolo antecedente, pei 
pisani, il Giustiniani e il D'Afflitto pei napoletani, e altri per al- 
tre parti d'Italia. E qualunque sia il giudizio che sul valore cri- 
tico delle loro ampie, ma non ben ordinate e vagliate raccolte di 
notizie, possan meritare il Crescimbeni (1663-1728) e il Quadrio 
(1695-1756), le loro opere sono vasti magazzini (la parola non è 
impropria) dove molta roba di vario genere e di pregio diverso 
è accumulata un po' alla rinfusa ; ma chi sappia cercarvi e sce- 
gliervi per entro, se ne avvantaggia. Merito reale di erudito 



NOTIZIE LETTERARIE. 17 

e benemerenze molte di bibliografo lia invece Apostolo Zeno 
(lGOO-1750), clie colle Disseriazioni Vossianc gettò nnov.i Incc 
sugli umanisti e sulle opere loro, colle note aW Eloquenza italiana 
del Fontanini corresse infiniti errori e comunicò nuovi ragguagli 
sugli scrittori italiani d' ogni maniera, e col Giornale dei let- 
terati diede all'Italia un periodico di dottrina positiva, da non 
dimenticarsi allato alla Frusta, colla quale il Baretti raddriz- 
zava la critica, i\\V Osservatore e al Mondo morale, ove il Gozzi 
sì adoperava alla correzione degli animi e dei costumi, e al Caffè, 
che i Verri e 1 loro compagni facevano strumento di utili riforme e 
banditore di nuovi veri. Nò va taciuto fra quelli degli storici, il 
nome di Luigi Lanzi, che al metodo biografico del Vasari e a 
quello annalistice del Baldinucci, sostituisce nel trattare le vi- 
cende della pittura la divisione per scuole. Luogo speciale fra 
gli storici civili del tempo va poi assegnato a Pietro Giannone, 
il quale, rivendicando i diritti della società laica sull'ecclesia- 
stica, prelude a ciò che, con miglior fortuna di lui perseguitato 
ed innirigionato, faranno poi principi e ministri d'ogni parte della 
Penisola, e se anche eccede nel suo assunto o cade in inesat- 
tezze, nella storia non vede soltanto il succedersi de' fatti, ma le 
mutazioni della legislazione e quelle del costume e lo svolgersi 
delle pubbliche istituzioni. Archeologo ed erudito sopratutto è 
Scipione Malì'ei ; ma l' accumulata e varia dottrina non è in lui 
balocco pedanfesco, ma strumento efficace a correggere errori sto- 
rici, a distruggere pregiudizj sociali, vanità cavalleresche, super- 
stizioni popolari, combattendo con ragionato ardore, al pari del 
Muratori, la intolleranza teologica e la bacchettoneria ignorante e 
fanatica, contro la quale, gran piaga del tempo, si levava armato 
di sarcasmi e di beile, sulla scena e ne'giorjialì, il bizzarro senese 
Girolamo Gigli. 

La scuola gloriosa dei curiosi della natura, come allora chia- 
mavansi, che aveva avuto nascimento fra noi col Galileo e im- 
pulso dai suoi alunni e dagli Accademici del Cimento, continua 
ancora a far indagini nuove sul mondo e sull'uomo, e dall'uomo 
scende all'insetto e dall'insetto risale alle stelle, e d'ogni naturai 
fenomeno si dà a studiare e fermare le leggi, tuttavia conservando 
le buone tradizioni letterarie di bella e perspicua esposizione: e 
dopo averci dato il Manfredi, il Conti, lo Zanetti, il Cocchi, l'Al- 
garotti, il Frisi, lo Spallanzani, il Piazzi, il Mascheroni, si chiude 
col nome immortale di Alessandro Volta. 

Allato a questa schiera va posta l'altra, non meno degna di 
ossequio, di coloro che studiano i fenomeni del mondo morale ed 
economico e le forme del giure applicato alla maggior prosperità 
delle nazioni e al miglior governo de' popoli. Qui, per la novità 

IV. 2 




18 SI'X'OLO XVIII. 

«lolla materia e pel contatto immediato coi pensatori d'oltr'Alpe, 
troviamo meno da lodare dall'aspetto letterario; ma nella Htoria 
(Iella cultura italiana spetta tuttavia un luof^o eminente al Ge- 
novesi, al Oaliani, al Carli, al Verri, al Filangieri e, sopra tutti, 
a Cesare Beccaria. 

Nel campo delle lettere, e j)artieolarmente della poesia, a gloria 
del secolo XVIIl hasterebbe il hoIo Parini, e accanto a lui ose- 
remmo appena citare, a lun^fo intervallo, due altri nomi : quelli 
cioè del Mazza e del Mascheroni: didascalici anch'essi nel mi- 
glior senso della parola, in un secolo che di autori di tal genere 
abbonda e, vago di addossare a Minerva le vesti delle muse, può 
ricordare lo Spolverini, Il Lorenzi, il Passeroni, il IJondi, e pa- 
recchi favolisti moraleggianti, quali il Itoberti, il Bertòla, il Pi- 
gnotti, il Fiacchi, il Crudeli. Ma il Parini facilmente supera 
tutti i suoi contemporanei, che la poesia volsero all'utile ammae- 
stramento dell' intelletto o dell' animo, non solo nella nobiltà mag- 
giore del fine, cui mira il suo poema, ma nella squisitezza del- 
l'arte; e nelle Odi, pur qua e là ricordando, al pari del fiavioli, 
del Cerretti, del Paradisi, del Fantoni, i classici modelli, sa esser 
nuovo ed originale; né mai, qualunque sia l'argomento ch'ei tratti, 
dimentica che ufficio della sua musa è remler saggi e luonrì suoi 
concittadini. E alla correzione del costume ci giovò non poco, sì 
colla pungente ironia e sì coli' ammaestramento morale, restau- 
rando l'intima coscienza e il corretto costume, mentre l'Alfieri 
ridestava 1' assopito amore alle politiche franchigie : intento l'uno 
a far virtuoso il cittadino, a farlo libero e indipendente 1' altro. 

A render più sano e gagliardo l'intelletto e l'animo degli italiani 
giovò non poco il rinnovato studio di Dante : provato e sicuro in- 
dizio del crescere od abbassarsi della cultura e del carattere na- 
zionale. E noto come la Divina Commedia avesse nel secolo de- 
cimosettimo solo tre edizioni, e di non gran pregio, e pochi che a 
quella viva fiamma attingessero: trentuna stampa ebbe invece nel 
decimottavo, e il sacrario non fu deserto di devoti cultori. Ben si 
provò il gesuita Bettinelli a vilipendere il nome di Dante, ma il 
petulante conato non portò durevoli effetti, anzi riavvalorò la fede 
dei saggi. Il Gozzi ed altri sorsero animosi in difesa del massimo 
poeta ; altri, come il Lombardi, il Dionisi e il Pelli, portarono con 
commenti e studj nuova luce sul testo del poema, sui tempi e i casi 
dell'autore. Non diremo poi che da Dante per ogni parte deri- 
vino, come si credè e si ripete, il Varano e il Monti nella sua 
prima maniera: ma certo è che, se non gli spiriti della poesia 
dantesca e 1' alto suo fine, la forma esterna di quella e qualche 
atteggiamento d' arte almeno, risorsero nelle terzine di cotesti e 
tr altri poeti del tempo. 



NOTIZIE LETTERARIE. 19 

Carattere particolare della cultura italiana del secolo XVIII 
è poi questo, eh' essa non rimase solitaria e chiusa in sé atessa, 
ma si mescolò a quella di altre nazioni, e ne studiò e assimilò 
la produzione letteraria. L' Italia non ebbe allora innanzi a se 
soltanto il proprio passato e quello di Grecia e di Roma, ma tutta 
quanta la cultura contemporanea europea. Lo condizioni politi- 
che non le concedevano più 1' antico primato ; ma nello scambio 
d'idee e di forme colle altre genti, non sempre essa fu imita- 
trice, anzi qualche cosa contribuì di suo alla formazione del 
pensiero europeo e della mondiale cultura; e basti qui ricordare 
il Beccaria e il suo libro immortale. 

Piena era l'Europa d'italiani, che varcavano le Alpi ad ap- 
prendere costumi di altri popoli o a trovar più libero e vasto 
campo ad una operosità, loro negata in patria, e le ripassavano 
poi con nuove idee e accumulata esperienza. E se G. Lodovico 
bianconi, che come medico e diplomatico fu addetto a parecchie 
corti germaniche, si doleva che la Germania fosse piena di mal- 
viventi e facinorosi ivi piovuti dall'Italia, non tutti erano di co- 
testa risma, o mimi e musicanti, nò ciurmadori come Cagliostro 
o turpi avventurieri come il Casanova; v'erano anche i buoni e 
gli onesti, che servivano come d' intermediarj fra noi e gli altri, 
e che, dando fuori di patria cospicua testimonianza dell'animo e 
dell'ingegno italiano, spesso erano assunti ad ufficj delicati e im- 
portanti, ornavano le metropoli straniere de' fregj dell'arte no- 
stra. Il Goldoni aggiunse al teatro francese una commedia non 
ancor dimenticata, e in francese dettò le vivacissime Memorie 
sue; il (ialiani regnò nelle conversazioni parigine, e parve mira- 
colo di spirito in un tempo e presso una nazione ove lo spirito 
aveva raggiunto il colmo; quattro Cassini, dal secolo precedente 
lino quasi ai di nostri, tennero in Francia il primato della scienza 
e dell'arte matematica, e il Lagrangia onorò il nome italiano a 
Berlino e a Parigi. Né sono da passar sotto silenzio l'Algarotti 
e Girolamo Lucchesini, amici e ministri di Federigo II, Camillo 
Marcolini ministro a Dresda, Filippo Mazzei, che godè la fiducia 
di Washington e di Franklin, l'ab. Scipione Piattoli, lettore di 
re Stanislao e principale autore della costituzione polacca del 
'^ maggio 1791, e Giuseppe Corani, che dopo aver descritto in 
un'opera, non degna della dimenticanza in che sembra caduta, 
la miseranda condizione dei diversi stati italiani, abbracciò con 
ardore, al pari di un discendente di Michelangelo, Filippo Buo- 
narroti, la causa dei novatori francesi, e partecipò ai casi della 
rivoluzione. Antonio Conti venne, in dispute scientifiche, scelto 
arbitro fra Leibnitz e Newton; il Baretti fu segretario dell'Acea- 
dtMuia di Belle Arti di Londra; Lorenzo da Fonte, lihreliista del 



20 SFX'OLO XVIIT. 

Mozart, fini In vita portando por piiino in America il cnlto «Iella 
l<tt<;rafiiia italiana. Di;' via^,'(?iatori oltr'Alpc molti, reduci, nar- 
ravan ciò v\ui avcvan visto, e notavano quello che formava la 
gloria prosperità delle altro genti; o qui ricorderemo la dcHcri- 
zionc della baviera del JJianconi, quella delle rive del IJcno del 
JJertùla, elio primo died(! a noi una Idea della lellrratura alemanna; 
e le lettere del Baretti huI Porto{,'allo e la Sj)agna, e quelle del 
Kezzonico sulT Inj,'liilterra, e le relazioni scientifielic sulle regioni 
orientali del Hoscovich, del Fortis, del Mariti, del Sestini, dello 
►Spallanzani. Altri attingeva alla cultura straniera per risanguarne 
la patria, rimasta troppo addietro nelle vie del pensiero moderno; 
e il Haretti, il Cocchi, il C;ozzi si ispiravano alla letteratura in- 
glese, alla tedesca il Hertòla, nuMitre il Cesarotti dava cittadinanza 
italiana ai fantasmi ealcdoniei di Ossian; agli enciclopedisti e ai 
fisiocritici si rannoilano il (lenovesì, il Verri, il lU-ccaria, Sallu- 
stio Handini. Amnìiratori e segnaci ebbero di qua dalle Alpi due 
grandi francesi : il Montesquieu, del quale oltre la descrizione di 
un viaggio in Italia, resta wn volume di lettere da lui scritte al 
Cerati, al Venuti, al Niccoliui, al Guasco; e il Voltaire, che car- 
teggiò col card. Quirinì, col Goldoni, coll'Albergati, ebbe a suo se- 
gretario mi fiorentino, Cosimo Collini e fu accademico della Crusca. 
La sua dimora alle Delizie e in Ferney era termine a lettere di 
omaggio e a frequenti pellegrinaggi : il Bettinelli, fra gli altri, nei 
colloqui col « Patriarca » si agguerriva alla futura crociata contro 
Dante, mentre il Casanova, se dobbiam prestargli fede, gli inse- 
gnava ad amnìirarc e a legger bene le ottave dell'Ariosto: vi si 
recava anche un senator veneziano, Angelo Quirini, futuro agita- 
tore della morente repubblica, e, nel 1777, già sul limitare della 
gloria, Alessandro Volta. Che se il Parini, con retto giudizio, ebbe 
a dirlo proteo multiforme, troppo lodato e troppo a torto biasmato, 
il Voltaire, ebbe anche fra noi in gran numero lodatori ed imi- 
tatori del suo spirito bcftardo, ma sopratutto avidi lettori ebbero 
le sue scritture di così svariata natura, e di forma così facile e 
piacevole. 

In questo cercar nuove vie e nel rimescolarsi colle culture stra- 
niere non sempre restò immune la purità della lingua e l' italia- 
nità dello stile: e la ragione del fatto è ben chiara. L'intelletto 
italiano che aveva serbato l'altezza sua e la sua autonomia fino 
al tempo di Galileo, erasi di poi come infiacchito ed isterilito; e la re- 
gione che coiridioma comune aveva dato all'arte della parola il 
massimo triumvirato del Trecento, quindi il Machiavelli e il Guic- 
ciardini, e per ultimo il gran veggente di Arcetri e la sua scuola, 
ora, sotto gli ultimi rampolli di Cosimo e di Lorenzo, predomi- 
nando la servitù e la superstizione, non produsse più alcun nuovo 



J 



NOTIZIE LETTERARIE. 21 

frutto (li speculazione uè alcun notevole esempio di eloquenza. 
Così il filo della tradizione, se non interrotto, erasi nel Seicento 
allentato : e quando sorsero teini)i migliori, gli ingt'gni di neces- 
sità si volsero a studiare e riprodurre e adattare ai nostri casi, 
le dottrine letterarie, filosofiche e politiche, che erano sorte in 
Francia, e colle dottrine appresero le formule e i vocaboli, che 
innestarono alla meglio sul tronco italiano, sciogliendo anche, per 
conseguire più facile e pronta divulgazione, l'andare avviluppato e 
nodoso del periodo letterario, e ragguagliandolo a quello più sciolto 
e scorrevole degli scrittori francesi. Una certa vivezza e festività 
e un buon sentore di toscanità appare soltanto presso alcuni 
scrittori del veneto e presso il liaretti : ma ai più è comune poca 
cura della forma e molto imbratto di forestierume. La dizione 
infatti è sgrammaticata ed involuta nel massimo Vico, sciatta assai 
spesso nel Goldoni, fiacca e prolissa nel Muratori e nel Genovesi, 
che pur ha il merito di aver introdotto sulla cattedra, invece del 
barbaro latino scolastico, il linguaggio nativo; francesizzante nel 
Cesarotti, nei Verri, nel Beccaria ; gesuiticamente civettuola nel 
Koberti e nel Bettinelli. Meglio, come avvertimmo, scrissero gli 
uomini di scienza ; ma, tuttavia, fra i letterati, il Gozzi ha forma 
schiettamente paesana, in che solo può desiderarsi un po' più di 
nerbo ; e nerbo e brio e scorrevolezza ha il Baretti. La parola, 
melodiosamente cascante nel Metastasio, fragorosa nel Cesarotti, 
tronfia e pettoruta nel Frugoni, stridente nell'Alfieri, ha però nel 
Parini saper vero di classicità e signorile atteggiamento, si da 
fargli perdonare certe durezze di trasposizione. E l'arte del Parini 
e la dignità dell'uomo e del poeta, che in lui mirabilmente si con- 
giungouo, come sono la maggior gloria letteraria del secolo XVIII 
sul suo finire, così sono auspicio ed avviamento alla letteratura 
del secolo che gli succede. 

[S.De SismONDI, Della letteratura Hai. dal sec. XIV al prin- 
cipio del XIX, Milano, Silvestri, 1820, 2 voi. (traduzione parziale 
dell'opera De la littérature du midi de l'Euro2ìe, Paris, 1818-19: il 
voi. L»"» tratta del sec. XVIII); A. Lombardi, Storia della Iet- 
terai. Hai. nel sec. XVIII, Modena, tip. Camerale, 1827-30,4 voi.; 
Biografia degli italiani illustri nelle scienze, lettere ed arti del 
sec. XVIII, e de' contemporanei, compilata da letterati ital. d' ogni 
provincia, e pubblic. per cura del prof. E. De Tipaldo, Vene- 
zia, Alvisopoli, 1834-45, 10 voi.; C. UGONI, Continuazione ai Se- 
coli del Corniani, Brescia, Bottoni, 1820-22, 3 voi., e Della Ietterai, 
ital. nella seconda metà del sec. XVIII, Milano, Bernardoni, 
1856-58, 4 voi.; St. TlCOZZI, Continuazione ai Secoli del Cor- 
ulani, Milano, Ferrarlo, 1832 (o insieme col Corniani e la prima 




22 SECOLO XVJII. 

delle o|). cit. dell' Ugoni, Torino, Unione tipogr. editrice, H voi., 
1854-50); G. ZANELLA, Storia della Ietterai, ital. dalla metà del 
settecento ai giorni nostri, Milano, Vallardi, 1880, e Delia letteratura 
italiana nell'ultimo secolo, Città di Castello, Lapi, 188<;; G.CAit- 
DUCCI, Prefazione ai due voi.. Erotici del aec. XV III, Firenze, 
Harbèra, 1868, e Poeti Lirici del sec. XVJII, ibid., 1871, collezione 
diamante; Veknon Lek, Il settecento in Italia, Letteratura, Tea- 
tino, Musica, trad. ital., Milano, Duniolard, 1882, 2 voi.; Em, De Mau- 
CHI, Lettere e Letterati Hai. del sec. XVIII, Milano, Briòla, 1882; 
Em. Bertana, L'Arcadia nella Scienza, studj sulla Ietterai, del 
sec. XVIII, Parma, Battei, 1890; Vitt. Am. Akullani, Lirica e 
Lirici nel settecento, Torino, Clauscn, 1893; D. SCINÀ, Prospetto 
della storia lelter. di Sicilia nel sec. XVIII, Palermo, 1824-27, 
H voi.; B. Gamba, Galleria dei Letterati ed artisti illustri delle 
Provincie veneziane nel sec. XVIII, Venezia, Alvisopoli, 1824, 2 voi.; 
G. A. MOSCIIINI, Della letter. veneziana dal sec. XVIII fino ai 
nostri giorni, Venezia, Palese, 180G, 2 voi. (sui letterati veneziani 
e veneti del sec. XVIII molte notizie si trovano nel libro di Gi- 
ROL. Dandolo, La Pepnbhlica di Venezia e i suoi ultimi cin- 
quanl' anni, Venezia, Naratovich, 1855-57) ; N. TOMMASEO, Storia 
civile nella letteraria, Torino, Loescher, 1872; G. Guerzoxi, // 
Teatro nel sec. XVIII, Milano, Treves, 1876, e II terzo Pinascimento, 
Padova, Sacchetto, 1874; Cil Dejob, Etudes sur la <7'a^ec?ie, Paris, 
Colin, s. a., e Les femmes dans la comédie franq. et ital. au XVIII 
siede, Paris, Fontemoing, 1899 ; EUG. BOUVY, Voltaire et l'Italie, 
Paris, Hachette, 1898 ; E, Masi, La vita, i tempi e gli amici di 

F. Albergati, Bologna, Zanichelli, 1878, e del medesimo, Parrucche 
e Sanculotti nel sec. XVIII, Milano, Treves, 1886, nonché Studj 
sulla storia del Teatro italiano nel sec. XVIII, Firenze, San- 
soni, 1891 ; ISID. Carini, L'Arcadia del 1690 al 1900, Eoma, 
Cuggiani, 1891; C. TivaroNI, L'Italia prima della rivoluzione 
francese, Torino, Roux, 1888; La Vita italiana nel settecento, Con- 
ferenze di 11. Bonfadini, Is. Del Lungo, E. Masi, V. Pica, 

G. Mazzoni, F. Martini, M. Serao, E. Panzacchi, G. Bovio, 
A. EcCHER, A. Fradeletto, Milano, Treves, 1896; M. Landai, 
GescJiichte d. iialienisch. Literatur in achtzenthen Jahrhund., Ber- 
lin, Felber, 1889 (v. su quest' opera, T. Concari, in Giorn. Stor. 
Leti. Hai., XXXV, 113); TuLLO CONCARI, Il settecento, Milano, 
F. Vallardi, 1889 (v. su quest' opera L. PICCIONI, iu Rassegna hi- 
hliogr. della Ietterai, ital., VIII, 149).] 



23 



G. B. PASTORINI. 



Nacque in Genova il 19 novembre 1650; fu gesuita e, nc'col- 
legj dell' ordine, insegnò filosofia e teologia; si piacque delle di- 
scipline fisiche, e fu studioso di Dante: un suo scritto, Bellezze 
Dantesche, trovasi nella biblioteca di Genova. Bello è notare in 
un gesuita l'amore alla libertà e grandezza della patria, che in- 
forma il sonetto qui riferito, scritto in occasione del bombarda- 
mento di Genova per opera de' Francesi nel 1686: bello è anche, 
che altro sonetto dedicasse egli a Galileo, chiamandolo Divo in- 
uegno. Oltre orazioni e panegirici, si ha di lui a stampa un volume 
di Poesie (Palermo, 1741, 1756). 

|Per la sua biografia e bibliografia, vedi P. Montanaro in Morjj 
di illustri liguri, raccolti da L. GiuLLO, Genova, Pouthenier, 1810, 
II, 334.J 



A Genova. 

Genova mia, se con asciutto ciglio 
Lacero e guasto il tuo bel corpo io miro, 
Non è poca pietà d' ingrato tìglio ; 
Ma ribello mi sembra ogni sospiro. 

La maestà di tue rovino ammiro, 
Trofei de la costanza e del consiglio ; 
Ovunque io volgo i passi o il guardo giro. 
Incontro il tuo valor nel tuo periglio. 

Più vai d' ogni vittoria un bel soffrire ; 
E contr' ai fieri alta vendetta fai 
Col vederti distrutta, e noi sentire : 

Anzi, girar la Libertà mirai 
E baciar lieta ogni ruina, e dire: 
Ruine sì, ma servitù non mai. 



GIROLAMO GIGLL 

Questo bizzarro ingegno nacque in Siena ai 14 ottobre 1660, o 
cangiò il cognome Nenci in Gigli, per adozione di un vecchio pa- 
rente, che gli lasciò un cospicuo patrimonio, prontamente dissi- 
pato. Si die dapprima al teatro, e specialmente al melodramma: 
e il suo capolavoro nell'arte drammatica è il Don Filone ovvero 
il Bacchettone falso (Lucca, Marescandoli, 1711), più che tradotto, 
imitato dal Tartufe del Molière, coll'aggiunta di più scene, come 
quella che riferiamo, e d'intermezzi mimici; e che da lui stesso 
recitato, prendendo a rifaro noti bacchettoni di Siena, gli procurò 
l'odio e la persecuzione di quella, che sotto Cosimo lU fu nume* 



21 SECOLO XVIII. 

josissini.'i corpoiazioiir defili ipocriti : /ovraj/w jtentifi nr.a, com' t-ii^U 
(■t)l)(; H chiamarla. ]..a Hua commedia v^U la deflu), Hccoiido Tavcva 
Heiitenziata e un f(''''^n i)crHona(,'((io ecclcHiaBtico, uiui vera tniHttionc 
lonfro (jiiesta diabolica Hctta, latjualc a' di nostri, al coperto di fai^a 
iiiaiisiictndine e divozione, f.'i tanta rovina di roba e di onore, nelle 
case e nelle corti, nelle città e ne' regni.' » La $oreUina di don Piloni 
(l'^irenzo, Pnperini, 1710), scritta i)iii tardi, è un aneddoto doinesticr», 
volto Hoi)ratutt() a metter in ridicolo la proiuia moglie, più di lui 
attempata e oltremodo avara e devota. Questa commedia fu rappre 
scntata da' Hozzi a Siena nel 1712. Eletto profe.s.sore di lettere to 
scane nell'Università ])atria,HÌ die tutto agli «tudj filologici 0707- 13i, 
trattandoli con vivacità, che 8pea.so cade nella Ijuffoneria, e indiriz- 
zandoli a provare la superiorità, o almeno la parità di eccellenza, del 
volgar sancse rispedito al fiorentino. A questo fine raccolse e pub- 
blicò, come quelle di Celso Cittadini, tutte le scritture volgari di 
Santa Caterina (Siena e Lucca, 1707-13, 4 voi,), cui accompagnò un 
vivace Vocaholario Cateriniano (Roma, 1707; Manilla [Lucca] s. a.: 
ristampato da P. Fanfani, Firenze, Giuliani, 1S80;, che gli sol- 
levò contro le ire degli accademici fiorentini, dacché il suo as- 
sunto non era trattato soltanto con argomenti scientifici, ma con 
schernì e facete invenzioni. Buone accoglienze ebbe dall'^ccat^e- 
mia degli Oscuri di Lucca.- Riunitisi però ai cruscanti i suoi ne- 
mici per cause religiose, fecero proibire l'opera dal maestro del 
Sacro Palazzo e sfrattar l'autore da Roma, intanto che gli altri 
ottennero che il suo Vocaholario fosse a Firenze bruciato per 
mano del boia, il Gigli esiliato da Siena e il suo nome cancel- 
lato dall'albo della Crusca (12 settembre 1717) e da quello de'pro- 
fessori. Dovè pubblicamente sconfessar T opera sua, che riuìase 
sospesa alla voce Raguardare (foglio Rr. A e. CCCXXj, pur man- 
tenendo l'opinione della prevalenza del patrio dialetto, che non 
avrebbe ritrattata « anche se dovesse morire in fondo di torre; > ma 
disapprovando la forma beffarda e ingiuriosa adoperata in difen- 
derla. Tornato poi in patria, trovò disordinata l'azienda domestica, 
e poco amorosa la moglie bacchettona, sicché risolse di finire i 
suoi giorni in Roma, ed ivi infatti mori ai 4 gennaio 1722. Molti 
nemici ebbe per le cagioni notate, molti altri per soverchia pron- 
tezza di lingua: ma in lui tutti ammiravano la naturai festività, 
la dottrina non comune, e l'originalità e scioltezza del suo modo 
di scrivere, del che si avrà un esempio nel passo del Vocaholario 
Cateriniano, che riferiamo. 

Oltre a parecchie cose teatrali, farse, melodrammi, oratori, 
YOrazio del Corneille e altre inedite, alcune delle quali tradotte 

* Cfr. 6. Mazzoni, Il teatro della rivoluzione ed altri scritti ecc., Bo- 
logna, Zanichelli, 1894, pag. 419 e seg.; L. G. Pelissieb, Scènes orvjinale^ 
du Tartufe de G. tradintes avec tire notice, iu Revuc d'art dramati^jne, 1889. 

- Cfr. G. Sforza, G. G. e V Accademia degli Oscuri di Lucca nel Giorn, 
stor, d. leti, itah, XI Y, 432. 



GIROLAMO GIGLI. 25 

<) ridotte dal francese, e poesie per la maggior parte facete o sa- 
tiriche, abbiamo di lui, in prosa, la lìelazione del collegio ijclro- 
niano delle halle Ialine (Siena, 1711»)» ove descrive come vera una 
istituzione non mai esistita, per rinnovare l'uso dell'antico lin- 
guaggio col mezzo di nutrici in esso ammaestrate (e la burla fu 
creduta da parecchi verità); e gli Avvisi ideali o Gazzettino, ìiXmò 
allora corse manoscritto, e solo a' dì nostri fu stampato (Firenze, 
Harbèra, 1861 ; Milano, Daelli, 1864), dove, sull'esempio degli Avvini 
che i menanti romani diffondevano a penna, si danno notizie fog- 
giate dalla sua fantasia gaia e dall' umore i)ungente. Compose 
anche col nome falso di A. M. Bonucci gesuita una lettera « in- 
torno ai presenti sconcerti della Compagnia, » che Pietro liigazzi 
nel 1847 (Firenze, Cocchi) pubblicò per scrittura di quel padre, più 
tardi accorgendosi dell' errore, e confessandolo. Inoltre, il Diario 
Sanese (Lucca, 1722), le Begole pei- la toscana favella (lloma, 1721), 
le Lezioni di lingua toscana (Venezia, 1722), ecc. Le sue opere si 
cominciarono a raccogliere, ma non se ne pubblicarono che tre 
volumi (1707-1)8) colla data dell'Aia (ma Siena, Pazzini-Carli). Una 
raccolta de' suoi Scritti satirici in prosa e in verso fu fatta da 
Luciano Banchi (Siena, Mucci, 1865) ; sei lettere di lui si hanno 
nelle Lettere d'illustri senesi pubblicate da G. Porri per le Nozze 
Bar gagli- Scotti (Siena, Porri, 1868). 

[Vedi su di lui F. Corsetti, Vita di O. (?., Firenze, all' insegna 
d'Apollo, 1746; Manfredo Vanni, Girolamo Gigli ne' suoi scritti 
polemici e satirici, Firenze, Cooperativa, 1888, ed ivi, p. 167, una 
bibliografìa delle sue opere ; dello stesso autore. Ritratto critico 
di G. G. fatto da U. Benvoglienti, nel Bull. stor. sen., 181)8, p. 2y'J 
e seg.; Aia'IIì.]Moretti, (t. G., in Ateneo Veneto, aprile-giugno 1891, 
p. 253-270.J 

Raguardare, con un solo (j sempre usò La Santa, Leti. I, 
nuni. 3 ; Yergogninsi li Pontefici e li Pastori, ed ogni crea- 
tura dell' ignoranzia e svperbia e piacimenti nostri a 
raguardare a tanta leggerezza ec. E sempre così il Leggend. 
pure dei Santi nella Vita di s. Colomba : Raguarda dunque 
nel volto mio, acciò tic mi conosca: ed ecco intanto un 
acciò senza il che, quando il p. Bartoli ne voglia far auto- 
l'itù, per la sua congregazione dell' impossibile.* Or ne verrà 
pure una volta in acconcio di citare qualche bel passo del 
nostro p. Nelli sanese domenicano, clie fra' satirici della 
mia patria teneva una volta il primo luogo ; ma non so, se 
da qualche tempo in qua egli l'abbia perduto. Veggasi la 
settima delle sue satire manoscritte, che l'abbate Pier Ja- 
capo Nelli, nostro gentilissimo amico e collega d'Arcadia, e 
della scena plautina cosi grazioso imitatore, e d'ogni più 



' Il Battoli intitolò im suo libro il xVon ai può. 



26 8i:coLO xviri. 

vasta erudizione fornito, presso di sé custodJBce, per tosto 
pubblicarle. Sci-iveva il Nelli contro certo frate Deo, dome- 
nicano puro di Siena, manco d' un occhio nel viso, di tutti 

due neir intelletto : 

Kajfuarclii, clic non ha 1' occhio mancino, 
K paro un cvan;,'ol di san (ìiorannl, 
Come Io legge il piote fiorentino. 

Volendo rius^;iro all'uso di quulclie prete di Firenze (an'die 
a" di nostri dalla (iorentina avarizia serbato) che per ispa- 
rammio* di cera, ordina al cherico, clie all'evangelio di 
s. Giovanni nel lino della Messa smorzi nell'altare la can- 
dela nel corno dell'epistola, onde resta quel vangelo con un 
solo lume dalla parte dritta. Il tante volte lodato p. D. Ber- 
nardo de' (Cavalieri, accademico della Crusca, e maestro di 
toscana eloquenza così ne' pergami che ne' suoi libri, nella 
vita del cardinal Tommasi al cap. 4, parlando dell* educa- 
zione datagli da' genitori: Bastava renderli attenti a ra- 
(juardare ed imitare ciò, che incessantemente tediano e 
ve deano. 

L'abbate Francesco Maria Cagnani, pastore Arcade ed In- 
tronato, che co' sudori di sua fronte ancor bionda sa colti- 
vare gli allori tanto malagevoli e rari del gran poeta amante 
di Bice, e di cui in più lecci d'Arcadia veggonsi incise le 
misteriose cantiche, senza ({uel piti che puoi vedere de* suoi 
Sonetti nella raccolta d'Arcadia, al tomo 5, nella seconda 
cantica del bel poema della Penitenza dice : 

Come la sposa orientai, coperta 
La fronte in parte da virgineo velo 
Cupida volge la pupilla aperta, 

Ch'ai cuor presiede, e col f'urtivo telo 
Mentre raguarda lo sdegnato amante 
Lo sdegno uccide, e ne discioglie il gelo. 

Dove questo misterioso cantore allude all' uso delle donne 
orientali di tener la faccia coperta, salvo un occhio per 
guida del camino, o altre azioni ; onde fu detto della sposa 
de' Cantici: In uno ocnlorum ttioynim vulnerasti me: e Cor- 
nelio a Lapide, con altri spositori, di tal velamento favel- 
lano, che pure anch' oggi presso que' popoli, tenacissimi 
conservatori degli antichi riti, vien praticato. 

]\Ia imbranchiamoci ancora noi tra coloro, che usarono 
questo verbo alla sanese, meglio che alla fiopentina con g 
raddoppiato. Ecco un sonetto nostro all'improvviso, com- 
posto in Roma in un festino, che il generosissimo sig. Leone 
Verospi apprestò a madama Paola Durazzo, uno de' più illu- 
stri esemplari della bellezza italiana de' giorni nostri. Il pen- 

* Eiaparmio, 



GIROLAMO GIGLI. 27 

siero è sopra un certo stravagante oriolo, che in una ca- 
mera quivi si vede : 

Io vidi sotto illustre alta niagiono 
Il Tempo travestito a pellefcMino, 
Ch' in volto umile, ed a ginocchio chino 
Distinguo l'ore in recitar corone: 

E, passando con troppa divozione 
Ad ogni quarto d' ora un bottoncino, 
Come s' ogni Ave fosso un mattutino. 
Dissi : Ecco un oriolo Don l'ilone : 

E perchè Paola a ra;funr<lar talora 
Stava tal' ingegnosa ippocrisia, 
A lei gridai : Fuggi di qui, signora ; 

Mentre dice costui l'Avo Maria, 
Rubba, uccide, distruggo ; e forse ancora 
Qualche bellezza a te può portar via. 

Questo sonetto non fu ammesso tra gli altri miei nella 
raccolta degli Arcadi, trovandosi che la chiusa appoggiava 
sul falso ; poiché, non solo il tempo non rubbò, nò in quella 
sera, nò in quel mese, nò in quell'anno bellezza alcuna alla 
signora Paola, ma sento che, da tre anni eh' io non l' ho ve- 
duta, sia fatta assai più bella d' allora, come vedrai dal suo 
vivacissimo ritratto, che nella ventarola espressiva d'Amore 
romito son giusto adesso per pubblicare. 

E finalmente, non pure i Sanesi, e coloro che del dia- 
letto sanese s' accordano all' armonia, ma il Boccaccio me- 
desimo usò talora raguardare con un g solo. Nella novella di 
Sofronia : Non vagì' ar dando, che ab eterno disposto fosse ec. 
ed altrove : e raguardatore pure, come osserva il Salviati 
nel citato libro, voi. I, part. L E nella stessa guisa il Passa- 
vanti nel cap. 5 della Superbia : Raguarda tutti i superbi^ 
e confondili. Vedi anche Pietro Crescenzio, lib. X, cap. 16. 
Nondimeno i compilatori del Vocabolario non posero che 
raggnardare ; poniamo che in due modi dovessero indi- 
carne l'uso, come fecero iX\ provedere e provvedere, ej^ro- 
entrare e proccurare, e &' officio, e t(,fficio, e ufi zio e uf- 
fìzio; ed il buon padre Rogacci, per non far liti, nella sua 
dramatica num. 349, al Vocabolario vuole adulare. Ciò fu 
latto, credo io, a piacimento del Salviati capoparolajo, il 
quale nel citato luogo dice, che dalle buone orecchie il ra- 
gnardare, il camino, V abbate, non si può soffrire: e pure 
il tanto lodato autore del Dialogo del Fosso di Lucca e del 
Scrchio, e dell'altro Dialogo del Filofdo, che nell'accade- 
mie lucchesi tanta cultura mantiene per Y idioma grazioso 
e puro e autorevole di quella città, dove si ha tanto de- 
licato timpano per la favella, quanto a Firenze, e dove non 
si vede che le sopradette pronunziate voci stroppiate ca- 
gionino all' orecchie lucchesi delle posteme, come teme il 
Salviati che possa accadere all'orecchie de' Fiorentini : egli, 
dico, r eruditissimo Matteo Regali caro amico nostro, quello 



2X 8i:C0L0 XVIII. 

smod.'ifo r.'uUIoppianicnto di coiisonanfi in aloune voci, u 
K(li)pI)iaiiieiito laluia, non riceve nello consonanze del ben 
parlare, tutto che fra tante voci il nostro rafjuardare non 

si sia avvisato di porre: ondo bisognerà < /" .ii-e cIkj 
tutto il rimanente del mondo abbia roroccliic e, men- 

tre veruno, da' liorentini in luora, a modo del Salviati cosi 
pronunzia. 

Legf?este mai ciò che si riferisce da Celio Rodigino degli 
a})itanti di eoit' isola indiana chiamati Cubitelli^ Costoro non 
sono i)iù alti ili un cubito ; ma fur(jno forniti dalla natura di 
cosi grandi oi'occjiie, che sopra di ima si distendono e coll'al- 
tra si cuoprono, di modo che abbiano le orecchie al bisogno 
per letto ed al bisogno per tavola, e fra di loro addivenga, che 
il senso dell'udito faccia a compagnia d' ullizio col senso del 
gusto e del tatto : ed anzi servono loro le orecchie per 
casa medesima, tanto che cento Cubitelli uniti insieme com- 
pongano una terra, e mille di loro con mille paja d'orec- 
chie una città. Cotali oggidì sono i Fiorentini : e parlo pei- 
sinegdoche usando il nome del tutto per la parte, cioè quello 
della nazione, per altro da me riverita, per la parte infa- 
rinata da me riverita pure, benché al giudizio letterario 
riconvenuta. Sono eglino rimpiccoliti in tutto il corpo poli- 
tico ; e poiché (come dice il Villani al cap. 35 del quarto libro) 
essi distesero sempre i loro confini più colla forza che colla 
ragione^ fu ben dovere che fossero loro, già sono due se- 
coli, tagliate quelle braccia, che avevano con tanta violenza 
allungate ed aggravate sopra le vicine sorelle nazioni ; e 
che fossero altresì tagliati loro i piedi, onde conculcarono 
e le potenze sorelle e le vicine, e talora Y autorità della 
santa Sede romana, con cui rappacificogli la nostra Santa. 
Pertanto oggidì non è loro rimasto dell'antica denominante 
corporatura altro che quelle grandi orecchie, che par loro 
avere cosi bene organizzate meglio degli altri ai giusto 
suono dell' Italiana favella ; e con queste orecchie loro si 
compiacciono con tanto senso, e vi si distendono sopra con 
tanto diletto, che qualche grave autor morale, stima possa 
darsi ne' Cruscanti d'oggidì la molli zia auricolare; e con 
queste orecchie finalmente vorrebbero rinvogliere* e co- 
prire e fasciare tutta l' altra letteratura, e fare un regno, 
per quanto potessero, da per tutto. 

E di fatto voi osserverete in Roma (il che puote a molti 
altri paesi applicarsi) tale abbatucolo scarpinello del Casen- 
tino, cui fece la prima chierica il trincetto di suo padre, 
tale abbatucolo, dico, imballato poco fa dal Mecatti vettu- 
rale da Pampalone per contrappcsare il basto d' un mulo 
del carico di quattro colli di baccalà, che sta leggendo a 
Montecitorio un editto volgare della camera apostolica, e 



Ravvolgere, 



GIROLAMO GIGLI. 20 

badando nella firma, che v'ò segnato il Cardinale camar- 
icncfo, che camarlingo secondo la Crusca vorrebbe dirsi, ca- 
vandosi di saccoccia non so che poca di sinopia, con cui 
soleva a suo padre ciabattino ajutare a tignere i tacchi delle 
scarpe, prendere a correggere per carità i barbarismi came- 
rali. Indi, sentendo che il cianiniellaro vende le ciammellc 
senza b, e che le sono calle calle, ma senza e?, vorrebbe, 
per quanto possa, tenere a compagnia d' ollizio T orecchio 
armonico lìorentino collo stomaco suo digiuno romano ; lin- 
cilo risolve di mangiar, con protesta di non acconsentire alla 
cottura della farina romana male all'abetaia, se non in quanto 
il caler grammaticale lìorentino gli possa separare nel chilo 
la cattiva ortografia, e lievitare con fiorentina fermenta- 
zione la mal fermentata pasta romana. Ma che dico dell" ab- 
batucolo imballato colla condotta ? ^ e' v' è queir altro venuto 
in groppa del bardotto de' vetturali, queir altro venuto nella 
bai'ca. K doppo Tabbatucolo, v' è il fratiiculo, il dottoru- 
culo, Tavvocatuculo, il maestruculo di casa, senza {jiie' mi- 
serabili venuti col bordone, e quegli altri col !)otteghino 
da reni della Madonna che muove il capo, o col botteghino 
di s. Antonio, colla cagna legata da fare i salti a piazza 
Navona, ut capiat stolidum ìneriloria bolina vulgus^ che 
ha la virtù di saper conoscere al sito ne' circoli coloro che 
sono di Siena. 1^] quell'altro che racconcia i denti guasti, 
e che vende un unto per la gola da far tornare la gorgia 
agli oriundi di Fiorenza, benché ne manchino da quattro ge- 
nerazioni; onde grida nuovamente il satirico antico: Quota 
portio fiiecis Arhe(v. ? 

Poter di Dio ! tutto lo scolo di Mercato Vecchio e di Guai- 
fonda, et quidrpiid mejens natura creavit in Firenze (come 
disse r altro gran satirico moderno, il quale cuìu Jiivenale 
tonai), s' è volto ad inondare questo così bel paese. Clio 
fatei* che non serrate la Porta del l'opolo ^ che non alzate il 
ponto levatojo di Tonte Molle ? K come si ha tanta cura di 
alzare degli argini contro le Chiane di Chiuci, acciocché il 
trabocco di quelle acque non faccia uscire il Tevere dal suo 
letto, e non ci è provedimento di tenere indietro (luesf inon- 
dazione di succida e puzzolente gorgia fiorentina, che cava 
oramai del suo letto tutta Roma? Pensate! La piena è già 
venuta, la mota è già entrata por tutto ; ed ognuno, in cam- 
bio di spazzarla da casa sua, ha piacere di guazzarvi den- 
tro. Manca un servitore ad una famiglia ? bisogna pigliarlo 
fiorentino, perchè egli sa fare ogni cosa, come de'grechetti 
de' tempi suoi diceva il sopra citato Giovenale : 

Qiioiiivis honiiiiein seenni attulit ad iios 
(iiainmaticus, rlietor, gcoinotrcs, pietor, aliptes, 
Augiir, schcnobates, medicus, magiis, omnia novit. 



Nel carico condotto dal vettnraJo. 



I 



60 BRCOLO XVIIT. 

E clie ha fatto quest* inondazione ? Omnis pulvis terra 
rrrsKs est in sciniphcs : Kxod. rap. 8, num. 17. Costoro 
sono fatti come lo zanzare infestatnci d' Kgitto. Voi non vi 
porrete op^gimai in Roma ad una tavola imbandita, elio non 
vi sentiato stiirl):iti i bocconi da (nicsto zanzare venute ad 
intendere so si pai-Ii in qu(?l convito in contral)bando alia 
brusca. Voi non v'assetterete alla toeletta d'una dama, che 
non vi troviate due nojose zanzare cicisbee, venute a ri- 
conoscere se tutti i vocaboli del mondo femminile ricevuti 
da Parigi e da Londra sono registrati nel Dizionario fioren- 
tino: e con questa occasione scire volunt secreta domus, 
atque inde timeri. Voi non vi presenterete ad un tribunale, 
che non sentiate opporvi il significato non giusto d' una pa- 
rola espressa in un contratto, e prodursi il Vocabolario della 
Crusca, preteso da' Fiorentini il vero testo de verborum si- 
(jnifinntione ; poniamo che dalla sacra Ruota romana fosse 
pronunziato, dovere ugualmente attendersi le voci sanesi e 
di altre toscane nazioni ben parlanti, e non sempre al testo 
parolajo fiorentino dovere aversi fede; e simil conto ne abbia 
latto la Congregazione della visita delle carceri in (juest'anno, 
allorché, ritrovando carcerati nelle carceri nuove un sanese 
ed un fiorentino, per essersi notabilmente percossi a cagione 
di una parola, che l'uno pretendeva essere offensiva, l'altro 
no.... Fin qui era io giunto nella stesura dell'istoria di questa 
rissa parolaja, quando, entrato nella mia stanza all'impro- 
visa uno di quei molti amici miei, cui non si tien portiera, 
volle vedere a che voce arrivato fosse il Vocabolario, e ciò 
che in essa si diceva. Sodisfatto che ei fu, presomi per mano 
mi disse: Amico, tutto va bene, ma permettetemi, per vostra 
istruzione, che io vi conti una novella, che fra le Cento an- 
tiche è r ottantesima nona. Dite pure io replicai ; ed ei : — 
Si trovavano di brigata ad una cena molti cavalieri, fra quali 
uno ve n'era, che averebbe fatto a ciarlar col Gatta, e con 
voi quando eravate in disputa frullonica. Questi intraprese 
a contare, terminata la cena, una storietta che non veniva 
mai a fine; perlochè i servitori, che aspettavano d'esser 
licenziati per andare ancor essi a cena, stavano impazienti 
desiderando il termine, contuttoché ella fosse graziosa assai 
e piacevole ; ma, non vedendosi alcun principio per questo 
fine, uno di essi, che forse più affamato o goloso era degli 
altri, chiamato a nome il cavalier favellatore, gli disse : 
Signore, colui che v'insegnò codesta storia, non ve la inse- 
gnò bene. E perchè? domandò l'altro." Perchè, risposegli, 
non v'insegnò a finirla. Risero tutti, e così terminò la sto- 
ria. — Or io non vorrei che fosse detto cos'i a voi, che non 
raguardate punto a finir la vostra diceria su la voce ra- 
guardare. Risi ancor' io, non per la novità della novella 
che già vedut' avea, ma per la proprietà dell'applicazione : 
onde, per fare che questa avesse 1" esito simile alla facezia 
del servo, replicai : Tronchiamola dunque qui per compia- 



GIROLAMO GIGLI. 31 

cervi ; ma quanto alla cena sarà meglio che io venga a 
farla da voi, che 1' averete migliore. — (Dal Vocabol. cale- 
riniano, ediz. di Manilla, pag. 250.) 

Bacchettoneria e Cupidigia. 

Sapino.^ di casa, signora nonna. 

Mad. Pernella {alla finestra). che miracoli, signor ni- 
pote ! avete bisogno di qualcosa, eh ! 

Sap. Di vedervi e salutarvi. 

Pern. M'avete veduta questa mattina. 

Sap. Ma adesso vengo a vedervi, forse per l'ultima volta. 

Pern. Come dire, lìgliuol mio? Aspettatemi, ch'io vengo 
a basso. 

Valerio. La vecchia è assai accorta. 

Sap. ISIa, per altro, è poi tenera. 

Yal. Dissimulate. 

Pern. {sulV nscio). come dire, per l'ultima volta? 

Sap. Signora nonna, oggi l' aria è assai cruda ; sarò a 
servirla su in camera. 

Pern. No, no ; non ho nò pure rifatto il letto, ed ho tutte 
le mie ciarpe in disordine. 

Sap. Staremo in sala. 

Pern. Nò meno ; stava appunto facendo appicciare il fuoco, 
ed a cagione del camino stretto è ogni cosa piena di fumo. 

Sap. Entriamo almeno sul ridotto. 

Pern. Nel ridotto ci è adesso Menica che spazza; e ci si 
accieca dalla polvere. Or dite un poco, nipote mio, o come 
a dire, per l'ultima volta? 

Sap. Mi sono accorto, benché tardi, esser alquanto in- 
dietro negli studi ; onde prima di avanzarmi da vantaggio 
neiretà, penso di portarmi per qualche tempo sollecitamente 
a Parigi. Cos'i ho ricevuto da mio padre l'opportuno con- 
senso ; e mi restava solo d' abbracciare la mia cara signora 
nonna, e baciarle per l' ultima volta le mani. Ella è già 
inoltrata negli anni, ed io penso trattenermi colà qualche 
tempo por studiare la filosofìa, le leggi, le matematiche, 
con qualche principio di nautica. 

Pern. O che voglia t' è venuta ora d'addottorarti ? Ah, 
figliuolo mio, mi vuoi lasciar sola, eh? ah, ah, ah! lo non 
ho in questo mondo altri che te, e quando ti vedeva, mi 
pareva appunto di vedere la buon'anima di monsù Sape 
tuo nonno e mio marito, del quale tu porti il nome. Diceva 
bene don Pilone.... 

* Sapino. figlio di Hiionafedc, è stato cacciato di casa dal padre, per 
aver svelato lo tiirpitudiiii di don Pilone, allo quali Buonafede, accecato, 
non ciede. Sapino è deliberato di allontanarsi dalla patria, e l'amico suo 
Valerio lo ajuta dandogli intanto trenta luigi d' oro, ma Sapino vorrebbe 
ottenere qualche cosa anche dalla nonna, madama Pernella, anch' essa 
bacchettona e fidente nella virtù dell' ipocrita don Pilone. 



32 fiECOLO xviir. 

Sap. E elio dicova colui ? 

Val. (a parte). Moiisù Sapiiio, tiiri-sunuiaic 

Snp. (Potere, diavolo !) 

Prrn. Che non m'attaccassi mai a nessuna cosa di que- 
sto mondo. 

Sap. Se mi amafx», si^mora, permettetemi volentieri (|ue- 
sto via;jr<(in, da cui son per ritrarno tanto profittai. 

l'crn. Che occoi-re stare a via;/;:jiai-f; ? Hai roccasioiK- 
in casa, e non te ne sai servire I 

Sap. Come ? 

rem. Oli don Filone non te le insegnerebbe tutte quell» 
cose che vuoi impai-are ? 

Sap. Don l'ilone m'insegnerebbe.... 

Val. (Dissimulate.) 

Sap. (I*<'ti*re!) Don Filone m'insegnerebbe piuttosto dell»' 
cose appartenenti allo spirito ; che di queste materie non 
ha studiato giammai. 

Pcrn. Se non l'ha studiate don Filone, bisogna che non 
sian cose da studiare. 

Sap. Ha acconsentito ancor esso che io me n'esca di casa. 

Pern. Com'è stato d'accordo esso, vattene, figlio mio, 
che farai bene. 

Sap. Anzi, perchè io non sapeva staccarmi da mio padrf, 
egli m' ha fatto uscire di casa per forza. 

Peryi. Oh vattene dunque, e non indugiare. 

Sap. Sta pronta la carrozza e le camerate, e solo mi 
resta il ricever da voi la benedizione, con qualcheduno 
de' vostri abbracciamenti e de' vostri ricordi. 

Pern. Ah, Sapino mio, tu mi faresti piangere ; il cielo 
ti benedica e ti accompagni : e se mai non ci rivedessimo, 
to', eccoti un bacio ; tientelo per amor mio : e sai, dal mio 
marito in qua, tu sei il primo che io abbia baciato. 

Sap. Né pur io posso tener le lacrime ; e se non era 
per commettere un termine d'inciviltà, certo che mi sarei 
partito senza vedervi, per non provare il dolore di questa 
durissima divisione : datemi dunque qualche ricordo. 

Pe7'n. Che tu sia buono, e che tenga conto de' tuoi danari. 

Sap. Quanto al primo, guarderò sempre che le mie azioni 
corrispondano sempre alla mia nascita; quanto al secondo, 
i danari mi daranno poca sollecitudine, perchè il signor pa- 
dre me n' ha dati con troppa parsimonia. 

Pera. Mostra un poco; quanti te n'ha dati? Veramente 
bisogna compatirlo : cotesto di voi altri figliuoli sono spese 
superflue, ed è meglio che gli spenda in benefizio dell'anima, 
in quelle cose che dice don Pilone. 

Val. (Monsii Sapino, dissimulate.) 

Sap. (Potere!) 

Pern. Mostra un poco, di grazia. 

Sap. Eccoveli, signora: son luigi nuovi di zecca; e questi 
dovrei piuttosto serbarli per un bisogno. 



GIROLAMO GIGLI. 33 

Pern. Sicuro, figliuol mio, questi non voglio che tu gli 
spenda {gli prende), e ne terrò conto io per quando tu torni ; 
perchè, per grazia del cielo, son sana e lesta, e spero 
d'averti a rivedere, sai. 

Sap. Diceva per un mio bisogno, quando sarò a Parigi. 

Pern. No, no ; non voglio che tu gli spenda ; sarebbe 
un peccato. 

Sap. Ma se non ho altro, signora. 

Pern. Manderò a dire a mio figliuolo che più tosto ti dia 
tanta moneta spezzata. Non ti dubitare. Del resto, percln"; 
tu veda quanto t' ho voluto bene, ti voglio accompagnare 
con un mio dono, che ricompenserà il valore de' trenta luigi. 

Sap. Saril per vostra grazia, signora nonna ; ma quel 
danaro ancora.... 

Pern. I danari vanno e vengono ; aspetta, aspetta, {torna 
in casa) 

Val. Siete pure imprudente ! Non vedete che la buona 
vecchia intenerita, vi vuol dare alcuna delle sue gioje, e 
forse quel prezioso diamante di quell'anello? 

Sap. Finora mi pare che m'abbia tolto i danari. 

Val. Che venga T anello, e non pensate ad altro. 

Pern. {dalla finestra). Sapete, è una cosa che tien poco 
luogo. 

Sap. Tanto più mi sarà accetta. 

Yal. K r anello senz' altro. 

Sap. Ve lo diceva, monsù Valerio, che mi amava tene- 
ramente ! 

Yal. Ve lo diceva, che voi dissimulaste ! 

Pern. {dalla finestra). È una gioja che avete a portar 
sempre addosso, e non bisogna cavarsela mai. 

Sap, Cosi farò. (È il diamante !) 

Yal. Avete fatto il buon colpo : sapete voi che vai du- 
ij^ento franchi ? 

Sap. Manco male ! Tutto debbo al vostro consiglio. 

Yal. Mal per voi se non sapevate dissimulare. 

Pern. {dalla finestra). Per una malattia, per qualsivoglia 
bisogno ; e ad altri che a voi, non 1' averci data a nessuno. 

Sap. Tanto più m'obbligate. Ma di grazia, ricordatevi, 
o signora, che la carrozza sta in ordine. 

Yal. Eh abbiate llemma. 

Pern. {vien fiiora tenendo roba sotto il grembo). L'ho 
qui sotto il grembiale, e non l'ho portata quasi mai per 
non la logorare. Dite un poco, indovinate che cos' è ? 

Sap. Venendomi dalle vostre mani, non può esser altro 
che un dono prezioso. 

^ Pern. E prezioso di certo. Oh so che adesso non pensate 
più a' trenta luigi, non è vero ! 

Sap. Quando così vi piaccia, potrete serbarmi quelli al 
mio ritorno. 

Pern. Staranno lassù sempre per voi. Orsù, nipote mio, 

IV. 3 



M SECOLO XVIII. 

sappifitonfì tcnor conto, o. mettetcvela alla prima osteria 
(l()\c andreti! stasni*a. 

Sajt. Anzi voglio inetternicia adesso, so mi «ta bone. 

reni. Vi sarà un pooo lun^a. Questa è la camicia che 
si cavò don Pilone la prima volta che albergò in casa vo- 
stra, e l'aveva portata tre anni, sonza cavarsela mui m.-ii. 
Fi;,^liuolo, so ne terrete conto, andrete aceonipa/^MiafM con 
una gran divozione. 

Sap. Ali vecchia barbogia, vecchia interessata, vecchia 
pinzochera falsa, ancora voi ! Monsù Valerio, m'è scappata : 

Val. Sarebbe scappata ancora a me. (via) 

Pern. Ah, meschino a voi ! Avete certamente qualche 
demonio addosso, che nel toccare le cose buone s'è risentito. 

Sap. Un demonio addosso l'avete voi, che è l'interesse 
maledetto e l'ipocrisia; e non so chi mi tenga.... 

Pern. Ajuto, ajuto'. Monsù Sapino è spiritato. Ah, nipote 
mio, fatevi scongiurare prima d'andar via, e non vi met- 
tete a viaggiare in questo stato. 

Sap. Facciamola finita, rendetemi quelle monete. 

Pern. Oh questo poi no, che le gettereste via, voi che 
siete spiritato, perchè da una parte ci è la. croce. Addio, 
addio {via). 

Sap. Madama Pernella? Monsù Valerio? Perduti i quat- 
trini ! perduto l'amico ! Or vadane finalmente la vita, e quanto 
ne può andare. 

(Dal Don Pilone, atto II, se. li.) 



ANTONIO VALLISNIERI. 

Nacque a Trasilico di Garfagnana nello stato di Modena il 
3 maggio 1G61 da padre medico, e ne continuò la professione, ag- 
giungendovi però più particolarmente gli studj di storia naturale, 
ne' quali riusci eccellente. Insegnò medicina pratica e teorica a 
Padova (1700), occupando le vacanze in ricerche e viaggi scien- 
tifici, specialmente intrattenendosi sui vermi e gli insetti, conti- 
nuando e perfezionando per tal modo le sperienze del suo mae- 
stro Malpighi e del Redi e distruggendo colle sue osservazioni 
tanto nel regno animale quanto nel vegetale, l'ipotesi della gene- 
razione spontanea. Onorato dai regnanti di quel tempo, desiderato 
da corti e da università, ascritto ad accademie italiane ed estere, 
celebrato dai dotti, fra i quali citiamo il Buffon e il Leibnitz, non 
volle mai lasciar Padova, dove aveva pur incontrato tal volta 
avversioni e persecuzioni per la novità e libertà del suo metodo 
e delle sue dottrine, e dove morì ai 18 gennaio 1730. Scrisse, con 
dottrina e acume, di geologia, di fìsica, di botanica, di anatomia, di 
scienze naturali, precedendo in molti punti le moderne dottrine. 



i 



ANTONIO VALLISNIERT. 35 

rispetto in specie alla parassitologia. Le sue scritture sono motlelli 
non solo di scienza, ma anche di evidenza, chiarezza e briosa 
eleganza. Tutte quante col titolo Opere fisico-medicìie stampate 
e manoscritte, raccolte da Antonio suo figliuolo, furono edite a 
Venezia dal Colcti nel 173:5, in 3 voi. in f. Nella Biblioteca di 
Modena si conserva, come afferma il Tiraboschi, un volume di 
Lettere di uomini illustri a lui indirizzate. Alcune lettere sue fu- 
rono sparsamente pubblicate : p. cs. da A. F. per laurea Gaspa- 
rotti, Padova, 1873; da U. Livi per nozze Mala fjola- Pi gnocchi, 
Bologna, 1878; da C. Feruari per nozze Modona-Levi, Reggio 
Emilia, 1881; da G. K. Zava per nozze Mori-Cini, Treviso, 1884; 
le Dodici lettere inedite pubblicate e illustrate da G. BuOGNO- 
LiGO, Foggia, Pascarelli, 1895, sono assai notevoli per arditezza 
di dottrine e libertà di parola, sì da far desiderare che si raccolga 
intero il suo carteggio scientifico. 

IVedi per la biografia e bibliografia la Vita premessa dal Ui 
Porzia alla raccolta veneziana delle Opere; il Tirarosciii, 2ii- 
Itlioteca Modonese, V, 322; il FabroNI, Vitae Italor., VII, i); 
I'Ugoni in Tipaldo, Biogr. del sec. XVIII, III, 4G0; L. CONFI- 
(;ltaciii. Discorso intorno agli scritti di A. V., Padova, Semina- 
rio 183G, ec] 



L' Estro dei poeti e l'Estro degli armenti. — E l'Estro, se- 
condo i poeti, un certo furore, die ^li agita e rapisce come 
fuora di loro stessi, sforzandogli a cantare cose pellegrine 
e rare, e infìno superanti V umana natura. Quindi è, che lo 
chiamano alcuni sacro : altri, perchè qualche volta esce 
da' limiti del buon costume, lo dicono cieco, violento, or- 
ribile, e finalmente quando sono invasati da questo, e pos- 
sono veramente allora gloriarsi d'essere poeti, l'onorano 
anche col titolo di laurigero 

Mi l'arò lecito riferire ciò, che intorno allo stesso ho ri- 
trovato in un logoro manoscritto d' un antico pastore. . . . 
Scrisse duncjue il buon vecchio, che si gloriava anche esso 
d' essere seguace d'Apollo, 

Sive lyrat cantua, medicaa eeu diaccret arlea, 

non essere V Estro Poetico medicamente spiegato, che una 
forte, ma regolata agitazion degli spiriti, fattasi o per 
un'interna fermentazione, o bollimento de' nostri fluidi, posti 
in un estraordinario moto da qualche cagione non naturale 
(medicamente intesa) o dalla fantasia, che fa violenza agli 
organi, de' quali l'anima si serve per formare le idee, in- 
crespandosi e movendosi con tanta e sì strana forza le 
fibre, che vengono spremuti e commossi con maniere pel- 
legrine e insolite tutti gli spiriti, che sono destinati alle 
operazioni della suddetta: onde allora i poeti formano anche 



30 6KC0L0 XVIII. 

ideo maravifjlioso e rare, riscaldandosi l'immaginativa e 
liraiido^rii a forza come fiiora di loro stessi : di maniera cliu 
(|UJikh(; volta in persone deboli, o di pasta troppo dolce, o 
tropi)o lml^^'l^lente afluticate, tanto s' infiamma col tempo 
o. si perverte dallo stato suo placido e naturale, ehe si vi- 
ziano un'atto le fibre del loro ef^rvello, e si fan pazzi. Quindi 
ò (segue il buon pastore, dichiarandosi di non parlare di 
(|uei del suo secolo), clie avca udito dir da' più vecchi, e letto 
ancora ne' suoi antichi annali, come molti celebri poeti, 
erano all' impi'ovviso divenuti pazzi o maniaci, facendo con 
rossore di quest'ai'te nobilissima e sacra, adoperata nel loro 
lin{,'uaggio insino dagli Dii, facendo, dico, parere in alcuni, 
essere fjualche volta la poesia una bella e gentile disposi- 
zione alla pazzia. Parla, con eccezione sempre de" savj, ma 
solamente di chi non ha gran fondo di materno senno, o 
non ha una naturale saldezza di cerebrali fibre, restando 
in quegli entusiasmi e empiti violenti, troppo sforzate e 
qualche volta perpetuamente viziate. Al contrario, sog- 
giugne, quando i poeti sono di soda tempera, o da un forte 
e retto giudizio regolati, con quella insolita violenza degli 
spiriti, e con quel gagliardo increspamento di fibre produ- 
cono idee così nobili, e sopra il vulgo degli uomini innal- 
zate, che creano il mirabile in chi gli ascolta, strascinano 
gli uditori con loro stessi fuora di loro, gli sollevano in alto 
e gli trasportano senza avvedersene in un certo beato di- 
letto, che dimenticati d'essere in questo mondo, restano 
come estatici, e si fermano attoniti 

L'Estro di cui favelliamo è senza fallo derivato dairp:stro 
de' naturali filosofi. Imperocché, come abbiamo nelle antiche 
favole, bramosa Giunone di sbrigarsi afifatto d'Io già trasfor- 
mata in vacca, fece che una Furia balzandole addosso in 
forma d' Estro, ossia Assillo, talmente la molestasse, ch'ella 
smaniosa e furibonda andò lungamente per molti luoghi gi- 
rando; il che tutto conferma Plinio, come sapete. 

È dunque V Estro, conforme i naturali storici, un ani- 
maletto volante, il quale fu detto dai Greci Oestros dal 
suono del volo, o dall' eftetto che produce, quia furorem, 
quem Oestron vocant, animalibus, quae persequitur, in- 
ducit, come fu scritto. Da' latini fu chiamato Asilus, dai 
toscani Assillo, da alcuni scrittori malamente Tafano, e 
da' nostri villani col vocabolo dei latini e dei toscani cor- 
rotto, Asiolo. È alquanto maggior d'un moscione, noioso 
molto a' buoi i quali pugne asprissimamente, e che temono 
quasi più, che qualsivoglia altra ferocissima bestia. Molti 
poeti antichi lo conobbero per quello ch'egli è, e se ne ser- 
virono per maledizioni o per espressioni d" un'insolita e 
molesta agitazione degli spiriti. 

Chi se n' accende, 
Divenga toro che l'assillo stimoli; 



ANTONIO VALLISNIERI. 37 

(liceva in una sua eglof,^a Lodovico Martelli : ed il Guerini, 
volendo esprimere la lierezza d' uno, scrisse : 

Feroce sì, clic par eh' abbia l' assillo ; 

che il Pulci nel Morgante, in altro senso, con assai inge- 
gnosa similitudine espose, dicendo : 

Quanti ne pugne, par eh' abbian l'assillo. 

Il che par tolto da un vecchio proverbio del nostro vol^'^o, 
che per esprimere il vizio d'un uomo, o d'un lanciullo, che 
mai non stia termo, dice: Pare, che nhhia l'Asioio indosso. 
GT ingegnosissimi e politissimi fiorentini per ismaniare 
per puntura d' assillo, dicono assiliai^e, e metaforicamente 
anche di coloro, che baccanti danno nelle furie, quasi fe- 
riti da (luella terribile bestioluzza. Così Dante scrisse, die 
quella Mosca fece assillare Uberti e Amidei; ed il citato 
l'ulci nel Morgante : 

E parvo un toro bravo, quando assilla. 

È ben però vero, che nessuno si piccò mai nò si prese 
pena alcuna di cercare qual maniera d'animale fosse costui, 
d'onde tirasse i suoi natali, e come poi facessp a stimolare 
SI acutamente e a tormentare fino alla rabbia gli armenti, 
ponendo in fuga non solamente le vacche e i pigri buoi, 
ma (jualsivoglia più atroce toro: anzi al solo sentirlo fischiar 
per l'aria, ognun di loro si raccapriccia, avvilisce, e un cos'i 
subito terror lo sorprende, che confuso, inquieto, appassio- 
natissimo, procura ogni scampo, e come acciecato, senza ri- 
tegno alcuno, fugge e precipita per diritto e per traverso 
iiisino giù dalle balze più spaventevoli. Senta Oppiano tra- 
dotto dal greco : 

Già de' lieti pastor, de' dolci paschi 
Nulla euran, trafitti; e l'erbe vcidi 
Lasoian, indi le stalle, e in un gli arnionti. 
Infuriano per rabbia, e star non pouno 
Lungo il mar, presso ai fiumi, infra le valli, 
E nò men dentro i cavernosi sassi. 
Enipion lo selve ognor d' alto muggito ; 
E da crudele stimolo sospinti 
Saltan pei campi furiosi, e vanno 
Torcendo il piò con minaccioso orrore. 

Ne contano tutti i pastori funestissime storie ; e non va 
guari, che a me narrarono che un assillo gittatosi a vista 
di molti sul dorso d'un bue, che unito a tre altri tirava un 
carro ponderoso molto, fu cagione che si posero tutti e 
quattro in sì ruinosa fuga, che giunti a un fiume vi si get- 
tarono dentro precipitosamente d' accordo. E pure fuora di 
questa strana occasione, si lascieranno ben uccidere sulla 
ripa o sull'orlo di qualche precipizio i cauti buoi, ma non 



38 SECOLO XVIII. 

si farà ^Miiiinnai elio vi t)alzino con (jucl ricco oi^o^ìn,, c.in 
nui assaliti dall' assillo vanno senza sapcn^ «Jovo vadano, •; 
incont I-ano inflno la morto. In una llora di bnstiaini, che 
in un luo^o su' nostri monti di Iteg^io dett^j Vtvv//'^ poci 
fa si fece, volarono alcuni assilli, che sentiti ronzar por 
l'aria da' suddetti, boncliò lo^^ati e co* loro " ' ' 
incominciarono prima a fremore, poi a dibat 
monte contorcorsi, (; in Hno con orrendi mug^Mti a tentar 
la fuga con tanto impeto, anzi furore, che in un batter 
(rocchio nac(iue uno scompiglio terribile, e con danno delle 
merci e de^li uomini irreparabile, tutto si sciolse in un 
tratto, resto libero e voto il campo, salvandosi ognuno noi 
miglior modo, che lo consigliava il timore e l'innato desi- 
derio di conservare la vita. In quella guisa appunto, che 
fuggono disperatamente le pecore la vista o gli urli del lupo, 
e le colombe il falcone, cos'i gli armenti, l'assillo o l'estro. 

Non v' è stato, per vero dire, alcuno fra* poeti o istorici 
greci, latini o toscani, che meglio di Virgilio nella sua 
(ieorgica abbia descritto il luogo, dove questi dimorar so- 
gliono, e gli effetti che fanno, ed il terrore che imprimono 
negli armenti, e insino il tempo, nel quale gli assaliscono, 
come debbasi procurare che non gli tocchino. Porto i suoi 
versi traslatati nella nostra volgar favella, benché non pos- 
sano aver giammai quella maestrevole grazia, che dalia sua 
divina Musa contrassero sino al miracolo : 

Là di Silari intorno a i cupi boschi, 
E d'Alburnio, che d'elei alto verdeggia. 
Molti stanno ad ognor volanti insetti, 
Cui Koma Assilli, ed Estri il greco appella ; 
Aspra turba, che un vii sussurro acerbo 
Forma ; e, da lei ferito, entro le selve 
Di spavento ripien fugge l'armento; 
Talché da i fier muggiti ognor percossa 
L' aria ne freme, e freraon le boscaglie, 
E dell'arso Tanagro ancor le rive. 
Già con tai mostri esercitò Giunone 
Gli orribili suoi sdegni allor, che giunse 
A meditar vendicativa e altera, 
Dell' Inachia giovenca il danno estremo. 
Da questi adunque (poiché son più infesti 
Quanto più ferve il giorno) or tu ben lunge 
Tieni il gravido armento, il quale ai dolci 
Paschi sia che tu guidi allor, che il sole 
Spunta novello in oriente, e quando 
Tornan le stelle a ricondur la notte. 

E qui mi piace di riflettere : quale intollerabile martirio 
è mai quello, che alle misere bestie apporta un così pic- 
colo volante, infamato da Virgilio col nome di mostro, scelto 
dall' ira di Giunone vendicatrice a gastigare la sfortunata 
Io convertita in giovenca? Bisogna pur credere, che im- 



ANTONIO VALLISNIERI. 39 

pi'inia un acerbissimo dolore, che muova spasimi di morte, 
^Macché per isTuggirlo, o nulla (luesta temono ovvero di 
buona voglia V incontrano. ISe la pecora fugge il lupo, e 
la colomba il falcone ; e aggiugniamo, se scappa dal cane 
la lepre, dal leone il cervo, e così parecchi altri destinati 
in preda a' più forti od a' più cauti, costa a tutti la vita 
r incontro degl' ingordi loro divoratori ; ma che un vilissimo 
assalitore insetto, incomparabilmente men forte, e migliaia 
di volte men grande dell' assalito, che non fa altro che fo- 
rargli la dura pelle, cotanto lo spaventi, lo turbi, gli faccia 
provare crudelissimi ed insoffribili tormenti, mi pare una 
cosa non all'atto indegna d'un vostro nobile pensiero. Anch'io 
esporrò il mio debole sentimento, quando accennerò il fine, 
per cui fora o trivella quel duro cuoio : non sentendo in- 
tanto volentieri, che i nostri amici poeti desiderino tutto 
giorno con ardore questo Estro, e sovente si vantino d'averlo 
in corpo: perocché voi vedete, come avvelena gli spiriti, 
come gli confonde, gli turba, e come maltratta coloro, i quali 
appena esternamente assalisce, e buca la loro sola pelle. 
Della nascita, della vita, e del fine di costui dissi qualche 
cosa nel primo de' miei Dialoghi fra IMalpighi e Plinio. . . . 
ma dirò molto più questa volta, avendo voluto rifare tutto 
lo osservazioni più al minuto. . . . Premetterò alcune os- 
servazioni, senza le quali non si può ben capire l'indole e 
il genio di questo insetto agli armenti sì formidabile ; dipoi 
passerò a descrivere il suo verme, la sua crisalide, e final- 
mente il volatile e i suoi costumi. 

I. Quando i bestiami dimorano sempre nelle stalle, o 
quando sono diligentemente ogni giorno stroppicciati, fre- 
gati e ripuliti colle stregghie di ferro, non patiscono certi 
vermi, detti da' nostri contadini Tavoli, che annidano, sepa- 
ratamente uno dall' altro, sotto la pelle, e dai quali a suo 
tempo e in luogo proprio incrisalidati, scappa l'assillo. 

II. Questi vermi non si veggono mai nelle gambe, o dove 
giungono a percuotersi colla coda, o colla lingua a lambirsi, 
ma sopra la schiena e ne' fianchi, e (lualche volta infra le 
spalle e nel collo, in qua e in là seminati fino al numero di 30. 

III. Non se ne osservano di sorta alcuna negli animali 
troppo pingui, o mal sani : nò se ne scoprono mai in quegli, 
che non sono stati forati dall' assillo, ponendovi appunto 
nel tempo della ferita l'uovo, dal quale poi nasce il menzio- 
nato Tavolo, verme, che resta sempre a nutricarsi dentro 
il tumore, come fa quello delle mosche silvestri dentro le 
galle delle querele, o altri vizj o punture o fenditure delle 
piante: potendosi appropriare a questi ciò che disse in altro 
proposito quel nobile pastore di Virgilio: 

animasque in vtilnere jìonunt. 

IV. Ogni tumore, dentro il quale annida il verme ha dal 
principio tino alla fine un foro nel mezzo, che si va poi 



40 BKCOLO XVIII. 

(lilu(:iii(l(>, (jiiiinilo il verino matura n<l ò virino arJ uAciro, 

corno fa appmilo la liorw.i d. " ■ ., nei Virtjmri. 

V. Noli H('inj)ro (!i<'sc<' «j . irlo o v<Tin«* «i perfo 
/ione, ma (lualchc fiata, o senza o con manifesUi cacone, 
niuoi'c e infracida. 

VI. Se passato ^Mii^mo, o insino alla metà in circa di 
Indillo, nelle bestie; che aÌ)itano le pianure viein** alnif*ii'> 
ai nosti-i monti (dove nell'amenissima ville;;f(iatui-a di «juesUi 
estate lio rifatte le osservazioni), i detti vermi dei loro tu- 
mori non escono, per l'ordinario muoiono Cquando peròsieno 
di (jnelle condannate all'aratro nei campi aperti), per li 
troppo cocenti ra^';,'i <lel sole, che ^di ucci(ìono ; ma (juando 
sono di libei'tà, e possono nei pascoli e nei boschi tirarsi al- 
l'ombra, scf,'uono a vivere, ed a suo tempo scappano fuora. 

VII. Se colle dita si palpa il tumore, si sente il verm<* 
star lento dentro ({uello, e potere per ogni banda a suo 
capriccio voltarsi. 

Vili. Cavato immaturo, se si tiene sopra la mano o si 
mette sopra una tavola, sta sempre immobile e pare morto, 
e solo con celerità si muove e da sé stesso fug^'e, quando 
è arrivato alla sua total perfezione, e cerca luogo di (juiete 
per divenii'e crisalide. 

IX. Quando si schiaccia o si spreme con forza il tumoie, 
e si fa schizzar fuora il verme molto immaturo, dilatandosi 
violentemente l'accennato foro, esce con essolui solo sangue, 
quando si faccia fuora più grande, viene accompagnato da 
un certo sugo bianco e viscosetto, non fetente, con copia 
minor di sangue ; quando è vicino alla maturità, esce col 
solo suddetto sugo e senza sangue; e finalmente quando 
è affatto maturo e da sé stesso fugge, nulla dal dilatato 
foro distilla, e poco dopo, senza danno alcuno dell' animale, 
salda e rammargina. 

X. Facendosi uscire collo stringere la base del tumore, si 
vede sempre uscire colla parte diretana avanti, dove sono le 
sue bocche del respiro, come dimostrerò nella sua notomia. 

XI. ISIa uscendo da sé, per andare a incrisalidarsi, esce 
colla parte davanti, come fanno tutti gli animali, quando 
sortiscono dal carcere del loro utero alimentatore. 

XII. Non allignano questi vermi negli armenti, che sono 
nelle pianure pingui o nei pascoli umidi, ma si osservano 
solamente in quei che abitano i monti, i colli e le pianure 
secche, e particolarmente dove sono selve o boschi vicini 
a quelle. 

XIII. Non se ne veggono per ordinario sopra vitelli, ma 
sempre sopra tori, vacche e buoi. 

XIV. Qualche volta se ne trovano nei cavalli, che vivono 
su luoghi montuosi e pascolano con libertà nei boschi e nei 
campi, né sono governati colle stregghie dentro le stalle, 
e, per osservazione del signor Redi, anche nei cervi, e forse 
jiei daini, nei camelli e simili salvaticlie bestie. 



ANTONIO VALLISNIERI. 41 

XV. giiuUe però, clie sono di Inumili e Colti peli arniate, 
sono esenti da costoro, benché ne alimentino poi di un'altra 
specie dentro il naso e infra le ossa della cavernosa loro 
fronte, come ho dimostrato in altro luogo; della quale gli 
armenti ne sono liberi per la lunga ed ispida lingua, con 
che facilmente detergono le uova deposte dentro l'orlo di 
(luello. 

XVI. Questi vermi non diuìorano più di nove o dieci 
mesi in circa sotto la pelle, nel quale tempo ingrassando 
e pasciuti sino alla lor perfezione, abbandonano il tumore 
da loro stessi, come si e detto nel i^i IX. 

XVII. Usciti, si ritirano sotto qualche minuzzolo di terra, 
e fra sasso e sasso, o si intanano dentro qualche buca o sotto 
leggiero e facile terreno, e colà si quietano, come fanno i 
vermi dei rosai, quei dei salci, del capo dei castrati, delle 
pecore e simili. Quietati, diventano crisalide, come fanno tutti 
i vermi delle mosche, delle zanzare e di tutti quanti gli insetti 
che diventano volatili; della quale finalmente, dopo qualche 
tempo, esce un nuovo assillo o estro simile ai genitori. 

Da tutte queste osservazioni premesse, io mi avveggo, 
che già col vostro sano intendimento voi comprendete una 
cosa, non mai dai nostri vecchi pastori nò osservata nò 
intesa, cioè essere T assillo o l'estro una rara specie di 
mosca, armata nel fondo del ventre di un acutissimo pun- 
giglione, con cui fora e trapana il cuoio a gli armenti, e 
depone, dentro il buco fatto, un uovo accompagnato da un 
agro e potentissimo sugo, clie irrita con intollerabili spa- 
simi i nervi, che tessono il medesimo, e lo guasta e lo cor- 
rompe in maniera, che finattantochò vi dimora il nato 
verme, mai più non rammargina, e vi resta sempre nella 
sua sommità uno spiraglio aperto, a guisa di listola mor- 
ì)osa, da cui riceve il benefizio dell'aria esterna per lo re- 
spiro, e di cui dilatato appoco appoco esce a suo tempo. 

Dall'uovo dunque posto dall'astuto animale colà dentro 
come al covaticcio, nasce quel verminaccio, che chiamano 
i nostri rustici non malamente Taralo, quasi Tarlo, pe- 
rocché in fatti, a guisa di certi tarli di legni verdi, si nu- 
trica di quel dolce sugo nutrimentoso, che da quella rosura 
distilla e geme. Cresce costui appoco appoco senza nota- 
bile danno della sanità deiranimale; anzi i pastori argo- 
mentano della sanità dello stesso dall' essere abitato dal 
detto verme, il quale dimora stabile in quel luogo tutto 
l'inverno, finché ingrandito incomincia a farsi vedere il tu- 
more, entro cui annida, crescendo anche esso tanto, quanto 
basta a conservare adagiato e comodo quell'ospite incle- 
mente sino alla destinata sua perfezione : alla quale giunto, 
esce da sé l'estate ventura, e cerca luogo di quiete, dove 
si fa crisalide, della quale poi finalmente si sviluppa, e 
scappa un alato simile ai genitori, che è V assillo o V estro 
de' naturali filosofi. 



42 Hìicoho xvin. 

(Isoiio, si traUione qualche poco, corno immobile o sba- 
loidifo, sopra o vicino la .spoglia del Vf-rciiio r-arcur**», «love 
riM (;liiii.so: si scarica poco dopo dì certi cscrcineiiti lluidi 
V jfialiicci : di poi cammina pian piano all'aria o al sole, 
dove dimora llnaltantociiò le .-ili e le parti tutte del corpo 
ancor tenere e molli s'indurino e si fortincliino : assicurate 
lo quali e preso flato, allarga le ali e vola. Cosi fanno 
tutti a suo tempo: dappoi nei luo;(lii ombrosi d'accordasi 
ritirano, cioè nelle vicine siepi o nei boschi o sopra querele, 
lezzi o roveri, come in parte avvisò pure nei citati versi 
(juel Ira' pastori pastor più saggio, Virgilio. 

Colà vivono, colà si nutricano, come le altre moscli«*, 
di sughi di Mori, di fi'utta, di piante e simili, e l\)vse di 
immondizie e sucidumi : colù, celebrano le loro nozze, e 
restano fecondate le femmine : le quali in l^le stato poste, 
stanno in agguato, se passa qualche toro o vacca o bue, 
e fischiando per l'aria, vi si lanciano con empito sopra, a 
guisa di fulmine, per forar loro la pelle, e deporre l' uovo 
già fecondato, o gallato, come si è detto. Ovvero, guidate 
da quello occulto incognito istinto volano in qua e in là, 
e a bella posta gli cercano, per celebrare, a favore dei po- 
steri, quella sì strepitosa faccenda. 

Temono costoro la rugiada ed il fresco della mattina e 
della sera, restando da quella bagnate le ali, e da questo 
intorpidite le membra; perciò non s' arrischiano a scagliarsi 
nò a tentare 1' assalto, se non quando il sole colle maggiori 
vampe riscalda l'aria, come ottimamente notò pure Virgilio, 
che negli interessi egualmente dei pastori che degli eroi 
sentì tanto avanti. Quindi è, che con savio consiglio per- 
suade a non condurre a pascere gli armenti, se non nell'au- 
rora nel venire la notte, nel qual tempo stanno acquattati 
e melensi, né s' azzardano alla grand' opera. Lo che trovo 
pure in Omero, dove narra che davano doppia mercede a 
que' pastori, che tanto di giorno quanto di notte pascevano 
i bestiami, cioè nella notte i buoi, i cavalli e gli altri armenti 
meno pelosi ; nel giorno le pecore, le capre e simili, i quali 
per la lunghezza de' peli sono sicurissimi dagli aculei do- 
lorosi degli estri. Cosi dunque traslatato dal greco in ita- 
liano saviamente ragiona : 

Ma quivi il buon pastor serapremai desto 
Doppia alla fine egli n' ottien mercede : 
La prima i buoi pascendo, e l'altra il bianco 
Velloso gregge : imperocché vicine 
Della notte e del dì sono le vie. 

Sono parimente noiosi, come la plebe ingorda e teme- 
raria delle altre mosche, ed escono sovente a stuolo alla 
terribile impresa poco avanti che piova: o perchè questa, 
non so come, antivedendo, pensino che le deposte uova 
ne' dorsi delle forate bestie non saranno cotte cosi subito 



ANTONIO VALLISNIERI. 43 

dall' ardente sole, e più sicure e più morbido con dolco o 
amica tepidezza resteran lomentate ; o perchè, essendo al- 
lora in quel torbido moto più agitati, saranno anche più 
commossi e meglio attuati e pronti i loro spiriti leconda- 
tori. Le femmine sole vanno armate del pungiglione : im- 
peroccliè sarebbe ai maschi inutile peso e ordigno ozioso, 
non servendosene mai per vendicarsi o difendersi, come 
fanno le api, le vespe e i calabroni, ma solamente per bu- 
care in quel tempo la pelle e deporvi l'uovo: la quale prov- 
videnza della natura vidi ancora osservata nel maschil sesso 

delle mosche mie de' rosai domestici e de' salvatichi 

Una volta, quando feci le prime osservazioni, non potei 
distinguere il pungiglione, o perchè forse quello che mi 
venne fatto vedere, era maschio, o perchè lo lasciai troppo 
inaridire, o perchè noi seppi trovare. L' ho finalmente tro- 
vato, e sta internato e nascosto negli ultimi anelli ; e m' è 
riuscito distinguerlo composto e artificiosissimo, come imma- 
ginava, simile molto a quello della mosca de' rosai, da me 
in altro luogo descritto e disegnato. Egli è formato di tre 
distinte parti, che tutte in un punto concorrono a questo 
strepitosissimo lavoro, cioè d' un canale, come d' un ovi- 
dutto, nel mezzo, che porta o guida e spigne V uovo nel 
destinato nido, e di due dentati ed asprissimi come trapani, 
che lo tengon nel mezzo, e gli fanno la strada, l'introdu- 
cono, e lo guidano, come per mano, dentro la pelle. Questi 
due trapani sono nelle parti laterali tutti armati come di 
piccoli coltelletti, che col taglio e colla punta feriscono e 
s(iuarciano: onde voi v'accorgete adesso, come quell'aculeo 
neir introdursi e nel muoversi che debbo fare, alzandosi ed 
allargandosi, ecciti intollerabili spasimi. Imperocché è ne- 
cessario che si lacerino le fibre e i nervi tutti, che tesson 
la pelle : il che non può farsi senza un atroce dolore. Ma 
(jucsto dolore dello squarcio delle fibre e de' nervi non è 
solo. Cola dietro al pungiglione, come cola dietro al dente 
della vipera e al pungiglione delle vespe, delle api e de' ca- 
labroni, una specie di mordacissimo veleno, che rabbiosa- 
mente irrita, ammorba e per così dire abbrucia quelle di- 
licatissimo file de' tronchi nervi, acciocché s'increspino e si 
ritirino, e non possano più riunirsi e saldar la ferita ; la- 
sciando colà, finché dura il verme, una specie di morbosa, 
incallita ed arida fistola, che deve sempre stare aperta, per 
r uso tanto necessario dell' aria che continuamente entra 
ed esce del luogo, o ricettacolo dell'uovo deposto, acciocché 
possa nascere, e nato respiri, viva e cresca. Penetra più 
oltre il sugo, a quella sola parte mortifera, ed arrivando 
sotto la pelle, fermenta co' sughi dell'animale e fa dilatare 
le insanguinate pareti: onde s'appiana, si prepara e s'al- 
larga una capace cavernetta all' ospite che debbo nascere, 
e nato nutrirsi della linfa, che suol portarsi a quella parto 
por irrorarla e alimentarla. 



i 



J I 8KC0L0 XVIII. 

VA odoniiYi giunto, senza avvoderiiKMic, a<l osporvi, o ri- 
verito pastore, lo ragioni, per Io quali tanto ricalcitrano, 
nìuffjfiscono, tn.Mnano, fti^^^'ono e dipperatamentf} s'appas- 
sionano, (juando sfnioiio <|tiel tristo romor<';.';^Mar per l'aria 
fieli' ussiilo ; e jiiii anr(>ra, <|u.'irnio lo provano piantai) sul 
loro florso : ni'jiitre non soianicnte ])rovano i' arguto dolore 
delia iacerazion»? delie nervose Bensibilissime fibre, ma finello 
ancora d'un aj^ro (; mordacissimo su;]^o, a fjuisa fli spirito 
«li zolfo o di vitriuolo ir-ritantr», e Stranamente fermenta- 
tore. — (Dal liaf/io/i/f/ftcnto sìiir Estro ffe' Poeti e deffli Ar- 
menti, diretto ai Custode gen^-rale d'Arcadia, inserito nel 
tomo I delie Opere di A. V., pa^^. 226 e segg., Venezia, 173.'!) 



IACOPO ANGELO NKLLI. 

Poco 8i sa intorno a qncsto comniedioffiafo BcncHC. Ettore Ro- 
magnoli, biografo degli illustri suoi concittadini, lo fa nato nel 1070 
V. morto di novantasei anni nel 17<'»0, ma il Pccci, suo contempo- 
raneo, ci dice elio mori di novantaquattro anni ai l'I gennaio 17<*7, 
Sappiamo de'fatti suoi, che nel 10U4 recitò neil'Accadinnia dei fisio- 
critici una Orazione panegìrica di san Giustino, e nel 1760 preluse 
alle onoranze funebri fatte al grande e modesto economista Sallu- 
stio IJandini. Fu amico al Gigli, del quale il Gamba afferma conti- 
nuasse il Vocabolario (Jateriniano, interrotto per ordine granducale 
e bruciato dal carnerice: ma forse si disse che l'opera, dalla voce 
Raguardare in giù, fosse d' altri, per togliere nuove brighe al 
Gigli : e al pari del Gigli fu nemico dei bacchettoni e dei gesuiti, 
dei quali scrisse: «io mi rido dell'odio loro, perch'essi rispetto 
a me sono come il diavolo rispetto a' cristiani. > Vesti abito ec- 
clesiastico, e visse ora in Siena, ora nel contado, in Castellina del 
Chianti, donde alcuno lo fa nativo, ora a Roma o a Firenze, pre- 
cettore in casa Strozzi. Alcune rime burlesche, una tragedia e il 
suo carteggio si trovano nella Comunale di Siena. Le migliori Kcrit- 
ture sue sono le Commedie, delle quali diciannove furono messe 
a stampa, e se ne citano due raccolte, l'una cominciata a Lucca 
nel 1731, ripigliata a Siena vent' anni dopo, poi interrotta di nuovo 
per quattr'anni e da ultimo condotta fino al voi. sesto : l'altra, in 
cinque volumi, che riproducono la materia dei cinque dell'ante- 
riore, data fuori a Milano dall'Agnelli nel 1752. Altre rimasero 
inedite, nò si sa se esistano ancora. Di undici di esse abbiamo 
ora una ristampa procurata da Alcibiade Moretti, presso l'edi- 
tore Zanichelli, 1883-89, in 3 voi. Nelle sue commedie imitò spesso 
il Molière, e le scrisse in forma piana insieme e vivace e con lingua 
schietta e senz'affettazione. 

[Vedi sulla sua vita ed opere un saggio di A. Moretti nella 
Rassegna Nazionale, anno XII, voi. LI, fase, del 1° febbraio, 
pag. 409-42G, Firenze, 1S90.] 



Iacopo angelo Nelli. 45 

Un padre tenero. 

Bonario (solo). fìiso^Mia che quella me' moglie nV abbia 
liitto qualche malia; che, quando la vedo, mi sento tutto 
abbassar V orgoglio e distruggere tutte le buone risoluzioni 
che avevo fatte. Oh i' la feci pur col manico la corbelleria 
(juando la presi! E pure un certo mio amico me l'aveva 
detto.... ma e' m'era riuscito si bene a quell'altra, ch'i' calai 
alla pania, e la presi fresca di età, perchè detti fede a 
quel proverbio che dice : A cavai giovane vecchio caval- 
cante ; ma i' ho dato in una bestia pazza, che m' ha tratto 
giù di sella in maniera, che non ho più coraggio di rimon- 
tarci. Se tutto il male po' poi fosse il mio, direi: ben mi 
sta, e me lo succhierei con pazienza : ma quo' miei poveri 
ligliuoli che colpa ci hann' eglino ? Uh, io non posso pen- 
sare a quel me' povero Valerio, che non me ne scoppi il 
cuore. Fuor di casa : senza quattrini : con degli incomodi ! 
Chi sa il poverino quanto stenta ! I' lo vo cercando per Fi- 
renze, e non l' intoppo mai : vorrei pur trovarlo per dar- 
gli.... (s' incontra in Valerio). Oh sia ringraziato il cielo; 
che fai, Valerino mio, ch'ò tanto che non t'ho visto? 

Valerio. Che vuol eh' io faccia, signor padre ? 

Bon. Triboli, non è vero, poveretto, fuor di casa tua? 

Val. Eh, signor no. 

Bon. Sì, sì, non me l'hai a dare ad intendere, e di più 
senza quattrini : tieni (gli cld un gruppo di denari). 

Val. La ringrazio, signor padre, ma non sono in tanta 
necessità. 

Bon. A vestiti, come stai ? 

Val. Competentemente. Ho portati meco tutti quei 
buoni che aveva. 

Bon. E poi saranno rotti, ve' ? l'iglia, fattene uno a tuo 
gusto (gli (Id un altro gruppo di denari). 

Val. Servirà quando ne averù bisogno. 

Bon. E la salute? 

Val. Grazie al cielo, la godo perfettissima. 

Bon. Non hai ne meno un dolor di capo ? 

Val. Sto perfettamente. 

Bon. Ma se ti venisse ? Poverino, non averesti né meno 
da pagare il medico, non è vero? Prendi, eccoti dieci dop- 
pie (gli (Id un altro gruppo : ci lo ricusa). 

Val. Spero che ciò non accadrà, ma quando accadesse 
ho denari soprabbondantemente a tal bisogno. 

Bon. Eh, non dir bugie! Prendi prendi (gli fa pigliare 
i denari). 

Val. Faccio per non disobbedirla. 

Bon. In casa d' altri, lo so, si sta male : quanto ti com- 
patisco ! 

Val. In casa del signor Buonamico sto, posso dire, an- 
cor meglio che in casa propria. 



4(i SECOLO XVlIf. 

lìnn. VÀ\ non me 1" hai a «lir a iuv.\ .s»* ii \iuno una vo- 
^Hia (T una coppia <!' uova o «l'uri pi(rcione, tu non !<• la 
j)iioi cavare. 

Val. \\\ quella casa non manca niente;. V. poi basterebbe 
che io parlassi, per esser soddisfatta) di tutto. 

lion. Ma la servitù.... 

Val. V. obhodienlissiina ad o^nii mio cenno. 

Bon. Non importa, ci vogliono delle mance. Kccoti dieci 
altre doppie {(/Uc le mette in mano). 

Val. Signor padre, V. S. ha troppa tenerezza per me, 
ed io.... 

lion. Non voglio che tu patisca: queste son venti più 
per la cioccolata e pel caffè.... 

Val. Ma ella.... 

Bon. Zitto, zitto, non parlare, e goditele per amor mio. 
Se tu sapessi quanto mi dispiace che tu abbi a stare fuor 
di casa. Uh, uh, uh (piange). 

Val. Non s' aflligga per questo, Io sto bene, ed in breve, 
come spero, si cangeranno le cose. 

Bon. (piangendo). Uh, uh, uh. Abbi pazienza, ligliuol 
me' caro, uh, uh, uli. Quella benedetta donna.... uh, uh, uh. 

Val. Le si farà mettere il cervello a partito. 

Bon. Io non ci ho colpa, e vorrei.... uh, uh, uh. 

Val. Non si tormenti in questa forma, le dico. Io sono 
sicurissimo del suo affetto. 

Bon. Bisogna che io me ne vada, perchè mi sento scop- 
piare il cuore (paiate piangendo). Sta" allegramente, figliuol 
mio (via). 

Val. Faccia lo stesso ella pure. — Gran buon cuore che 
ha mio padre verso di me, ed io sarei molto ingrato.... 

Bon. {ritorna). Valerino mio, dimmi la verità : tu non 
hai un quattrino? 

Val. Come, se me n'avete dati tanti voi adesso? 

Bon. Tu non me lo vuoi dire : tieni ancora questi {si 
"vota le tasche). Abbi pazienza, non ne ho più {partendo). 
Uh, uh, uh. Gli è un ligliuolo d'oro il poveretto {via). 

Val. È un padre che merita ogni obbedienza ed affetto. 

(Da La moglie in calzoni, atto III, se. 5-C.) 



LODOVICO ANTONIO MURATORI. 

Nacque in Vignola nel modenese di poveri genitori il 21 otto- 
bre del 1672 : studiò in Vignola, poi in Modena presso i gesuiti 
con grande amore ed assiduità.' A Modena frequentò le conversa- 

* L. Vischi, L. A. Muratori studente, nella Cronaca del Liceo Muratori, 
Modena, Toschi e C, 1882. 



LODOVICO ANTONIO MURATORI. 



47 



zioni letterarie in casa del marcliese Giovanni Kangoni; e, anche, 
mediocremente, poetò. Dal conte Borromeo venne invitato a Milano 
come dottore nel Collegio ambrosiano e prefetto della Biblioteca 
omonima nel lODu, e nello stesso anno fn ordinato sacerdote. Fn 
poi richiamato in Modena dal dnca Rinaldo I come bibliotecario e 
archivista di corte. Viaggiò (1714-16) per ricerche negli archivi 
italiani; ebbe poi, col titolo di proposto, il benefizio di Santa Maria 
della Pomposa. Rinunziò alla cattedra che gli era stata oflerta a 
Padova, a Torino, a Roma. Visse vita pia, studiosa, difendendosi 
peraltro vivamente contro il Cenni, il Fontanini, il Quirini, Io Zac- 
caria, che lo costrinsero alla 
polemica. Ebbe pur vivo il 
sentimento dell'amor di pa^ 
tria ; e dal suo epistolario si 
vede quanta viva parte pren- 
desse alle vicende politiche 
e guerresche del suo tempo.* 
Fn Arcade col nome di Leu- 
colo Galeate. Mori in Modena 
il 2:J gennaio 1750. Nel 1872 fu- 
rono celebrate in suo onore so- 
lenni feste per il secondo cen- 
tenario dalla nascita * e pub- 
blicati (Bologna, Zanichelli) 
alcuni suoi Scritti inediti.^ 

Accenniamo cronologica- 
mente e brevemente agli scrit- 
ti da lui lasciati. Gli Anecdota 

latina, in due volumi pubblicati nel 1G07-98 contengono, fra l'altre 
cose, quattro poemi di San Paolino di Nola. Nel 1700 pubblicò, 
insieme con la vita del poeta, le rime di Carlo Maria Maggi; 
nel 170.'i 1 primi disegni della Repubblica letteraria d'Italia, col 
nome di Lamindo Pritanio, allo scopo d'istituire un'accademia 
atta a migliorare lo stato delle lettere; nel 170<) Della perfetta 
poesia italiana, che fu poi ripubblicata con annotazioni critiche 
di A. M. Salvini ; nel 1708 inflessioni sopra il buon gusto nelle 
scienze e nelle lettere. Nelle questioni tra la Chiesa, l' Impero e 
gli Estensi sul dominio di Comacchio e di Ferrara, sostenne cal- 
damente le ragioni del potere civile in varie scritture (1708-1714). 
Pubblicò poi gli Anecdota graeca (1700), e due altri volumi di 




* V. Santi, Il Muratori durante la guerra di Lombardia, 1733-34, 
nella RivÌKta Europea del IG maggio issi. 

^ G. Carducci nelle Opere, voi. Bozzoni e Scherme, Bologna, Zani- 
chelli, 1889. 

^ La bibliografia delle pubblicazioni allora fatte a Viguola e a Mo- 
dena è data da GlOV. Sforza, Ricordo delV adunanza qener. di Stor. /'a' 
tria, tenuta 1' 11 febbr. 1900, Modena, Soc. Tipograf., 1900, pag. 27 e segg. 



48 SECOLO xviir. 

Anrrdnta latina (1713;; aveva intanto moMO a lucfi la Vita e rime 
di F. Petrarca (1711), ovo riproHfr in «'muiik; le fainon»; f'otitidera- 
zioni del Tassoni, del quale hcriHHc la Vita per l'eilizioiic inod«;neie 
(Soliaiii, 1711) della Secrhia. Majfffiori opere, che formano anch'o(;^t 
rammirazione di tutti i dotti, sono il Trattato delle antichità ententi 
(1717; la Hccoiida parto, coinj)iuta nel 17;{.% uhcI nel 1710;, ed i 
lierum italirarnm Hcriplores, dall'anno .VX) al 1500, pubblieati in 
liH volumi dal 172;^ al 'ól, per opera della Società palatina.^ Vi or- 
dinò e illustrò le fonti |)rincipali della storia italiana del medio 
ovo, cio(' le carte, i documenti, le cronache ecc.' Lo aiutarono nella 
poderosa impresa, oltre alcuni modenesi, altri numerosi e fidi coo- 
peratori, quali il licnvoglienti, il Marmi, il .Sassi, l'Argelati, lo Zeno. 
Dojx) altre scritture, tra lo quali la Vita del Castelvetro (1727), fece 
stamparci a Milano (17:JM-17i;ìj, in volumi, in latino, come molte 
opere d'erudizione e di scienza allora, le Antiquilates italicae medii 
nevi, che compendiò anche in italiano fl7ól). Dipoi approntò (1739- 
1743) il Noviis thesaurus veterum inscriptioiiiim. Com'incw nel 1740 
gli Aìmali d'Italia dal principio dell'era volgare, e li portò fino al 
1740. Tralasciando di ricordare altre sue opere giuridiche, filosofiche 
e scientifiche, come quella Del governo della peste (Venezia, 1714;' 
e le rime di scarso valore, facciamo menzione delle importanti e 
numerose lettere, delle quali la raccolta più copiosa ò quella di 
dirette a Toscani, stampala a Firenze dal Le Mounier, nel 1884.* 

* Ti. Vischi, La Soc. palatina di Milano, Milano, Rebescbiai, 1880. 
- Vedi Indici HÌstemnlicì di due cronache mnratoriane compilati gotto 

In direzione di A. Manno e C. Cipolla, Torino, 1S84. contenenti gli Indici 
della Cronaca del Ferreto e delle Cronache attesi dell'Alfieri e dei Ventura. 
^ Vedi per le opere scientifiche Di un autografo dpl Muratori intomo 
l'elettricità, neW Educatore storico. III, p. 242; Leon. Saliverni, Opinioni 
e scritti di L. A. M. intorno a cose fisiche, mediche e naturali, Modena, So- 
liani, 1873 ; E. Masé Dare, L.A.M. come economista, in Giorn. d. econ., 1893 ; 
A. Maggiora, Z/. ^. 3/uro<ori igienista, Milano, 1893; C. Ferrini, L.A.M. 
e la Storia del diritto, e Pl. Brandoli, L. A. M. giureconsulto nell'vl/muari'o 
dell' Univ. di Modena, 1894-95, Modena, Soliani, 1895 ecc. 

* Una bibliografia delle lettere muratoriane dette A. G. Spinelli nel 
Bollettino deìV Istituto storico italiano n. 5 (1888); ma dopo ne sono state 
pubblicate altre da G. Biadego, Torino, Paravia, 1889 (nella Mise, di stor. 
ital, ser. II, XIII, 69); da F. Martini (Pavia, Bizzoni, 1890); da M. Cam- 
pori, Corrispondenza tra L. A. Muratori e Leibniz (Modena, Vincenzi, 1892 
(sulla quale v, una rassegna di D. Marzi nell'aretino «(or. ital., ser. V, 
XIII, 187); dallo Spinelli, per nozze Carbonieri- Bertacchini: Lettere a Gof- 
fredo G. Leibniz e N. Forlosia, Modena, Rossi, 1893; Lettere ined. a G. D. Ber- 
foli, Udine. Del Bianco, 1892 (nozze Miari-Cezza); da C. Cottafavi, Lett. a 
F. CoftarelH, Carpi, 1892; più, da E. Sola il carteggio col Metastasio (negli 
Atti e Mem. di stor. patria moden. III, IV, 197 : v. L. Frati, // Metastasio e 
L. A. M., Bologna, Fava e Garagnani, 1893) ; dal Decani quello col Bini 
(in ^V. Arch. ven., XIII, 1); da E. Rostagno (in Riv. delle Bibliot., VIII) quello 
col Manni ; da E. Ferreri quello col card. Borromeo (ibid., X): da G. Ma- 
nacorda quello col Crescimbeni nella Rass. UU. d. lett. ital., VI, 317 ecc. 
Lo Spinelli medesimo nel num. 17 del cit. Bollettino fece nel 1896 una 
giunta alla prima bibliografia, e diede una Tavola delle lettere per ordine 



LODOVICO ANTONIO MURATORI. 49 

All'intera e desiderata pubMicazione del carteppjio muratoriano 
jjioverà 1' archivio speciale domestico, tuttora esistente ben ordi- 
nato in Modena.* Il disegno di pubblicare il voluminoso Epistolario 
è stato ora ripreso, e giova sperare che sarà condotto a termine 
dal signor Matteo Campoui, che preliminarmente ha posto in luce 
VElenco dei corrispondenti (Modena, Soliani, 1898). Sempre più le 
lettere muratoriane appaiono importanti per dimostrare, non solo 
l'improbo lavoro che il Muratori seppe condurre a termine, ma 
anche l'indole e l'animo di lui. 

La dottrina e l'operosità di questo sacerdote modesto fu ve- 
ramente straordinaria ed esemplare. E le sue fatiche, come ben 
dice il Manzoni, che ne discorse in confronto col Vico, furono 
tutt' altro che materiali} Non sarà mai abusato ne invecchiato per 
lui il nome di padre della storia italiana, molti dei progressi della 
quale, pei metodi ed intendimenti nuovi, si devono riconoscere da 
lui e dal suo grande concittadino e predecessore Carlo Sigonio, 
presso al quale è sepolto nella chiesa modenese di Sant'Agostino. 

(Per la biografia vedi G. F. Soli-MuratoRI, Vita del proposto 
L. A. Muratori, Venezia, Pasquali. ITno e Napoli 17r)8; E. Ronca- 
glia, Vita di L. A. Muratori, IJologua, 1872; CantÙ, Italiani illu- 
stri, Milano, Brigola, voi. II, 309; C. Belviglieri, La vita, le opere 
e i tempi di L. A. M., negli Scritti storici, Verona, Drucker e Te- 
deschi, 1882.] 

Feste e giuochi italiani nelTetà media. — Percolilo delle 

Corti band ile una volta celebrate, non si dee tacere, che 
vi soleva intervenire un' immensa copia di cantambanchi, 
bufl'oni, ballerini da corda, musici, sonatori, giocatori, istrioni 
ed altra simil gente, che coi lor giuochi e canzoni dì e notte 
divertivano grandi e piccioli e in quelle occasioni : Giullari 
e Giocolavi erano costoro appellati in Toscana, e Joculares 
e Joculatores venivano chiamati da clii scriveva allora in 
latino. Quello, che può cagionar meraviglia, si è, Tessere 
stata in tanta considerazione e fortuna la razza di questi 
fabbricieri di divertimenti, che non partivano mai se non ben 
regalati. Anzi il costume era, che le vesti preziose donate 
a' medesimi principi venivano poi distribuite a costoro. Im- 
perciocché non solevano in que' tempi intervenire i gran si- 
gnori alle feste suddette o di nozze o d' altro solenni corti 
ed allegrie, senza ofiferir qualche dono ai principi in atte- 
stato della loro amicizia od ossequio. Puoi leggere, se vuoi, 

cronoìoijico. È ormai indispensabile ancora un supplemento a queste biblio* 
grafie, dove sono notate alcuno delle citate pubblicazioni, ed altre ancora. 

* L. Vischi, Archivio Muratoriano, Modena, Zanichelli, 1852. 

- A. Manzoni, Il Muratori e il Vico, nella Antoì. dtlla crit. ino<l. del 
MoRANDi, pag. 539. 

IV, 4 



no flFX'OLO XVIII. 

(Hiantn lasciò scritto Henvcnuto Aliprando, ilisj^razijito, ma 
voi'idico poeta de' suoi tempi nella ('rfniifa mnntorana da 
me (lata alla liujc, cioè nel lib. II, r-ap. f/i, dove descrivo 
ht f/ran Corte tenuta in Mantova nell'anno 1:M0, in cui i 
(ionza;,'lii (jiiivi dnniinanli celebrarono alcuni lor maritajr^n. 
Allora varj principi d' Italia o molti nobili, i nomi de' quali 
si ve^'^mno annoverati, rcf^alarono di varie preziose vrsti 
essi (Jonza;^'}ii. ('ol nome di ?*o^^' erano dis<'<,'nati v.'i' 'i 

d'ajioi'a. Altri olVerirono f,^enerosi cavalli, altri dei \.i 
^^ento, pur delle f,Moie : cose tutte minutamente annoverate 
(la (jnel plebeo poeta, di maniera che non si può di meno 
(li ainmii-aro i costumi di allora, si diversi dai nostri. Ma 
clie diveniva di (|uelle tante vesti, coniperate si caro, e delle 
(juali s'ei'a fatta l'ollerta^ 1 principi di Mantova le diedero 
in dono ai musici e butToni. l'icco le parole del suddetto Ali- 
prando : 

Tutte le robe sopra nominate 

Fiiron in tutto trent'otto e trecento 

A buffoni e sonatori donate. 

Scambievolmente ancora i Gonzaghi esercitarono la lor mu- 
nificenza verso molti di que" nobili, come dice lo stesso poeta, 
chiudendo con questi rozzi versi : 

Otto giorni la Corte si durare. 
Torneri, giostre, bagordi facia, 
Ballar, cantar, e sonar facean fare. 

Quattrocento sonator si dicia 
Con buffoni alla Corte si trovoe. 
Roba e danari donar lor si facia. 

Ciascun molto contento si chianioe etc. 

Con qiml munificenza in quel medesimo secolo i Visconti, 
principi di Milano e di tant' altre città, tenessero corte 
bandita alle occasioni, in più di un luogo lo racconta il Co- 
rio. Ma specialmente si svegliò l'ammirazione di ognuno 
per la solenne pompa, con cui si celebrarono le nozze di 
Leonetto figlio del re d'Inghilterra con Violante figlia di 
Galeazzo Visconte nell'anno 1368. Fecesi quella solennità in 
Milano con apparato mirabile, doni innumerabili, lusso, con- 
viti e sollazzi tali, che ninno avea mai più veduto il simile. 
Ne fa la descrizione il Corio, e prima di lui la fece l'autore 
anonimo degli Annali milanesi, da me dato alla luce nel 
tom. XVI, ller. Rai, Ma più diffusamente ne parla il sud- 
detto Aliprando mantovano nel cap. 49 del suo rozzo poema, 
dicendo con isbaglio solennizzata quella magnifica funzione 

nell'anno 1366 

Costume ancora fu ben osservato in que' tempi, che non 
vi fu quasi alcuna corte di principi anche saggi, dove non si 
trattenesse ben pagato qualche buffone, e talvolta più d'uno. 
INIira dei gran signori era di ricrearsi dalle gravi cure colle 



LODOVICO ANTONIO MURATORI. 51 

facezie di costoro, ed anche udire quaiciie verità ridendo, 
che niun altro forse avrebbe osato di porgere alle lor de- 
licate orecchio. Nel processo di Hcrnabò Visconte, toni. XVI, 
pa<?.705,/vV/'. [taL.])\(\ volte si vogliono i'anini(Mitati»'l7.N'^7'/o/// 
H Buffoni di quel principe crudele. Rinomati ancora furono 
il Gonella ed altri buffoni, de' quali si servirono i marchesi 
d'Este, sijiuori di Ferrara etc. e massimamente il duca Berso, 
ottimo e pi'udcntissimo principe. Forse se ne dilettò anche 
Alfonso I, re d'Ai'a^a)na e delle due Sicilie. Descrive Ri- 
cordano Malaspina il felice stato della Repubblica fiorentina 
all'anno 1283 nel cap. 219 della sua Storia, scrivendo special- 
mente, che i nobili e potenti cittadini « non attendeano ad 
altro che a virtù e gentilezze. \\ attendeano per le Pasque 
a donare a uomini di Corte, e a bulloni molte robe e or- 
namenti. \i di più parti, e di Lombardia, e d'altronde, e 
di tutta Italia, venivano alla detta Firenze i detti bulToni 
alle dette feste, e molto v'erano volentieri veduti.» Avettj 
udito Uomini di ('orle? Questo nome fu dato a quelle fa- 
cete e lepide persone, non perchè tutti abitassero nelle corti 
dei principi, ma perchè intervenivano a tutte le solenni 
Curie, chiamate Corti in italiano. Furono anche appellati 
Ministrieri, qunsi piccioli ministri dei principi : il qual nome 
fu usato dagli storici Villani, e nel Vocabolario della Crusca 
spiegato con quello CCUomini di Corte, i quali coi lor giuo- 
chi e facezie tenevano allegri i principi e la nobiltà. Nel- 
l'edizione fatta dai (iiunti dello Storie di Giovanni Villani 
lib. \\\, cap. 88, si legge : « Alla qual Corte venn'?ro di di- 
verse parti e paesi molti gentili uomini di Corte, e giu- 
colari ; e furono ricevuti e provveduti onorevolmente. » Ma 
quel gentili s' ha da cancellare, e leggere molti uomini di 
Corte. Più sotto si ripete : « Onde di Lombardia e di tutta 
l'Italia vi ti'aevano buffoni, e bigerai e uomini di Corte. » 
Nel codice manoscritto, di cui mi son servito per far l'edi- 
zione di Giovanni Villani, non si legge Bigerai. M'immagino 
io, che alcuno v' aggiugnesse questa parola, probabilmente 
trattadalla lingua francese, che chiama i?//7flr?Y'' un uomo ve- 
stito di abiti di diverso colore, quali una volta solevano es- 
sere i bulloni. Ma siccome abbiamo dal suddetto storico lib. X, 
cap. 152, nell'anno 13.30 fu pubblicato editto dai fiorentini più 
accorti degli altri: «che a corte de' Cavalieri novelli non 
si potessero vestire per donare robe a'bulVoni, che in prima 
assai se ne donavano. » 

Ma in altre città si continuò l'uso di donar (jueste robe. 
Cola di Rienzo, Tribuno di Roma, uomo ftintastico, nel 1347, 
si fece crear Cavaliere. L'anonimo autore della vita di lui 
al cap. 25, racconta, che allora concorse a Roma « la molta 
cavalleria di diverse nazioni di gente, baroni, popolari, 
foresi, a pettorali di sonagli, vestiti di zendado con bandiere. 
Facevano grande festa; correvano giocando, che si appel- 
lava bagordare. Ora ne vengono bufì'oni senza fine. » Poi 



52 6EC0L0 XVIII. 

nel cap. 27, deRcriveiulo il nia^nillco convitx) «lei Tribuno, 
scrive: «Mentre lo maimcare si facevti, senza ^.'li altri buf- 
foni molti, fu uno vestito <li euoio «li bue: le conia in capo 
uvea: ^'iocn e saltò.» Kcco di che somniamentf hì dilettas- 
sero gV italiani d'allora. Né diir«'r<'nte fu il costnm<* d*-' tede- 
schi e francesi di «lUf' t^'nijii. iNcH'anno l.'i5(», Cailo IV 
augusto, nella città di Metz tenne una solenne Corte, per 
testimonianza di Alberto da Argentina storico, dove « electo- 
res, et olliciales, seu ministeriales hnperii veniebant sujj^r 
equos us(|iie ad niensam. lJescond<*ntcs vero de equo corani 
mensa histrionibus et miniis dabatur equus. » Scrive pai-i- 
mente Conforto Pulce nella Storia di Vicenza, che fu nel- 
r anno 1382, tenuta una magnifica Corte nelle nozze di 
Antonio dalla Scala principe di Verona, dove, * fuerunt plu- 
res <|nani ducenti histriones diversaruni regionuin, qui nova 
indunienta singuli perceperunt secundum dignitates, va- 
loris ad minus decem ducatorum prò quoquo. » Di lunga 
mano ancora prima di questi tempi il marchese Bonifazio, 
nelle nozze con Beatrice di Lorena, cioè nell'anno MXXXIX, 
mostrò una insigne munificenza, dicendo fra altre cose Do- 
nizone, lib. I, cap. 9: 

Tympana ciini citharis, stivisque lyrisque sonant heic. 
Ac debit insignìs Dux praeniia maxima uimis. 

Ora solamente mi sono accorto, che questo passo avea bi- 
sogno di correzione. Cioè in vece di nimis s' ha da scri- 
vere niimis ; perchè allora usavano i principi di regalar 
bene i giocolieri e buffoni. Lo richiede anche la prosodia, 
veggendosi altrove nimis breve presso quello storico. Anzi 
in quei medesimi tempi, per quanto narra l'Annalista Sas- 
sone pubblicato dall' Eccardo, avendo Arrigo, II fra gli au- 
gusti, nell'anno 1045 (altri dicono nel 1043) condotta moglie 
Agnese figlia di Guglielmo principe pictaviense, in quella 
occasione « infinitam multitudinem histrionum et joculato- 
rum sine cibo et muneribus vacuam et maerentem abire 
permisit. » Lo stesso è narrato da Ottone vescovo di Fri- 
singa nella Cronica colle seguenti parole : « Quumque ex 
more regio nuptias Inglinheim celebraret, omne balatronum 
et histrionum collegium, quod, ut assolet, eo confluxerat, va- 
cuum abire permisit, pauperibusque ea, quae membris dia- 
boli subtraxerat, large distribuit. » Ne parla ancora Ermanno 
Contratto all'anno 1043 nella più copiosa edizione di quella 
Cronica. Le quali notizie ci guidano a conoscere, clie non già 
nel secolo XI ma anclie ne' precedenti, abbondava la razza 
di questi giocolieri, che tutti accorrevano alle solenni fun- 
zioni de* principi, e ne riportavano gran copia di regali. An- 
che Rigordo, de gest. Phil. Aug., all'anno 1185 attesta, che 
costoro in Francia si vedevano « in Curiis regum et princi- 
pum, ut ab eis aurum, argentum, equos, seu vestes extor- 
querent. » Così i genovesi, come abbiamo dai loro Annali, 



LODOVICO ANTONIO MURATORI. 53 

toni. \'I, Rcr. Hai., dopo avere nel 1227 soggiogati i savonesi 
ed altri ribelli, «mirabilem Ciiriam tenuei-iint, in (jua innu- 
nierabilia indiinientoruni paria a potestate et aliis nobilibus 
et honorabilibus viris fuerunt joculatoribus, qui do Lombar- 
dia, Provincia, Tuscia, et aliis partibus ad ipsam Curiani 
convenerant, laudabiliter erogata, et convivia magna facta. » 
Andò poscia all'eccesso questa usanza. Perciocché come nar- 
rano molti storici, nell'anno 11^00 furono celebrate le nozze 
di Galeazzo Visconte e Beatrice Estense, con tanta magnirt- 
cenza e prodigai itil, che di stupore si riempì tutta la Lom- 
bardia. Odasi il solo Guglielmo Ventura, autore contempo- 
raneo, nella Cronica d'Asti, toni. XI, Re7\ ItaL, che cosi 
scrive: « Admirabiles nuptiae prò ea Mediolani factae sunt, 
ad quas invitati l'uerunt omnes Lombardi ; et ibi data fue- 
runt joculatoribus plusquam septem millia pannorum ho- 
norum. » Anche nelle giunte alla Storia de'Cortusi, lib. V, 
cap. (3, si veggono descritte le nozze di Marsilio da Carrara 
nell'anno 1335. « Tunc Veronae Wi Curia generalis etc. Nec 
deerat histrionum atque joculatorum maxima copia etc. 
Faeta sunt hastiludia, jostrae, torneria, et alia quaecunque 
virilia atipie nobilia, quae sensu homiuum excogitari potue- 
runt. Quae quidem decem diebus durante Curia, non cessa- 
runt. Kt Marsilius de Carraria dominabus paduanis multa 
jocalia condonavit, et joculatoribus multas vestes : quibus 
dettcientibus aurum et argentum prò supplemento largi- 
tus est. » 

Però comprendiamo, che per uno de' principali pregj di 
quelle Corti bandite veniva considerata la grande abbon- 
danza dei giocolieri, talché se ne prendeva nota, e quanto 
maggiore ne era il numero, si riputava più solenne e più 
magnilU'o lo spettacolo. L'autore della Cronica di Cesena, 
toni. XIV, liin\ Hai., all'anno 1321, fa sapere, che in Ri- 
mini dai Malatesti principi tenuta fu un'insigne corte, a 
cui concorsero « omnes potentes de Tuscia, Marchia, Ilo- 
mandiola, et fere tota Lombardia etc. Fuit etiaiii multitudo 
histrionum circa mille quingentos et ultra. » Si può con- 
getturare ancora, che non mancassero a tali feste, quei che 
dagli antichi furono appellati Cyclici Poetae. Imperciocché, 
siccome presso gli antichi Galli i Bardi cantavano alla lira 
le imprese dei loro regnanti e di altri insigni personaggi, 
tanto in guerra che alle mense, come scrive Diodoro nel 
lib. V, e si potrebbe mostrare praticato lo stesso dai greci 
e romani : così presso i barbari son da mettere nel cata- 
logo de' cantambanchi anche i poeti popolari: giacché d'essi 
non mancò giammai la razza, come anche oggidì si vede. 
La Canzone d'Orlando, o sia Cantilena Uolandi fu special- 
mente in uso : alla qual voce è da vedere il Du-Cange nel 
(Uossario latino. Pensa egli, che questa solamente si usasse 
avanti le battaglie, per accendere gli animi de' soldati col- 
r esempio degli antichi eroi alla bravura. Son io di parere, 



Ttì SECOLO XVIJI. 

elio anche nelle piazze si cantassero le favolnKe imprese di 

(M-lainlo. Nolla Croninn iiiniiosfTiUa rli ^' 'ho un cfi't/) 

AiKUiiriio compilò (la altt*»^ croiintlie \)V> , (• «Inscritto 

l'antico teatro (hr milanesi, « super quo hislnoncs cantahant, 
si(!ut modo cantanturile Rolando et Oliverio. Finito cantu, 
hufoni et mimi in citharis pulsahant, et decenti motu cor- 
j)oris se oircumv()lv('l)ant. » Prc^sso il fihifardacci nella S(o- 
rin di liolofjna. all'anno V^HH è i-amrrKMitato un decreto 
(li (luel ('omune : «Ut cantatores francigenorum in platcis 
Comninnis ad cantandum omnino morari non possint. » (.'olle 
«inali parole sembra verisimile, che sieno dise^'nati i can- 
tatori delle favole romanzo, che specialmente dalla Fran- 
cia ciano portate in Italia. Quel che più è da osservare, 
<iueste cantilene in verso non furono invenzioni dei secoli 
barbarici, ma da^di antichi secoli passarono di mano in mano 
nei susse^'iienti. Aristofane, in Avih., parla di una veste da 
darsi ad un poeta, perchè avea ben cantato le lodi di una 
città, l^er testimonianza ancora di Marziale, in Roma si pra- 
ticò di regalare i poeti con vesti nuove. E Santo Agostino, 
traci. 100, cap. 2, in Johann., scrive: « donare res suas his- 
trionibus, vitium est immane, non virtus ; et scitis de ta- 
lihus, quam sit frequens fama cum laude. » Usarono anche 
^li arabi di regalare con somiglianti doni i loro poeti, ani- 
mati a ciò dal loro falso profeta Maometto, il quale rimu- 
nerò col suo mantello il poeta Caabo. Forse da loro passò 
in Italia e Francia questo rito. Col nome di Mimi ancora, 
pare che fossero disegnati coloro, che impararono dagli an- 
tichi d' imitare le azioni delle persone plebee per isvegliare 
il riso degli uditori, formando commedie per lo più non se- 
condo le regole, ma con estemporaneo discorso. Però il Sal- 
masio, Sojjva Solino cap. V, così scrive: « Et sane quas hodie 
agunt et vocant Itali comoedias, mimi sunt et planipedes 
verius quam comoediae. Personas tantum habent ex comoe- 
dia. » Non parla il Salmasio delle commedie regolatamente 
formate, delle quali una grandissima copia da due secoli in 
(jua ha dato l'Italia, come in un suo trattato dell' Origin 
tlelle Commedie in francese ha fatto vedere Luigi Riccoboni, 
celebre comico de' nostri tempi sotto il nome di Lelio; ma 
bensì di quelle buffonesche, le quali in parte colla maschera 
e con varj dialetti, si fanno oggidì con lazzi e facezie tal- 
volta insipide. Non è improbabile, che mimi sì fatti e tali 
plebee commedie sieno fin dagli antichi tempi durate in Ita- 
lia. Certamente san Tommaso, 2, 2. Quaest. 168, Art. 3, ab- 
bastanza accenna, che nell'età sua, cioè nel secolo XIII, non 
mancavano gl'istrioni fra gl'Italiani, scrivendo: « eorum of- 
licium non esse secundum se illicitum, dummodo moderate 
ludo utantur, idest non utendo aliquibus illicitis verbis vel 
factis ad ludum. » Da tanti altri antichi scrittori fatta è 
menzione degP Istrioni. Faceano costoro in quei tempi ciò, 
che nei nostri vediam fatto da' ^aZ^ewida/ic/^z, Cantamhan- 



LODOVICO ANTONIO MURATORI. 55 

citi simili, clic rappresontano qualciio pezzo ili comme- 
dia nelle piazze. AUaquistione mossa da san Tommaso, pare 
che desse occasione Filippo Augusto re di Francia, il quale sul 
principio del secolo XIII, cacciò dal suo regno tutti gì' istrioni, 
come gente creduta perniciosa al pubblico. All' incontro at- 
testa Ruggieri Hovedeno, che Riccardo I re d'Inghilterra, 
« do regno Francorum cantores et joculatores muneribus 
illexerat, ut de ilio canerent in plateis. » Presso Papia gra- 
matico de' tempi barbari lo stesso furono «Scenicus, Histrio, 
.locularis. » Tal sorta di gente non v'è stato secolo, che ne 
sia stato senza. Nell'anno di Cristo 701 Alenino Albino nel- 
l'epist. 107 detestava « spectacula et diabolica tìgmenta », 
con aggiugnere : « Nescit homo, qui histriones, mimos, et 
saltatores introducit in domum suam, quam magna eos im- 
mundorum seciuitur turba spirituum. » Cosi nel Concilio Ha- 
bilonense II, dell'anno 813, è fatta menzione : «histrionum, 
sive scurrarum, et turpium seu obscoenorum jocorum. » 
Anche Agobardo arcivescovo di Lione, nel lib. de Dispens. 
cii'ca l'anno 836, così scrive: « Inebriat histriones, mimos, 
turpissimosque et vanissimos joculatores, quum pauperes 
Kcclesiae fame discruciati intereant. » 

Che né pure mancassero mai all'Italia poeti popolari, 
può apparire da quanto lasciò scritto l'autore anonimo della 
Cronica della Noralesa, lib. V, cap. 10, parte II, toni. II, Rer. 
/to^..*«Contigit(dic"egli) joculatorem ex Longobardorum gente 
ad Caroluni (cioè al Magno, nell'anno 774) venire, et cantiun- 
culam a se compositam de eadem re rotundo in conspectu 
suorum cantare. » Adunque sotto nome di giocolieri veni- 
vano una volta compresi anche (luesti cantanti per le piazze. 
Similmente, ninna età vi fu, che non avesse saltimbanchi, 
cantimbanchi, ciarlatani, cerretani, etc. Negli statuti di 
Milano, parte II, cap. 433, fra gli altri sono annoverati e 
proibiti : « avantatores corregiolae, pulvereae, dantes gra- 
tiam Sancii Pauli, aut Sanctae Apolloniae, aut praedican- 
tes brevia prò febribus. » Molto scuro è ciò, che qui si dice 
dei Cantatori della Correr) iota e Polverea. Qualche barlume 
possono prestarci gli Statuti di Cremona, nei quali alla ru- 
brica 181, si legge : « Si quis avertator (in vece di Avanta- 
tor) repertus fiierit ludere ad corezolam, vel polverellam, 
condenmetur in solidis viginti imperialium. » Adunque la 
Corregiola e la Polverella doveano essere due dilTerenti 
giuochi, che dai furbi erano proposti all' incauta plebe, per 
ismugnere con facilità dagli sconsigliati, che osavano di gio- 
care, il danaro. In Toscana Correa (jinolo altro non è che 
il Crogiuolo o Crocinolo; e v'ha dei ciurmadori, che con 
tre bussolotti, fìngendo di nascondere sotto l'un di essi un 
bottone, tirano alla trappola i golii villani. Ma presso i 
lombardi Corregiola è un diminutivo di Correggia. Un pro- 
verbio recato da Orlando Pescetti dice : « Fare alla scoreg- 
giuolaj'o ch'ella è dentro, o ch'ella è fuora. » !•] qui mi 



50 SECOLO XVIII. 

sovviene ciò, clic lessi in Quintiliano, lib. X, capit. 7« Intiit. 
Orni.: « Qui constimi niir.uMil.'i illa in scaenis y mi et 

vi-nlilfitoruni, ut ea, ijua»; oniiserint, ultro v< i in.'t- 

nus cretlas, et (^uae jubentur, deeurrere. » Questo era far 
^iuociii (li mano, coni»; anclie oggidì. Talvolta ancora si veg- 
\:^i)\\o (luesti gioooli<!ri menare attorno orni ben istruiti a 
(jualclie giuoco, oa ballare. V lia un bel passo d' F fo 

ai'civeseovo di Renis, il (juaie nel secolo IX, scriven . . A 
preti un capitolare, al cap. 14, dice : « Nec plantus ei nsus 
inconditos, et labulas inanes ibi re forre aut cantare prae- 
sumat. Nec turpia joca cum urso, aut tornatricibus ante se 
Tacere perniittat. » Le femmine Tornntrici erano le balle- 
rine. Somiglianti bagattelle sono accennate da Alberico, mo- 
naco delle tre Fontane, nella Cronica pubblicata dal Leib- 
iiizio. Rapporta egli le nozze di Roberto, fratello del re di 
Francia, all'anno 1237, fra l'altre cose dicendo: « Ft illi, 
([ui dicuntur Ministelli (eh' è lo stesso clie Ministrierf) in 
ypectaculo vanitatis multa ibi fecerunt, sicut ille, qui in equo 
super cordam in aere equitavit; et sicut illi, qui duos boves 
descarlata vestitosequitabant,cornicantesadsingulafercula, 
<iuae apponebantur regi in mensa. » Quel cavallo probabil- 
mente era tinto. Perchè coloro che a guisa degli antichi satiri 
vestiti ballavano, furono appellati ^Satirici da alcuni. 

Il nome di Cerretani, secondo l'opinione di Celio Rodi- 
gino e di Leandro Alberti, e d'altri, ebbe origine da Cer- 
reto, terra del ducato di Spoleto, perchè di là gran copia 
di ciarlatani solca uscire. Verisimile è il loro sentimento. 
Quanto al nome di Ciarlatani, se vogliam credere al Me- 
nagio nel libro à.Q\VOrigine della lingua italiana, si formò 
da Circulus in questa maniera : « Circulus, Circulo, Circu- 
lonis, Circulone, Cirlone, Ciarlone. » Inezie son queste. Da 
Circulare noi abbiam cavato Cerchiare, e non già Ciarlare. 
Da quest'ultimo, significante un gran parlatore, nacque Ciar- 
latano. Ma onde Ciarla sia venuto e Ciarlare, non l'ho po- 
tuto finora scoprire ; se non che m' è passato per mente, se 
mai dal nome francese di Carlo Magno, cioè da Cìiarles, fosse 
derivato Ciarlare, per significare un racconto delle imprese 
di quel celebre monarca. Imperocché una volta le canzoni 
e i romanzi, che si cantavano nelle piazze e alle tavole 
de' signori da' ciarlatani, consistevano nelle favolose azioni 
di esso Carlomagno, e de* suoi paladini. Di là potè nascere 
la voce Ciarleria, di cui s'è servito fra Giacopone da Todi, 
uno de' più antichi scrittori della lingua italiana, per signi- 
ficare racconti di cose da nulla. Questo medesimo vuol dire 
Ciarlare, cioè dar piacere al popolo col cantar fole, per 
trarre danaro con questo allettamento dalla borsa degli udi- 
tori. Ciò mi rimette alla memoria quanto lessi in un" ope- 
retta manoscritta,esistente nella Biblioteca Ambrosiana, com- 
posta col titolo di Dialogus Yeritatis da Maffeo Vegio da Lodi, 
autore celebre per la sua erudizione nel secolo XV. Ivi la 



LODOVICO ANTONIO MURATORI. 57 

discorrono fra loro la Verità e un Filosofo. Pretende essa 
di non poter trovar luogo fra i mortali ; e in pruova di 
(juesto rapporta quanto le è avvenuto « apud circulato- 
rcs, histriones, alcliiniistas, philosophos, judices, negotia- 
tores etc. » In altre mille maniere, ed anche con rimedj 
superstiziosi, que' giuntatori ingannavano nei vecchi tempi 
(e né pur s'è dismesso nei nostri) l'ignorante volgo. E qui è 
da udire Boncompagno, scrittore italiano, il cui libro mano- 
scritto de Arte diciaminis, vien lodato dal Du-Cange nel- 
l'Appendice del Glossario latino : « Vel ut scurra (sono le di 
lui parole) totani Italiani regiravit cum cantatoribus, et tam- 
quaui eximius tructanorum se fingit esse medicum doctri- 
narum, ut fornicandi et adulterandi opportunitatem valeat 
invenire.» Fiorì Boncompagno, per testimonianza d'esso 
l)u-Cange, nel 1213. Ora i Tructani commemorati da Bon- 
compagno erano anch'essi ciarlatani, che la volevano colla 
borsa del rozzo popolo. Nò solamente con questo nome 
erano disegnati i medicanti^ giacché si fingevano medici : 
mestiere anche oggidì praticato da altri della loro specie. 
In Ispagna il bullone è chiamato Truan o Truìtan. Nelle 
annotazioni alia legge VI di Astolfo re de' Longobardi, col- 
r autoritii di Papia Gramatico, dissi che Troctingi furono 
Joculatorcs. Tuttavia non è da sprezzare l'altra interpre- 
tazione da me proposta, cioè, che sotto nome di Trottinghi 
venivano i Paraninfi. Nella lingua tedesca Truthine si 
prende per accompagnatore delle nozze, o sia paraninfo. 
Così nelle Chiose tedesche pubblicate dall' Eccardo, il Pa- 
raninfo in lingua antica tedesca si chiama Truthigonio e 

Truteboto 

Certamente, a mio credere, tempo non fu in Italia, in cui 
non si vedesse una grande e varia copia di giocolieri. 
Teofane nella Cronografia all'anno 17 di Giustiniano il 
grande imperatore, cioè nel 543 della nostra èra, rac- 
conta un fatto, che viene anche rapportato dall'autore della 
Misceli., toni. I, par. I, Rer. Ital. Le sue parole son queste: 
« Eodem anno planus ac circulator quiilam, Andreas no- 
mine, EX iTALicis partibus adfuit, fulvum et orbum lumine 
circumducens canem, (jui ab eo jussus, et ad ejus nutum 
mira edebat spectacula. Is siquidem in forum, magna po- 
puli circumstanto caterva, prodieiis, annuios aureos, argen- 
teos et ferreos, ciani cane, a spectatoribus depromebat, 
eosque in solo depositos, aggesta terra cooperiebat. Ad ejus 
deinde jussum singulos tollebat canis, ut unicuique suiim 
reddebat. Similiterdiversoruni imperatorum numismataper- 
niixta et confusa, sigillatim proferebat. Qui etiam adstante 
virorum ac mulierum circulo, canis interrogatus mulieres 
uterum gestantes, scortatores, adulteros, parcos ac tenues, 
ac denique magnanimos, idque cum ventate, demonstrabat. 
Ex quo eum Pythonis spiritu motum dicebant. » Né pur i 
tempi nostri son privi di tali illusioni, le quali il volgo per 



58 8KC0L0 XVIII. 

lo più sospniUi clie hì facciano per arie diabolica ; e vera- 
monte cose talvolta si ve;?^,'ono, che paiono ocr ' - l'arfe 
(» saj>or« defili nomini. An(;he i (ioti ai tempi ilelto 

Ciustiiiiaiio 1 .'iu;,Misto, conn? n'ha da I*roe<»pio, liti. I, cap. 18, 
(le Urlio (iolli., rinlacciavano i i-omani che l'Italia non n- 
(joveva (lai gi'cci, se non dei rappresentanti delle trai;<*di»*, 
dei mimi e dei corsari. Tuttavia se; noi e» ' n- 

iiiedie o tra;,'odio composte nei secoli dopo d, <• 

nr ])(n' una ne troveremo. Io non so ricoidar alno che 
un'operetta, puhbiicata dal padre Hcrnardo l'ez benedettino, 
j)arte li del toni. II, Thcsaur. Anocdot., con questo titolo: 
« Ludus Pasclialis de adventu et interitu .Antichristi, in scena, 
saeculo XII exhibitus. » Quivi si mett/)no in iscena il papa, 
r iniperadore, i re di Francia, (iermania, Grecia, babilo- 
nia eie, l'Anticristo e la Sinaj^oga. Molti re si lasciano af- 
fascinare dall'Anticristo, ma in line costui resta abbattuto. 
Anche Albertino Mussato, riguardevole scrittor padovano, 
circa l'anno 1320 compose una tragedia intitolata Ecnt'ri- 
nis, che si legge stampata. Se fosse rappresentata in tea- 
tro, noi sappiamo. Manifesta cosa è bensì, che nel secolo XV 
dagl'ingegni italiani si cominciò a rimettere in piede l'arte 
comica e tragica, e che poi si aggiunse la musica alla tra- 
gedia : del che hanno trattato parecchi eruditi. Del resto, 
nel secolo XIII e XIV, si truova una specie di spettacoli, 
chiamati Rappresentazioni , consistenti nell' imitazione di 
(lualche vera o verisimile, e per lo più sacra azione. Se 
in prosa o in versi, noi so dire, ^■ella Cronaca del Friuli 
di Giuliano canonico di Cividale, da me data alla luce, si 
dice fatta nell'anno 1298 « Repraesentatio Ludi Christi, vi- 
delicet Passionis, Resurrectionis, Ascensionis, Adventus Spi- 
ritus Sancti, et Adventus Christi ad judicium, in curia Do- 
mini Patriarchae honorifice et laudabiliter per clerum. » 
Parimente nell' anno 1304 « facta fuit per clerum, sive per 
capitulum cividatense Repraesentatio de creatione primo- 
rum parentum ; deinde de Annuntiatione Beatae Virginis, 
de Partu, Passione etc. Et praedicta facta fuerunt solem- 
niter in Curia domini Patriarchae, » con gran concorso di 
popolo e dei nobili circonvicini. Ma un fatto funestissimo 
vien raccontato da Giovanni Villani, lib. Vili, cap. 70, ac- 
caduto in Firenze nell'anno 1304. « Come, die' egli, per an- 
tico aveano per costume quelli di Borgo San Friano di fare 
più nuovi e diversi giuochi, sì mandarono un bando per la 
terra, che chi volesse sapere novelle dell' altro mondo, do- 
vesse essere il dì di calen di maggio in sul Ponte alla Car- 
raia, e d'intorno all'Arno. Et ordinarono in Arno sopra bar- 
che e navicelle, palchi ; e fecionvi la simiglianza e figura 
dell'Inferno con fuochi et altre pene e martorj, con uomini 
contrafatti a demonia, orribili a vedere, et altri, i quali 
aveano figura d'anime ignude (era ben barbarico e cattivo 
il gusto di quella gente) e mettevangli in quei diversi tor- 



LODOVICO ANTONIO MURATORI. 59 

menti con grandissime grida e strida e tempeste : la quale 
parea odiosa cosa e spaventevole a udire e vedere. K per 
lo nuovo giuoco vi trassono a vedere molti cittadini. E l 
l'onte alla Carraia, il quale era allora di legname da pila 
a pila, si caricò sì di gente, che rovinò in più paiti, e cadde 
colla gente che v'era suso. Onde molta gente vi morie, et 
annegò in Arno, e molti se ne guastarono la persona, sic- 
ché il giuoco da berte tornò a vero etc. » Se di tutti i se- 
coli avessimo storici, poeti ed altri scrittori, probabilmente 
troveremmo, che a ni un tempo mancarono spettacoli per 
recare diletto al popolo, e specialmente per cavar di borsa 
il danaro a chi vi concorreva. Ma abbastanza di (luesto. Ci 
resta anche un po' di viaggio. 

Fra gli spettacoli de' nostri maggiori, tuttavia ritenuto 
in Roma, Firenze, liologna e in altre città d'Italia, sidee 
riferire il Corso de' Cavalli. Quanto si compiacessero di 
giuoco tale di diverse specie i greci e romani antichi, so- 
lamente noi sa chi è affatto forestiere nel paese dell' eru- 
dizione. Da gran tempo scaduto, fu dagli italiani rimesso in 
uso, ma solamente con cavalli sciolti, o pur guidati da qual- 
che ragazzo, essendo rarissimo quello delle carrette. \]n 
premio si destinava ai vincitori, per lo più consistente in 
molte braccia di tela di seta o di panno di lana, ma di 
prezzo non vulgare : onde poi nacque il chiamar questo 
giuoco correre il palio o correre al palio. Che se palio non 
si proponeva, qualche altro dono si soleva esporre. Truo- 
vasi usata nel secolo XIII la corsa dei cavalli : se prima, 
altri lo cercherà. Negli Statuti antichi del popolo di Fer- 
rara, manoscritti nella Biblioteca estense, all'anno 1279, fu 
ordinato, lib. II, rub. llO, « Ut in feste Beati Georgii equi cur- 
rant ad l'allium, et Porchetam et dallum. » Ecco tre premj. 
Nella Rubr. 117 del medesimo libro si legge: «Ut in fasto 
Sanctae Mariae de Augusto in civitate solatium habeatur. 
Potestas, qui prò tempore fuerit, teneatur octo diebus ante 
diem dicti testi scire voluntatem hominum majoris Consilii 
de faciendo equos curro re ad Bravi um in dicto lesto, scilicet 
ad unum runcinum, ancipitrem (cioè Accipitrem : che cos'i 
usavano di dire gli scrittori barbarici) et duos bracos, » cioè 
due cani da caccia. Nello Statuto manoscritto del popolo di 
Modena all'anno 1327, lib. II, rub. 27, fu decretato: «ut in 
feste Sancti Michaelis equi currant ad scarletum sex brac- 
chia de scarleto, et ad Porchetam et Gallum secundum con- 
suetudinem : «dal che si scorge, che non fu allora inventato 
questo divertimento, ma che solamente se ne confermò la 
consuetudine. Anche i bolognesi, per testimonianza degli 
Annali da me pubblicati nel toni. WIII, Rer. ItaL, e del 
(ihirardacci all'anno 1281, determinarono, che nel di 24 di 
agosto, festa di san Bartolommeo, si corresse al palio con 
cavalli, e che il premio fosse tm Cavallo ben ad<lnìibato, 
uno Sparviere e una Porchetta. Scrive Scipione Ammirato 



GO SFX'OLO XVIII. 

il vfiocìiio nel lib. I defila Storta Fiorentina, elio fu rappor- 

tjit.'i un' insij^Mì(3 vittoria (lai romani - ' " ' «) 

(lei (loti in T()S(;ana nell'anno di Ci ■;, 

V elio a iJCMpctua memoria di (juel fortunato giorno, In i.sti- 
tiiito nel di H di ottobre la corsa de' cavalli : il (p/. al costume, 
die' egli, è duralo siìto al presente. Quando rAinmirat^) non 
ci rrclii (jiialelie buon mallevadore di tanta ai • "la 

lìinzioiu', abbia pazii'iiza, se (jui non gli si pi' ■»- 

lamente molti secoli dopo quel fatto tengo io, che si Tor- 
nasse ad usare il correre al palio. Certo è, che qualche pro- 
speroso avvenimento (juasi sempre diede occasione a questo 
l)ubblico sollazzo nelle città d'Italia. Felicemente fu nel- 
l'anno 1250, tolta di mano all'empio Hccelino la città di 
l*adova; e però nell'anno susseguente quella repubblica 
formò un decreto, di solennizzar da li innanzi quel felice 
;;iorno con gran festa e divota processione, e col corso dei 
eavalli, a' <iuali si proporrebbero per premio « diiodecim 
brachia scliarloti et unus spari verius, cujus preti uni non 
excedat summam soldorum sexaginta, et duae chirothe- 
cae, » come apparisce da quel decreto da me dato alla luce. 
i\è solamente si correva con cavalli, ma ancora si usò la 
corsa d'uomini, donne, meretrici, asini etc. Dante circa 
l'anno 130-1, scriveva nel canto XV, dell'Inferno: 

Poi si parti : o parve di coloro. 
Che corrono a Verona '1 drappo verde 
Per la campagna etc. 

Le quali parole sono colle infrascritte parole spiegate da 
Benvenuto da Imola, scrittore del secolo medesimo, nel Com- 
mento da me pubblicato in quest'opera. « Ad quod sciendum 
est, quod in civitate Veronae est consuetudo, quod annua- 
tim, idest prima Dominica Quadragesimae, currunt homines 
pedites ad unum pallium viride certatim. Itaque ibi videtur 
maxima celeritas currentium. Hunc autem actum viderat 
Dantes, quando stetit Veronae. » Fu eziandio cosa partico- 
lare di que' tempi, che qualora per qualche rotta era co- 
stretto un popolo a rifugiarsi fra le mura della sua città, 
il vincitore facea correre il palio da cavalli lino alle porte 
di quella città. Quivi in oltre facea battere moneta, con altre, 
che ora parrebbono ridicole usanze. Nell'anno 1263 i pisani, 
come s'ha dai loro Annali, tomo VI, Uer. ItaL, colla loro ar- 
mata penetrarono fino alle porte di Lucca, « ubi ad perpe- 
tuam rei memoriam, et laudis nostrae preconium, et adver- 
sarium sempiternum opproprium, et ad superabundantiam 
nltionis, monetam nostrani novam duoruni solidorum cum 
impressione nostrae victricis Aquilae coronatae cudi feci- 
mus, et quamplures novos milites cingulo novae militiae 
decorari; quadrellos, sagittamina et virgas Sardorum in ci- 
vitatem Lucanam projiei fecimus, ex quibus supra muros, 
et in civitate ipsa plures fuerunt lethaliter sauciati; ludum 



Lodovico Antonio muratori. 61 

ad Massascutum, et alia jiicunda tripudia fieri. » Così nel- 
l'anno 128'.), i vincitori liorontini arrivati alle mura d'Arezzo, 
socondoc'hò viene scritto dadiovanni Villani, lib. VII,cap. 132: 
« fecionvi correre il Palio per la lesta di San Giovanni, e 
rizzaronsi più ditìcj, e man^^anaronvisi asini ron la mitra 
in capo per rimproccio del loro vescovo. » All' incontro nel- 
r anno 132.') riportò Castruccio signor di Lucca un' insigne 
vittoria de' fiorentini, e penetrò fino alle mura della lor 
città, saccheggiando e bruciando ovun(iue passava. Quivi 
dun(iue, per far onta ad essi liorentini, ordinò tre corse, con 
premio proposto a ciascuna. La prima fu de' cavalli; la se- 
conda d'uomini a piò; e la terza di <lonne pubbliche. Fe- 
cevi anche battere dei denari, appellati poscia Castruccini. 
Altrettanto poi fecero gli stessi fiorentini nelle loro vittorie 
contro pisani, sanesi e milanesi. Nello stesso anno 1325, i 
modenesi assistiti dalle soldatesche di Passerino signor di 
Mantova, di Azzo Visconte e de' marchesi d' Este, diedero 
una gran rotta ai bolognesi a Zappolino, e passarono col- 
l'armata vittoriosa sino alle porte di Bologna. Scrive il Mo- 
rani nella Cronica Modenese, toni. XI, Rer. Hai.» d'essi vin- 
citori : « A dieta Porta Civitatis (Hononiae) ad Pontem Kheni 
(aeientes currere equos ad pallia et scharleta; unum vide- 
licet prò conmiuni C'remonae, cujus civitatis praet'atus Azzo 
extitit titulatus ; aliud prò C(jmmuni F'errariae ; aliud prò 
Communi Mantuae, et reli(iuum prò Communi Mutinae an- 
tedicto, ad aeternam memoriam praemissorum, et aeter- 
iium bononiensium scandalum. » Qui mi sia lecito di emen- 
dare il Corio, che riferisce (piesta vittoria all'anno 1323. 
Molto più si allontanò dal vero il Ghirardacci, il quale a 
chiusi occhi, seguitando il Corio, si credette di acconciare 
•lueir anacronismo con immaginar due volte sconfìtti i bo- 
lt>gnesi da' modenesi, cioè nel 1323 e nel 132.'>. Altri esem- 
})li di qu(dia consuetudine tralascio, per dire piuttosto, che 
ben erano puerili «luelle invenzioni di vendetta, e di fare 
scorno ai nemici. Isè diverso parere portò Filippo Villani, 
nel lib. XI, cap. 63, dove descrivendo la guerra fra' pisani 
e liorentini latta al suo tempo, cioè nel 136:^, cosi parla: 
« 11 perchè i pisani (giunti colla vincitrice armata alle porto 
di Firenze) feciono correre il palio per traverso a Rifredi, 
(^ tra le schiere. Più feciono battere muneta ; e al Ponte a 
liifredi impiccarono tre asini ; e per derisione, loro puosono 
al collo il nome di tre cittadini, a ciascuno il suo. Kcco in 
che i savj Couimuni di Firenze e di Pisa spendono i milioni 
di fiorini, rinovellanilo spesso queste villanie. » 

Ci sono altri spettacoli, da più secoli usati in Firenze, 
Siena e Venezia, cioè il Givoco del Calcio, le Regatte etr. 
ile' quali non intendo di parlare. Nel secolo XIV era costume 
de' romani il fare la Caccia de' Tori, cioè la battaglia dei 
giovani nobili con tori non domati nell'anfiteatro di Tito. 
Lodovico Monaldeschi negli Annali, iom. XII, Reì\ ItaL, pa- 



02 SKCOLO XVIII. 

j^ina r>:ir>, ci dà il catalogo do' nobili rli* entrarono in qiiel- 
l'anin^'o, e dclln lor sopravosti od r*rnblcMiji. Loda «gli la 
bravura dei noni batteri t,i ; ma (jiiai (Ine avi-sse un si peri- 
coloso cimento, lo diranno le seguenti f)arole di lui. € Tutti 
assaltarono il suo toro; e Cde* conìbatteriti) ne rimasero 
morti (licidotto, e nove Jerili; e dei tori ne rimas^-ro morti 
undici. Ai moi'fi si fece un grande onore. » Se veram<*nte 
vi l'u tanta copia di nobili uccisi, lascerò ch'altri il decida 
qual fosse la sapienza d'allora. Più prudenti al sicuro fu- 
l'ono i postei'i di (jue' romani, e gli altri popoli, die di rpn'Sto 
giuoco, eseguito neirantica Koma da vili gladiatori, lascia- 
rono tutta la gloria all'agilità e destrezza degli Spagnuoli, 
i quali non si son perancbe indotti per la morte, che ta- 
lora accade ai combattenti, di dismetterlo. Abbiamo parlato 
della magnificenza degli antichi pi'incipi nei loro spetta- 
coli: conviene ora aggiugnere, che i nobili giovani l'orma- 
vano le loro schiere con divisa uniforme, cioè con sopra- 
vesti del medesimo colore. Alle volte ancora i loro abiti 
erano di due difTerenti colori, di modo che, per esempio, 
la parte destra mostrava il rosso, la sinistra il giallo. Resta 
tuttavia vestigio di tal costume in Milano ne* serventi del 
Comune, e ne fanno fede anche le pitture dei secoli XIV e 
XV. E di qui a mio credere nacque il nome di Divisa (og- 
gidì diciamo Livrea), perchè si usava di dividere le vesti 
in guisa, che V una parte rappresentava un colore, e l'altra 
un altro. Nella Vita di Santa Francesca rornmia negli atti 
de' santi del Bollando al dì 9 di marzo, visione 30, si legge : 
« pulcherrima divisa est color albus et rubeus. » Nelle an- 
notazioni questa voce è spiegata così : « Idest Fartitio. Item 
ISIodus et Electio, ut scribunt Accademici Fiorentini. » Ma 
nient' altro fu Divisa, che Livrea; e però si dicea Vesti di- 
2'isate, Panni divisati, cioè di doppio colore. Altri esempj 
della magnificenza dei nostri maggiori si potrebbero aggiun- 
gere ; ma a me è bastato di pubblicare «l'Ordine e magni- 
ficenze dei magistrati romani nel tempo, che la Corte del 
Papa stava in Avignone, » cioè nel secolo XIV, in acco- 
gliere i principi pure i legati pontifici. Tratto è questo 
racconto dall' incomparabil Biblioteca vaticana. Oltre agli 
spettacoli profani, ci furono una volta anche i religiosi, né 
pure incogniti a" nostri tempi. Se n' è parlato di sopra. Ag- 
giungo ora, che è da vedere Falcone Beneventano, tom. V, 
Mer. Ital., p-rìg. 94, dove riferisce la traslazione de* sacri corpi 
di Marziano, Doro etc, celebrata in Benevento nel 1119. Cosi 
neir anno 1336, per attestato di Galvano Fiamma, de Reb. 
f/est. Azonis Vicecom., tom. XII, Rer. ItaL, fu istituita in 
Milano una particolar forma di solennizzare la festa del- 
l' Epifania. « Fuerunt (seri v' egli), coronati tres reges in equis 
magnis, vallati domicellis, vestiti variis, cum somariis mul- 
tis, et familia magna nimis. Et fuit stella aurea discurrens 
per aera, quae praecedebat istos tres reges. Et pervene- 



EUSTACHIO MANFREDI. 63 

rnnt a,d cohniinas sancii Laurentii, ubi erat rex Ilerodes 
elli^natiis cuiii scribis et sapientibiis. Et visi sunt interro- 
gare regeni Herodem etc. Quo audito, isti tres reges coro- 
nati aureis coronis, tenentes in nianibus scyplios aureoscuni 
auro, tliure et niyrrha, praecedente stella per aere, euni 
soniariis, mirabili faniiilatu clangentibus tubis, et buccinis 
praeeuntibus, siniiis, babuynis et diversis generibus ani- 
malitun, cuni mirabili popiilorum tumultu, pervenerunt ad 
ecclesiam sancti Knstorgii. Ubi in latere altaris majoris 
erat praesepium cum bove et asino, et in praesepio erat 
Cliristus parvulus in brachiis Vii'ginis Matris. Et isti reges 
obtulerunt Cbristo munera. Deinde visi sunt dormire, et an- 
gelus alatus eis dixit, quod non redirent per contratam san- 
cti Laui'entii, sed per Portam Romanam : (juod et factum 
l'uit. Et Cuit tantus concursus populi et militum et domi- 
narum et clericorum, quod nuniquam similis visus fuit. » 
Con die pio spettacolo il popolo di Modena accogliesse Borse, 
ottimo duca loi'o e de' Ferraresi, allorcliè questo principe 
venne» a ({lu^sta città nel 1452, sta scritto nella Storia di 
Ira (iiovanni Minorila, toni. XX, ixV'v. Hai. Cosi conchiusa la 
pace nell'anno 1379, Tra Bernabò Visconte signor di Milano 
e Bartolomeo e Antonio dalla Scala signori di Verona e Vi- 
cenza, il popolo vicentino con uno spettacolo pio spiegò la 
sua allegria, che produsse slupore e venerazione in tulli. Ne 
fa il racconto Conforto Pulce nella Storia Vicentina, toni. Xlll, 
Rer. Ital.y con dire fra le altre cose : « Omnibus aulem hoc 
modo in admiratione manentibus, qui super solario supe- 
riori aderant, faciebant sclopos igneos (Scopjoio vuol dire, 
onde poi si formò Schioppo) ad moduiìi maximorum tonitruum 
et fi'agorum : quare non soluni qui erant super aedifìcio, 
sed qui ad speclaculum convenerant, slupefacti aspicientes 
versus caelum stabant. » T'cco qual meraviglia cagionasse 
allora la novità ed uso della polve da fuoco in chi non avea 
veduto uno somigliante fenomeno. Ma abbastanza di (juesto. 
— (Dalle Dissertazioni sopita le Antichità italiane, disser- 
taz. XXIX.) 



EUSTACHIO MANFREDI. 

Quest'uomo di grande ed universale ingegno, insigne nelle let- 
tere, sommo nelle matematiche, e in special modo nell'astronomia 
e neir idraulica, nacque a P>ologna il 20 settembre 1074, primo di 
molti fratelli e sorelle, tutti noti per valore d'intelletto Fu lau- 
reato in giurisprudenza, ma si volse più particolarmente alle 
scienze, e a venticinque anni (1G90) era già professore di mate- 
matiche nel patrio ateneo; più tardi (1704) sopraintendente del- 
l'acque del territorio bolognese, e nel 1711 astrononio della spe- 
cola: nel 1738 il collegio di filosofia dell'Università di Bologna 



r.l SECOLO XVIM. 

lo ;)t,%M«'<(t) fra i Hiioi, «» tfl;i rra d<^ll<*. A' di j-chmiz*- «m 

]'ari(^i V. <li Londra e di quella della Crii- ìw chiamato in 

varie parti d'Italia, a l{oma, a Lucca, a Venezia (e anche a Vienna, 
ma non volle recarvisi), per retfolare questioni di acque, e di tal 
materia molto si occupò in servizio del patrio reggimento. Pieno 
di meriti e di onori, dopo una vita laboriosisHima, mori in Bolo- 
gna ai IT) febbraio 17:n. l'ontanellc ne leH»e l'elogio nell'Accade- 
mia parigina. 

L(^ sue opere HcienfiJiche in italiano e in latino, Rono circa 
quaranta: in quelle italiane, quali sarebbero gli Elementi della 
Cronologia, le Istituzioni astronomiche, la Istoria delle conlroverne 
sulla ftfjura della terra, la Vita di Marcello Malpiyhi, le lìime e 
prose (liologna, Dalla Volpe, 17«X)) ecc., seppe unire perspicuità ed 
esattezza a dignità di stile e purezza d'eloquio. Delle poesie sue 
poche avanzano, avendone egli distrutte gran parte; ma quelle che 
restano lo chiariscono de' migliori rimatori del suo tempo, e supe- 
riore di gran lunga a que' tanti, che allora fiorivano in Bologna.' 
Parecchie sue lettere, le più d' argomento scientifico, sono rac- 
colte nelle Lettere familiari d'alcuni Bolognesi del secolo XVIII, 
Bologna, Dalla Volpe, 1744, e dal Gamba nelle Lettere faviiliari 
scritte nel secolo XVIII, Milano, Classici, 18:W; altre ha pubblicato 
il Malagola, Lettere inedite di iLomini illustri bolognesi, Bologna, 
Romagnoli, 1875; di altre ancora dà notizia F. Foffano, Rime 
scelte di E. M. con alcune sue prose, Reggio Emilia, tip. Ariosto, 
1888, prefazione, p. 2, n. ; del Carteggio suo con Francesco Bian- 
chini informa una memoria di E. Celani, Bologna, Gamberini e 
Parmeggiani, 1891; la corrispondenza coll'Algarotti si trova nel 
voi. XI delle Opere di quest'ultimo. 

[Vedi il suo Elogio scritto da G. P. Zanotti, Alcune operette, 
Venezia, Alvisopoli, 1830, p. 43 ; la Vita nel Fahroni, Vitae Ita- 
lorum, V, 144; e Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, Bo- 
logna, 1786, V, 183.] 

Per monacazione della donna amata. 

Donna, ne gli ocelli vostri 
Tanta e si chiara arde a 
Maravigliosa, altera luce onesta, 
Ch'agevolmente uom ravvisar potea 
Quanta parte di cielo in voi si chiuda, 
E seco dir: Non mortai cosa è questa. 
Ora si manifesta 
Quell'eccelsa virtude 
Nel bel consiglio che vi guida a i chiostri. 

* Vedi Lirica del Fnigoni e dei Bolognesi del secolo XVIII, Venezia, 
Zatta, 1791, ove si raccolgono rime di quarantun Bolognesi. 



EUSTACHIO MANFREDI. C5 

Ma perdio i sensi nostri 

Son ciechi incontro al vero. 

Non lesso iiman pensiero 

Ciò che dicean quo' santi lumi accesi: 

Io li "vidi e r^V intesi 

Mercè di chi innalzomnii ; e dirò cose 

Note a me solo, e al voI<^o ignaro ascoso. 

Quando piacque a Natura 
Di far sue prove estreme 
Ne l'ordir di vostr'alma il casto ammanto, 
Klla ed Amor si consigliare insieme, 
Sì come in opra di comune onore. 
Maravigliando pur di poter tanto. 
Crescea il lavoro intanto 
Di lor speme maggiore, 
E col lavoro al par crescea la cura, 
Fin che l'alta fattura 
Fiac(iue a l'anima altera. 
La qual pronta e leggera 
Di mano a Dio, lui ringraziando, uscfa, 
E raccogliea per via, 
Di questa spera discendendo in quella. 
Ciò ch'arde di più puro in ogni stella. 

Tosto che vide il mondo 
L'angelica sembianza 
Ch'avea l'anima bella entro il bel velo, 
Ecco, gridò, la gU^ria e la speranza 
De l'età nostra:, ecco la bella inimago 
Si lungamente meditata in cielo. 
E in ciò dire ogni stelo 
Si fea più verde e vago, 
E l'aer più sereno e più giocondo. 
Felice il suol cui "1 pondo 
Premea del bel piò bianco 
del giovenil fianco, 
() percotea lo sfavillar, de gli occhi! 
('ir ivi i fior visti o tocchi 
Intendean lor bellezza, e che quei rai 
Movean più d'alto che dal sole assai. 

Stavasi vostra mente 
F'aga intanto e serena, 
D'alto mirando in noi la sua virtute; 
Vedea quanta dolcezza e quanta pena 
Destasse in ogni petto a lei rivolto, 
E ndi'a sospiri e tronche voci e mute; 
E per nostra salute 
Crescea grazie al bel volto. 
Ora inchinando il chiaro sguardo ardente, 
Ora soii veni ente 
Rivolgendolo fiso, 



IV. 



60 HIX'OLU XVI II. 

Contro (Io l'altrui viso, 

Quasi col dir: Mirato, alme, mirato 

In me clic nia beltafo, 

Clio per guida di voi Kcelta son'io, 

K a ben seguirmi eundurrovvl In Di >. 

Qual'io mi fessi allora. 
Quando il leggiadro aspetto 
i'ien di sua luce a gli occhi miei s'olTrio, 
Amor, tu 'I sai, che il debile intelletto 
Al piacer confortando, in lei mi festi 
Vecfer ciò che vedem tu solo ed io, 
E additasti al cor mio 
In quai modi celesti 
Costei l'alme solleva e le innamora; 
Ma più d'Amore ancora 
Ben voi stesse il sapete, 
Luci beate e liete. 

Ch'io vidi or sovra me volgendo altere 
Guardar vostro potere, 
Or di pietate in dolce atto far mostra, 
Senza discender da la gloria vostra. 

lenta, e male avvezza 
In alto a spiegar l'ale 
Umana vista! o sensi infermi e tardi! 
Quanto sopra del vostro esser mortale 
Alzar poteavi ben inteso un solo 
Di que' soavi innamorati sguardi! 
Ma il gran piacer codardi 
Vi fece al nobil volo, 
Che avvicinar poteavi a tanta altezza ; 
Che né altrove bellezza 
Maggior sperar poteste, 
Folli, e tra voi diceste. 
Quella mirando allor presente e nova: 
Qui di posar ne giova. 
Senza seguir la scorta del bel raggio, 
Qual chi per buon soggiorno oblia '1 viaggio. 

Vedete or oome accesa 
D' alme faville e nove 
Costei corre a compir l'alto disegno! 
Vedi, Amor, quanta in lei dolcezza piove, 
Qual si fa il Paradiso, e qual ne resta 
Il basso mondo, che di lei fu indegno! 
' Vedi il beato regno 
Qual luogo alto le appresta, 
E in lei dal cielo ogni pupilla intesa 
Confortarla a l'impresa; 
Odi gli spirti casti 
Gridarle : Assai tardasti ; 
Ascendi, o fra di noi tanto aspettata, 



EUSTACHIO MANFREDI. 67 

Felice alma ben nata! 

Si vol<,^e ella a dir pur ch'altri la isiegua, 

Poi si mesce ira i lampi e si dilegua. 

Canzon, se d'ardir troppo alcun ti sgrida, 
Digli che a te non creda, 
Ma venga inlinchè puote egli, e la veda. 

Per la nascita del principe di Piemonte.* 

Vidi r Italia col crin sparso, incolto. 
Colà dove la Dora in Po declina, 
Che sedea mesta, e avea ne gli occhi accolto 
Quasi un orror di servitù vicina. 

Nò l'altera piagnea: serbava un volto 
Di dolente bensì, ma di reina; 
Tal l'orse apparve allor che il pie disciolto 
A i ceppi olVr'i la Libertà latina. 

Poi sorger lieta in un balen la vidi, 
E fiera ricomporsi al fasto usato, 
E quinci e quindi minacciar più lidi; 

E s' udia l'Appennin per ogni lato 
Sonar d'applausi e di festosi gridi: 
Italia, Italia, il tuo soccorso è nato. 

Dell'alzarsi che fa di continuo la superfìcie del mare. — 

Nell'autuinio dell'anno scorso 17!JI, essendomi per coman- 
damento del signor cardinale iMaft'ei, legato della Roma- 
gna, portato a Kavenna, per dover quivi, in compagnia del 
signor Bernardino Zendrini, divisare sopra la maniera di 
metter riparo a' disordini de' torrenti e delle altre acque 
che scorrono ne' dintorni di quella città, ne fu d'uopo, prima 
d'inoltrarci a tale disamina, riconoscere col livello le altezze 
non meno de' fiumi, che de' piani delle campagne e di quello 
della stessa città, rispettivamente alla superficie del mare. 
Il che essendosi nello spazio di alcune settimane, e più cer- 
tamente dal signor Zendrini che da me, con esquisite os- 
servazioni mandato ad elTetto (perciocché attese le mie in- 
disposizioni, poco più poteva io a ciò prestare che la mia 
presenza), e già ricavatasi da queste osservazioni bastevol 
contezza intorno alla presente positura di que' terreni e di 
quelle acque, ne prese curiosità di rintracciare eziandio, 
ove possibil fosse, qualche lume intorno alla situazione del- 
l'antico piano della città, le cui contrade e le fabbriche, 
non tanto per li guasti ricevuti da' barbari, quanto per 1«^ 
alluvioni del mare e per quelle del Po e di altri fiumi, ben 
sapevasi essere state più e più volte rialzate. Or mentre 
eravamo su tal pensiero, accadde cosa al comune desiderio 

* Vittorio Amedeo, nato nel 1G09 e morto poco appresso. Regnò in 
vece sua il secondogeuito Carlo Kmauuele III. 



08 8EC0L0 XVIII. 

nostro molto acconcia o favorevole; e questa fu, che avend<» 
monsignor Farsetti, arcivescovo di (| nel la città, deliberato 
(li lisloi'aro, anzi di i-innovan* da' fondamenti quella Hua 
(tiiicsa <;atte(lraIo, la <jual«; conta oltr(5 ì'MHì anni di anti- 
cliità (siccome (|uella che fino a'tenìpi dell' imperi •- 

dosio e intorno all'anno 40(j di ('risU^, dal santo art.. j^o 
Orso fu fabbricata), erasi allora .appunto dato principio a 
muover tei'ra per ricnn^scerne le fondamenta: e a tal»* fine 
cavavasi dentro la cliicsa, cioè nel piano più basso di «.-ssa, 
che è (piello su cui immediatanu'nte si scende dalle tre 
poi'te della facciata davanti, una gran buca, a pie dell'uno 
de' due colonnali maestri, su' quali posano gli archi che 
reggono i muri della nave di niezzo. Nel che fare come si 
fu arrivato alla profondità di piedi i once 7 della misura 
ravegnana, così venne scoprendosi un lastricato di bellis- 
simi marmi di diversi colori, s'i vagamente a foggia di mu- 
saico insieme commessi e congegnati, che nulla più. Erasi 
alquanto più sopra, cioè alla profondità d' un piede, o d' un 
mezzo piede di meno in circa, incontrato poc'anzi come un 
altro suolo di marmo, o fosse egli predella di altare, o sca- 
lino di piano più alto, o pezzo di rovina ivi a caso sepolto 
(perocché non si pose cura a riconoscere ciò che fosse), 
ma certamente interrotto, e non come questo, andante e 
seguito. Noi vedemmo più volte il lastrico predetto cos'i 
lustro e pulito come uno specchio; perocché tale era egli 
mantenuto dall'acqua, che dalle sponde della buca in gran 
copia sorgeva, talmente che coH'opera di due trombe, che 
di continuo vi s'impiegavano, penossi a mantenerla vuota; 
ed io stimo che quella parte di lastricato, che nel fondo 
della cava rimanea scoperta, fosse lunga intorno a dieci 
e larga intorno a sei o sette de' nostri piedi, e in una tanta 
estensione non iscorgevasi in essa inegualità, non pendenza, 
non rottura, non altro indizio di cosa posta fuor di suo 
luogo ; onde il nostro avviso, e quello di tutti gli altri che 
lo videro, fu esser quello un antico pavimento della chiesa, 
e rimaso nell'antico suo sito nel rialzarla. Imperocché, egli 
non può mettersi in dubbio, che qualche alzamento in qual- 
che tempo non ne sia seguito, rendendosi ciò manifesto 
dalle predette colonne, le cui basi e parte ancora de" fusti, 
si veggono sepolte sotto il lastricato d'oggi. Anzi io tengo 
per cosa certissima, che più d' una volta ciò sia avvenuto; 
imperocché, siccome osservai in quella delle colonne, la 
quale riusciva sull'orlo della detta buca, le basi sepolte 
non posano di gran lunga sul piano del lastrico nuovamente 
scoperto; ma ne rimangono più alte, se ben mi ricordo, 
da tre in circa de' nostri piedi; da che parevami di poter 
inferire, che per lo meno due volte sia convenuto alzare 
quella chiesa; e che la prima volta ciò si facesse lasciando 
stare il pavimento al suo luogo, in cui ora si é ritrovato, 
con alzar le colonne fino al pari del nuovo lastrico, che 



EUSTACHIO MANFREDI. GD 

allora dovette farsi, e la seconda con disfare cotesto la- 
strico, riportandolo vieppiù in alto, senza muovere le co- 
lonne, che perciò restano in parte sepolte. 

Ma egli non è mio intendimento di trattenervi con troppo 
minuto rag*,niaglio intorno a ciò. Venendo dunque oramai a 
(1 nello che da principio mi proposi di raccontarvi, dico, 
che fattasi da noi una esatta livellazione di quell'antico 
pavimento con alcuni termini stabili, indi non molto distanti, 
i quali giù, ci era noto qual rapporto di altezza avessero 
colla superficie del mare, grande fu la nostra maraviglia 
al vedere, che il pavimento riusciva non più che sei once 
ravegnane superiore al segno del mar basso e un poco più 
di otto inferiore a ([uel termine cui si solleva la marea nel 
suo llusso ordinario; per modo che, se il detto piano, quando 
servì anticamente di suolo a quella cattedrale, avesse avuta 
libera comunicazione col mare (il quale noi sappiamo che 
a ([ue' tempi non era guari discosto dalla città, anzi entrava 
dentro di essa e ne bagnava le contrade), egli si sarebbe 
trovato due volte il giorno coperto d'acqua in altezza di 
otto once ravegnane, che è oltre a un piede di Bologna; 
])er non parlare di quello che sarebbe accaduto allorcliè il 
mare o per llusso straortlinario o per burrasca si alza oltre 
i soliti segni ; e acciocché non ne potesse rimanere alcun 
dubbio che la cosa non fosse pur così, noi avevamo con tal 
diligenza riconosciuti i termini del llusso e rillusso al porto 
del Candiano, e poscia con tanta facilità e chiarezza, per 
mezzo d'un lungo canale d'acqua stagnante, riportato il loro 
livello sino alle mura della città, e finalmente con tante 
r. prove accertati i rapporti di tutti i punti, per noi livellati 
e fra di loro e col mare, che l'esitare sopra ciò sarebbe 
stato un negar fede alla testimonianza degli occhi proprj. 
Or dunijuc, strana cosa e troppo lontana dalla pratica co- 
mune ne parve cotesto, che una sì grande e sì nobile ba- 
silica, e fabbricata, come alcuni storici vogliono, a spese 
dello stesso imperador Teodosio, fosse da principio in una 
sì bassa o. misera situazione collocata, da rimanere ad ogni 
ti-atto annegata dalle acc^ue e impraticabile al popolo, che 
da una sì gran provincia a celebrarvi i divini ullicj dovea 
concorrervi. 

KgU è vero che per difenderla dall'escrescenze del mare 
bastava che il piano del terreno, che per qualche tratto 
air interno la circondava, o per lo meno le soglie delle sue 
porte fossero più alte delle maree, né per altro alcuna 
apertura vi fosse, per cui potesse avere comunicazione col 
mare; e perciò si potrebbe supporre, che dalle dette soglie, 
pur come ora si fa, si scendesse per alcuni scalini nel 
piano della chiesa. Ma questo ancora non lasciava di sem- 
ì)rarne assai strano: perchè, essendo dillìcilissimo 1' assicu- 
rai'si che 1' acqua di fuori non trapelasse al di dentro per 
lo commissure de' marmi, e non meno quella del mare che 



70 BFX'OLO XVIII. 

f|n<;lla dolio piopgo e de' fiumi di cjuel contomo, scensi jjlia- 
tjinionte e fum/.a alcun prò' hì sarobbe oHposto quel nuovo 
('(liii(;io a dovoro fra non molto divenire una pozzan^'liora 
\)iiv mancanza di scolo, o p(;r lo nuMio a soon'-iatarnente 
maccliiarsono quel va;<liissimo pavimento per 1' umidità, e 
a rendei'si (luel sogf?iorno intollerabile per lo puzzo, rjuando 
con tenorne il suolo un pi«}do o due più alto, potevasi o^'ni 
incomodo ed o^nii pericolo bastantemente schivare. K co- 
mochè si vo^dia condonare aj,di architetti il non aver pre- 
veduto che lo torbido do" fiumi doveano talmente alzare il 
terreno intorno intorno a ridosso della nuova fabbrica, che 
ella ne sarebbe restata per parecchi piedi sorrenata,' sic- 
come è accaduto, non si saprebbe si di \q<i^\ì'v\ perdonar 
loro d'averla, contra ogni buona regola della loro arte, se- 
polta da principio un piede sotto l'acfjua del mare. 

Per togliere d mque a noi stessi la maraviglia di ciò 
che cogli oc. hi nostri vedevamo, parve ad ambedue che 
altro non rimanesse che ricorrere ad una supposizione, la 
(luale, quando vi sia da me esposta, io dubito non forse 
venga riputata degna di maggior maraviglia di quello che 
fosse la cosa stessa che a pensarvi ne avea condotti ; e 
<iuesta si è, che la difl'erenza d'altezza tra quell'antico 
lastricato e la superficie del mare, dal tempo della fonda- 
zione di quella metropolitana al di d'oggi, sia cangiata; 
per modo che il lastricato predetto, il quale si trova ora 
restar più basso delle comunali maree un piede di Bologna 
in circa, allora o fosse eguale a quelle, o per avventura 
le sopravanzasse. Il che se è cosi, conviene che nell'una 
di due maniere sia accaduto: o perchè quel lastrico siasi 
profondato dentro terra, o perchè la superficie del mare 
siasi alzata, e giunga ora negli estremi suoi termini di flusso 
e di ri/lusso a' segni rispettivamente più alti, di quelli a' quali 
mille trecento anni sono giungeva. 

Se io non temessi di noiarvi con una troppa lunga di- 
ceria, potrei darvi ragguaglio di altre antiche fabbriche 
della medesima città, delle quali, ove rinvenir si potessero 
i primi piani che sotterra sono sepolti, ho cagione di cre- 
dere che si trovassero anch'essi più bassi del mare. Io con- 
terei fra queste il nobilissimo tempio de' monaci Cassinosi 
di San Vitale, fabbricato intorno all'anno 541, di cui è me- 
moria ne' registri di quel monastero che del 1702 fosse 
alzato oltre due piedi, e di cui dicevami il padre abate 
INIaffetti ricordarsi, che si ritrovarono allora sotto il vecchio 
piano certissimi segni d' un altro precedente alzamento, 
seguito air altezza della statura d'un uomo, ^'è tralascerei 
la rinomatissima chiesa di santa Maria Rotonda, opera di 
Teodorico re goto, nell' anno 495, della quale non avanza 

^ Sorrenata, lo stesso che sotterrata, rimasta sotto la rena, che i fiumi 
straripando portano sempre insiem con la terra. 



EUSTACHIO MANFREDI. 71 

fuor di tciTii che la metà superiore colla maravigliosa cu- 
pola incavata a scalpello in uno smisurato sasso di un solo 
pezzo, essendo il rimanente sorrenato nella campagna, 
quantunque non molto alta, che le è d' intorno. Di (lueste 
dico e di altre fabbriche ravegnane potrei darvi riprove, 
che l'antico loro piano resti notabilmente più basso della 
superfìcie del mare nel llusso e di taluna anco, per avven- 
tura, nel rillusso ordinario; onde se non vogliamo credere 
che gli architetti di quelle eti\ tutti fossero cosi scempj, o 
da non conoscere o da non curare simili errori, egli pare 
che ad altro non si possa ricorrere, che a cangiamento di 
sito, per cui siansi o abbassate le fabbriche o alzata la 
superlicie del mare. 

Io sono andato pensando quale di questo due supposi- 
zioni abbia più del credibile, e possa con maggior verisi- 
militudine adattarsi a render ragione dello cose per noi 
osservate. E sebbene non voglia negare esser possibile, 
che le fabbriclie mentovate abbiano col tratto del tempo 
qualche poco ceduto, profondandosi col proprio peso sot- 
terra; anzi so molto bene essere comune osservazione, che 
i terreni nuovi e ricolmati (come lo è (juasi tutto il Kave- 
gnano) dalle alluvioni de'fìumi, nell'andare che fa la terra 
insieme situandosi e rassettandosi, si veggono per alcun 
tempo scemare di altezza, e tanto più quanto maggiore è 
il peso di cui sono caricati ; nulladimeno non saprei deli- 
berarmi ad attribuire l' effetto predetto, almeno in tutto, 
ad una simil cagione. Imperocché, egli pare estremamente 
dillìcile, che fabbriche di tanta altezza, quanta ne hanno 
quelle che io vi ho raccontato, possano aver fatto un sì 
gran calo, qual sarebbe quello di un piede, così dolcemente 
ed egualmente in ogni loro parte, che in ciò fare non si 
sieno punto spiombate e per conseguente anco arrendute 
e scommesse ; delle quali cose ninna può conoscersi essere 
in questo accaduta. Nò è meno dillicile a credere, che al 
muoversi de' massicci della labbrica, lo stesso lastrico, senza 
punto rilasciarsi ne' suoi attacchi co' muri e co' pilastri, e 
senza fendersi né slogarsi in conto alcuno, ne abbia riposa- 
tamente secondato il movimento, per modo che quella parte 
del vecchio piano, che ora si è scoperta, trovasi così a livello 
e così salda ed unita, £ome se pur ora fosse stata spianata. 

Nò mi rimove da tal parere ciò che dicesi del calare 
che fanno sul principio i terreni prodotti dalle deposizioni 
de' fiumi; imperocché, se coloro che architettarono quelle 
fabbriche, non furo^^o del tutto privi di senno, non sul nuovo 
e superficiale terreno, ma sul vecchio e saldo e profondo 
dovettero stabilirne le fondamenta, o pure a maggior si- 
curezza sorreggerle con palificate, siccome appunto in 
Ravenna praticavasi già fin da' tempi di Vitruvio, le cui 
parole, tratte dal capo II del libro IX, piacemi di qui rife- 
rire ; perciocché paiono scritto a bella posta per toglier di 



72 blXULO XVIll. 

mozzo o<rìì\ (liibbio ititoino airabbassainonto di quegli ediflzj 
(leniuali ora trattiamo. At/nf.s aatem.... in paiustrihus locis 
infra fundainenla aediflciorurn nu^brc fina..., pernuitu:t 
imniorlalis ad acturnitatrìn, et a ' pon- 

dera slructurtie, et sine viliis con - //* id 

onaximc ronsidcrarc Havennae, qì'od ibi omnia opera et 
2>ubUca et privata sub fandamentis ejus generis habeant 
pai OS. 

Kii;\i l'imano dunque clic; finalmonte noi ci deterniiniamo 
a con Cessare, doversi un tal lenonieno ascrivere ad eleva- 
zione dell'acqua del mare seguita in questi 12 o 13 secoli, 
che dopo la prima costruzione di questi edifizj sono tra- 
scorsi ; e tale fu eziandio il parere del signor Zendrini, il 
quale so;rgiun<(evami non esser (luello l'unico indizio ch'egli 
avesse veduto dell'alzarsi della superficie del mare, ma 
averne riconosciuti assai altri ben manifesti in Venezia, 
neiroccasione che egli, come matematico di quella sere- 
nissima repubblica ha di continuo, di osservare gli eHetii 
delle acque in quella laguna, e di confrontare le sue osser- 
vazioni colle antiche memorie. 

Ed avendolo io poi pregato per lettere dopo il suo ri- 
torno colà a soddisfare alla mia curiosità, specificandomi 
alcuno di cotesti segni da lui veduti; fra molti che me ne 
lia dati, assai chiaro parmi esser quello, che il piano della 
chiesa sotterranea del nobilissimo tempio ducale di san Marco, 
fabbricato come si ha dalle istorie nel nono secolo di Cristo, 
nel qual piano, non meno che nel tempio superiore, si ce- 
lebravano da' fedeli, secondo l'uso di que* secoli, i divini 
ufilcj, sia stato abbandonato, atteso il gemere che ne face- 
vano i muri ; raccogliendosi in fatti dalle misure per lui 
inviatemi, che il detto piano sotterraneo sia ora più basso 
del flusso comune del mare. Kè minor forza a persuadere 
lo stesso hanno altre osservazioni da lui mandatemi, come 
quella che nelle straordinarie escrescenze della laguna, 
l'acqua fosse salita ad annegare la piazza, che ora è stata 
alzata d' un piede, anzi entrasse fin dentro al medesimo 
tempio e sopra il piano regolare di esso ; e che il portico 
del Broglio, il quale riesce nella detta piazza, avesse altre 
volte un lastrico d' un piede più basso, sul quale posino i 
piedistalli delle colonne, ora affatto sepolti ; non potendosi 
per mio avviso supporre, che sia seguito alcun notabile 
abbassamento, almeno della piazza e del lastrico di quel 
portico, né credere che simili piani non fossero da prin- 
cipio tenuti tant' alti, da dover rimaner sempre all' asciutto 
anco nelle maggiori commozioni del mare. 

Potrei confermare questa conghiettura colla testimo- 
nianza d'alcuni rinomati filosofi, non meno de" tempi addietro 
che de" nostri, i quali non hanno messo in dubbio codesto 
alzamento, riconoscendolo per un necessario effetto di quella 
gran quantità di terra, che i torrenti vanno perpetuamente 



EUSTACHIO MANFREDI. 73 

rodendo da montaj^ne onde scendono, e deponoiulo nel seno 
del maro. E sebbene potrebbe taluno sospettare, non forse 
l'accrescimento della terra in quel j^ran vaso possa venire 
ricompensato da diminuzione d'accjua, la quale t^opo essersi 
sollevata dal mare in vapori e ricaduta sulla terra in Torma 
di pio^'^àe o di nevi, non ritorni già tutta né a svaporare 
per convertirsi di nuovo in piogjjia, né a scorrere per gli 
alvei de' fiumi tino al mare, ma in parte vada penetrando 
sempre più addentro nel terreno, e in partii resti assorbita 
da cieche voragini, dalle quali non trovi più strada, che al 
mare la riconduca; nulladimeno, ove l'esperienza ne renda 
certi che il mare cresca oltre i primieri segni, converrà 
conl'essare, o che in esso vada perpetuamente ritornando 
tanto d' acqua, quanto ne è uscito, o che si poco se ne 
perda, che questo non possa mettersi in isconto con quella 
([uantità di terra, che certamente si va accumulando in sua 
vece nel tondo del mare. 

Sono alcuni, i quali non che persuadersi che egli si alzi 
di superlicie, stimano potersi dimostrare il contrario per 
mezzo di una assai comune osservazione ; e questa si è, 
che in parecchi luoghi egli si ritira dal continente, lasciando 
spiaggia, ove per l'addietro era ac(iua; né di ciò fa biso- 
gno cercare molto da lontano le prove, scorgendosi mani- 
fi'stamento essere ciò succeduto, e tuttavia succedere, non 
che altrove, nel lido ravegnano, di cui parliamo, il quale 
per le memorie che si hanno degli antichi suoi termini, 
trovasi, dai tempi d'Augusto lino all' età nostra, per ben tre 
miglia inoltrato e prolungato più avanti nel mare. Ma (luelli 
che cosi ragionano, se io non m'inganno, deducono da un 
fatto verissimo una conseguenza opposta al vero, e dandosi 
a credere di aver ritrovato un manifesto indizio che il mare 
si abbassi, altro non hanno fatto che addurre una ragione, 
l)er cui egli si debba alzare. Imperocché l'avanzamento 
de' lidi e il ritiramento del mare non succede regolarmente 
che in quelle spiaggie, le quali, essendo di poca profondità, 
vanno con pendenza quasi insensibile a seppellirsi sotto la 
superfìcie dell' accjua, e nel solo caso che indi non lungi 
metta foce un lìume torbido. Ivi dunque le materie portate 
da questo vengono dalla correntia sospinte lungo il lido, 
ove deponendosi formano prima bassi ed occulti scanni, i 
(piali, alzandosi poscia a poco a poco, allorché sieno giunti 
a segno di non essere più sormontati nel rillusso, comincia 
a sorgere la nuova spiaggia. Quindi é che di leggieri si 
giudica, che il mare col ritirarsi l'abbia lasciata in asciutto, 
come se egli avesse scemato di altezza ; (juando, al con- 
trario, é forza che egli pur (jualche poco sia cresciuto; per- 
ciocché, trovando l'acciua quella parte dell'antico suo letto 
(la straniere materie ingombrata, dee per necessità di na- 
tura riacquistare in altezza (luello spazio, che in ampiezza 
ha perduto. 



74 8EC0L0 XVIII. 

K^Mi è il vero, che le alluvioni per tal modo prodotte 
vp.n^rono poscia colmate di nuovo dallo stesso mare, il (juale 
liei t.<Mnj)0 dolio biu'rasclie sconvoigf'ndo e rimescolando le 
])r()prie arene da' più cupi suoi fondi, e lanciandole collo 
onde verso il lido, ne cosperge le nuove spiaggie, e coll'an- 
tiche finalmente le pareggia: ma acciocché cotesto rigettar 
cirogli fa le materie nel suo fondo depo'^te, non si adduca 
per una nuova ragione conlra F alzamento di esso da noi 
preteso, basta ricordarsi, che se in que' luoghi che si son 
detti, il mare si ritira, altri ben ve ne hanno ne' quali si 
avanza; e se in quelli si accresce la spiaggia per la sabbia 
che egli vi lascia, in altri di continuo si scema per quella 
che ne rode e ne inghiotte; onde in vantaggio del suo ac- 
crescimento sempre rimane (juella, che dal corso de' fiumi 
gli viene del continuo somministrata. 

Ma perchè taluno considerando da una parte la smisu- 
rata estensione del mare, e dall'altra il poco o nulla ab- 
bassarsi di que' terreni, i quali somministrano la materia 
al riempimento di esso, potrebbe per avventura persua- 
dersi che un tale effetto dovesse riuscire anche in migliaia 
d'anni insensibile e di niun conto; io son tra me stesso 
andato divisando qual metodo si potesse tenere per ridurre 
la presente ricerca ad un calcolo: e comechè ben conosca 
esser cosa troppo dillìcile, per non dire impossibile, accer- 
tare in altro modo che coli' esperienza la quantità di co- 
testo alzamento, tuttavia non so indurmi a riputare impresa 
del tutto disperata quella di determinare un limite, di cui 
non possa l'alzamento predetto ragionevolmente esser mi- 
nore, ma bensì maggiore in un dato tempo. 

A tal fine io prendo a considerare quella sola quan- 
tità di materia terrea più sottile, che nelle acque correnti 
stando sollevata dal fondo, ed intimamente mescolata col- 
r acqua, le toglie la trasparenza e la rende torbida : cioè 
a dire quella a cui propriamente si dà il nome di terra, 
ovvero di limo o pur di belletta; e di questa prendo a 
ricercare la quantità che nello spazio d" un anno da tutte 
le parti della superficie terrestre viene tramandata nel 
mare, ed ivi deposta; non mettendo in conto la sabbia, non 
la ghiaia, non il sasso; non alcun' altra materia di quelle, 
che strisciando lungo il fondo de' fiumi, vanno ancor esse 
al medesimo ultimo termine delle acque. E perchè fuori del 
tempo delle piene i fiumi o non corrono torbidi o appena 
è sensibile la loro torbidezza, né le piene sopravvengono 
ad essi se non a' tempi delle pioggie o a quelli dello scio- 
glimento delle nevi, né finalmente le pioggie e le nevi nel 
loro scioglimento si scolano immediamente per altri alvei 
che per quelli de' torrenti, i quali in ogni altro stato ri- 
mangono asciutti o almeno poverissimi di acque; egli è 
manifesto, che la quantità di terra, che noi prendiamo a 
misurare, è quella che passa in un anno per le foci di tutti 



EUSTACHIO MANFREDI. 75 

i torrenti del mondo (o riescano poi queste foci immedia- 
tamente nel mare, o dentro liumi tributarj anch'essi del 
mare), mescolata con quella quantitìi d'accjua, che nel detto 
tempo si scarica per le foci predette; e che questa quan- 
titìi di acqua non altronde ha la sua origine, che dalle 
pioggie e dalle nevi disfatte. Noi potremo <luu(iue sapere 
la misura della materia terrestre, di cui parliamo, ove due 
cose ne riesca di rinvenire; cioè primieramente, la quan- 
iìtù. dell'acqua di pioggie e di nevi, che nello spazio d'un 
anno scorrendo per li torrenti, giunge tino alle loro foci, e 
in secondo luogo, la proporzione che ha verso cotesta (juan- 
titìi d' acqua, ([uella della terra che l' intorbida. 

Se quella misura d'acqua, che noi cerchiamo, fosse tutta 
quella che cade nel detto spazio dal cielo, non sarebbe dif- 
ticile lo stabilirne la quantità, per (juanto nella presento 
ricerca ne può bisognare, dappoiché da tanti dottissimi e 
diligentissimi uomini, con osservazioni esatte e per lunga 
serie d'anni continuate, è stata a'tempi nostri indagata. 
Imperocché sebben hanno essi avvertito altra esser questa 
misura in altri luoghi della terra, e le pioggie trovarsi più 
copiose ne' luoghi montuosi che ne'piani, più nelle vicinanze 
del mare che dentro terra, più nella zona torrida che nella 
temperata; nuUadimeno, bastando a noi di non peccare in 
eccesso in (jucsta determinazione, per non aumentar di so- 
verchio, insieme colla quantità dell'acqua, quella della terra 
che l'intorbida, mi parrebbe esser certo di non incorrere 
in tal errore appigliandomi alla menoma fra le quantità in 
diversi luoghi osservate, che è quella che il signor Maraldi, 
ricompensando gli eccessi di un anno co' difetti dell'altro, 
stabili per Parigi, di once 18 di altezza; ella è quasi la metà 
meno di quello che risulta dalle osservazioni fatte dal no- 
stro accademico, il signor Iacopo Bartolommeo Beccari in 
Bologna. 

Ma egli è certo che, contuttoché cadano dal cielo co- 
teste 18 once d'acqua in un anno (che pur mi giova di 
Ungere non cadérne di più), non arriva di gran lunga tanta 
mole d'acqua per gli alvei de' torrenti tino ai loro sbocchi; 
mercecchè, ne' tempi d'estate, comechè copiose più che in 
altra stagione sieno le pioggie, appena è che i torrenti si 
veggano correre più che mezzanamente gonfi al loro ter- 
mine ; e ciò addiviene perchè il terreno, allora arsiccio e 
sitibondo, prestamente inzuppandosi della pioggia caduta, 
o non ne somministra a' solchi e a' rigagnoli che assai pic- 
cola parte, o questi di nuovo la bevono e la consumano per 
istrada, o alla tìne il torrente stesso nell'arido suo letto 
l'assorbì; alle quali cagioni quella eziandio è da aggiugnere, 
che il calore dell'aria e l'agitazione del vento e il per- 
cuoter del sole gran parte ne asciuga, e ne disperde in 
vapori. Io confesso che sarebbe dillìcile senza un gran nu- 
mero di esperienze diilinire ([uanta sia la perdita che so 



ti; hix'olo xviii. 

no IH per lo aJtlotto cagioni; ma flnaliiìcnU^ ù pur certo, 
clic- «'Ila non si disperdo tutta, e cIk* (|ijalclje parte ancli«^ 
in (jticlla sta^Moiie ne vicn trarnandaUi da' torrenti a' loro 
shocchi: ond(; essondo dall'altra parte ancor certo, clic 
(|iuindo la terra e ^'ià imbevuta e sazia per le passato 
piof?'?ie, e quando il caMo non ha più tanta foi-za, come 
neir autunno avanzato, in'W inverno e nella primavera, non 
può larsene consumo che sia di molto conto, mi parrebbe 
assai vcrisimilmonte con',diietturare chi supponesse scorrere 
lino air esito de' torrenti la metà sola e almeno poi la terza 
parte di quella che cade in tutto l'anno, e (luella sola sca- 
ricarsi, o immediatamente o per mezzo dei fiumi reali, 
nel mare; il che se così a voi, come a me, par ragione- 
vole, si può determinare la misura di tutta quest'acqua 
d'once 6 di Parigi, cioè di once 5 di Bologna, in altezza 
e in ampiezza di tutta la parte terrestre di questo globo 
della terra. 

Ciò staljìiito, passiamo a discorrere della proporzione che 
è fra l'acqua torbida de' torrenti e la terra per entro me- 
scolatavi, che tale la rende. Io non dubito punto, che ancor 
questa non sia diversa, secondo che diversa sarà la natura 
de' terreni, da' quali ciascun torrente prenderà le sue acque. 
Imperocché, dalle balze allatto nude, la cui superficie o di 
sasso di macigno o di gesso o d'altra dura materia sia 
incrostata, niente di terra si tramanda ; poco ne sommini- 
strano i luoghi difesi da una folta cotica • di gramigne o 
d'altre erbe; poco più quelli che sono ingombrati da mac- 
chie e da boscaglie; il più ne viene da quelli di nuda terra 
atta alla coltivazione, e molto più ancora se ella attual- 
mente è coltivata, e se trovasi posta in pendio, come sul- 
Terto de' monti e de' poggi. Oltre di ciò, nò in ogni fiumana 
che venga dallo stesso torrente, né in tutta la durata della 
stessa fiumana, eguale é il grado di torbidezza, osservan- 
dosi che, nelle prime piene dell'estate o dell'autunno, l'acqua 
è più carica di tali materie, che quando dopo lunga pioggia 
la terra é già dilavata; come pure che più lo é nelle fiu- 
mane rapide e violente, che provengono dai subiti tempo- 
rali, che in quelle che si fanno o da lente pioggie o dal 
disfarsi delle nevi, e più sempre nel principio o nel colmo, 
che nel declinare della piena. Egli parrebbe dunque neces- 
sario cercare la proporzione predetta in tutti i torrenti e 
in tutte le mentovate circostanze ; il che infinita e impossibil 
cosa sarebbe : ma io mi do a credere, che senza un sì gran 
numero di osservazioni, ben potesse bastare lo scegliere 
alcuno di que' torrenti, il cui corso, come eziandio quello 
de* loro tributarj, in parte sia fra nude rupi, fra praterie, 
fra boschi, e in parte ancora fra colture di piano e di monte : 

* Cotica è detto per siniilitudiQe lo strato superficiale del terreuo, 
qui rivestito d'erbe e granii^ue. 



EUSTACHIO MANFREDI. 77 

Ut'' d'un solo contentarsi, ma considerarne molti, e in molte 
e lontane parti della tcM'ra, e di cias("niio di essi (are gli 
esperimenti in tale stato del torrente, che si possa ragio- 
nevolmente estimare, non trovarsi egli nò al sommo nò 
;i.ir infimo grado di qnella torbidezza di cni è capace. 

Io vi riferirò in tal proposito (jnello che nella visita 
delle acque bolognesi, e delle altre vicine provincie avutasi 
l'anno 17'-Ì0, fu osservato nel nostro Reno il di -^7 di l'eb- 
braio, sì perchè panni che questo torrente abbia le accen- 
nate qualità per le quali possa essere scelto a tal disamina, 
s'i anco perchè l'osservazione che sono per dirvi, fa latta 
di comune concerto fra molti celebri matematici, co' quali 
io mi trovava in (luella visita; ed erano il padre abate 
(irandi, il padre abate Galiani, ora arcivescovo di Taranto 
e cappellano maggiore della real cappella di Napoli, il si- 
gnor Gio. Iacopo Mai'inoni, il signor Giovanni Ceva, il si- 
gnor l^ernardino Zendi'ini, il siguoi' Francesco Zanetti, il 
signor Domenico Corradi, il fu signor Giuseppe Antonio 
Nadi, e il signor (ìabriello mio fratello, oltre molti esperti 
ingegneri, altri bolognesi, alti'i d'altre provincie. 

Mra il Reno in una mezznna escrescenza, che durò per 
molti giorni, come ((uella v\h\ procedea dalle nevi, che; dalla 
montagna si andavano dileguando. Si empì un fiasco di vetro 
della sua acqua, presa non molto sotto la superlìcie di essa, 
la (|ual acqua appariva assai torbida: ma per mio avviso 
non potea essere nella massima sua terbi (hr/za, attese le 
dette circostanze di (juclla piena, e del sito ove l'acqua 
fu presa. Si serbò nel vaso por un giorno, cioè Ano a che 
cadendo a fondo la parte terrea, rimanesse l'acqua per- 
fettamente chiara; ciuindi decantandola' riposatamente in 
un bicchiere di vetro di lìgura conica, si osservò quante di 
(|uelle misure ella riempisse lino all'orlo ; e nell'ultimo, i-i- 
mescolando tutta la terra del fondo con <iuel poco d' acqua 
che vi era restata, si versò nello stesso bicchiere, che ne 
rimase alquanto scemo. Indi, lasciatasi di bel nuovo deporre 
entro il bicchiere la tei'ra, si misurò diligentemente quanta 
parte dell'altezza di ([uel cono fosse piena sino alla super- 
ficie dell'acqua, o (juanta ne ingombrasse la sola terra, che 
nel fondo e presso al vertice del cono era rimasa ; ed ivi 
anch'essa orizzontalmente spianata, e fattasi una ragione 
della capacità della detta parte del bicchiere occupata dalla 
terra, e di quella dell'altra parte ancor piena d'acqua, 
aggiungendo a questa la somma dell'altra acqua già ver- 
sata, si trovò la proporzione di tutta la terra a tutta l'acqua 
esser quella di 1 a 174, cred' io, non senza maraviglia d'al- 
cuni che si davano a credere, che il Reno corresse con un 
terzo, e a un bisogno, con due terzi di terra. 

' Cio»i travasandola leggormento, perdio rimanesse nel fondo «lei Ijìc- 
chiere la posata, fe vore della Chiniica. 



78 SECOLO XVIII. 

rrondcntlo dunque questa proporzione come mezzana fra 
lo molte, olio in diversi torrenti e in diversi stati del me- 
desimo torrente si troverebbero (la qual cosa solamente a 
cagione d'esempio intendo di fare, poiché la quantità del- 
l' ac(jua torbida elio in un anno entra nel man.*, si è tro- 
vato esser tanta, elio e^Mial mente distesa sopra la super- 
ficie terrestre, vi si alzer-ebbe once 5 della misura di Bologna), 
e/^li è manifesto tanta essere la materia terrea della pr^detUa 
condizione che con essa va al mare, che, distend<*ndola e 
spianandola anch'essa egualmente sopra la medesima su- 
perficie tei'i'estre, vi si sosterrebbe all'altezza di 5 parti 
delle 174, nelle quali un'oncia si può intender divisa. 

('io supposto, egli sarebbe assai facile conchiuderne, 
quanto sia quell'accrescimento d'altezza che dee seguire 
nel mare in (lualsivoglia dato tempo, o per meglio din; quel 
limite di accrescimonto, che egli senza dubbio dovrebbe in 
quel tempo oltrepassare ; imperocché, essendo la superficie 
del mare, per quanto nei globi e nelle carte geografiche si 
può scorgere, qualche cosa meno del doppio della super- 
ficie della parte terrestre, egli è chiaro che applicando la 
detta quantità della terra, la quale intorbida le acque 
de' torrenti, e tutta V ampiezza del mare, e spianandovela 
sopra, si ridurrebbe quella ad un'altezza minore del doppio, 
cioè a 5 parti delle 348 che un'oncia può contenere; onde 
restando la predetta quantità di terra dentro il mare, come 
ve la gettano i fiumi nello spazio d' un anno, altrettanto 
dovrà alzarsene la superficie. Sarebbe dunque l'alzamento 
di essa in ragione di once 5 in 348 anni, a conto della sola 
materia di terra sottile che importano i fiumi torbidi; o più 
tosto sarebbe questo il limite del minimo alzamento possi- 
bile nel detto spazio di tempo, che è ciò che si era preso 
a cercare. 

Quanto sia poi quello che il mare dovesse cr:scere oltre 
questa misura per conto della rena, della ghiaia e de' sassi 
che essi vi recano, io non oserei definirlo. Mi par solo di 
poter credere, che l'effetto di queste materie dovesse es- 
sere assai più grande, che quello delle prime ; e sarebbe 
da desiderare, che i nostri maggiori ne avessero lasciate 
memorie de' segni stabili, ai quali di mano in mano fossero 
giunte le maree ordinarie nell' età loro, che ne servireb- 
bero ora per una certa misura, siccome potranno servire 
a' posteri quelli che nell' età nostra si saranno osservati. 

Contuttoché nel calcolo finora fatto, io non abbia inteso 
che dare un esempio di quel metodo, che io stimerei potersi 
mettere in pratica per trovare un limite del minimo alza- 
mento del mare, ho tuttavia cagione di credere, che per 
quello che riguarda la sola terra sottile che si posa dentro 
di esso, la misura di once 5 in anni 348 non vada esorbi- 
tantemente lontana dal vero. A così giudicare mi muove 
un' osservazione inviatami fra le altre dal signor Zendrini ; 



EUSTACHIO MANFREDI. 79 

ed è, che quella banchina di marino che ^ira intorno intorno 
al dncal palazzo di san Marco di Venezia dalhi parte che 
guarda verso il canale, la qual banchina senza dubbio fu 
costrutta a comodo de' barcaiuoli, acciocché a piedi potes- 
sero andare a trovare le loro gondole, che in grandissimo 
numero stanno ferme entro quel canale mentre il gran 
Consiglio è rannate, si trova oggidì più bassa d' un mezzo 
piede della comune marea. Fu quel superbo edificio fab- 
bricato intorno all'anno 1500; perciò se noi volessimo sup- 
porre, che il piano della banchina fosse messo precisamente 
a livello della marea ordinaria a que' tempi, l'alzamento 
del mare in questi anni 230, che fino ad oggi sono varcati, 
sarebbe stato di un mezzo piede; ma se supporremo, come 
a me pare più ragionevole, che il detto piano fosse rego- 
lato a tale altezza, che per lo meno nel tempo della marea 
riuscisse al pari delle sponde delle gondole che sono in 
canale, le quali sponde nel sito più basso sopravanzano 
intorno a un altro mezzo piede al pelo dell'acqua, sarà 
l'alzamento, seguito in 230 anni, d'un piede incirca; della 
(lual misura dando tre once a un dipresso alle torbide 
(le' fiumi (che tanto ne tocca loro nel predetto ragguaglio), 
ne rimangono altre otto e mezza, da poter riconoscere per 
un ell'etto delle altre materi(ì più gravi, deposte in 230 anni 
nel mare. 

Se, come par che dimostri la predetta osservazione, 
r alzamento totale del mare in anni 230, è di un piede, egli 
sarà stato di piedi 5 once 9 in que' 1330 anni che si con- 
iano dalla fondazione della chiesa mef ;'opolitana di Ravenna 
lino al dì d'oggi ; e quell'antico lastricato, che ora si è tro- 
vato più basso delle maree comuni un buon piede di Bo- 
logna, sarà stato da principio collocato ad un' altezza su- 
periore alle medesime oltre piedi 4 '/»• Anche questa misura 
non va troppo lontana dal ragionevole; imperocché, sebbene 
é all'atto incredibile, che in Ravenna i piani delle nuove 
fabbriche si facessero più bassi del mare, vi ha tuttavia 
fondamento di sospettare, che in alcune chiese penetrasse 
l'acqua dentro le sepolture; il che potè dare occasione a 
Sidonio Apollinare (scrittore che fiorì verso la fine del quinto 
secolo) di dire scherzando in una sua lettera, in qua pa- 
lude (egli parla della città di Ravenna) indesinenter rerum 
omnium Icge perversa muri cadunt, aquae stant, turres 
fluunt, naves sedent, aegri deambulant, medici jacent, 
algcnt balnea, domicilia conflagrant, sitiunt vivi^ natant 
sepulti. 

Comunque siasi, io stimo dilUcile il non restar convinto 
dalle cose fin ora dette, non solo dell'alzarsi del mare, ma 
che tale alzamento anche a riguardo della sola terra sot- 
tile dee rendersi sensibile in pochi secoli, se pui*e non vo- 
gliamo sostenere contro ogni apparenza, che quella parte 
di acqua delle pioggie, che i torrenti portano al mare, non 



ftO 8EC0L0 xvin. 

al)l»i;i cIk' lina proporziono insensibile a tutta (jiiclla clic» 
c:n\o sopra la terra. Kepiifo ancora sovercliio il far parolo 
del ^Minili' liso che potrebbe avere n^lla vita eivile 1* intra- 
picudi'i'c seriain(Mit(^ la rif'<?reji di <|iicstH misura (conn'eln> 
non dubiti potei'si questa, molto me;/lio fjie danoi, ne^*ertare 
da (jiK'Ili r\n' abitano Inn^^o il mare), o sia per prender re- 
^,'ola ne' piani delle nuove fabbriche, o sia per prevedere 
le altei'jizioni, r-lie ])onno aceadore a'Ilnmi e ■'" ' eam- 

pa^^MK' dclbi, piannrji, e con ciò r<';:olar<r le L .i, i^li 

ar;,'in:im('nti (3 T eseavazioni dei condotti d«.*ii«j arejuc. Iv f(ià 
io ri<,niaid() esser frutto non leggero né disprezzabile di 
<totesta generale notizia, cbe U mare cresca oi superficie, 
(liK'llo fli poteiM^ oi'amai dfcidi^re una quistione, clic era di 
•,q'an momento nella dottrina de' fiumi : ci(>«*', se il letto di 
qih'sti si debba perpetuamente andar*» elevando, come volle 
il signor Viviani, o se abbiano un termine di alzamento 
definito dalla natura per ciascun fiume; al (|ual t«*rmine 
ove egli sia giunto, la cadente ' del suo fondo più non si 
alteri, ma quale si trova, tale perpetuamente si rimanga, 
come con salde ragioni mostrò il signor Guglielmini. Im- 
perocché, ove si tratti di uno spazio di tempo non troppo 
lungo, e in cui il crescer del mare non si possa gran fatto 
render sensibile, i fiumi non dovranno alterai'si, purché 
intanto non segua un notai)ile prolungamento del loi-o alveo; 
ma col volger de' secoli dovranno alzarsi le cadenti di tutti, 
ritenendo sempre a un dipresso quella pendenza, che per 
ciascuno di essi dalla natura, cioè dalla quantità e condi- 
zione delle loro acf[ue, e da quelle delle materie che por- 
tano, è stata stabilita. 

Che dirò poi delle conseguenze che i filosofi potrebbero 
ricavarne intorno alle grandi mutazioni di questo globo 
terrestre? Largo campo certamente si aprirebbe loro non 
meno di spiegare l'origine di quei corpi ora naturali, ora 
artificiali, che fra" luoghi piani si trovano nel cavar pozzi 
o nel condurre fosse alquanto profonde, che di filosofare 
intorno all' antichità de' tempi e alle prime origini delle 
cose. Anzi, è da credere che, ove tali sperienze si facciano 
e si vaiano proseguendo colla debita diligenza, sia per 
parer loro di aver materia bastevole, non pure per inten- 
dere l'istoria naturale del passato e del presente, ma ezian- 
dio per comporre quella dell'avvenire. 

Fin qui aveva io stese, ed anco partecipate ad alcuni 
de' nostri accademici queste mie conghietture, quando da 
Venezia mi è giunto il Corso di fisica del signor Niccolò 
Hartsoecker, stampato all'Aia l'anno 1730, nel cui libro 
settimo si tratta di questa materia. Io mi sono meco stesso 
rallegrato al vedere, che tanto nella opinione sopra 1' ac- 
crescimento del mare, quanto nel metodo di misurarlo per 

* Nel siguificato idraulico vale tncì inazione, pendenza. 



EUSTACHIO MANFREDI. 81 

mezzo della proporziono dell'acqua corrente alla terra elio 
r intorbida, mi trovo d'accordo con un (ilosofo sì rinomato. 
Egli suppone comunemente noto in Olanda che il mare si 
alzi ; e dal vedersi quegli argini elio lo rafirenano, o che 
essi chiamano (liglic, essere senza scarpa, ingegnosamento 
argomenta che sieno stati fatti in più volte, cioè a misura 
che, si è andata rendendo sensibile l'alterazione dell'acqua. 

È vero che non paro riconoscer egli altra cagione di 
tale alzamento, che la terra sottile che entra nel mare, 
senza metter in conto i corpi più gravi, che io stimo non 
doversi trascurare ; e che per trovar la misura della detta 
terra, egli si vale di osservazioni fatto non già in un tor- 
rente, ma nel Reno di Germania, che è liume reale, e che 
oltre le acquo flelle pioggie o quelle delle nevi, ne riceve 
gran copia dalle suo sorgenti e da' laghi per li quali passa; 
onde, ancorché si voglia concedere clie tutte queste acque 
vengono o immediatamente o mediatamente da quelle che 
cadon dal cielo in forma di pioggia o di neve, non veggo 
come egli possa separare la sola quantità d'accjua proce- 
dente dalle pioggie d' un anno, da quella che per avventura 
caduta in più anni, mantiene i rivi e le fontane, per pa- 
ragonarla colla (juantità di terra, che parimente in un anno 
vien jportata al mare. 

Ciò non ostante, egli trova il lleno della Germania, nello 
stato della sua mezzana torbidezza, molto più feccioso del 
nostro di Bologna, dandogli solo 99 parti d' acqua per una 
di terra; e da questa sola quantità conchiude l'alzamento 
del mare d' un piede in 100 anni, quando noi non l'abbiamo 
fatto per questo conto che di once 5 in anni 348. lo temo 
che la sua misura non sia alquanto eccessiva. 

Da questa misura inferisce egli, che in dieci mila anni 
deve essere consumata e smaltita tutta ([uella terra, che è 
atta alla coltivazione, e la superlicie terrestre allatto iste- 
rilita, come quella che sia ridotta a nudi sassi per quel 
tratto di essa, che non sarà sommerso nel mare. Ma se il 
maro si alza, io stimo che in meno di tre mila anni non 
sarà più possibile rallVenare i li unii con argini tra le pia- 
nure; onde essi traboccando da' loro letti, le ricolmeranno 
di nuova terra, la quale, siccome posta in piano, non sarà 
più sì agevolmente a' tempi dello pioggie trasportata al 
mare. Allora è facile che di nuovo venga talento agli abi- 
tatori di riarginare i lìumi per asciugare quelle pianure, 
per lino a che, dopo un altro più lungo tempo, un nuovo 
alzamento del mare gli obblighi ad abbandonarle alla di- 
screzione dell'acqua. E chi sa quante volte a quest'ora 
sieno seguiti sopra la terra simili cangiamenti ? — (Dalla 
Relazione sopra l'alzarsi che fa di continuo la superficie 
del mare, inserita nella Raccolta di Autori che trattano 
del moto delle acque. Firenze, nella Stamperia di Sua Al- 
tezza Reale, 1770, tomo VII, pp. 27-42.) 

IV. r> 



82 SECOLO XVIII. 



GIOV. PIETRO /ANOTTI. 

Di HO stesso e de' casi suol lasciò egli un racconto, nella Sto- 
ria dell' Accademia clementina di iio/oz/na, riportato dal Gami'.a. 
in Alc.iiw opere/te di O. 1'. Zanotti (Venezia, Alvisopoli, 1 
Nacque in l'arigi da Giov. Andrea Cavazzoni-Zanotti, comico d .. 
«ine bolognese, ai 4 ottobre 1674, e da lui a dicci anni fu ricon- 
dotto in patria, ove attcHc allo studio della pittura, che fu la sua 
j)rincipale professione. Ma attese anche alle lettere, alternando i 
lavori fra quadri e libri. Era niagjjior fratello di Francesco Maria, 
del quale più oltre diremo, e fu j)adre dell'astronomo f.ustachio, 
cosi chiamato perchè tenuto a battesimo da Eustachio .Manfredi, 
ch'era amicissimo a Giov. Pietro, e del quale questi scrisse V Elogio. 
Fu segretario deirAccademia di Helle Arti, «letta Clementina e ne 
compilò la storia (Hologna, 1739, 2 voi. in 4"). Parecchie sue Let- 
tere si trovano nel Carteggio dell'Algarotti (voi. XI-XII;. Togliamo 
un capitolo dal suo trattato che s'intitola Avvertimenti lìer V in- 
camminamento d'un giovane alla j^ittura (Bologna, 175G). Mori vec- 
chissimo, ai 28 settembre 1765. 



Degli affetti nella pittura. — Tanto fu sempre estimata, e 
debitamente, la espressione degli afTetti.ciie non pochi hanno 
scritto elle principalmente per questa si acquistasse Rafaello 
il nome di divino; e veramente, questa parta della pittura 
(e direi quasi sovra ogni altra, e forse mal non direi) è me- 
ritevole di ogni studio e di ogni attenzione, e di essere cosa 
divina riputata. Consiste questa nello esprimere i varii affetti 
dell'animo, i quali per certa incomprensibil legge fanno va- 
rie impressioni nei corpi; dal che nascono diversi moti e di- 
versi effetti che, ben imitati dal pittore, fanno subitamente 
che la figura da esso lui dipinta mostri sentire nell'animo, 
che non ha, ma che si vorrebbe lare apparire che avesse, 
quella passione convenevole a quanto rappresenta ; ora, 
siccome il poeta tenta talora questi affetti esprimere fa- 
cendo coi versi una immagine di ciò che quella passione 
nei movimenti del corpo produce, cosi conviene al dipin- 
tore esaminar quali effetti nell'esterno di un corpo pro- 
duca l'interno affetto dell'animo, e ritraendoU con vera 
imitazione, fare apparire in quella tale figura da lui di- 
pinta sdegno amore o temenza o pietà, ma con questo 
di più, che in ciò debbe usar maggior diligenza il pittor 
che il poeta. La poesia, clie parla e ragiona, può senza il soc- 
corso di così vive immagini quell'affetto fare intendere, che 
vuol che s'intenda; ma la pittura, eh" è muta, non può, se 
non che come i mutoli, gl'interni sensi rappresentare e far 
conoscere con immagini tratte da quegli esteriii effetti, che 
nei corpi nostri una passione, qualunque siasi, produce. Gran 



GIOV. PIETRO ZANOTTI. 83 

pittoii in poesia furono Dante e l'Ariosto, e gran poeti in pit- 
tura KalUello e i nostri Carracci. 

Bisogna considerare, elio a misura della forza degli af- 
fetti, le parti del corpo più o meno alla violenza di tali 
all'etti debbono corrispondere ; e quando cosi veemente sia 
la passione, che in ogni parte del corpo si diffonda, è uopo 
ad ognuna di queste cose aver riguardo. Un eccessivo terri- 
bile orrore, accompagnato da un dolore improvviso e mor- 
tale, spazia per tutte le membra, e talora più passioni in- 
sieme vanno unite, e ne viene ogni pai'te del corpo turbata e 
agitata, come nella divina statua del Laocoonte, conturbato 
per r inevitabil pericolo de' ligliuoli vicini ad essere divorati, 
e dal suo: e questo non si puote esprimere e far manifesto 
con altro, che col rappresentare con esatto disegno ciò che 
nasce di visibile agli occhi nostri. Quegli affetti che succe- 
dono più prossimi alla sede ove stanno, ed operano con più 
vigore le commosso passioni, più e maggiore alterazione 
debbono in sé avere, e il ben disciplinato pittore non ne ha 
da trasandare alcuna, e di quelle principalmente che sono 
universalmente notate ; nel rimanente poi non ha da intisi- 
chire coi lìlosofi, cui più profonde ricerche appartengono. 

Alla espressione degli affetti non si può dire quanto an- 
cora serva il colore, suffragio che i scultori non hanno; 
ond' è che il pittore le apparenze del colorito dee tenere 
in gran conto, ed ora acceso dimostrarlo, come effetto di 
caldo sdegno, ed ora pallido, come tocco da fredda paura. 
11 sangue, eh' è l'anima del colore, più o men vivo il fa 
vedere, a misura della veemenza che lo accende e lo spi- 
gne, o della temenza che il raffredda e rallenta. Vi sono 
poi corte passioni temperate in guisa, che pochi e leggeri 
segni di loro fan manifesti, e queste passioni sono, come 
notano i dotti accademici di Parigi, le più dillicili da rap- 
presentare, come è più dilficile il tirare ad un bersaglio 
piccolo che ad un grande ; tuttavia anche a queste bisogna 
attendere, e con non poca diligenza. 

Di questa parte, eh' è un sommo pregio della pittura, e 
per cui parmi veramente avere del celeste e del divino, 
sovra ogni altro fu gran maestro Rafaello, come ho detto, 
ed i nostri Carracci la osservarono ed usarono quanto può 
dirsi. Chi non ha veduto il quadro del Figliitol prodigo di 
Annibale, quasi direi che non può sapere a qual segno 
giunga l'arte della pittura nella espression degli afl'etti. 
Nel vecchio padre, oh Dio !, quanto ben si scorge il paterno 
amore, e il piacer di ricevere tra le braccia, che ambe a 
lui stende, il già fuggiasco lìgliuolo, e insieme la tenera 
compassione nel vederlo cosi tra' cenci, mezzo ignudo, este- 
nuato dai disagi, e con le carni abbronzate, ove più ove 
meno, dalle intemperie dell'aria e dal sole ! Nel figliuolo poi 
chi non s'avvede subito della compunzione e del dolore che 
sente per avere indebitamente, e per menar vita disso- 



84 SFX'OLO XVIII. 

luta, nn cosi buon paflre abbandonato? Oh quantx) a sdegno 
movo il veder quindi la tristezza e la rabbia del fratello. 
Intollerante ch(» il hiion vecchio ed amoroso riceva con tanti 
:il)p;irec(dii di giubilo il xw^iOtouda figliuolo, che, confidando 
nella patcì'ua miscricordiji, jiIU; sue; case per implorarla 
lìtornu! Io la tenni in mia casa alcuni mesi questa gemma 
dell'arte, prima che la inviassi ad una real galleria di 
Francia, per cui comperata l'avea ; né mai ho veduto, tra 
tanti che venneio a vederla e contemplare, uno che non 
si sentisse compunto e commosso; e j)iù sempre conobbi 
che gli all'etti bene espressi possono moltissimo negli animi 
nostri, e possono anche a prò della religione e del parti- 
colar nostro hene indurci ed eccitare ad opere degne di 
eterno premio. Una non men bella e compassionevole espres- 
sione divinamente rappresentata si vede nel Martino di 
sant'Affiicsc dal nostro Domenichino. Che amore, che divo- 
zione, che pietà non desta in noi quella gentil fanciulla af- 
ferrata per li capegli da quel truce manigoldo che la tra- 
figge! Spira del pari languore e santità: l'uno dall'atteggiar 
delle tenere mani, e fino dal ritondetto piede che con tanta 
grazia fuori si sporge della leggiadra e semplice vesta, e 
l'altra dal pallido volto e da' languidi occhi al cielo rivolti, 
così che move insieme al pianto e alla divozione. Oh eflfetti 
d'una ellicace e ben concepita rappresentazione! Lessi una 
volta, come una ben dipinta immagine della penitente Egi- 
ziaca fosse atta a far che si ravvedesse una gran signora, 
che nella via della perdizione, se non lavea eguagliata, 
poco da lungi le era tenuto dietro. Questa sent'i commoversi 
in guisa da un tanto esempio e sì al naturale rappresentato, 
che, non che le licenze troppo sfrenate del senso, ma il 
commercio del mondo abbandonò, e colei, che imitata avea 
negli scandali, nella penitenza procurò d' imitare. 

Furono della espressione degli affetti grandemente stu- 
diosi i greci così ne' loro poemi, come nelle loro pitture, 
ben conoscendo clie ciò dilettava al sommo e giovava. Volò 
per tutta la Grecia rispettato e onorato il nome di Aristide, 
pittor tebano, che fu detto il ritrovatore del rappresentar 
vivamente le passioni dell'animo; e la fama di quella ma- 
dre da lui dipinta, a cosi infelice stato ridotta e da varii 
affetti agitata, risona ancora tra noi. Era ella nella espu- 
gnazion di una terra restata mortalmente ferita intanto che 
allattava un suo tenero bambinello ; in lei chiaramente ap- 
pariva il dolore clie morendo avea di lasciarlo, e perchè 
cominciava a sentirsi mancare il latte e ristagnarglisi per 
la vicina sua morte, assalita dal timore che, invece di latte, 
il fìgliuolino si pascesse di quel sangue, che dalla piaga 
scendea e le poppe le rigava, dimostrava smanie, e di stare 
in forse tra il negargli l'alimento, ch'egli con l'avida bocca 
andava cercando, o di lasciare che il sangue ne suggesse, 
da che altro più dare non gli potea ; espressione che fu 



NICCOLÒ FOUTEGUERRI. 85 

oltre ogni credere maravigliosa. Io non penso di chiuder 
male questo capitolo se dirò, che il nostro cavalier Carlo 
Cignani, che a' nostri di fu certo un esimio pittore e molto 
osservatore della espression de<^li affetti, solca dire in leg- 
gendo una SI viva rappresentazione, che se (osse bastato, 
sarebbe ito sino agli estremi contini del mondo per vedere 
opera così bella, e viva espositrice di così teneri alletti. Im- 
pari dunque il giovane studioso della pittura quanto ciò 
importi; cioè lo esprimere con le linee e coi colori quel 
che sente l'animo nostro nei varii casi che gli succedono, 
e procuri con esatte osservazioni di giugnere a possedere 
una così bella ed ammirabil parte dell'arte sua. — (Dagli 
Avf'ertimenll per lo incamminamento d'un giovane alla 
pittura^ cap. XIII.) 



NICCOLO FORTEGUERPJ. 

Nacque di antica e cospicua famiglia pistojese, che aveva avuto 
fregio da letterati e prelati, il G novembre 1G74. Destinato, come 
terzo«,'enito, allo stato ecclesiastico, dopo gli studj fatti a Siena 
e a risa, dove si laureò in giurisprudenza, venne mandato nel IG'Jó 
a Koma, presso monsignor Fabroni suo parente, che fu poi car- 
dinale. Seguì nel 1702 monsi{<nor Zondadari in una anil)asciata in 
Spagna, e ne ritornò su' primi del 1705: poi, ebbe ulììzj in Koma, 
alternando tra fortune e disgrazie (queste specialmente durante il 
pontificato di Benedetto XIII), e morì non più che segretario di 
Propaganda, il 17 febbraio 1785. 

Tradusse in sciolti le Covimedie di Terenzio (Urbino, Albani, 17;iG), 
scrisse Capitoli ed Epistole poetiche, ed il poema il liicciaì'detto; 
ma tutto ciò fu pubblicato dopo la sua morte: in vita, ei mise in 
luce soltanto alcune rime e orazioni. La 1» ediz. dei Capitoli col 
titolo di Rime piacevoli, ù di Genova (17G5; il 2*' voi. è del 1777) e 
salvo due, siflatti componimenti si trovano, dopo il poema, nell'edi- 
zione di questo, fatta in Milano (Classici italiani, 181.3). Altre cose 
sue si pubblicarono a' dì nostri per nozze (Pistoja, Bracali, 1812; 
Gino, 1851 ; Bracali, 1874). Queste rime furono scritte a penna 
corrente e quasi imi)rovvÌ8ate, ma non sono senza brio, e qua e 
là anche non senza umor satirico,' specialmente rispetto ai cor- 
rotti costumi della Corte romana, contro la quale invoca san Pie- 
tro, che finalmente ci metta La santa mano sua, via daddovero, 
l)erch'egli è ormai tempo Che su quesVarbor dai maligni frutti Io 
vegga un giorno balenar la scure. Né risparmiò gli ordini mona- 

* Vedi G. Procacci, N. F. e la satira toscana de' suoi tempi, Pistoja, 
Bracali, 1877. 



tì(i HIXOLO XVJII. 

8tici, imm<3rHÌ ncirozio, nclT ignoranza, nel vizio; e contro i frati 
0. ]ì\iì s|)cci;ilinc;nte contro i romiti, inveì anclir; ucA Ricciardetto 

(canto XX, r/) e H<*j(K. ; '.K{ o HCjftf,; XXIII, «W e s«'t,'t;.». 

Il liicciarditto (1" cUiz., datata l'arici, ma di Venezia, I^ittcri, 
173H, col nome, rìsi adoperato dall'avo suo Scipione, di Niccolò Car- 
leromaco) è il ma},'gior titolo del rortcjfiierri alla fama di poeta. 
Il perchè e il come del nascimento del poema e narrato in una N-t- 
tera del l'autore, clic suol preporrti ad esso, diretta ad Knstachio 
Manfredi (Nidalmo Tiseo ad Aci JJelpuaiano), ove racconta come al- 
cuni ffiovani solessero raccof^liersi a veglia in una sua villa, ed ci 
Icf^gcva loro o V Innamoralo o il Furioso o il Morguntr. Un d'essi 
osservò una volta che T apparente facilità di quei poemi doveva certo 
esser costata apli autori molta e molta fatica, ma ei replicò «he il 
poetare «• so non tutto, più che per metà, da natura; e chi da questa 
non fosse ajutato, poteva tralasciar ai nobile esercizio. In prova 
del suo asserto, promise di portar loro la sera dopo un canto di un 
poema, che unisse insieme lo stile di quei tre autori; e la promessa 
attenne con soddisfazione degli uditori. Così nacque il lìicciardelto, 
incominciato }ter giuoco e che poi lei hello crebbe (e. XXV, 1), e 
venne continuato, dal 1710 al 17'25, a temjyi rotti ed avanzati alle 
occupazioni più gravi. Fu dunque un poema impreso e menato 
innanzi per capriccio bizzarro e senza uu prestabilito disegno d'in- 
venzione generale, o col solo intento di volger la materia epico- 
cavalleresca in riso, in burla, in parodia, in caricatura grottesca, 
nel guale l'autore cercò di metter alternamente le proprie orme su 
quelle del Bojardo nel rifacimento del Berni, dell'Ariosto e del 
Pulci, narrando strane avventure e intrecciando casi or pietosi or 
ridicoli, e insieme mescolando vecchie forme romanzesche e no- 
velle boccaccevoli e fiabe volgari, adoperandovi uno stile facile e 
piano. Quantunque sien molte le fila eh' ei tesse, e la sua Musa 
non stia mai ferma, ma faccia voli bestiali (VI, 111), nell'anda- 
mento de' racconti, a volta a volta interrotti e ripresi e quasi sem- 
pre accennati rapidamente, anzi che trattati per disteso, non vi è 
mai confusione, e si va fino in fondo con crescente diletto. Vera 
forza inventiva e virtù descrittiva nel poema non e' è, ma qualche 
carattere è assai ben ritratto: Jld es. quello di Ferraù, bestione 
pagano convertito al cristianesimo, fattosi romito e frate, ma sem- 
pre pronto a ricadere ne' peccati della carne. Qua e là Ferraù ri- 
corda Morgante o Margutte, dacché fra i tre poemi presi dal 
Forteguerri a modello, il Morgante del Pulci è quello cui mag- 
giormente si ragguaglia il Ricciardetto ; ma il racconto del castigo 
inflitto a Ferraù da Kiualdo e quello della sua morte (XX, 102 
e segg.), sono buffonate originali e vivacissime. 11 pregio maggiore 
del Ricciardetto è ad ogni modo la forma gioconda e scorrevole, la 
mescolanza assai ben riuscita del serio e del faceto, e quel dire le 
cose alla buona Senza tanti Permessi ed Elicona (XXVIII, 88). 
Non invano egli invocò sul principio del suo lavoro una special 



NICCOLÒ FORTEGUERRI. 



87 



Musa, boschereccia e popolare, che può dirsi esser lo schietto vol- 
gare toscano: 

Non ù figlia del Sol la Musa mia, 
Nò ha cetra d'oio o d'ebano contesta; 
È rozza villanella, o si trastulla 
Cantando a aria, conlornio le frulla. 

Ma con tutto che avvezza a lo boscaglie, 
K beva acqua di rio e nian{fi ghiande, 
Cantar vuole d'eroi e di battaglio 
E d'amori o d'impreso memorando. 
K se avverrà che alcuna volta sbaglio. 
Piccolo fallo è in lei ogni crror grande, 
Perchè non studiò mai, e il suo soggiorno 
Or fu presso un abete, or presso un orno. . . . 

Ma non per questo maltrattar si dee 
Nò farle lima lium e rella velUi ; 
La semplicetta non lia certe ideo, 
Che fan l'istoria luminosa e bella; 
Nò lesse mai in su lo carte achoo 
Ovver di Roma o di nostra favella 
Lo cose bello, che cantar coloro, ^ 

Cli' ebber monto divina e plettro d'oro. 

Ma canta por istaro allegramente 
K acciò che si rallegri ancor chi l'ode; 
Nò sa nò bada a regolo monte, 
Sprezzatrico di biasimo e di lode. . . . 

Ma già si ò posta in man la sua zampogna 
E canta sotto voce, e non si attenta. 
Non la guardato ancor, chò si vergogna, 
E come rosa il volto lo diventa. 
Ala presto passa un poco di vergogna: 
Principiato elio eli' ha, non si spaventa, 
E già incomincia 

E su questo tono familiare e vivo continua il poema per ben 
trenta canti, acquistando lena quanto più innanzi procede: ultimo 
e serotino frutto, non senza fragranza e sapor comico, della gran 
lioritura epico-romanzesca. 

[Per la biografia, vedi la Vita scritta dal Fabhuni, che, volga- 
rizzata da K. Giugni, sta in fronte alla cit. ediz., condotta su un 
testo tratto dall'originale, de' Classici italiani di Milano; CORR. 
ZaccHETTI, Una vita inedita di N. F., Oneglia, Ghilini, 1808 
(,iì di Bernardino, fratello del poeta). Per la vita insieme e gli 
scritti, vedi oltre i già cit.: A. Frediani, Il E. di N. F., in Studi 
di stov. polii, e letteraria, Carrara, Sanguinetti, iSb'J-, Fh. Camici, 
Notizie della vita e delle opere di N.F., Siena, S. Bernardino, 1805, 
sul quale è da vedere C. Zacchetti, Contributo alla storia dei 
lìlafji nel sec. XIX, lìeggio-Calabria, Morello, 1896. Sul poema, 
vedi C. Zacchetti, Il lUcciardetto di N. F., Paravia, 1809 (e su 
questo libro G. Mazzoni in Mass. hihliog. d. lett. ital, VII, 203, e 
IREN. Sanesi, nel Bollett. -sfar, pistoiese, II, 1) ; F. BERNINI, Il lUc- 
ciardetto di N.F., Bologna, Zanichelli, 1000.] 



W KKCOLO XVIII. 



Morto di un Gigante saraceno e di Astolfo. 

a Orlando ed a Rinaldo io torno, 

("li(i hanno già in l'Yancia fatto il lor ritorno. 

K, udito appona coni*! ('arlo ò in Spagna, 
Che vanno a (juella volta in dirittura. 
Un ronzino ha ciascun, che il suol si magna; 
K tanto è il zelo e la loro premura 
Di far por Carlo qualche opci-a magna, 
Degna di lui e do la lor bravura, 
('he vorrebbero avere ali a le piante 
Per esser dentro in Spagna in un istante. 

E in otto giorni giunsero a Granata, 
Il giorno giusto de la gran battaglia; 
Che poca de' cristiani era Tarmata, 
]■] infinita de' Mori la canaglia. 
Orlando il padiglion di Carlo guata, 
K, vistolo, a quel va come zagaglia 
Che sia vibrata da robusto braccio, 
K lui saluta, e dagli un grato abbraccio. 

Lo stesso fa Rinaldo : e, noto appena 
Kgli è a' soldati che Rinaldo è in campo 
K il forte Orlando da la dura schiena. 
Che più non teme a la vittoria inciampo, 
K con fronte allegrissima e serena 
Corrono addosso a' Mori come lampo: 
E ne fanno una strage cosi strana, 
Che, a voler dirla, fora impresa vana. 

Qui si potrebbe dir di molte cose, 
Eccelse tutte e di stima infinita. 
Che ad una ad una in ordine dispose 
Il Garbolino,^ e l'indice l'addita. 
I\Ia le donne son troppo timorose, 
E quella istoria solo è a lor gradita, 
Che favella d'amanti, o in guerra o in pace : 
E la strage ed il sangue a lor dispiace. 

Ma sceglieronne alcuna nondimeno, 
Per non parer maligno o trascurato. 
Ne l'esercito moro un Saraceno 
Era sì grande e grosso e smisurato. 
Che in moversi scotea tutto il terreno. 
Avea le braccia in modo disusato, 
Perchè eran così lunghe, che l'altiero 
Potea toccar la terra, e stare intero.' 

Più lunghe ancora avea di mezza canna 

* Nome finto dell'autore autico, che il Forteguerri allega qual sua 
foute storica, come altri Turpino. 
- Starsene dritto : senza piegarsi. 



NICCOLÒ FORTEGUERRI. 89 

Le dita, le copria d'un forte guanto, 

Clie avea Tugne di ferro; ond'egli scanna 

Qualunque acciulTa : e lì non vale incanto : 

Ed ha per lancia così fatta canna, 

Che un grosso pino non può starle a canto. 

Ove arriva con essa il malandrino, 

Fa da boia in un tempo e da becchino. 

Corse costui: cioè fece tre passi 
E que'tre passi furon più d'un miglio. 
Cose, per Dio ! da sbalordire i sassi ; 
IMa di ciò punto non mi maraviglio ; 
Che se proporzione al mondo dassi, 
Mettiamo caso, per divin consiglio 
Che nascessero i piedi a l'Apennino:' 
Quanto fora in tre passi il suo cammino! 

Or questa bestia, questo monte strano 
Di carne e d'ossa, creato da Dio 
Sol per gastigo del popol cristiano. 
Giunto là dove udiva il ramaccìo,* 
Anzi il vedeva; che troppo lontano 
Aveva Torecchiaccio, al parer mio ; 
Clivo la canna con la mano destra. 
Che pe' cristiani fu trista minestra. 

Con la sinistra poi fece tal opra. 
Che scannò più migliaia in un momento. 
Or qui la bella tua luce si scopra. 
Apollo amico, e ne lo scuro e spento 
Ingegno mio tutta l'infondi, ed opra 
Sì, che possa un sì nobile argomento 
Trattar con la dovuta dignitade, 
Per farlo noto a la futura etade. 

L' intero padiglione, ove era Carlo, 
Astolfo, Ferrautte, ed altri mille 
Campioni lì venuti ad aiutarlo. 
Prese colui, e come fosser spille 
Le travi e gli assi, che misero a farlo. 
Lo svelse, ed appressollo a sue pupille: 
Ma mentre che ha le mani alte da terra, 
Una Rinaldo e l'altra Orlando afferra: 

E vi montano sopra a cavalcione, 
E con la spada taglian l'armatura, 
('he, sebben era di tempere buone, 
Non resistette in quella congiuntura, 
perchè ebbe Dio compassione 
Di Carlo, oppure per la gran bravura 
De' Paladini : in somma, fu tagliata 
La maglia, e giù, la carne è denudata. 

' Al monto Appennino. 

- iiumore, strepito, come Ji rami percossi e sbattuti dal vcuto. 




DO SKCOLO xvnr. 

I){i quftlla parte, ove il braccio hì pie^'a, 

I ro I colpi a la distesa. 
'l'i.'iinlo: «Qui <•! vuol la sc^'a; 

So no, olii porrà /Ino a lalo injpr'*>;i ;' /> 

Rinaldo anch' oHSo HÌAfroUWo pr< •/ t 

Ad un p<'r uno i HJinti <lo la Cli 

CImì voj^iiano jiiiit;irlo, a< ■ 

Ta^^di.'ir (luel trave di cai i ,., 

Il mostro intanto clic lerir si sente 
Ne' bracci, o vedo il sanjjno che sciorina,' 
Vuol liberarsi dal ferro ta;,diente : 
Ma invan bestemmia e invano si tapina: 
Cile l'uno e Taltio* egli è troppo valente, 
l']d hanno i ferri lor tempra si fina, 
('he non si guasta mai. Ov dagli dagli. 
Finirò cntraml>o a un tempo i lor trava^'li : 

Ter che recise al suol caddero in fine 
Mezze le braccia con le mani intere 
Di quella furia, e furon tre ruine; 
Perchè insiem con le man de l'aversiere ' 
Cadde Carlo e sue genti paladine: 
K allor fu un lieto e misero vedere, 
Che di tanto alto cadde il padiglione. 
Che parve morto Carlo a le persone. 

Ma cadde capi volto, ed urtò prima 
1/alta colonna,* che in mezzo lo regge; 
Onde trovossi in piede, e su la cima 
Carlo, cui tanto l'angel suo protegge. 
Ma non conosce ancora, e non istima 

II passato periglio, e par che ondegge 
In mille dubbj : e fuora de la tenda 
Si getta, e vede la cosa tremenda. 

Vede, dico, le due carnose travi 
Giacere a terra; e vede in su le spalle 
Del mostro orrendo i Paladini bravi. 
Che con le spade lor vi fanno valle : 
Ma per molto che ognun di loro scavi 
In quel carname, e la mano v' incalle,^ 
V'è tanto da tagliar prima che muora. 
Che temono che il di non basti ancora. 

Onde Carlo convoca i suoi soldati. 
Ed a le gambe fa dargli a la peggio,^ 
Che dal sangue di lui sono affogati; 



* Ainpliaudo il senso del verbo sciorinare, qui siguifica vicn giù, esce 
fuori. - Riualdo e Orlando. ^ Del mostro. 

* Prima a batter sul terreno fu la colonna ecc. 

^ Dia con tanta frequenza e forza i colpi, da farsi venire i calli 
alle mani. 

^ Con gran vigore. 



NICCOLO FORTEGUERRI. 



91 



Ma non per questo levano l' assaggio: • 

I due guerriei'i intanto disperati 

Gli facevan nel collo un bel maneggio. 
La liera, che così tagliar si sente, 
Grida, clie par un diavol veramente. 

Tentenna il mostro, e quercia annosa sembra, 
Quando la scuro ha trapassato il mezzo: 
Ma questa somiglianza non rassemhra 
A quel che dico, e non la mostra un pezzo. 
Pur piega alMne con tutte le membra, 
E a rovinar comincia; e in quel tremezzo, 
Cioè in quel tempo che durò a cadere, 
Vi mise più d'un lungo misererò. - 

Caduto il gran gigante, non v' è Moro 
Che si stimi più salvo, e via si fugge : 
K come il sole co' bei raggi d'oro 
Hianca neve d'aprii sface e distrugge, 
Cosi fece la tema in tutti loro. 

II rege solo sbulla, smania e rugge, 
A guisa di leon che sia l'erito, 

E non si move per nulla di sito ; 

E sfida ad uno ad uno a la battaglia: 
I">M Astolfo vuol (^ssere il primi(M-o; 
Ma l'aurea lancia, che colpo non sbaglio, 
Seco non liave, onde va meno altero. • 
Il rege si chiamava lo Sbaraglia, 
Ma quel non era già il suo nome vero; 
Che chiamavasi Alasso, ma la gente 
Gli die tal nome perchè era valente ; 

E incominciano a darsi con le spade ; 
E si dan colpi da mozzare abeti. 
Diceva Alasso: « J*] quando costui cade?» 
E l'altro: «Son men dure le pareti» 
Diceva, « e i ciottoloni de le strade, 
Di questa bestia. » E pazzi ed indiscreti 
Si dan puntate, e con rabbia sì grande, 
Che l'uno e l'altro molto sangue spande: 

E, a farla breve, andò la cosa in modo. 
Che cade morto il triste Saracino. 
Ma de l'alma d'Astolfo ancora il nodo. 
Se non sbaglio, di sciogliersi è vicino; 
Perchè piagato tutto egli è oltre modo. 
Ha una ferita ne l' occhio mancino, 
Un'altra ne la gola, e tre nel petto. 
Sicché puzza oramai di cataletto. 

Ciascuno accorre al moribondo inglese, 



* Uassedìo intorno a quel pipante, che li affoga nella copia del san- 
gue che versa. 

^ Mise tanto tempo (luauto a recitare un Uingo mina-ere. 



92 HECOLO XVIII. 

K gli ricorda Orlando ad alta voce, 

(''he non disperi de le tante offese, 
(ho lia fatto a Ino, ma speri ne la croce, 
Ove egli tiene limbo lo braccia stese 
Per abbracciarlo; e che colpa si atroce 
Non v'é, che sia di perdonanza inde;:na, 
So al suo voler di core un si rassegna. 

E Kerrautte soggiungeva anch'es-so 
Parole sante, e proprio da romito; 
Ma disse Astolfo: «Non mi staro appresso, 
('he sei un uomo dal cielo bandito, 
I-M ha il diavolo in mano il tuo processo. » 
l)isse Orlando: «Sta' umile e pentito, 
K del prossimo tuo non creder male, 
Benché sia stato un empio, un micidiale. 

Il giudicar s'è riserbato Iddio; 
Onde a lui tocca, e non a te il giudizio. » 
Ma, disse Astolfo, « e che male fo io 
In dir, che in Ferraù regna ogni vizio? 
In cosi dire, io credo, cugin mio. 
Di fare al vero un santo sagrifizio. » 
ì] Ferraù con voce bassa e pia 
Diceva: « Astolfo non dice bugia; 

Ma non per questo ch'io son peccatore. 
M'hai da sprezzar quando t'esorto al bene. 
E giacché qui non veggo confessore. 
Dimmi i tuoi falli, e fuggi l'aspre pene: 
Che senza confessione mal si muore. » 
Riprese Orlando : « Al certo ciò conviene. 
E poco importa se il romito è tristo; 
Che non a lui, ma ti confessi a Cristo. » 

E trattosi in disparte, lasciò dire 
Tutti i suoi falli al moribondo duca. 
Che presto presto poi venne a morire; 
E morto non fu posto in una buca, 
Ma con incenso, mirra ed elisire 
Fu imbalsamato, acciò si riconduca 
Intero in Francia; e di nero cipresso 
Fero una cassa, e sei portaro appresso : 

E vi scrissero sopra: «Qui rinchiuso 
È il cadaver d'Astolfo, che fu in vita 
Amico de la spada e più del fuso. 
Perchè ogni donna assai gli fu gradita. 
Pugnò sovente, e gli fu rotto il muso, 
E il ruppe altrui : l'anima sua salita 
Si crede al ciel, che pel santo Vangelo 
Uccise Alasso, ed ei restò di gelo ». 

Gli fur fatte l'esequie : e Ferrautte 
Cantò la messa; e Carlo fé' un discorso 
A' Paladini e a le milizie tutte, 



NICCOLÒ FORTEGUERRI. 93 

Lodando il duca, e come in suo soccorso 
Venne egli sempre, e le pupille asciutte 
Non tenne per pietà del caso occorso: 
E dopo questo, come si suol fare, 
Andaron tutti quanti a desinare. 

(Canto XIX, ott. 55-84.) 



Morte di Carlo Magno e dei Paladini. 

Ma il nostro Carlo in tanto s'avvicina 

A la terribil valle traditora; 

Ond' io voglio lasciare ne la torre 

Questi,* e veder ciò che al buon Carlo occorre. 

La divina pietà, che non rimane 
Da alcuna cosa circondata e stretta, 
E tanto stende le braccia lontane, 
Che fuor del nostro mondo ancor le getta; 
Per salvar Carlo, e render nulle e vane 
Le forze del demonio, e pura e netta 
Far l'alma sua, e d'Orlando e Rinaldo, 
E liberarli da l'eterno caldo ; 

Dispose, che passasser da Baiona 
Un dì che v'era appunto il giubbileo, 
In cui il papa a qualunque persona, 
Se non era scismatico od ebreo. 
Che confessato si fosse a la buona, 
E pianto ogni suo fallo iniquo e reo, 
E fatta qualche po' di penitenza. 
Donava una pienissima indulgenza. 

Carlo, per dare esempio a' suoi vassalli, 
Che ciò che fa il maggior fanno i minori, 
Pertossi in chiesa, e confessò i suoi falli, 
E dagli occhi mandò gran pianto fuori. 
Rinaldo, ancorché avesse de' gran calli 
Su la coscienza po' suoi tanti amori. 
Pur confessossi anch'egli, e da cinque ore' 
Stettesi umile a' pie del confessore. 

Orlando poi soletto, umile e pio 
Fece del ben per sé ; ma fuor di chiesa 
Si mise a predicare, e a lodar Dio ; 
Ed era la sua faccia tanto accesa 
Di santo zelo e celestial desio, ♦ 

Che ancor con l'armatura cosi pesa 
Solle vessi da terra un braccio intero, 
Tanto era risso in Dio col suo pensiero. 

Da che gran tenerezza e maraviglia 

' Alcuni cavalieri presi e imprigionati per incantamenti. 
- Quasi per cinque eie. 



01 SECOLO XVIII. 

iNac(iiic in tutti i soldati; o ognuno a gara 

Chi (|iu*sto frate e chi quel prete piglia, 

1' mostra ne la fac^ria alllitta e amara 

li (Ino), che di siu^ colp« il cor gP iiiipi;5'lia. 

I/aria IVattaiito oltre l'usato rdiiara 

Kis])lcndc, e d' una insolita letizia 

Si colma Carlo e ognun di sua milizia. 

Stetter la notte ancor ne la cittade 
Modesti più che gli umili novizi 
In procession non varmo per le strade. 
Rinaldo lesse inlino gli esercizi 
Di sant'Ignazio. Oh divina bontade ! 
Tu sola estirpar puoi i nostri vizi, 
1"] farci santi di cattivi e tristi; 
Purché del fatto male un si rattristi. 

(lanellone ancor ei per non parere 
D'aver l'alma di sughero o di fieno. 
Diceva borbottando il Miserere, 
E si teneva il suo capaccio in seno. 
K, trattosi da parte, e in sul messere* 
Frustandosi, pregava il Nazzareno 
A perdonargli l'opre sue nefande; 
Di che Carlo ne aveva un piacer grande. 

Ma Rinaldo, ancorché tanto contrito. 
Oli disse: « Gano, lascia fiuella frusta: 
. Che non hai "viso ancor di convertito, 
E falsa penitenza Iddio disgusta. » 
Riprese Orlando: <•' Cugin mio gradito. 
Lascialo fare e menar ben la susta.' 
burla, e si fa male daddovero : 
non burla, e dà mano a un buon mestièro. 

In quanto a me, son io d'una natura. 
Che a pensar mal, quando veggo far bene, 
Non mi so indurre, e parmi cosa dura.» 
« Cugin, tu hai sangue dolce ne le vene, » 
Riprese il buon Rinaldo. « Io ho più paura 
Di costui, quando un Cristo in man si tiene 
E bacia terra e biascia Avemmarie, 
Che se il trovassi armato per le vie. 

Io mi son confessato adesso adesso, 
Né dico ciò per mormorar di lui ; 
Isla chi non sa eh" è gente da processo 
La maganzese, e che un tristo è costui? 
E noi gli andremo sconsigliati appresso, 
E ci porremo ne gif agguati sui? 
Cugino, andiam da Carlo, se ti aggrada, 
E lo preghiamo acciò che muti strada. » 

' Sul di dietro. 

- Li corda, ed è propriameute quella cou che si legano le some. 



NICCOLÒ FORTEGUERRI. 95 

Riprese Orlando: «E clie si può temere 
Da Gano? Forse insidie o tradimenti? 
Mi rido in quanto a me del suo potere; 
E faccia pur ciò eh' ei fjir puote, e tenti 
Di manilar noi con ('arlo a Taversiere,' 
E stru^^ger tutte le irancosciie genti : 
Che, come vuol, non gli anderà già latto, 
E rimarrà da noi vinto e disfatto. » 

Or mentre in guisa tale si l'agiona 
Da' due guerriei-i, il traditor s'inlinge 
Di non udirli, e frusta sua persona 
Sì, che di sangue il duro nerbo tinge. 
Carlo in vedere un'opera sì buona, 
Abbraccia (ìano, e al seno se lo stringe; 
Né vuol che più si batta, e gli comanda 
Che ponga il nerbo e ogni rigor da banda. 

Ma Rinaldo ripiglia: «Eccelso sire, 
lo forse ti parrò maligno e tristo 
A prima faccia, n dannerai '1 mio dire: 
Ma del tuo danno troppo mi rattristo; 
Perchè costui ti vuole far morire. 
Meglio in man gli starebbe di quel Cristo 
Un ritratto di (iiuda appeso al fico, 
d'altro falso micidiale amico. 

Questo ribaldo condurracci dove 
Certo a noi non varrà forza o valore ; 
Già conosciuto abbiamo a mille prove 
Quanto egli abbia maligna e mente e cuore: 
E spereremo adesso eh' ei ci giove, 
E che serbi per noi un vero amore ? 
Carlo, per Dio! non ho timor di morte, 
Ma temo sol di non morir da forte. » 

E Carlo a lui con placido e sereno 
Volto risponde: «Caro il mio Rinaldo, 
Medicina talor, taloi' veleno 
J''gli è il sospetto; né sempre ribaldo 
Stimar si dee chi pone al fallir freno, 
E nel nuovo proposito sta saldo: 
E mal per noi, so il giusto ofVeso Iddio 
Eosse del tuo parere, e non del mio. » 

In questo mentre Gano se gii getta 
A* piedi, e fra sospiri e fra singhiozzi 
Dice: «Signor, fa' pur la tua vendetta 
De' miei delitti così brutti e sozzi: 
Che ad arbor guasta non ci vuol che accètto : 
E fcirai opra giusta se tu mozzi 
A me questo infedel capo, che spesso 
Nutrì pensieri di vederli oppresso. » 

' .1/ lìlnrnh,: di riici Capitai' lìiale. 



9G SECOLO XVIII. 

K Itinaldo: « Signor, giacché ti prega 
Di moiirc, sofjgidnse, non tardar**; 
A «^'onsoiarlo. Io pi^lifiro' mia 8<'j(a, 
E \u'V lo irniV/Ao lo farci K^'gare. » 
Ma Carlo, a" detti suoi nulla 8i piega; 
Anzi a Gano si volta, e fallo alzare, 
K l'assicura che il giorno vegnente 
Verranno a KoncisvaIN; con sua pente.... 

A l'entrar de la valle traditora, 
Il buon destiier di Carlo a l'improvviso 
Si volse indietro, e star voloa di fuora ; 
E scolorissi al vecchio Orlando il viso, 
E il prò" Rinaldo indebolissi ancora. 
Poco mancò che non i-estasse ucciso 
Da l'esercito Gano; e supplicante 
Gridava a Carlo che non gisse avante. 

Ma quando è giunto quel fatai momento, 
Le parole, i consigli e le preghiere 
Sono gettate tutte quante al vento: 
Ond'è che Carlo mostra dispiacere 
Che l'esercito suo non sia contento 
E che cerchi di opporsi al suo volere, 
E riguardollo con turbato ciglio, 
Talché fermossi il militar bisbiglio. 

Ciò fatto, a la real tenda s' accosta, 
K parte de 1' esercito entra pure 
Ne r altre tende, conforme disposta 
Era la trama. Le gravi armature, 
E la celata da ciascun deposta. 
Fatte le genti omai chete e sicure, 
Diero un assalto a le vivande rare, 
Ai fiaschi, a le boccette, a le anguistare. 

E Carlo, in mezzo a' forti Paladini, 
Ancorché vecchio, trangugiava bene 
I pollastrelli arrosto, e i piccioncini : 
E Orlando pur con le mascelle piene 
A Rinaldo dicea: « Sotto, piccini.* » 
. Gano s' infinge non sentirsi bene, 
E che il corpo gli cigoli e gorgoglie, 
Ed insensibilmente se la coglie.* 

E dopo una mezz'ora, e forse manco, 
Ecco avvampar le maladette mine,^ 

* Date sotto ai cibi, giovinotti : mangiate allegiatuente. 

- Se la batte: se ne Ta. 

3 Finge, con burlesco anacronismo, che i Saraceni, scavassero la terra 
e vi ponesser entro barili pieni d'una nera polvere Che per favilla subito 
divampa Ed ha tal possa, che spezzare e solvere Può scogli e monti, e cosi 
fiera lampa, E fa rumor, che par voglia risolvere II mondo sottosopra, e 
ninno scampa Dal suo furor: cioè la polvere da cannone inventata assai 
più tardi. 



SCll'JONK MAFFEI. 97 

E Carlo, e i Pahuliiii e Io tonde anco 

Gir in alto con l'inno senza lino: 

E uscir di fronte, di dietro o di fianco, 

Le Maganzesi genti malandrine, 

K percossero i Franchi, che a l'intorno 

Faceva'n de la valle il lor soggiorno.... 

Or mentre se ne stavano scherzando 
A lauta mensa gì' incliti guerrieri, 
(iano die foco al polvere nefando, 
K andar por aria o tendo o cavalieri, 
Como le foglio di dicembre, quando 
Sollìano gli aquiloni orridi e tìeri ; 
Ma Rinaldo ed Orlando e Carlo Mano 
Volavan tutti e tre prosi por mano. 

K tanto in suso e cosi presto andaro, 
Che, per voler del sempiterno Iddio, 
Del ciel la porta co' lor capi urtaro ; 
K r apostolo Fietro glie V apr'io, 
Il qual non ora del gran fatto ignaro; 
F disse lor tutto benigno v, pio: 
« Giacché giunti voi siete a questo passo, 
Non vuole Iddio che più torniate a basso. » 

Frano vivi, e solo abbrustoliti 
Avevano i capelli od i barbigi; 
Ma, a dirla giusta, egli erano storditi: 
Onde disse san Pietro: Assai litigi 
Qua movereste di carne vestiti ; ^ 
Però morite ; e portati a Parigi 
I corpi vostri avoran sepoltura 
Tutta di marmo rilucente e pura. 

Come augellin che alcuno stecco rotto 
Ritrovi no la gabbia, fugge via, 
Cosi (lUoU'alnu^ scai)pàro di botto 
De la terrestre lor prigion natia: 
I cadaveri caddero al disotto, 
E li vedrete in mezzo de la via 
Insieme stretti. Or voi, a cui s'aspetta 
L'ingiuria loro, itene a far vendetta. 

(Dal cauto XXIV, ott. 53-70; e dal XXV, ott. 77-SI, 86-89.) 



SCIPIONE MAFFEI. 

Nacque il 1° giugno del 1G75 di famiglia patrizia voronese. o, 
fatti gli «tiidj presso i gesuiti a Panna, e perfezionatili in Roma, 
dove pubblicò il Poemelto 2)cr la nascila del Principe di Piemonte, 
abbracciò, come il fratello Alessandro, generale al servizio bava- 

* Se entraste in paradiso col corro mortale. 

IV. 7 



08 .SJX'ULO A VI II. 

rcHc, l:i carriera delle «irmi, e hi trovò ii«'| 1701 alla battat^lia di 
Donanwurtli, clic descrisse alla madre in una lettera da Monacu 
del U luffliu, ove si dice contento dell'aver appai^'ata la nua cu- 
rioHJtà « di vedere una azione inilitarr. » Tornato in patria, »i 
rimise agli ntudj, e nel 1710 mandò fuori il libro Della urimza 
cavalleresca (Itoina, 1710), nel qnalc, con arf^omenti di ragione e 
(il Htoria, biasimò il durilo. IVomo- " , Zt-no e col Valli«nieri 

il Giornale dei Ictlerali, ai qiialf I' i-corHo proemiale ^710», 

e che prosegui dal 171^8 in poi con sci voi. di Oufervazioni letterarie, 
eonibattendo più specialmente in quello i gesuiti, compilatori delle 
Mi'ììiorie (li Trevoìix, 'Avverai alle cose italiane. Vedendo come si pro- 
pagasse sempre più in Italia il gusto delParte drammatica francese, 
si pose a studiare l'antico teatro italiano, ne rimise a luce i migliori 
monumenti, preponendo alla raccolta una sua dissertazione (Ve- 
rona, 172:5-25, W voi.), e alcuni ne fece di nuovo riprodurre sulle 
scene dai coniugi Kiccoboni; ma, più che per tal modo, aveva egli 
giovato al rifiorire dell'arte scenica italiana, componendo la Me- 
rope, tragedia clic è peeeato rimanesse senza sorelle: laddove poco 
l)regìo hanno la commedia Le cerimonie, e alcuni melodrammi. Ma 
la Merope è veramente la prima bella tragedia italiana. Di essa 
si fecero traduzioni in quasi tutte le lingue. Stampata la prima 
volta nel 1714 a Venezia e a Modena e dall'autore più volte ri- 
toccata, e con plauso prodotta replicatamente sulle scene, dopo 
la prima rappresentazione del 12 giugno 1713,' diede origine a 
molte polemiche,- ed il suo merito fu generalmente ricono.sciuto 
ed apprezzato.^ Il Voltaire dapprima ebbe intenzione di tradurla, poi 
fece di suo, imitandone varie scene; e prima la lodò a cielo, poi 
vi scorse difetti, che dichiarò all'autore, il quale altri ne notò nella 
tragedia francese, sicché nacque fra loro una vivace polemica. 
Resta fra le lodi date alla Merope maffeiana dal Voltaire questa 
cosi espressa, e vera : « Vous étes le premier qui avez eu le cou- 
rage et le talent de donuer une tragedie sans galanterie, une tra- 
gèdie digne des beaux jours d'Athènes, dans laquelle lamour d'une 
mère fait tonte l'intrigue, et où le plus tendre intérét nait de la 
vertu la plus pure. » 

* G. BlADEGO, Una prima m ppreseiitaztone, in Da libri e manoscritti, 
spigolature, Verona, Miinster, 1883, pagg. 3-19. 

^ La M'jropp, tragedia del sig. march. S. M. giusta la prima ediz. di 
AFodena del 1713 e quella di Venezia del 1747, con le varie lezioni tratte 
dalle due tdtinìe ediz. di Verona e con alcune operrtte colle quali ai critica, 
si difende e si illustra, compilate e raccolte da V, Cavallucci, Livorno, 
Santini, 1763; R. Dumas, Quid ad restituendam apud Italos tragoediam Se. M. 
contulerit, Saiicti Clodoaldi. 1S77; trad. ital.. Verona, Giusti, 1880. 

3 Pei più receuti studj sulla Merope, vedi B. Cotroxei, in Giom. St. d. 
Let'er. ifa?., XXII, 236; G. Hartmaxx, Merope in Italienische nnd Franz'òsis- 
vhen Brama, Lipsia, 1892. Un cfr. fra le tre Meropi (del Maffei, Voltaire, 
Alfieri) fu fatto da P. E. Castagnola, in Scuola Rimana, 1883, n. 9, e da 
A. Zardo, Merope, nella Base. 2\\jz., 1° ottobre 189^. 



SCIPIONE MAFFEI. 



99 




Dagli stiuìj poetici passando a qiiolli di erudizione, il Maflfei die 
saggio del suo valore in (;ssi culla Commenlat. de fabula equestris 
ordinis Conslantiniani (Zurigo [ma Parigi], 1712), colla Istoria 
dlploìiiatica (Mantova [ma Verona], 1727) e più i)articolarmente 
colla Verona illustrata (Verona, 1732), nella quale, con varietà 
e ricchezza di cognizioni, illustrò veramente sotto ogni aspetto 
la sua città nativa. Viaggiò poi in Provenza; e delle antichità ivi 
trovate rese conto in venticinque lettere indirizzate agli auìici, 
e stampate in Parigi col titolo Gallile antiquifates (Parigi, 1733). 
In un soggiorno di tre anni nella metropoli francese, studiò le 
controversie religiose, alle quali dava princij)al motivo la dottrina 
giansenistica, e dello studio fatto sui jìadri e sugli storici si valse 
dappoi nella Istoria teologica delle dottrine e delle opinioni corse 
nei 2Jrimi cinque secoli della Chiesa in proposito della divina 
(jrazia, del libero arbitrio e della ])redestinazione (Trento, 1742). 
Dalla Francia i)assò in Inghilterra, festeggiato dalla Corte o 
dai dotti; poi, attraversate l'Olanda e la Germania, 3i restituì 
nel 173») in patria, ove illustrò il Museo veronese (Verona, 1749), 
come fece anche del torinese e del viennese, meditando una rac- 
colta generale di antiche iscrizioni. Il citato libro teologico gli 
suscitò molti avversarj fra gli intolleranti e i rigoristi; e così 
(piello Dell' impiego del denaro (174»)), nel quale dimostrò non 
esser vietato dalla morale nò contrario alle sacre scritture, il pre- 
stito ad interesse, non che l'altro dove provò contro il Tartarotti 
la vanità ^X^WArte magica (Verona, 174'J-ó4). Altra fiera battaglia 
sostenne col padre Concina, nemico acerrimo d'ogni sorta di ludi 
scenici, scrivendo contro di lui il Trattato de' teatri antichi e mo- 
derni, che fu approvato da papa Benedetto XIV. Ingegno quasi 
universale, si occupò anche di matematiche e di scienze, e abbiamo 
di lui una Lettera sopra i fulmini (Verona, 1747) e dissertazioni 
degli insetti rigenerantisì, de' pesci impietriti, e dell'elettricità ecc. 
Alla Kei)ul)blica veneta, ornai volgente a decrci)itezza e a rovina, 
diede utili consigli con un Suggerimento, che non fu ascoltato, per 
la sua preservazione. Nel corso di una vita lunga e laboriosissima, 
ebbe onori e rinomanza: fu dottore di Oxford, e socio delle acca- 
demie di Parigi, Londra e Berlino. Molto seppe, e lo faceva appa- 
rire: ò nota la risposta di una signora alla quale ei disse: < Che 
pngherebb'ella a saper quanto so io? » ed essa: « Pagherei assai 
l>iù a sapere quanto non sa. » Ma il saper suo volse a lustro del 
nome italiano e specialmente a gloria della patria Verona, e col 
lume della storia e quello della ragione combattè errori e pregiu- 
dizi d'ogni sorta e in ogni materia, ed è vera la lode che dell'ope- 
rosità sua gli diede il Pindemonte: 

il bello e il vero 

Cercasti di Sofia per li secreti 

Orti non sol, ma il ver cercasti o il l)ollo 

Su le vetuste ancor lacere caito 



100 SECOLO XVIII. 

Fra la rugn^in dei bronzi, o notali -•' i*t 
l'arlanti marmi e no le moli aut 

Mori ni febbraio 1755. 

Tutto le Hiio Oliere sono r.'i' i L'I voi, iti b , Venezia, 

Cinti, 17'J0; una «reità di Ojms. rari fu fatta «lai (ianiba, 

Venezia, AlvÌHopoIi, 182'J, e riprodotta in«ieme colla Merope, dal 
Silvestri, Milano, l.Sli. Herenteinente Hono Htati meHHi a luec al- 
cuni scritti suoi iucMliti, come i franinienti Deìle antiche epit/rafi 
veron. in volr/are, a cura del Giullari, Verona nel 1871, e nel 1875, e 
nel 1880; il Parere ani migliore ordinamento della Ji. Univ. di To 
rino, Verona, IJo.ssi, 1871, e parecchie lettere: dal Torri, Lett. 
iìted. di veronesi, Pisa, Nistri, 1800; dal UlADEGO, Lett. ined. a 
G. Polcììi, Vicenza, IJurato, 187«I; dal Salix. Lett. a Francetca 
Pompei, Vicenz:i, IJurato, 187C; dal (ilVLlAKl, Lettere nel suo pe- 
riodo di vita milita) e, Verona, Artigianelli, 1885 Malie quali, se- 
condo G. BlADEfio, in liiv. crii. d. leti. Hai., marzo 1885, appare 
che il vero autore delle Memorie del fratello è veramente Sci- 
l)ionei; da G. Giannini, Undici lettere a mons. Guarnacci, Lucca, 
Giusti, 18'Jj, ecc. Vedi anche Ant. Spagnolo, Il Sacramentario 
Veronese e S. M., in Atti d. Accad. d. Scienze di Torino, voi, XXXIII, 
281, e L'orasiona/e r/otico-ìuozarabico della Capitol. di Verona de- 
scritto da SCIP. Maifei, in Rivista bihliorjr. Hai., 10-25 agosto 1890. 

[V. per la biogratìa, Ipp, Pindemonte, Elogio del march. S. 3/,, 
in Elogi di letter. ital., Firenze, Barbèra, Bianchi e C, 1859, p. 3-20C; 
G, B. C. GlULlARl, Se. M, in Rivinta universale, Vili, XII (1868-70r, 
per la bibliografìa, il Pindemonte, op,cit., pag. 17G, e G. B, C. Giu- 
liani, Bihliogr. ma/feiana, nel Propugnatore del 1885, voi. XVIII.J 



Merope crede morto il proprio figlio.* 

PoZ//bn. Merope, ornai troppo t'arrogili : adunque, 
. S'a me l'avviso non correa veloce, 
Cader vedeasi trucidato a terra 
Chi fu per ine fatto sicuro? Adunque 
Veder doveasi in questa reggia avvinto 
Per altrui man chi per la mia fu sciolto? 

' A Merope, vedova di Cresfoute, era riuscito di trafugare il proprio 
figlio e sottrarlo agli occhi di Polifonte. usurpatore del trono di Messenia, 
clic ora, qnetate le cose, vuol ch'essa divenga sua moglie. Intanto giunge 
alla reggia, condottovi dalie guardie, un giovaue ignoto, accusato di aver 
ucciso uu viaudaute e gettatolo nel fiume. Merope credendo che il morto 
sia proprio il figlio, chiede la morte dell' accusato, cui invece Polifonte, 
anch' egli credendo che abbia morto il temuto giovinetto, vorrebbe sal- 
vare. È noto che poi il figlio di Merope, eh' era l' ignoto giovane, uccise 
Polifonte, e vendicò il padre. 



SCIPIONE MAFFEI. 



101 



Quel nome ch'io di sposa mia ti diedi, 
Troppo ti dà baldanza, o troppo a torto 
In mia oflesa sì tosto armi i miei doni. 

Merope. A te, che regni, e che prestar pur dói 
Sempre ad Astrea vendicatrice il braccio, 
Spiacer già non dovrìa che d' ira armata 
Sovra un empio ladron scenda la pena. 

Polifon. Quanto instabil tu sei ! non se' tu quella 
Che poco fa salvo lo volle? or come 
In un momento se' cangiata? forse 
Sol d'impugnare il mio piacer t'aggrada? 
Se vedi ch'io '1 condanni, e tu l'assolvi: 
Se vedi ch'io l'assolva, e tu '1 condanni. 

M'TopeAo non sapeva allor quant'egli è reo. 

VoUfon.VA io seppi ora sol quant' è innocente. 

3/('rope. Pria mi donasti la sua vita; adesso 
Donami la sua morte. 

Polifon. Iniquo fura 

Grazia annullar a Merope concessa. 
Ma perchè in ciò t'alTanni sì? qual parte 
Vi prendi tu? di vendicar quel sangue 
Che mai s'aspetta a te? del tuo Cresfonto 
Esso al certo non fu, eh' ei già bambino 
Morì ne le tue braccia, e de la fuga 
Al disagio non resse. 

Merope. Ah scellerato. 

Tu mi dileggi ancora; or più non tìngi. 

Ti scopri al fin : forse il piacer tu speri 

Di vedermi ora qui morir di duolo : 

Ma non l'avrai; vinto è il dolor da l'ira. 

Si che vivrò per vendicarmi; ornai 

Nulla ho più da temer: correr le vie 

Saprò, le vesti lacerando e '1 crine, 

E co' gridi e col pianto il popol tutto 

Infiammare a furor, spingere a l'armi. 

Chi vi sarà che non mi segua? a l'empia 

Tua magion mi vedrai con mille faci; 

Arderò, spianterò le mura, i tetti. 

Svenerò i tuoi più cari, entro il tuo sangue 

Sazierò il mio furor: quanto contenta, 

Quanto lieta sarò noi rimirarti 

Sbranato e sparso! ahi, che dich'io! che penso! 

Io sarò allor contenta? io sarò lieta? 

Misera, tutto questo il figlio mio 

Riviver non farà. Tutto ciò allora 

Far si dovea, che per cui farlo v'era; 

Or che più giova? Oimè! chi provò mai 

Sì fatte angosce? io 'l mio consorte amato, 

Io due teneri figli a viva forza 

Strappar mi vidi, e trucidare. Un solo 



102 SECOLO XVIII. 

Ilimaso m'era appena; i'> i" '• rrimr.;iiiri 

Mei (livelsi dal Hon, ìììu 

I.assa!, e '1 piaf;or non • 

Aniìar crosfHMulo, o i t'.n o'Iu 

Di rimirarne. Vissi o^Minra in [unitUf 

Senipie avendolo innanzi in quel vezzoso 

Senioiante circoli avea, quando al -mio servo 

Il pòrsi : qii.'ii ' ■■• notti I 

Quanti amari - disio! 

Pur cresciuto era al hn<*; e già ni ordiva 

Di porlo in trono, e già pareami ognora 

D' irgli insognando qual regnai* solca 

11 suo buon i : ma nel mio core, 

Miserai, io d i insin gli avea 

La sposa: ed ecco un improvviso colpo 

Di sanguinosa inesorabii morte 

Me l'invola per senìpre; e senza ch'io 

Pur una volta il vegga, e senza almeno 

Poterne aver le ceneri; trafitto, 

Lacerato, insepolto, a i pesci in preda, 

Qual vii bifolco da torrente oppresso.... 

Polf fon. {^on cetre o lire mi fur mai si grate, 
Quant'ora il (lebil suon di questi lai, 
Che del spento rivai fan certa fede.) 

Meroj^c.^la perché dunque, o Dei, salvarlo allora? 
Perchè finora conservarlo? ahi lassa, 
Perchè tanto nodrir la mia speranza? 
Che non farlo perir ne' di fatali 
Della nostra ruina, allora quando 
Il dolor della sua col gran dolore 
Di tante morti, si sarìa confuso? 
Ma voi studiate crudeltà; pur ora 
Sul traditor stetti con l'asta, e voi 
Mi confondeste i sensi, ond'io rimasi 
Quasi fanciulla: mi si niega ancora 
L'infelice piacer d'una vendetta. 
. Cieli, che mai fec'io? Ma tu, che tutto 
Mi togliesti, la vita ancor mi lasci ? 
Perchè se godi sì del sangue, il mio 
Ricusi ancor? per mio tormento adunque 
Vedremti infine diventar pietoso? 
Tal già non fosti col mio tìglio. stelle! 
Se del soglio temevi, in monti e in selve 
A menar tra pastori oscuri giorni 
Che ti vietava il condannarlo ? io paga 
Abbastanza sarei, sol eh' ei vivesse. 
Che m'importava del regnar? Crudele, 
Tienti il tuo regno, e *1 tiglio mio mi rendi. 

Polifon.W pianto femminil non ha misura; 

Cessa, Merope, ornai: le nostre nozze 



SCIPIONE MAFFEI. 103 

Ristoreran la perdita ; e in brev'ora 
Tutti i tuoi mali copriraii d'oblio. 
Mernpe. Nel sempiterno oblio saprò ben tosto 

Portargli io stessa; ma una grazia sola 
Donami, o Giove: fa' eh' io non vi giunga 
Ombra affatta derisa e invendicata. 

(Dalla Merojìc, atto III, scena VI.) 

Breve storia del Giornalismo letterario e scientifico. — 

Fra tutti i diversi riti'ovamenti, che per dilettare gì' in- 
gegni, per facilitare gli studj, e per promuovere le buone 
lettere ne' moderni illustratissimi tempi fur posti in uso, 
ninno ve n' ha certamente che, nò per riportato applauso 
nò per apportato giovamento, con V istituzione de' Giornali 
in verun modo comparar si possa. Sogliono intendersi con 
questo nome queir opere successive, clie regolatamente di 
tempo in tempo ragguaglio danno de' varj libri, ch'escono 
di nuovo in luce, e di ciò che in essi contiensi; notizie ac- 
coppiandovi delle nuovo importanti edizioni, degli scopri- 
menti, delle invenzioni e di tutte quelle novità tinalmente, 
che alla repubblica letteraria in qualche modo possono ap- 
partenersi. 

Kbbe principio si commendata intrapresa l'anno 1065, in 
l^arigi. Vera cosa è, che allatto nuovo non era il parlare 
del contenuto de' libri nel farne registro. Dato n'aveano 
(lualche saggio talvolta alcuni bibliografi nel secolo XVI, 
come Antonfrancesco Doni e Corrado Gesnero ; e Fozio, 
a' tempi addietro, nella celebrata sua Biblioteca proposto 
n'avea l'esemplare. Quest'insigne scrittore, che fiorì nel 
IX. secolo, dando contezza al fratello Tarasio de' volumi 
dopo certo tempo letti da lui, fa di essi cosi pienamente il 
ristretto e ne (h\ cosi partitamente il giudizio, che in molti 
luoghi potrebbe dirsi il preciso modello de' giornalisti. Que- 
sti però vi aggiunsero in oltre il far ciò de' libri nuovi, e '1 
venirlo facendo di tempo in tempo; di che forse poterono 
prendere idea dall'uso delle Gazzette, non impropriamente 
essendo stato intitolato Gazzetta de' letterati un giornale, 
che da un iMinutoli con molto applauso fu già cominciato 
in Genova. 

Quando e dove principio avesse la invenzione di pubbli- 
care in giorni fissi e con licenza del governo, gli Avrisi, 
non potrebbe si di leggieri determinarsi. Alcuni autori fran- 
cesi pare che la credano nata in Francia, quando, nel 1631, 
si prese a dar fuori in Parigi le novità d'ogni parte, di set- 
timana in settimana; ma che dall'Italia ne sia stato tolto 
l'esempio, lo indica il nome di Gaz zetta, \\?>i!iio anche da' fran- 
cesi, il quale significa una piccola moneta di argento ve- 
neziano del valore di due soldi, per la quale dandosi allora 
il foglio degli Avvisi, si trasportò col tempo il nome del 



104 SECOLO XVIII. 

prezzo al fo^-lio stesso, come notai-ono Ottavio l'errari nello 
Orifjini della linfjua italiana, e dopo lui Kgidio Menagio in 
(luelle della francese; e di quanto avanti Ira noi corresse 
(juest'uso, fa certa fede una raccolta, che si conserva dal 
celebrato per tutta lOnropa signor Magliabeclii, di dieci tomi 
di Avvisi scritti tutti in Venezia nel secolo XVI, con pochis- 
simo divario dalla maniera che in oggi veggiamo. Nella 
Raccolta (li (]ostUuzioni Pontificie, stampata nel 1579, una 
se ne vede di Pio V, contro, dictantes Monita, vulgo dieta 
gli Avvisi, ed altra simile di Gregorio XIII, in cui si legge: 
(]um haud ita pridem in urbe nostra seda qnmdam emer- 
serit hominum improbe cuì'iosorum ; da che apparisce che 
cominciò in Roma quest'uso, e poco avanti i detti pontefici, 
i quali lo dannarono allora, perchè vi si ofTendeva la fama 
altrui. La introduzione adunque de' foglietti precedette cer- 
tamente di molto a quella di cui qui si tratta ; ma non per 
questo, e non perchè si fossero veduti ancora alcuni estratti 
di libri può defraudarsi della dovuta lode chi, quasi queste 
(lue cose congiugnendo, del primo erudito Giornale fu au- 
tore. E se bene alcuna imperfetta immagine pare che ne 
rappresentassero (ino" Cataloghi di Francfort, che comincia- 
rono a stamparsi nel 1554, sì perchè di fiera in fiera i libri 
nuovi d'ogni parte vi si registravano, sì perchè talvolta 
alcuna brieve notizia vi si aggiugneva di lor contenenza, 
egli è non pertanto giustissimo e convenevole il lasciare la 
gloria di così bel ritrovato a Dionisio Sallo, consigliere del 
Parlamento. Cominciò egli, sotto fintò nome di Hedouville, 
a divulgare in lingua francese, d'otto in otto giorni, il Gior- 
nale de'Dotti, nel principio del 1665, rivedendo tutto ciò che 
a quest' opera altre persone contribuivano ; e benché, per 
traversie che si frapposero, ben tosto l'abbandonasse, non 
mancò chi sottentrasse all' impresa ; di modo che, se ben 
con qualche interrompimento, vennesi pure continuando per 
diversi autori il Giornale: il quale finalmente, l'anno 1703, 
per opera del sig. ab. Bignon, presidente delle due Acca- 
demie, che unì per questo effetto alcuni soggetti de' più 
celebri della Francia, si arricchì di nuovo lume, e si dee 
sperare che, a guisa de' fiumi reali, vada acquistando mag- 
gior vigore nel lungo corso. 

Fu così pronta Tapprovazione, e così generale l'applauso 
di tale istituto, che fu ben tosto questo Giornale in altre 
lingue tradotto, ed in altre parti imitato. ;Ma procedendo il 
tempo, e venendo sempre più a perfezionarsi cotale idea, 
moltiplicarono a segno simili opere, che avrebbe a riempiere 
molti fogli chi di tutte parlare volesse. Il Junkero, che 
nel 1692 ne scrisse, benché con pochissima fortuna, l'istoria, 
delle notizie di esse compilò un libro ; e pure, troppo da 
quel tempo sin qua il numero se n' è accresciuto. Tra" Gior- 
oialì che tuttora corrono, e che acquistarono molto grido, 
ci si presenta anzi gli altri l'intitolato Atti degli eruditi. 




SCIPIONE MAFFEI. 105 

che in Lipsia fu istituito nel 1682, e clie per principale, 
tra' molti e dotti suoi compilatori, Ottone Menclienio rico- 
nobljo. Assai concorse a promuoverne lo spaccio la lingua 
latina, in cui vien disteso, V esattezza degli estratti, la 
(piantità e varieti\ de' libri, e V usuale cortesia degli en- 
comi con cui vengono riferiti. Ebbero principio nel marzo 
del 1684 le Nuove della republica delle lettere, intraprese 
dal famoso Baile, che in esse fé' mostra non meno dell' infi- 
nite suo notizie, che del felice suo ingegno. Abbandonata 
dopo il corso di tre anni da lui, e dopo lo spazio d'anni cin- 
(lue anche da chi s'era sostituito, quest'opera fu ripigliata 
nel 1699, sotto l' istesso titolo, da Jacopo Bernard, che 
commendata principalmente la rende con le notizie che vi 
aggiugiie, tratte da lettere di varie parti. La Biblioteca 
iiniversale ed istoricny ch'ebbe tanto credito e tanta voga, 
comparve nell' '86. Diedesi da principio per mese, come pur 
si danno i due sopranominati Giornali^ ma passò ben tosto 
al trimestre ; ed alcun anno ancora camminò per seme- 
stre. Nel tomo (juarto di essa cominciò l'uso, dagli altri 
poi seguitato, di notare il numero delle pagine de' libri ad- 
dotti. Era abbondantissima ed assai ricercata, ma nel '93 
ebbe fine; se però ravvivata e migliorata non vogliamo 
dirla dieci anni dapoi, quando l'eruditissimo Giovanni Cle- 
rico, che di quella compose la maggior parte, prese a fare 
la Biblioteca scelta, dandone ogni sei mesi, e poscia ogni 
tre, un tometto. Parla in questa non solamente di moderni 
libri, ma di antichi ancora, secondo occasione e secondo 
fiintasia, non si sottomettendo a dover leggere e far rela- 
zione di opere che noi vagliano; ed impiega spesso buona 
parte di sua fatica in comunicarci i libri di lingua inglese, 
de' quali per altro poco divulgasi la notizia. Distintamente 
ancora fra gli eruditi diarj viene accolta V Istoria delle 
opere de' dotti, che si scrive da Enrico Basnage, detto pa- 
rimente Beauval, che vi pose mano nel settembre '87, co- 
minciandola per mese e proseguendola per trimestre, sin- 
golarmente studiandosi di dare precise notizie degli autori, 
e di quanto hanno scritto. Questi Giornali, benché si fac- 
ciano in Olanda, usano però il linguaggio francese, che dal 
gran numero di coloro i quali per motivo di religione esuli 
da quel regno ripararono in varie parti, fu grandemente 
anche nelle stampe diffuso. Non si vuol ommettere di ricor- 
dare come, essendo gli autori di quest'opere protestanti, 
chi di leggerle prende diletto, dee star sempre ben avver- 
tito per non lasciarsi occupare e prevenire da alcuna peri- 
colosa opinione, nel dolce della erudizione involta e condita. 
Posteriori a' mentovati Giornali di tempo, ma non infe- 
riori di prezzo, son le Memorie di Trevoiix, che col secolo 
cominciarono, e si scrivono in Parigi da un'adunanza di padri 
gesuiti, che in ciò dottamente s' impiegano. Se a niun Gior- 
nale è per noi da augurarsi perpetua vita, egli si è pure a 



106 sp:colo XVIII. 

questo; così per gloria delle lettere, cui tanto giova, come 
per vantaggio della cattolica religione, a favore della quale, 
ove accada, con tanto valore s'adopera. Una cosa per la 
intiera sua perfezione pare da desiderarsi; ed è, che alcuno 
di que' pregiatissimi soggetti si compiacesse d' impiegar 
qualclie tempo noli' istruirsi a fondo della letteratura ita- 
liana e dcir istoria di essa; conciossiacliè mal corrispon- 
dono alla purgatezza del rimanente i lor giudizj del gusto 
italiano nell'eloquenza e nella poesia, formati e sopra cose 
di nessun prezzo, e su la fede d'alcuni, che la minima no- 
tizia non ebbero degli ottimi nostri autori. Vedrebbero al- 
lora che ([uel buon senso ch'essi con tanta carità ci vanno 
augurando, nacque fra noi al nascere di nostra lingua, e 
gic'i nel secolo del 1300 a perfezione era giunto; vedrebbero 
ch'egli non mancò in Italia giammai, benché nel XV secolo 
alquanto meno si coltivasse, e benché nel XVII in alcuna 
provincia patisse disastro; e vedrebbero finalmente ch'egli 
fiorisce ancora oggi giorno quanto in altro tempo mai fosse, 
come il Giornale ch'or s'intraprende darà loro facilmente a 
conoscere.* Egli è certissimo che non poco in tal caso sor- 
presi si rimarrebbero nel rinvenire che a quelle inezie, a 
quelle punte, a quelle vane gonfiezze, che per proprie de- 
gl' italiani si predicano da alcuni francesi, tanto per natura 
nemica e tanto per uso contraria si è questa lingua, che né 
pur uno si trova fra que' tanti che la sua purità coltivarono, 
il quale di tali cose, non che infetto,, ma per ombra tinto 
si veggia. Ben poteano essi, per altro, far chiaro argomento 
del loro inganno dall'osservare quanto diversamente delle 
cose italiane sentissero que' dottissimi lor nazionali, che di 
proposito a studiarle si posero, come Egidio Menagio e Gio- 
vanni Capellano fra' trapassati, e il signor abate Regnier 
fra' viventi; e non meno altri letterati di pari grido, i quali 
ne rimasero tanto presi, che a scrivere in questa favella in 
prosa e in verso, gli stili de' nostri i\tori esattamente imi- 
tando, con lor somma gloria si diedero. Sia detto ciò per 
la brama di vedere in ogni parte perfette queste belle Me- 
morie, che, per altro, da ninno certamente son più volen- 
tieri applaudite e lette, che da noi tutti. 

Oltre i Diarj universali, quali sono i sopraddetti, altri 
ve n'ha in copia, che particolari potrebbero dirsi, o per 
paese o per materia. Fra quelli che di determinate pro- 
vinole danno relazione, assai si distinguono le Nuove lette- 
rarie del mar Baltico e del Settentrione, che si stampano 
in Lubecca, e principiarono nel 1698, ragguaglio facendo di 
quanto avviene d'appartenente agli studj nella Svezia, Da- 
nimarca, Pomerania, Prussia e Livonia, e ne' ducati di Me- 
chelburgo, Slesvic ed Olstein. Le Nuove letterarie della 

^ Questo scritto è parte dell' introduzione al Giornale dei Letterati 
d'Italia, cominciatosi a pubblicare a Venezia nel 1710. 



SCIPIONE MAFFKI. 107 

Germania, erette cinqu'anni ilopo in Amburgo, non com- 
prendevano da principio che i'Alemapfna, tralasciata la ;?iu- 
risdi/jone dell'opera antecedente; ed assai più ristretto è 
r istituto delle Nuove Ivlterarie Elrrticlie, in latino scritte 
non meno delle sopranominate, nelle quali, incominciate 
nel 1702, Gio. Jacopo Scheuczero dello cose degli Svizzeri 
diligente notizia ci reca. 

Ma in assai maggior numero sono quell'opere periodi- 
che, le quali d'alcuna scienza particolare, o d'alcuna de- 
tm^iiinata materia presero assunto; poiché non solo delle 
cose ecclesiastiche e di giurisprudenza e di medicina, ma 
di pittura e di musica e di architettura furono istituiti re- 
gistri. Deesi in (luost'ordine il primo luogo alle Transazioni 
fdosofìclic d'Inghilterra, che per poco non contendono col 
(riornai di Parigi 1' anzianitù,, come uscite la prima volta 
nel marzo del 1(>G5. Hanno per argomento le osservazioni 
e le oper(^ di scienza naturale, che si vanno facendo dagli 
ascritti alla Real Società per gli studj MIosoliei istituita. Il 
loro linguaggio è l'inglese, ma se ne ha la traduzione la- 
tina di Cristoforo Sandio e di altri. Ne fu autore per più 
anni Arrigo Oldemburgio, segretario dell'Accademia. Suc- 
cedette l'Hook, ed altri di mano in mano; ma non riusci 
sempre eguale a sé stessa questa fatica. L" Accademia 
de' Curiosi della natura, che fiorisce in Germania, con 
titolo di Miscellanee, principiate nel 1670, raccoglie quan- 
titìi di mediche osservazioni, fatte in varie parti, e d'anno 
in anno le divulga. Trovasi da taluno chiamata (juesta rat;- 
colta (riornale di Slesia, perchè da principio buona parte 
ne fu compilata in Uratislavia, e passa ancora sotto nome 
di Efemeridi de' Curiosi. Tommaso Bartolini il vecchio, 
con maggiore eleganza ed avvedimento cin<iue volumi ci 
diede degli Alti medici e filoso/ìci di Copenaghen, termi- 
nati nel 1()7'.), insieme con la sua vita. Nò vuol qui lasciarsi 
di far ricordanza della bellissima [storia dell' Accademia 
delle Scienze, che dà relazione di quanto si scrive, si recita, 
si scuopre da' soggetti di quell'illustre adunanza per gli 
studj tisici e matematici, dal braccicì reale in Parigi soste- 
nuta. Il primo tomo, che fu latino, compendiò i 30 anni pre- 
cedenti, e si prcse dipoi a darne ciascun anno un tomo in 
IVancese. Sperar ci giova che non saranno di minor frutto 
e dottrina gli Atti della Società di Berlino, che di giorno in 
giorno sono per pubblicarsi sotto la direzione del dottissimo 
Leibnizio, singolare ornamento della Germania in cui vive. 

Dopo ciò, troppo lungo sarebbe il ricordare e tutte quel- 
l'opere che non ebbero ilurevol corso, come la tanto lodata 
Biblioteca de' libri nuovf\ che si stampò in Utrecht, e 
quelle che vengono a formarsi con estrarre dagli altri (ìior- 
nali : come le llicerclie matematiche e fisiche del Parent; 
e quelle che raccolgono le operette sciolte, o fanno estratto 
di libri rari, come le Osservazioni scelte impresse in Hall 



108 SECOLO XVIII. 

di Sassonia ; e quelle che danno contezza di libri vecchi 
o ristampano i rari, come la liiìjlioteca antica, pubblicata 
in Jena del 1705; e quelle che co" Giornali ten^^ono allinità, 
come alcuni Mercurj; e tutte quelle finalmente di minor 
grido, che in francese, in tedesco, in fiammingo, in inglese, 
ed in altre lingue, o furon fatte o attualmente si Iknno. 

Ma in tanto moto e in sì maraviglioso fervore di tante 
studiosissime nazioni, scioperata e neghittosa sarà forse 
restata sempre T Italia nostra? No certamente; ch'anzi 
ha ella il vanto d'avere intrapresa, dopo il Giornale di 
Francia, la prima di quell'opere, che per far relazione 
d'ogni materia, più propriamente in tal ordine si ripon- 
gono. Fu questa il Giornale de' Letterati, cominciato in 
Roma al principio dell'anno 1668, e continuato oltre a tre- 
dici anni, che si dividevano d'ordinario in 12 numeri, ben- 
ché talvolta sino in 18. Trovasi questo ricordato più volte da 
alcuni stranieri come traduzione del Giornale di Parigi; il 
che non è senza grave sbaglio, poiché fu fatica affatto di- 
versa, benché lavorata su quel modello ; e solamente in fine 
di ciascheduna parte, breve estratto di quello aggiugnevasi, 
e spesso anche dell'inglese, come negli altri Giornali molte 
cose del romano fur dipoi parimente inserite. Lodatissimo 
universalmente, e molto a ragione ricercato si era questo 
Giornale, ben adempiendo tutti i numeri di così difficile im- 
presa. Ne fu autore l'abate Francesco Nazari, bergamasco, 
che lo intraprese con la direzione e col consiglio dell'abate 
Ricci, poi cardinale, e lo proseguì fino a tutto l'anno 1679. 
Ma è da avvertire che avendo egli, dopo il marzo 1675, per 
convenevoli motivi cangiato stampatore, appoggiando la 
spesa a Benedetto Carrara librajo, e lasciando il Tinassi, 
questi, per desiderio di continuare nell'assunto, ricorse a 
monsignor Giovanni Ciampini, che col mezzo della dot- 
tissima conversazione in sua casa tenuta, somministrò a 
costui sufficiente materia per proseguir la sua stampa fino 
a tre mesi dell'anno 1681. Quindi è che per alcuni anni 
due Giornali di Roìna si trovano, i quali, benché si veg- 
gano d' ordinario senz' altra avvertenza confusamente le- 
gati insieme, essendo ambedue in quarto stampati, sono 
però così differenti, che qualche anno niuna delle cose dal- 
l'uno riferita s'incontra nell'altro; dal che documento per 
incidenza può trarsi della impossibilità di comprender tutto 
in un solo. Questa divisione venne finalmente a far cessare 
con universale dispiacimento, così giovevol lavoro. Si fece 
nel 1668, in Bologna una ristampa del Gioitale di Roma 
con alcune giunte, ma non passò oltre il prim'anno. 

Or di un altro Giornale, che con lo stesso titolo e nella 
forma stessa per nove anni già corse, pregiasi la nostra lin- 
gua. Componitore di esso fu il padre don Benedetto Bac- 
chini, abate benedettino, di cui basta dire il nome per farne 
intendere a chi di lettere ha conoscenza il valore. Lo prin- 




SCIPIONE MAFFEI. 109 

cipiò egli in Parma nel 1686, conducendolo sino alla fine 
(lei 1690; lo ripigliò poscia in Modena del 1692, e lo diede 
il '93, '96 e '97. Dell' interrompimento varj accidenti furon 
cagione, e dell'abbandono la mancanza d'assistenza e la 
morte del padre Roberti, carmelitano, che provvedeva i 
libri e suppliva alla spesa. In questo applaudito Giornale, 
oltre a' numerosi e su^^osi estratti de' libri, belle e nuove 
dissertazioni di tanto in tanto si registravano, e di varie 
novità erudite al pui)blico si facea copia. Non mancò chi 
assumesse di fare un simil ragguaglio in latino, ed assai 
bene corrispose all'assunto il padre Manzani, provinciale 
del terzo ordine di san Francesco, prefìggendo il titolo di 
Syrio2:)sis Biblica, ma non si ha di lui che l'anno 1692, 
stampato a Parma in quarto. 

Cadde questo nobil pensiero anche in mente a persone, 
che di tutt'altro erano capaci che di ben eseguirlo. Usci- 
rono, nel 1671, in Venezia certi ridicoli fogli di stranis- 
simo stile, con titolo di Giornale Veneto, il giudizio de' quali 
nel Miles Macedonicus del Noris ben può vedersi. Conti- 
nuarono, benché interrottamente, fino al 1689. Si ha pa- 
rimente un tometto in quarto di un Giornale di Ferrara, 
comprendente 1"88 e l"89. Ma d'altro colore fu il Giornale, 
principiato pure in Ferrara nel 1691, in ottavo, nel quale 
aveva qualche ingerenza un degnissimo soggetto, ma non 
andò molto avanti. Il Gran Giornale si cominciò nel 1701 
in Forlì, e corse per quattr'anni. Uni vasi alle gazzette, 
dandosi ogni settimana un foglio grande, la prima pagina 
del quale contenea, comunque il facesse, cose letterarie, e 
la seconda iscriveasi Giornale de' novellisti. Supplì alla 
mancanza di questo il Genio de' Letterati, scritto dal si- 
gnor Giuseppe Garullì, riminese, il quale si pensò di ser- 
vare alcun ordine nelle materie; ciò che per altro non 
suol farsi da' giornalisti. Si stampò in quarto, per un anno 
e mesi, in Forlì; divideasi in compilazioni, e non potea 
dirsi inutile nò disprezzabile. I\Ia ritornò, nel 1706, l'au- 
tore del Gran Giornale, e prese a divulgare in Parma, ben- 
ché sol per sei mesi, gli strepitosi suoi Fasti, lodandosi 
e stralodandosi, ma in efletto nulla riuscendo, se non in 
quelle pagine che malamente copiò da' vecchi giornali di 
Roma, fingendo altri nomi. 

Ora, ritornando a quell'opere di cui l'Italia si vanta; 
poiché nel catalogo dell' efemeridi letterarie vien riposto 
con grandissima lode il Giovìial del Palazzo, eh' è una rac- 
colta delle decisioni de' primarj tribunali di Francia; e' si 
converrà tanto più riporvi la serie delle Decisioni della 
lioia Romana, che si pubblicano insieme con le ragioni; e 
tanto più questa, quanto che essa fu l'esemplare di tutte 
le altro somiglianti fatiche, essendo stata cominciata dal 
Farinaccio fin dal 1618, e quanto che essa fu sempre della 
facoltà legale il maggior tesoro; poiché si come la giuri- 



Ito SECOLO XVIII. 

sprui.lenza fu lo studio proprio e speciale di Roma antica, 
COSI può dirsi aver quella mantenuto nella moderna la pri- 
maria sua sede. Il Morofio, nel suo dottissimo Polistorc, 
fra' diarj eruditi annovera i ^afjrji di naturali esperienza 
fatte nelV Accademia del Cimento, stampati la prima volta 
in Firenze nel 16(37. E veramente, se la morte del principe 
cardinal Leopoldo de' Medici, e poi del granduca Ferdi- 
nando II, suo fratello, che regiamente promovevano con 
r assistenza e con Y oro V impresa, non avesse tolto a 
que' profondi ingegni di proseguire le loro bellissime osser- 
vazioni ed i vai'j e dispendiosissimi esperimenti, nel con- 
tinuato registro di essi avrebbe avuto la Illosofia un in- 
comparabil giornale; ma ora non se ne ha che un tomo 
in foglio, dalla penna del signor conte Lorenzo Magalotti 
disteso. 

Un'Accademia fu parimente eretta, nel 1686, in Brescia 
per le cose fisiche e matematiche, la quale avea per isti- 
tuto di dare mensualmente in luce le sue relazioni ; ma 
la morte del padre Francesco Lana, gesuita, che la diri- 
geva, seguita nel 1687, ne troncò il corso dopo un anno o 
poco più, che si vede in latino impressa col titolo di Atti 
de' Filesotici. Coloro che ripongono in tale schiera le rac- 
colte di opere scelte e rare, ricorderebbono qui special- 
mente le Miscellanee italiche, e ancora le Matematiche 
del padre Roberti ; ed altri vi farebbe menzione della Bi- 
blioteca volante , di cui sedici scanzie fé' in v£:.rj luoghi stam- 
pare, in ottavo, Giovanni Cinelli, che fu il primo a com- 
pilare cataloghi di opere brevi e di libretti che facilmente 
smarrisconsi ; e tanto più che alcuna volta qualche notizia 
vi pose appresso. 

Ma finalmente convien pure ridursi a dire che mancate 
tante belle fatiche, non senza sua vergogna si sta V Italia 
da molto tempo senza un erudito giornale. Vero è che non 
è affatto cessata la Galleria di Minerva, la quale cominciò a 
stamparsi in foglio in Venezia nel 1696. I^Ia non può questa 
tener luogo di giornale, così perchè non si dà regolatamente 
di mese in mese, onde in quattordici anni appena com- 
piè il sesto tomo; così perchè, prendendo ambiguo assunto 
e più istituti abbracciando, pare al presente che sua idea 
principale sia di pubblicare opuscoletti, fra" quali alcun ot- 
timo talvolta se ne ritrova. Ed in vero, di maggiore spac- 
cio ed applauso riuscir potrebbe cotal lavoro, se con l'as- 
sistenza e con l'arbitrio d'uomini dotti e giudiziosi si fissasse 
a dare annualmente alla luce un tomo di operette di pochi 
fogli, nuove o inedite o rare, delle quali sempre mai si 
ha dovizia. Ma, in somma, lagnasi ben a ragione Lamindo 
Pritanio {Rifless., e. 7) * di vedere la nostra nazione man- 
cante da lungo tempo di si gran soccorso agli studj; e ben 

* Sotto questo nome è nascosto il gran Muratori. 



PIETRO GIANNONE. Ili 

a ragione procura di eccitare alcun principe a promuovere 
e a lavorire alcuna simile impresa. 

Imperciocché, qual più bel diletto clie di trovarsi sem- 
pre con sì poca fatica inlbrmato de' nuovi ritrovamenti, 
ne' quali si va sempre assottigliando l'umano ingegno, delle 
nuove osservazioni o celesti o lisiche o anatomiche, delle 
(juistioni che si svegliano, dell'erudite contese clic corrono, 
delle opinioni che insorgono, degli errori che si dih^guano, 
V di mano in mano della morte, degli scritti e delle prin- 
cipali circostanze della vita degli uomini illustri? K poiché 
moltiplicano cosi fattamente le stampe, che non è sulli- 
ciente una facoltà privata ad acquistare tutti i libri, né 
l'età di un uomo a trascorrerli, qual maggior utilità, per 
chi degli studj ha vaghezza, che di ricevere sincero avviso 
dell' intiMuseco valore e della precisa contenenza di essi, 
onde di tanto solo ai)pagato rimanga, o sappia di qual 
s' ha a provedere senza restare ingannato dai titoli? Égli 
è pur certo che nulhi meglio d'un buon gioi'inile può for- 
mar nella mente (piella universalità di cognizioni, che in 
uomo di lettere si richiede, per non comparire in qualsi- 
voglia materia rozzo all'atto, ed ignaro; egli é assai credi- 
bile che diventino un giorno le opei'c di tal natura il mi- 
glior tesoro non solo dell' istoria letterai'ia., ma delle scienze 
ancora e dell'erudizione. — (Dalle liinie e Prose, Venezia, 
Coleti, 1711), p. 18.5 e segg.) 



PIETRO GIANNONE. 

Nacque di modesta famiglia in Ischitella di Capitanata, ai 7 mag- 
gio 107G. Studiò a Napoli, dandosi alla logge, della qnale cercò 
conoscere non solo il senso e il valore, ma la storia. Venuto in 
fama come giureconsulto, e raggiunta una onesta agiatezza, volse 
l'ingojrno a tesser la storia del Jiogno di Napoli, non tanto nelle 
vicende politiche, quanto nell'andamento e nelle variazioni del 
costume, della legislazione, delle istituzioni, della cultura. Frutto 
di lungo e assiduo lavoro, cui pose mano nel ITO;}, fu pertanto la 
Storia civile del lieyno di Napoli, pubblicata nel 172;j (^Napoli, 
Naso, 4 voi., in 4°), nella quale specialmente intese a svelare le 
usurpazioni de' chierici e del papato sullo Stato, attirandosi con- 
tro l'odio dell'autorità ecclesiastica e della curia romana. L'opera 
destò subito un gran vespajo, e gli avversarj gli eccitarono con- 
tro anche la plebe della sua patria, massime con lo spargere 
ch'ei negava ne'suoi scritti il miracolo di san Gennaro: sicché 
dovette fuggire da Napoli, e rifugiarsi a Vienna presso T impera- 
tore Carlo VI, che allora aveva il napoletano in suo dominio, e 
al quale la Storia era dedicata. L'imperatore gli accordò una non 




112 SECOLO XVllI. 

lauta pensione, ma non lo rimandò mai in patria; finché nel 1734, 
essendosi il regno perduto dagli Austriaci, il Giannone passò a 
Venezia. Qui fu festosamente accolto, ma la repubblica, che po- 
teva ritrovare in lui un altro Sarpi, dovette cedere all'odio di 
lloma, e cacciarlo oltre i suoi confini.' Passando rapidamente per 
Modena, Parma e Milano, si recò a Ginevra: e la città di Calvino 
avrebbe potuto essergli sicuro rifugio, se, per adempiere ai riti pa- 
squali, come cattolico ch'ei voleva serbarsi, nel 173G non fosse 
passato sul territorio piemontese, attratto dagli inviti di un tal 
Guastaldi, che lo tradì, d'accordo col governatore Picon e col regio 
ministro d'Ormea, il quale, fors' anco agognando il cappello cardi- 
nalizio, volle per tal modo ingraziarsi la curia romana. Così gher- 
mito a tradimento, venne chiuso nel castello di Miolans, poi in quello 
di Torino, indi in quello di Ceva e di nuovo a Torino, dove, nella 
cittadella, morì ai 7 marzo del 1748.- Invano aveva consentito ad 
un'abjura delle sue opinioni, compilata secondo le istruzioni man- 
date da Koma al padre inquisitore di Torino; invano supplicò ri- 
petutamente che gli si rendesse la libertà, della quale era stato 
privato ad inganno. Meritano esser trascritte alcune parole ch'ei 
scrisse in carcere; « A me che non per odio d'altrui o per disprezzo, 
ma unicamente per amor della verità, e per investigarla fra l'oscu- 
rità de' pili incolti e tenebrosi secoli, ho sofferto tante fatiche e tra- 
vagli, se accaderà che fra queste alpestri rupi lasciar debba il mio 
corpo esanime, pregherò Iddio, eh' è la verità istessa, che accolga 
11 mio spirito in pace.... Pregherò pure i paesani e viandanti, che, 
traversando per questi monti e dovendo nel passar per la Savoja 
in Francia, calcarla strada, donde non molto lontano vedesi il ca- 
stello di Miolans, volti i loro pietosi occhi al gran sasso, sotto al 
quale giaceranno sepolte le mie fredde ossa, mossi da spirito di pietà, 
in passando, lor dicano ; Ossa aride ed asciutte, abbiate quella 
pace e riposo, che vive non poteste ottener giammai. » Il figlio di 
lui fu pensionato dal nuovo re di Napoli, Carlo III, che non volle 
restasse nella miseria chi nasceva « dal più grande, più utile allo 
Stato e più ingiustamente perseguitato uomo, che il regno abbia 
prodotto in questo secolo. » 

Oltre le scritture giuridiche e apologetiche, che furono raccolte 
dopo la sua morte {Opere postume, Ginevra, 1753, Venezia, Pa- 
squali, 1768), lasciò il Giannone parecchie altre scritture, frutto 
delle sue meditazioni nel carcere. P. S. Mancini ne pubblicò parte, 
cioè i Discorsi storici e politici sopra gli Annali di Tito Livio, 
e La Chiesa sotto il pontificato di Gregorio il Grande (Torino, 
Pomba,1852); Aug.Pierantoni pubblicò con sue prefazioni, prima 

^ A. PiERANTONi, Lo sfratto di P. G. da Venezia, autonarrazione, 
Roma, 1892. 

'^ P. OcCELLA, P. G. negli ultimi dodici anni della sua vita, in Curio' 
sita e ricerche di storia subalp., voi. Ili, pagg. 489, 662 ; G. Cuibali, L'ar- 
resto del Giannone, in Gazz. Ictter., XV, 11. 



PIETRO GIANNONE. 113 

Il Tribunale della monarchia di Sicilia (Roma, Locscher, 1892), o 
poi il Triregno (Roma, tip. Elzevir., 1895, iì voi.).* Restano inedite 
Le dottrine morali, teologiche e sociali degli antichi padri della 
Chiesa. Fn anche pubblicata una sua Autobiografia, composta ne- 
gli ultimi anni e nelle angustie del carcere, non bene scritta, forse 
perchè neanche dall'autore rivista e ripassata, e peggio stampata 
da A. Pier ANTONI (Roma, Perino, 1890). 

L'opera sua più famosa resta sempre la Storia civile, alla 
quale molte censure furono mosse, alcune con passione e virulenza 
da chierici e frati, altre non senza ragione; tra le quali ultime è 
(luella de' frequenti plagj.* Ma se la storia non ha molto valore 
quanto ai fatti, non sempre riprodotti con esattezza e compilando 
di seconda mano, la mantiene ancora in pregio il concetto nuovo e 
largo che ne ò l'anima, e che segna un vero passo innanzi nel modo 
di intendere e di dettare la storia di uno Stato. Il suo libro, dice 
il S^TTEMiniiNi, essendo essenzialmente la difesa delle preroga- 
tive dello Stato contro le usurpazioni ecclesiastiche, ne segue che 
« la parte bella, nuova od importante ò il discorso, non la narra- 
zione; ò il ragionamento sui fatti, non l'esposizione dei fatti.... 
Come difesa, l'opera del Giannone è di prima importanza nella sto- 
ria d'Europa; tratta la gran quistione tra la Monarchia e la Chiesa, 
V la tratta con larghezza, con dottrina, con acume d'ingegno, con 
tutti gli argomenti; è una difesa che fu seguita da una gran vittoria: 
la libertà del Principato » (Storia della lett. ital., cap. LXXXl); 
e il Giordani così giudica il Giannone: « Cercando solo il prin- 
cipale intento, correva sopra le altre cose.... Per lui una sola cosa 
importava: Il papa non è il re di Napoli » {Opere, VI, 1G8). 

[Por la biografìa, vedi la Vita di lui scritta da L. Fanzini, il 
quale si giovò dell'allora inedita ^«/oòio//7'a/m, e che trovasi anche 
nel t. II della cit. ediz. veneta delle Opere postume; C. Cantù, 
Italiani illustri, Milano, 13rigola, s. a., Ili, 19H. Per le dottrine, vedi 
DOM. Denicotti, P. G., Napoli, tipogr. del Giorn. di Nap., 1867; 
R. Mariano, Giannone e Vico, in Rivista contemp., 18G9, voi. LVII; ' 
G. Ferrari, La mente di P. G., Milano, Tipogr. del Libero Pen- 
siero, 1868; R. BiAMONTE, Lo storico P.G., in Hiv. Europea, 1872; 
I. SCIIUMANN, P. G.y in Beilage ztir Allg. Zeitung, 1890, nn. 245-250.1 

* Vedi su quest' opern, C. Castellani, Del Triregno di P. O., Firenze, 
Successori Le Mounier, 1877; G. B. Dattino, Il Tr. di 0. P., Napoli, Jo- 
veno, 1875 ; K. Biamoxte, La storia Civ. e il Tr., esposizione critica, 
Napoli, Morano, 1878; B. Labanca, La storia del Cristianesimo nel Tr., 
in Riv, itili, di jilosof., 1890 (genn.-febb.) ; A. De Nino, L' autohiorjr. e il 
Triregno di P. O., in Riv. Abruzzese, X, 7-8. 

* Vedi quel che ne dico il .Manzoni, Storia della colonna infame, rife- 
rito col tit. / playi del Giannone nel Morandi, Antol. della crit. rnod. il., 
pag. 542. 




114 SF/JOLO XVITI. 

Italia antica e Italia moderna nel rispetto degli ordini mi- 
litari.— Certamente a cliiunque avi-a solo avanti gli occhi la 
condizione delle province onde ora si compone l'Italia, e mas- 
simamente di quelle clie comprende lo Stato della Chiesa di 
Roma, nelle quali trovasi estinto o^^ni vestigio di milizia, uè 
i loro abitatori sanno che cosa sia guerra o il trattar le armi, 
sembrerà strano e portentoso come da queste stesse regioni, 
cotanto ora effemminate ed imbelli, avesser potuto sorgere 
schiere si numerose di valorosi guerrieri, i quali negli an- 
tichi tempi si assoggettarono quasi tutto Torbe terreno. Ma 
non bisogna fermarsi allo stato presente delle cose, quasi 
che il mondo non avesse prima avuta altra faccia, disposi- 
zione, costumi, istituti e leggi, se non quali ora sono. 

Bisogna riportare indietro la nostra attenzione, e riguar- 
dare le condizioni andate, e quale aspetto avessero nel tempo 
che Romolo diede principio alle cose romane, e quando, 
mutata forma di governo, s'innalzò la romana repubblica 
cotanto, che giunse a tal grandezza che appena poteva reg- 
gere sé medesima. Ciò solo dall'istoria, unica e fedele de- 
positaria delle antiche memorie, può essere a noi sommini- 
strato, e specialmente, trattandosi de' romani, da questa 
incomparabile di Livio. Chi attentamente porrà mente a' pri- 
mi libri della prima deca, si accorgerà che a que* tempi i 
popoli onde l'Italia era composta, e specialmente i latini, 
gli albani, i rutuli, e tanti altri eh' eran vicini a' campi 
laurenti ed albani, e generalmente tutti gli altri d'Italia, 
non erano distratti ed occupati in altre cure od arti se non 
in due sole, cioè nell'agricoltura e nella milizia. Coltiva- 
vano con diligenza ed industria i loro campi, e pascevano 
con accuratezza i loro greggi ed armenti, onde sostenevano 
se stessi e le loro famiglie. Quindi in Roma nascevano tante 
contese fra i nobili e la plebe intorno la legge agraria, poi- 
ché la plebe, che viveva sopra i campi che le venivano 
distribuiti, non voleva soffrire i torti che i nobili tentavano 
arrecarle per la divisione de* medesimi. Erano perciò con- 
tenti di quanto la terra da essi lavorata e la greggia o l'ar- 
mento lor davano per alimento. Né cercavano agiatezza, né 
grandi edifizj, né preziosa suppellettile, né abiti pomposi o 
altre morbidezze. Erano paghi di picciole case o capanne, 
dove potessero ricovrarsi nella rigidezza delle stagioni e 
schermirsi dal freddo, dalle pioggie, da' venti, e dove la 
notte in placido riposo ristorar potessero le loro membra, 
stanche dalle fatiche nel dì sofferte. Erano paghi di abiti 
semplici e pochi, solo bastevoli a coprirli e difenderli. Non 
aveano perciò bisogno di molti artefici, e pochi cittadini 
erano addetti a' lavori delle dita, a' quali d'altronde per lo 
più erano impiegate le donne. Ma sopra tutto aveasi gran 
cura della milizia, nella quale tutti e quasi sempre si eser- 
citavano; poiché sovente un popolo scorrendo oltre i proprj 
confini (per l'insita umana natura, che fa l'uomo non mai 



PIETRO GIANNONE. 115 

contento del proprio, ma sempre desideroso dell' altrui, e 
di profittarne quando gli riesca acconcio il farlo), commet- 
teva sul campo del popolo a sé vicino prede di animali, 
vettovaglie od altro: sicché ciascuno, per difendere il suo, 
era costretto di star quasi sempre con le armi alla mano e 
pronto ad impedir le altrui incursioni e rapine. 

Vivevano questi popoli, specialmente i romani, con mas- 
sime diverse, anzi opposte a quelle che al presente si ten- 
gono. Anteponevano sempre il ben pubblico al privato : 
considerando che dalla pubblica utilità e dovizia fosse per 
derivare a tutti un equabile, fermo e durabile bene: e ciò 
rendeva i cittadini più concordi e pronti a rintuzzare le 
oppressioni, che per avventura potessero venir loro imposte 
da' più potenti, interni od esterni che si fossero, ed a resi- 
ster loro con vigore e coraggio. Al contrario, anteponendosi 
il privato bene al puliblico, avviene che ciascuno pensando 
solo di arricchir se stesso, la repubblica s' impoverisca. 
Quindi molti divengono avari, superbi ed oppressori degli 
altri, e segue che le comodità e ricchezze non siano egual- 
mente tra i cittadini distribuite, ondosi dà luogo alTeniu- 
lazione ed all'invidia fra loro; oltre che, per la dovizia di 
pochi, molti si veggono patir miseria, da che nascono le 
servitù, ed avviene che ciascuno sia facilmente esposto al- 
l'altrui boria e sovercliieria. Quindi volentieri i romani al 
pubblico bene sacrificavano non pur le sostanze, ma la 
propria lor vita e quella de' loro figliuoli. D'onde avveniva 
che in caso d'invasione, di danno od ingiuria per parte 
de' popoli vicini, eran tutti pronti ad unirsi insieme ed a 
l'esister con le armi. 

Fra i popoli ond' era allora l'Italia divisa, certamente i 
r(ìmani e sotto i re e poi sotto i consoli, erano i più ag- 
guerriti ed esercitati nella milizia; e nelle occasioni di guerra, 
sia offensiva sia difensiva, davano volentieri i loro nomi per 
essere arrollati nelle centurie, ciascuno militando sotto i 
tribuni, e questi sotto i consoli o pretori, ch'erano destinati 
per supremi duci. Cosi in breve tempo formavasi un nu- 
meroso esercito; poiché tutt' i cittadini, come per loro pro- 
prio mestiere erano esercitati nelle armi, e finita la guerra, 
ovvero quando, approssimandosi l'inverno, fossero stati 
costretti a ritirarsi, tornavano nelle lor case ad aver cura 
delle cose domestiche ed a coltivare i loro campi e ad at- 
tendere alla custodia delle loro greggi ed armenti, pronti a 
ripigliar le armi ricominciando la guerra. Ed in tal modo 
in poco tempo, senza molto imbarazzo e dillicoltà, non meno 
i romani che gli altri popoli rifacevano i loro eserciti. Livio 
rapporta che la prontezza e la facilità con la quale i ro- 
mani reintegravano i loro eserciti intorno all'anno 406 di 
Roma, quando non aveano né meno la quinta parte d' Italia, 
dopo tante pugne, uccisioni e morti, fu tale, che a' suoi tempi, 
quando sotto Augusto l'imperio era cotanto cresciuto, non 



110 SECOLO XVIII. 

si sarebbe potuto sperare un sì pronto, numeroso e sol- 
lecito rifacimento di corpi armati. Da' romani (è Livio che 
il (lice) allora furono prestamente rifatte dieci legioni, di 
quattromila e du^^ento fanti e di trecento cavalieri Tuna: 
Quem nunc, q" soggiunge, novum ecDercitum, si qua externa 
vis ingruat, hce vires populi romani, quas vix terrarurn 
capii orhis, contractcc in unum Jtaud facile efficiant. Adeo 
in quce laboramus sola crevimus, divitlas luxuriemque. 
E lo scrittore medesimo, parlando non solo de' romani ma 
degli altri popoli vicini, narra essere stata veramente cosa 
meravigliosa, come in tante guerre, che contro quelli ebbero 
i romani, specialmente contro i volsci, equi e veienti, i due 
primi tra questi popoli tante volte vinti e debellati ripul- 
lulasser sempre, sicché tenessero solleciti i romani a star 
continuamente colle armi alla mano per combatterli e ri- 
durli finalmente nella loro dizione, e d'onde mai potessero 
sorgere tanti soldati per apparecchiare nuove guerre e com- 
pensare tante sconfitte ed uccisioni. l<lon dubito, prrjeter 
satietatem, tot jann libris assidua bella cwm Yolscis gesta 
legentibus illud quoque succursurum, quod mihi percen- 
senti propìiores temporibus harum rerum auctoy^es miraculo 
fuit, unde toties victis Yolscis et jEquis suffeceHnt miliies. 
Né può non istupire chi riguarda come i bellicosi popoli 
della Liguria, che Livio chiama durum in armis genus, 
benché tante volte sconfitti da' romani, anch' essi rifacesser 
vigorosi per numero e per valore i loro eserciti.... 

Ma quello che maggiormente dimostra quanto fosse stato 
presso gli antichi romani l'amore del pubblico bene, è che 
tutti per la repubblica militavano a proprie loro spese, 
e fino all'anno di Roma 349 non ricevevano i soldati pub- 
blico stipendio. Da questo tempo in poi il senato decretò : 
TJt stipendium miles de publico acciperet, cum ante id 
tempus de suo quisque functus eo munere esset. D'indi in 
poi con maggiore alacrità e prontezza ciascuno dava suo 
nome per iscriversi nell'esercito; e poiché per supplire a 
cotali spese bisognava imporre al popolo il tributo, accioc- 
ché ciascuno secondo le sue forze contribuisse agli stipendj 
della milizia ; fu da tutti gli ordini il tributo imposto e vo- 
lentieri accettato, dal quale non vollero essere esenti i se- 
natori stessi ; anzi questi, per dar esempio agli altri, poiché 
allora in Roma non eravi moneta di argento (la quale non 
fu posta in uso se non intorno l'anno 490), ma solo spen- 
devasi quella di rame, furono i primi a mandar nell' erario 
carri pieni di quella moneta, ciò che rese la collazione più 
autorevole, onde furon mossi i primi della città a far lo 
stesso ; sicché dappoi tutti con somma fede, secondo che 
dal censo erano stati tassati, conferivano all'erario il tri- 
buto: Patres, prosieguo Livio, bene cccptam rem perseve- 
ranter tueri : conferre ip si primi ces, quia nondum argen- 
tum signatiim erat, et grave plaus tris quiddam ad cerarium 



PIETRO GIANNONE. 117 

ronvehentes sjieciosain etiam collationem faciebant. Cinn 
senatus summa fide ex censii contulisset, primores plebis 
nobilium amici ex composito conferve incipiunt. Dalla 
qual cosa derivò che laddove prima, finita la campagna ed 
avvicinandosi l'inverno, si ritiravan tutti nelle loro case; 
poscia, siccome annuo era lo stipendio, così annuo fu il ser- 
vizio, e secondo che richiedeva l'obbedienza dovuta al ca- 
pitano, erano i soldati obbligati di svernare dove il coman- 
dante avesse l'atto costruire gli alloggiamenti, ed ivi fino alla 
nuova campagna dimorai'e. Adunque l'esatta disciplina mi- 
litare, l'ordine e l'accurata disposizione dell'esercito, la 
costanza, l'intrepidezza d'animo nel non avvilirsi negl'in- 
felici e sinistri successi ed il non superbire ne' prosperi ed 
avventurosi, la felicità in quasi tutte le spedizioni militari, 
la sapienza non meno nelle cose della guerra che nelle 
civili, la temperanza e giustizia, ed un savio e discreto 
governo, tutte queste virtù resero i romani superiori 
alle altre nazioni, e fecero lor conquistare l'imperio del 
mondo. 

Facciamo ora paragone di queste virtù, di queste mas- 
sime e costumi con quelli che al presente si veggono intro- 
dotti in Italia, e li troveremo del tutto opposti. Noi scor- 
geremo ninna cura o pensiero del pubblico bene, ma ciascuno 
unicamente attendere al privato comodo ed utilità, e sfor- 
zarsi soltanto a raggiunger dignità, ricchezze ed onori ; per 
le quali cose, porsi in opra le arti più vili e le più sfacciate 
adulazioni, e ciò nello scopo di vivere in maggiore splen- 
dore, agiatezza, pompe, fasti e lussi, in giuochi, conviti ed 
altri diletti. Quindi l'ambizione, la superbia, la perfidia, il 
mancar di fede, l'avarizia, l'ingordigia ed i più detestabili 
vizj tenere il campo. P] poiché la milizia pur troppo è per 
natura avversa alla vita morbida e molle, perciò appunto 
vediamo ormai essersi estinta e perduta allatto ogni militar 
disciplina. 

Tutto ciò non dobbiamo imputare che a noi stessi, alla 
mala educazione de' giovani ed a' nostri pravi instituti : molti 
intanto, ancorché abbiano massime antiche, amano piuttosto 
vivere co' costumi moderni, che conformarsi alla pristina 
rigida disciplina. Non é che in noi sia mutato clima o na- 
tura. La natura è sempre la stessa, e serba un tener costante 
nella produzione de' popoli e delle nazioni; a noi sol manca 
la disciplina. Della qual cosa pruova evidentissima a questi 
dì possiamo apprendere co' nostri propri occhi, se riguar- 
deremo i Liguri presenti, e que' popoli alpini che formano il 
ducato di Savoia. Certamente in Italia niun' altra gente è 
rimasa che sostenga l'antica virtù ed il militar valore de' suoi 
maggiori, fuori di questi popoli perseveranti ancora e duri 
nella milizia, i quali, sebbene sotto altri nomi, non sono 
che propagini e rampolli degli antichi liguri e delle alpine 
genti, di cui più sopra si è fatta menzione. 



118 SECOLO XVIII. 

Quelli che ora cliianiianio piemontesi, nionferrini, lan- 
glicsi, canavesi e simili, sono, come si è detto, gli antichi 
liguri statielli, vagienni, salassi, taurini ed altri popoli della 
Liguria; siccome que'che diciamo savoiardi, tarantasi, njau- 
rianesi e simili sono gli antichi allobrogi, i seduni ed altri 
popoli alpini. Or tutti questi sostengono ancor oggi, indurati 
alle fatiche della milizia, l'antico valor d'Italia, perchè eb- 
bero la sorte di essere esercitati nelle guerre sotto i prodi 
duchi di Savoia loro principi. 

Fu veramente in questa non meno antica che illustre 
real famiglia il valore e Tarte militare quasi pregio pro- 
prio ed ereditario, il quale con non interrotta successione 
da padre in tiglio per più secoli fu continuato e non mai 
intermesso. Quindi, come dal cavallo troiano, ne uscirono 
tanti famosi ed insigni guerrieri, i quali nel coraggio e nella 
grandezza d'animo non cederono a' maggiori capitani che 
abbiano potuto vantare i greci ed i romani stessi. Lungo di 
lor catalogo potrei qui tessere, ma il mio proposito noi com- 
porta. Non posso però tacere di tre eroi, che a' nostri tempi 
fecero vedere che nella nostra Italia 

nulla manca, o sol la disciplina. 

Questi furono l'invitto ed intrepido re Vittorio Amedeo II, 
il quale ebbe l'ardimento non pur di resistere a* numerosi 
eserciti del grande e potentissimo re Luigi XIV di Francia, 
ma liberando Torino, vincerli, fugarli, e fare entrar quindi 
le vittoriose sue bandiere fin dentro la Francia stessa. Le 
orme di sì illustre capitano furono a" tempi nostri ricalcate 
dal suo erede non men del sangue che delle virtù, dal non 
men savio che coraggioso re Carlo Emanuele III, il quale 
abbiam veduto, imitando le paterne gesta, a capo de' suoi 
eserciti esporsi con intrepidezza a' maggiori pericoli, ed 
avvalorando col proprio esempio gli animosi e forti suoi 
soldati, riportare contro l'oste nemica piene ed illustri vit- 
torie, ed al suo apparire ceder le armi e rendersi quelle 
piazze di Lombardia già credute inespugnabili. Ma del terzo 
chi avrà mai parole bastanti da accennar solo i magnanimi 
e stupendi fatti? Io dico del grande, invitto, fortunato e 
glorioso maggior capitano del nostro secolo, Eugenio di 
Savoia; al cui solo nome abbiam veduto tremare l'ottomano 
impero : principe che ha lasciato di sé in Europa trofei si 
chiari e memorandi, che somministreranno agli scrittori ben 
ampia e doviziosa materia 

Di poema degnissima e d' istoria. 

Ciò che io dico, maggiormente apparirà chiaro, se fa- 
remo attenzione che V Italia, ancorché serva, ha prodotti 
sempre capitani illustri ed insigni, i quali militando sotto 
le bandiere o dell' Imperio o di Spagna o di Francia, ban 
riportato i primi onori e gradi negli eserciti, e che por 



ANTONIO CONTI. HO 

senno, condotta e valor militare si sono resi immortali, e 
la fama ne risuona e risuonerù. per sempre gloriosa nel 
concetto e nelle bocche degli uomini. Basterà accennare 
solo i Caralìi, i Caprara, i Montecuccoli, che si resero famosi 
neir Alemagna e nelle Fiandre ; i Marchesi di Torrecuso 
Caraccioli, i Cantelmi, e tanti altri nella Spagna ; i principi 
Trivulzi nella Francia; i Farnesi nello Fiandre: e chi po- 
trebbe mai annoverarli tutti? Questo esempio, che può dirsi 
domestico, senz'andar molto lontano, de' principi di Savoia, 
dovrebbero aver sempre innanzi agli occhi gli altri principi 
d'Italia, per avvedersi che in Italia non si è scemato l'antico 
valore : essi (restituendo ne' loro popoli la prisca militar 
disciplina), vedran l'Italia sottratta da servitù, e ritornata 
air antica gloria, facendo si che i loro sudditi abbiano il pre- 
gio ed il piacere d'obbedire a principi nazionali, e di mili- 
tare sotto le insegne de' loro proprj e naturali duci e si- 
gnori. — (Dai Discorsi sugli Annali di Livio, ediz. cit., 
parte II, disc. 5°.) 



ANTONIO CONTI. 

Qiiest' illustre padovano, versato in ogni maniera di stiidj, 
nacque il 22 gennaio 1G77. Discendeva da Sperone Speroni, il dotto 
cinquecentista, di cui una figlia era andata sposa nei Conti di Pa- 
dova. Abbandonata la carriera ecclesiastica, restò semplice abate. 
Datosi tutto agli studj, si recò nel 1713 in Francia, ove conversò 
di scienze con tutti i più illustri del tempo, e dopo due anni passò 
in Inghilterra, ov'ebbe familiarità col Newton. Ferveva allora fra 
il Newton e il Leibniz la disputa di priorità nella invenzione del 
calcolo intìnitesimale, e il Conti, amico ad ambedue, cercò di farsi 
mediatore fra essi; ma veramente riuscì soltanto a disgustarsi l'uno 
e l'altro: era però più favorevole al Newton, che al Leibniz. Nel 
1716 passò col re Giorgio in Olanda e in Germania, ma arrivato in 
Annover trovò morto da pochi giorni il Leibniz, per conoscere per- 
sonalmente il quale principalmente erasi mosso. Tornato in Inghil- 
terra e poi di nuovo recatosi in Francia, dove fu amicissimo di 
madama de Caylus, si diede più specialmente agli studj letterar.i, 
interessandosi vivamente della letteratura francese, e partecipò, 
molto apprezzato pe' suoi giudizj, alle questioni che più allora si 
agitavano nei circoli colti di Francia: fra le altre, a quella tra 
il De la Motte e la Dacier per O^ero. Ritornò di qua dalle Alpi 
nel 172<3, e morì in Padova ai (j aprile 1740. Egli appartiene a 
quella numerosa schiera d'italiani, che, per desiderio di parteci- 
pare alla vita intellettuale europea, si davano ai viaggi all'estero: 
fu uomo di cultura enciclopedica, se pur non tuttavia profondis- 
simo in ogui disciplina. 



120 SECOLO XVIII. 

La molta applicazione e l'accumulata esperienza non diedero 
in lui quel frutto che hc ne doveva attendere, e fora' anche la 
troppa e varia dottrina gli fu d' ingombro e d'inciampo. Gli amici 
suoi si meravigliavano della vastità degli argomenti ch'egli pren- 
deva a trattare, per ciascun soltanto dei quali sarebbe occorsa la 
vita d'un uomo. Ma se possedeva la vasta concezione, non aveva 
ugualmente la perseveranza nel trattare appieno il tema da lui pre- 
scelto: le molte cognizioni e il desiderio di accrescerle sempre, 
distraevano di continuo la sua attività dall'uno all'altro argomento. 
Poche cose pertanto lasciò egli compiute. Rimase appena abboz- 
zato un trattato ch'ei meditava, e del quale bensì espose le linee 
principali, sulla Bellezza. Abbiamo qualche altro suo scritto filo- 
sofico (specialmente sul Parmenide di Platone), che è buona prova 
dell' attitudine sua speculativa e critica. Alcuni scritti ci raccolse 
col titolo di Prose e poesie (Venezia, Pasquali, 17.39): il 2" voi., 
del 1756, è postumo. Nel primo trovansi il Globo di Venere, sogno, 
poema metafisico, e il Proteo, idilio ; e poi, cantate, sonetti, poesie 
varie, traduzioni da Anacreonte, Saffo, Simonide, Callimaco, Ora- 
zio, Virgilio, Catullo, e VAtalie dal Racine, preceduta da una Dis- 
sertazione. 1\ secondo voi. racchiude frammenti e abbozzi di trat- 
tati filosofici e letterarj, traduzioni dall' inglese e fra esse quella 
del Riccio rapito di Pope (Parigi, 1728), del quale pur rese vol- 
gare, in bei \evsì,V Epistola d'Eloisa ad Abelardo (Xapoli, 1760),' 
lettere e prose francesi sulle donne, sulla natura d'amore, sulle arti 
e le scienze, ec. Poeta di poca ispirazione, ha tuttavia nelle sue 
traduzioni dei pregj non piccoli, ed il suo verso sciolto è nervoso 
e robusto, e prelude a quello eh' egli stesso usò nelle tragedie. Il 
Foscolo a questo proposito non risparmiò le lodi all'abate pado- 
vano. Compose inoltre quattro tragedie di soggetto romano, nelle 
quali volle rappresentare i momenti più rilevanti della storia di 
Roma; e sono il Giunio Bruto, il Marco Bruto, il Giulio Cesare, 
il Druso (Firenze, Bonducci, 1751), al quale doveva aggiungersi 
il Cicerone. Migliori di tutte per artificio scenico sono il Giunio 
Bruto e Giulio Cesare, eh' ei scrisse dopo aver letto il dramma 
dello Shakspeare, non che il Cesare e il Marco Bruto del duca 
dì Buckingamshire, che in parte imitò. ^ Ma se il Conti aveva pre- 
sente il libero teatro dello Shakspeare, era però ossequente al 
regolare teatro francese, e dal francese molto derivò, benché da 
molte delle pastoje di esso sapesse disimpacciarsi. L' intento suo 
non fu puramente di ricostruzione storica, come si provò a fare il 

^ Vedi Zanella, A. Pope e A. Conti, nei Parali, leiter., Verona, Miiu- 
ster, 1885, pag. 43. 

^ Vedi A. Zardo, Un tragico padov. del sec. scorso, Padova, Raudl, 1881; 
F. CoLAGROSSO, La prima tragedia di A. C, 2» ediz., Firenze, Sansoni, 1898: 
A. Salza, L'ah. A. G. e le sue tragedie, Pisa, Nistri, 1858. Delle tragedie 
del C. parla anche Ch. Dejob, Études sur la tragèdie, Paris, Colin, pag. 131 
e segg. 



I 



ANTONIO CONTI. 121 

Gravina; egli desiderava por l'Italia una tragedia storica, come 
l'avevano gl'inglesi nelle opere del loro grande poeta: e il Conti 
a quel suo idealo di tragedia, mista di materia storica e di inven- 
zione poetica, si avvicinò maggiormente nel Druso, ultima delle 
sue tragedie e pregevole per molte novità, e vi si sarebbe forse 
anche più avvicinato nel Cicerone, se avesse svolto 1' abbozzo che 
ne ha lasciato. 

Di molte sue scritture sono andati smarriti i manoscritti, che 
si trovavano presso una nobile famiglia del Veneto. Una scelta 
delle sue prose edite e inedite fu fatta col titolo di Opuscoli filo- 
logici da 13. Gamba (Venezia, Alvisopoli, 1832). Utile sarebbe la 
conoscenza del suo epistolario con Italiani e stranieri, del quale 
una piccola parte, e per quello che spetta soltanto agli Italiani, 
fu fatta conoscere da P. Bettio, Lettere scelle di celebri autori 
ad A. C. (Venezia, Fracasso, 1812). 

[Vedi la lunga e particolareggiata Vita di lui scritta da G. Toal- 
DO, e premessa al 2" voi. delle Prose e Poesie; e, sugli scritti in ge- 
nere, GIOACHINO BrogNOLIGO, L'opera letteraria di ^. <?., in 
Ateneo Veneto, 1894.] 

Dante e Petrarca. — Termin.'xta con la lingua degli antichi 
latini anche la loro poesia, Dante, il quale lìori dodici se- 
coli almeno dopo Augusto, sentendo la forza e la bellezza 
di una lingua ancor rozza, T applicò non a perfezionare il 
romanzo o la poesia amatoria, non ad adulare i principi 
del suo tempo, ma a spiegare nel modo più poetico quanto 
v'era di più sublime e nascosto nella teoria rivelata e nella 
(ìlosofia scolastica, ponendo per base il sistema della Mo- 
narchia da esso ideata, e individuando i gradi delle pene 
e de' premj dovuti al vizio e alle virtù, secondo i principj 
del suo sistema, lo per me credo, che dai libri della Scrit- 
tura che si chiamano poetici, i Salmi, la Cantica, le Pro- 
fezie, l'Apocalissi, molto più che dagli autori profani ri- 
cavasse lo spirito e il metodo della poesia di cui ci lasciò 
il primo esempio. Quando attentamente si esamina la sua 
Commedia, non si trova tra' latini o tra' greci alcuna com- 
parazione, sia nel luogo, sia nel tempo, sia nell'azione imi- 
tata. La scena di essa non è minor di tutto il creato e 
dell'intiero sistema del mondo; poiché dal centro della terra 
egli cammina per gradi sino a' pianeti, e da questi alle 
stelle e al di la; e per dare unità alla scena (ciò che non è 
stato osservato dai commentatori), facendo Lucifero di una 
sterminata statura (per accennare la quale Milton gli diede 
uno scudo uguale al disco della Luna, idea tolta da Vir- 
gilio), Dante accresce in guisa la mole del suo corpo, che, 
cadendo col capo in giù, dalla parte della zona non abitata 
sloga tanta terra, ch'eleva la montagna del Purgatorio, la 
quale si va a congiugnere co' pianeti. La zona torrida, ere- 




122 SECOLO xviir. 

cinta non abitata a' tempi di Dante, accresce la verisimi- 
glianza del fantasma poetico ; e la gradazione degli sca- 
glioni della montagna del Purgatorio non è meno mirabile 
che quella de' gironi e delle bolge dell' Inferno, ove tutto si 
misura geometricamente, e compone un'architettura tanto 
più mirabile, quanto più orrida. Il Mazzoni prova a lungo 
che questa Commedia non è che una specie di sogno esta- 
tico. Ma quali ne sono le azioni? divisi i vizj e le virtù 
ne' lor gradi, e individuati questi nelle persone, che il si- 
stema della Monarchia vuol salve o dannate, assegna loro 
con immagini fantastiche, corrispondenti all'individuazione 
del grado, le pene ed i premj. 

Come di tutto questo estatico viaggio, la poesia, la filo- 
sofia morale, la teologia rivelata ne sono le guide, egli le 
personifica in Virgilio, in Catone, in Beatrice, e dà l'esempio 
della poesia o della creazione allegorica la più sublime, che 
mai sia caduta in mente umana. Che il signor Adisson vanti 
pure il ^oema. del Paradiso perduto di Milton come un poema 
a cui nulla può compararsi, poiché in bellezza non cede al- 
V Eneide, in grandezza s\V Iliade, in novità alle Metamor- 
fosi, i poemi più pregiati che ci restano degli antichi ; tutto 
sia vero. Ma Milton ha lavorato il suo poema sulle storie 
e tradizioni rimasteci, laddove Dante tutto ha tolto dalla 
propria idea, creando il luogo, il tempo, le azioni; e quel 
eh' è prodigioso, laddove leggendo Milton tutta la maravi- 
glia termina con la lettura, perchè tutta si confina all'in- 
telligenza de' fatti della Scrittura, i quali seco non portano 
che le allegorie loro connaturali; all'incontro, più che s'in- 
terna a svelare i sensi della Commedia di Dante, più questi 
multiplicano, e tutto ciò che ne ha detto il ?.Iazzoni e i com- 
mentatori, non basta per discoprire né le allusioni satiriche, 
né le politiche, né le mistiche, e molto meno le profondità 
dell'arte poetica. 

Tale é stato il primo poeta della lingua italiana; e se si 
avesse, come osserva il Gravina, seguito l'ampio campo 
che avea aperto ai poeti suoi successori, la poesia italiana 
avrebbe più sublimità della poesia egizia, greca e latina, 
senza avere alcun di que' difetti, che necessariamente v' in- 
troduceva la superstizione e l' interesse. 

Ma il Petrarca, il quale fiorì nel secolo di Dante, ade- 
scato forse dall' applauso che aveano le canzoni amorose 
de' provenzali, tra' quali lungamente visse, e stimolato dal- 
l'amore di Laura, donna al pari bella che onesta, ristrinse 
a quella sola passione l'italiana poesia, e riservò le cose 
eroiche e scientifiche per la poesia e per la prosa latina. 
Nelle due lingue egregiamente riuscì, perchè egli si consi- 
dera quasi il primo ristauratore della eleganza della lingua 
latina abolita, per non dir estinta, parte dalla barbarie 
de' termini, parte dall' alTettazione d'uno stile declamatorio. 
Nelle sue prose latine il Petrarca rinnovò il gusto delle 



ANTONIO CONTI. 123 

cose morali di Seneca e d'altri antichi; e per il suo poema 
latino doWAf'rica, il Tasso lo preferisce nell' invenzione e 
nella disposizione a Stazio e a Silio Italico. Molti crede- 
rono che da queste opere il Petrarca sperasse l'immorta- 
litìi del nome e che le sue poesie volgari non fossero altro 
che un esperimento della sua abilità nella lingua italiana 
ed un ozio dilettevole degli studj serj, ma non è Tacile il 
persuadercelo, allora che diligentemente si considera con 
qual industria egli applicò ciò ch'essi chiamavano idee pla- 
toniche a purgare e nobilitare la passion dell'amore. Kgli 
osservò che Dante trasportò dall'intimo seno della lilosorta 
e dell'altre scienze molti termini e molte idee, che non 
tanto recavano seco di novità quanto di dillicoltà, come dice 
il Tasso, nò tanto di maestà quanto di oscurità e d'orrore, 
massimamente perchè i concetti erano vestiti delle lor pro- 
prie voci mescolate da Dante, o t'osse elezione o necessità 
della materia trattata, tra i lìori onde è adorno il suo poema. 
Il Petrarca scelse i concetti più puri, candidi, gravi ed 
arguti e scelse le voci le più gentili e più delicate e più 
soavi ; onde nelle sue poesie tutto ha non solo del sacro, 
del venerabile, ma dei gentile e del delicato. Da' platonici 
tolse non de' più dillicili ed incogniti affetti, ma de" più fa- 
cili e limitati, più tosto da' limitari che dal centro della 
tilosolia; ma con tanta modestia e cosi parcamente nella 
poesia li trasportò, con tant'arte li temperò, di tali l'regj 
li vestì ed adornò, che pajono non forestieri ma naturali 
della poesia. Tutto questo studio senza dubbio fu una con- 
seguenza d'avere ben inteso che il poeta deve dilettare, o 
perchè il diletto sia il suo fiw.e, o perchè sia mezzo necessa- 
rio ad indur il giovamento. 11 buon poeta, dice il Tasso, non 
è colui che non diletta; né dilettar si può con que' concetti 
che recano diilìcoltà ed oscurità, perchè necessario è che 
l'uomo affatichi la mente intorno l'intelligenza di quelli; 
ed essendo la fatica cc-n trarla alla natura degli uomini e 
degli Dei, ove fatica si trovi, ivi per alcun modo non può 
diletto ritrovarsi. Cosi fecero gli antichi poeti Pindaro, Saffo, 
Anacreonte, Omero, Orazio, Tibullo e Catullo; ed il Petrarca, 
studiandoli, ricavò da loro la vera indole della poesia ita- 
liana e tolse dalla passion dell' amore tutto ciò che avea 
di rozzo e di vile nelle poesie de' latini, elevandola all' idee 
platoniche cosi morbidamente maneggiate e felicemente ap- 
plicate, che il carattere di Laura, sia per ciò che riguarda 
la bellezza del volto, l'onestà degli atti esterni, la saviezza 
e gentilezza delle parole, sia delle virtù dell* intelletto o 
del cuore, infiamma alla virtù e diventa il più utile esempio 
della morale. — (Dal Frammento intorno alla poesia ita- 
liana, in Poesie e Prose, voi. II, p. 228.) 




124 SECOLO XVIII. 



FERNANDO ANTONIO GHEDINI. 

Ncicque in Bologna ai 19 agosto 1084. Studiò scienze, e fu lau- 
reato in medicina; appartenne all'Istituto, del quale fu anche se- 
gretario; ma non trascurò gli studj letterarj, e fu sollecito a sco- 
starsi dal mal gusto del Secento. Stette tre anni (1710 e segg.) a 
Venezia, come maestro del figlio d(;l principe Caraccioli, amba- 
sciatore spagnuolo, che lo condusse seco in Spagna, donde ritornò 
nel 1715, trattenendosi alquanto a Roma. In patria fu fatto pro- 
fessore di Scienze naturali; e poi di Eloquenza nel Collegio luc- 
chese. Morì il 28 gennaio 1768. Le sue Hime furono stampate a Bo- 
logna (Sassi, 1769): alcune sue Lettere si trovano nella raccolta di 
Lettere d'ale, bolognesi del nostro secolo (Bologna, Della Volpe, 1 744;. 

[Per la biografia, vedi V. C. Alberti, De vita F, A. Gh., coyn- 
mentarius, Bouonise, Sassi, 1771.] 



Roma. 



Sei pur tu, pur ti veggio, o gran latina 
Città, di cui quanto il sol aureo gira, 
Né altèra più né più onorata mira, 
Quantunque involta nella tua ruina ! 

Queste le mura son, cui trema e inchina 
Pur anche il mondo, non che pregia e ammirai 
Queste le vie per cui con scorno ed ira 
Portar barbari re la fronte china! 

E questi che v' incontro a ciascun passo, 
Avanzi son di memorabil opre, 
Men dal furor che dall'età securi ! 

Ma, in tanta strage, or chi m'addita e scopre 
In vivo spirto, e non in bronzo o in sasso, 
Una reliquia di Fabrizj e Curj ? 



PAOLO ROLLI. 

Nacque in Roma nel 1687. Fu dapprima improvvisatore; ed es- 
sendo piaciuto a lord Steers Sarbruch, nel 1715 questi se lo con- 
dusse a Londra, ove fu maestro d'italiano alla famiglia del re e 
venne ascritto alla Società reale. Ivi scrisse dieci drammi per 
musica, che non sono delle cose sue migliori; e curò edizioni di 
testi italiani, il Decamerone fra gli altri. Nel 1747 tornò in Italia, 
invitando a seguirlo le Muse: 

Troppo già seguitandomi, o belle, 
Dilettose Castalic sorelle, 



l^AOLO ROLLI. 125 

Siete fuor Jell' ausonie contrade: 
Troppo ò sì che la vostra natia 
Soavissima ijjnota armonia. 
Qual rugiada in arena so n' cado. 

Aiir puro di clima sereno, 
Chiaro sol, cheto mar, suolo ameno 
Vi richiamano a lieto ritorno. 
Ove intesa è dolcezza di canto 
Ove ogn'alma ne sente l'incanto 
Do le Muse ò il verace soggiorno. 

Ripassate dell'Alpi le brume. . . . 

Si fermò a Todi, doiule era nativa la madre, od ivi mori il 
20 marzo 1705. 

Molto ei tradusse: da Virgilio la Bucolica, da Anacrcontc le 
Odi, da Kacine V Ester e V Alalie, da Milton il Paradiso jjerdnto 
(Londra, 1735). Meglio riuscì nella lirica (1'^ ediz. col titolo Com- 
ponimenti 'poetici, Londra, Pickard, 1717: edizione più compiuta, 
Nizza, 1782) trattando l'Ode, l'Elegia, la Cantata, ma riuscì spe- 
cialmente nelle Canzonette, in che rivaleggiò col Metastasio, anzi 
secondo alcuni, ad esempio, secondo il liertòla e il Carrer, lo su- 
però in eleganza. Queste sue poesie mollemente musicali, anche 
quando non avessero propria accompagnatura di musica, furono 
per la loro facilità e dolcezza notissime a' loro tempi e da tutti 
gustate. Del luogo che a lui spetta fra i poeti del Settecento, 
parla ottimamente il Carducci nella Prefazione ai Poeti erotici 
del sec. XVIII, Firenze, Barbèra, p. xxvui e segg. (e col titolo 
I corifei della Canzonetta nel sec. XVIII, in MORANDI, Antol. della 
crii, mod., p. 546). 

[Per la biografìa, vedi le Memorie poste dall'ab. G.B. Tondini 
in fronte al Marziale in Albion del Rolli, Firenze, Moiicke, 1770. J 



La Lontananza. 

Solitario bosco ombroso, 
A te viene aOlitto cor, 
Per trovar qualche riposo 
Fra i silenzj in qiiest'orror. 

Ogni oggetto ch'altrui piace 
Per me lieto più non è : 
Ho perduta la mia pace, 
Son io stesso in odio a me. 

La mia Fille, il mio bel foco, 
Dite, piante, è forse qui ? 
Ahi ! la cerco in ogni loco ; 
E pur so eh' ella parti. 

Quante volte, o fronde grate, 
La vostr' ombra ne copri ! 



120 SECOLO XVIII. 

Corso d'ore sì beate 
Quanto rapido l'u^f^i ! 

Dite almeno, amiche fronde, 
Se il mio ben più rivedrò: 
Ah ! clie r eco mi risponde, 
E mi par clic dica no. 

Sento un dolce mormorio : 
Un sospir forse sarà ; 
Un sospir delT idol mio. 
Che mi dice : tornerà. 

Ah ! eh' è il suon del rio, che frange 
Tra quei sassi il fresco umor, 
E non mormora, ma piange 
i^er pietà del mio dolor. 

Ma, se torna, vano e tardo 
Il ritorno, oh Dei!, sarà; 
Che pietoso il dolce sguardo 
Su '1 mio cener piangerà. 

Autunno. 

Della noiosa estate 
Finita è la stagion, 
E lunge dal leon se n' vola il giorno. 

Non più del caldo sole 
L'agricoltor si duole, 
E lieto mira il suol di grappi adorno. 

Le tigri pose al carro 
Di Semele il figliuol, 
E scende col suo stuol dalla montagna : 

Seco è rallegro Autunno, 
E il vario Vertunno 
Co' satiri e silvani Y accompagna. 

Su '1 tardo suo giumento 
Lo seguita Silen, 
E un satiro il sostien perchè non cada : 

E cento satiretti 
Con fauni e silvanetti 
Scherzano seco e danzan per la strada. 

Vezzose ninfe belle. 
Lieto il bel nume appar : 
Gitelo ad incontrar ; per voi ritorna. 

Pane pur seco viene 
Con l'incerate avene; 
E i grappoli gli pendon dalle corna. 

Ciascuna il suo cestello 
Pien d' uve porterà 
Dove la corba sta, Anch' ella è piena ; 

Poi tutte a franca mano 
Ammostino il silvano, 



PAOLO ROLLI. 127 

Dopo clie glie n'avran carca la schiena. 

(juell'uva moscatella 
Non mi toccate no, 
Perchè serbarla io vo' per la mia bella : 

So che fra gli altri tutti 
Più delicati frutti 
Quest'è il più caro al bel labbro di quella. 

Mirate come vaga 
Incontro a Bacco vien, 
Nuda il bel collo e il sen in vesta d'oro : 

D'Amor la madre pare 
Allo fattezze rar-e, 
Seguita dalle Grazie e dal Decoro. 

Le nacchere e i tamburi 
Han poi da strepitar 
In danze a festeggiar si grato giorno : 

Lasci i lavori e il suolo 
Tutto il campestre stuolo, 
E in lieto giro aflolli il prato adorno. 

Fan la siringa amata 
Dal fianco scioglierà, 
E dolce le dai'à liato sonoro : 

La ninfa mia diletta 
Sulla fiorita erbetta 
Guiderà i balli del silvestre coro. 

Tu, Cerilo gentile. 
De' fichi a coglier va' ; 
Il desco imbandirà, Gerisca ardita : 

Ma eh' abbian tutti bada 
Lacrime di rugiada, 
Il collo torto e la veste sdrucita. 

Due bei mellon di Sezza 
Messio ne porterà, 
Ei che gli arcani sa del Dio di Delo : 

Pesano ed han la rosa 
Intatta e spaziosa. 
Gettai! gradito odore, e han grosso stelo. 

Ho poi di Monte Porzio 
Vin di quattr' anni ancor. 
Me 'l die del suo signor la bella prole : 

Ha un non so che mordace 
Che punge si ma piace, 
E sparge un odor grato di viole. 

Lungi dall'aspre cure 
Lieti vivrem cosi, 
E segnerem più di con bianca pietra. 

Timor, tristezza, aIYanno 
Fuggono donde stanno 
Cuor lieto, dolci carmi e suon di cetra. 



128 SECOLO XVIIT. 



FRANCESCO MARIA ZANOTTI. 

Intelletto nudrito della più svariata cultura, insigne egualmente 
nelle scienze e nelle lettere, Francesco Maria Zanotti, ultimo figlio 
dell'attor comico Andrea e fratello a Gian Pietro, nacque il G gen- 
naio 1G'J2 in J^ologna. Studiò dapprima la filosofia, indi le leggi, 
ma non vi continuò per nobil disdegno che nelle scuole s'insegnasse 
a ùiv parer bianco il nero e nero il bianco: alle lettere e alla poe- 
sia fu avviato dal Ghedini, alle matematiche dal Manfredi, che pur 
lo volle suo compagno in commissioni idrauliche. Nel 1718 venne; 
eletto professore di filosofia nella patria università, e v'introdusse 
le nuove dottrine di Cartesio e di Newton. Nel 1723 fu fatto segre- 
tario del patrio Istituto di Scienze, creato dal Marsigli, e nel 17GG, 
presidente: e ne scrisse in otto volumi la storia e i commentar] 
(Bohonise, 1731 e segg.), riassumendo con precisione e con elegante 
latinità i lavori e le esperienze proprie ed altrui. Recatosi a Koma 
pel giubileo del 1750, ed ivi accolto e festeggiato dai dotti e dal 
suo concittadino papa Lambertini, ebbe l'incarico di recitare in 
Campidoglio una Orazione in lode della pittura, della scultura e 
dell' architettura, alla quale per bizzarria fece seguire, come in 
nome d' altri, una seconda, in che se ne impugnavano le ragioni, e 
una terza che difendeva la prima (Bologna, Della Volpe, 1750;. 
Prese parte ad una questione di fìsica, che allora agitavasi fra i 
seguaci di Cartesio e quelli del Leibniz, e che il D'Alembert provò 
esser meramente di parole, scrivendo tre Dialoghi italiani della 
forza dei corpi che chiamano viva (Bologna, Della Volpe, 1752); e 
poi Sulle forze centrali una dissertazione latina (Bologna, 1762), e, 
pur per bizzarria e come da un originale francese, che non esisteva, 
il trattato italiano Della forza attrattiva di quelle cose che non 
sono (Bologna, 1774). Scrisse pure la Filosofia morale (Bologna, 
Pisarri, 1754), in che si attiene più specialmente ad Aristotile, non 
senza qualche mescolanza di platonismo, e alla quale si congiunge 
un i?a^io?iame?iio sulle dottrine morali del Maupertuis; ed avendo 
in questo difeso gli stoici, ebbe per ciò una lunga disputa col pa- 
dre domenicano Ansaldi (Venezia, 1763). Ricordiamo ancora un suo 
libro Dell'Arte poetica, scritto ad istanza di una nobil donna (Bo- 
logna, 1768), anch'esso sulle orme aristoteliche ; una Grammatica 
della lingua volgare, oltre ad altre cose minori, e poesie latine 
ed italiane (Firenze, Paperini, 1734). Alle Lettere sue già stam- 
pate fra quelle d' Alcuni bolognesi del sec. XVIII e nelle Opere 
dell'Algarotti (voi. XI-XII), altre se ne aggiunsero dappoi: al- 
cune al Morgagni per cura dello Schiassi (Bologna, Sassi, 1826); e 
l'intero Carteggio fu poi messo fuori da G. ROCCHI nel 1875 (Bolo- 
gna, Zanichelli): nel 1849 a Bologna sei lettere ad Angelo Fabroni 
e a Lucca nel 1857 altre ventisette. Sei se ne trovano nella raccolta 
di C. MalaGOLA, Leit. ined. di illustri bolognesi (Bologna^ Roma- 




FRANCESCO MARTA ZANOTTI. 129 

fenoli, 1875, II, 249). Tutte le sue scritture furono dal Palcani, affet- 
tuoso discepolo, raccolte in nove volumi (Bologna, 1779 e segg.). 
Due grossi volumi di sue Opere scelte diede fuori a Milano nel 1S18 
la Tipografia dei Classici italiani. 

Lo Zanotti lavorò e scrisse fino alla vecchiaia; negli ultimi 
anni, a chi lo dimandava che cosa ei facesse, rispondeva: studio 
la mia lingua. Nella quale fu peritissimo, congiungendo insieme 
perspicuità e lindura, e con urbana dignità temperando lo stile 
degli antichi e quello proprio de' tempi moderni. Ebbe intelletto 
acuto, sottile, e alquanto portato al paradosso: di tal nome infatti 
intitolò alcuni suoi pensieri: ed è anche da vedere il libretto di 
G. Casali, Alcuni pensieri e detti filosofici scherzosi di F. M. Z«- 
?jo//i (Venezia, 1799). Fu socio delle Accademie di Berlino e Lon- 
dra, stimato dal Fontanelle e dal Voltaire, che gli scrisse volere 
che si incidesse sulla sua tomba: Qui giace uno che volea veder 
l'Italia e lo Zanotti. Morì ai "Jó dicembre 1777. 

[Per la biografia, vedi la vita scritta dal Fabroni, nel V voi. 
delle Vilce Halorum, e quella del Reina nella cit. cdiz. dei Clas- 
sici.] 

Idea del perfetto fliosofo. — Io mi sono assai volte moco 
stesso maravigliato, signor Giambattista carissimo,* per 
qual cagione, avendo tanti eccellentissimi scrittori descritta, 
chi in nn genere e chi in un altro, la l'orma dell'ottimo, in 
cui gli uomini riguardando conoscer meglio potessero le lor 
mancanze, e correggendosi a norma di quelle farsi più por- 
letti o migliori; a ninno, ch'io sappia, sia venuto in animo 
di descriver la forma del filosofo perfettissimo. Perchè, co- 
minciando dai tempi antichissimi e risalendo alle memorie 
ultime delle lettere, noi troveremo che i poeti, i quali pare 
che siano stati i primi a svegliar gli uomini ed incitargli 
alla virtù, hanno sempre avuto una certa maniera di poesia, 
da essi chiamata epopea, nella quale sotto la specie di un 
(|ualche eroe hanno inteso di mostrare agli uomini la forma 
di un perfettissimo principe e condottiero. E pare che Se- 
nofonte, fìngendo di scriver l'istoria del re Ciro, abbia vo- 
luto imitarli; essendo opinione di molti che egli, esponendo 
le azioni e le virtù di quel re gloriosissimo, non tali le 
esponesse quali furono, ma quali a lui pareva che esser 
dovessero. Platone propose la forma d'una perfetta repul)- 
blica, e fu seguito nello stesso argomento da Cicerone, il 
quale vi aggiunse anche quella dell'ottimo oratore. Nò poi A 
Quintiliano astenersi dal descrivere la medesima, quantun- 
que l'avesse descritta Cicerone. E per lasciare gli antichi, 
venendo ai tempi ultimi et a' nostri, voi sapete che il conte 
Baldassar Castiglione espose in quattro libri la perfetta cor- 

^ Il discorso ò diretto al celebre anatomico G. B. Moit^agui. 
IV. 



130 SECOLO XVIII. 

tegiania, per cosi fatto modo, che parve ninna cosa potere 
immaginarsi né più bella, né più nobile, nò più magnifica 
(li quel suo Cortegiano; il qual però avrebbe, cred'io, ceduto 
al vostro Anatomico, se come voi lo adombraste una volta 
in una vostra bellissima orazione, cosi aveste poi preso 
cura di vestirlo et ornarlo, e farlo vedere agli occhi degli 
uomini ricco e fornito di tutte quelle doti e qualità, che ad 
un sommo anatomico si convenissero. Ma voi, distratto dalle 
vostre moltissime e gravissime occupazioni, avete voluto 
piuttosto essere queir eccellentissimo anatomico che for- 
mavate nell'animo, che descriverlo. Se dunque la forma e 
la natura delTottimo ha tirato a sé lo studio e l'attenzione 
di tanti valentissimi scrittori nelle arti nobili e liberali, e 
se alcuni l'hanno seguita eziandio nelle più vili e plebee, 
essendo stato un francese che ha descritto con somma ac- 
curatezza la forma del perfettissimo cuoco, parca ben ragio- 
nevole che alcuno prendesse a descrivere e formar l'imma- 
gine di un sapientissimo filosofo, a cui nulla mancasse, e 
in cui nulla desiderar si potesse. Ma io credo, due ra- 
gioni principalmente aver distolto gli uomini da ciò fare ; 
delle quali la prima penso che sia la grandissima e somma 
difficoltà di istituire questo filosofo cosi perfetto. Perciocché 
se nelle altre discipline che sono più anguste e ristrette, 
pur è difficile scorgere quell'ultimo grado di perfezione a 
cui posson giungere, quanto più lo sarà nella filosofia, la 
qual vagando per tutte le cose che in mente umana cader 
possono, non ha confine né limite alcuno? Che se ognuna 
di quelle, per esser perfetta, ha bisogno delle altre disci- 
pline a lei propinque, da cui però sol tanto prende quanto 
le basta per esser più bella et ornarsene, che diremo della 
filosofia, che vuol professarle et esser maestra e direttrice 
di tutte? Onde si vede a lei richiedersi molto maggior 
dovizia di cognizioni e di lumi, che a qualsivoglia altra. 
E certo non potrà alcuno, non che filosofo perfettissimo, ma, 
a mio giudicio, né pur filosofo chiamarsi, se egli non avrà 
una molto acuta e profonda dialettica, per cui possa e de- 
finir le cose prestamente, e distinguerle e distribuirle, e 
trovar gli argomenti, conoscendone il valore e la forza, e 
sapendo misurare la loro probabilità, e contentarsene, qua- 
lora non possa giungersi all'evidenza; ricercando poi l'evi- 
denza in quei luoghi, ove qualche speranza ci se ne mostri, 
e non far come quelli i quali, assueti all'evidenza dei ma- 
tematici, soffrir non possono le ragioni probabili dei giuristi; 
ovvero, avvezzi alla probabilità dei giuristi, si nolano delle 
ragioni evidenti dei matematici : nel che errano cosi gli uni 
come gli altri. Et anche dovrebbe, per esser degno del nome 
di filosofo, sapere perfettamente tutte le fallacie; perchè, 
sebbene è vergogna talvolta l'usarle, è però molto mag- 
gior vergogna, essendo usate da altri, il non saper svol- 
gerle e discoprirle. Né con tutta questa scienza però sarà 



I 



FRANCESCO MARIA ZANOTTI. 131 

gran fatto il filosofo da apprezzarsi, se egli non se ne ser- 
virà, a conseguire le altre, e non avrà, in primo luogo, 
compresa nell'animo la varietà e l'ordine e la bellezza di 
tutte le cose intellettuali, che chiamansi metafisiche: le 
quali alcuni disprezzano avendole per insussistenti e vane; 
ma se pensassero, niuna cosa presentarsi giammai all'animo 
né più manifesta né più ferma et immutabile delle forme 
universali ed astratte, e niente esser più certo che quei 
principj e quelle verità, che da esse a tutte le scienze de- 
rivano; io non so perchè molto più stimar non dovessero 
quelle cose che essi chiamano insussistenti e vane, che non 
quelle che essi chiamano vere e reali. E certo che la me- 
tafisica ci aprì ella sola da principio e discoprì quella bel- 
lissima e importantissima disciplina, che può dirsi il maggior 
dono che la natura abbia fatto agli uomini ; voglio dir la 
morale; la qual se il filosofo non saprà, nò avrà cognizione 
delle virtù né dei vizj, né saprà ragionare del fine del- 
l'uomo nò della felicità, io non so che voglia egli farsi 
della sua filosofia. E quantunque la perfetta conoscenza 
della morale possa da sé sola innalzare il filosofo sopra gli 
altri uomini, e farlo, per così dir, più che uomo, egli non 
dovrà però esser privo né della scienza economica, né della 
politica e dovrà saper giudicare rettamente dei costumi e 
delle usanze, tanto domestiche quanto pubbliche, perché do- 
vrà essere peritissimo eziandio della giurisprudenza. E quanto 
a me, se io dovessi formarlo a mio modo, io vorrei che fosse 
anche eloquente: e ciò per due ragioni, delle quali la prima 
si é, per poter adornare le altre parti della filosofia ed 
esporle con bel modo ; perchè sebbene sono stati molti filo- 
sofi che hanno trascurato ogni ornamento del dire, io non 
credo però che ne sia stato alcuno mai tanto rozzo, che po- 
tesse la sua rozzezza piacergli. L'altra ragione si è, che io 
tengo che l'eloquenza sia una parte della filosofia essa pure; 
poiché se credesi comunemente che alla filosofia si appar- 
tenga il sapere come si educhino le piante e si lavorino i me- 
talli, per qual ragione non dovrà ella anche sapere come e 
per quai mezzi si lusinghino gli animi umani, e si eccitino 
e si movano? E per quest* istessa ragione, niente mi ma- 
raviglierei se quel perfettissimo filosofo, che noi andiamo 
ora mimaginando, volesse essere anche poeta. E certo, 
avendo ey:li quella tanta cognizione che noi vogliamo che 
abbia, di dialettica, di metafisica, di morale, avrebbe un 
grande aiuto ad essere un dottissimo poeta e un oratore 
eloquentissimo. E noi sappiamo che Cicerone, prezzando 
poco i documenti della rettorica, niuna cosa stimò essergli 
stata tanto giovevole a divenire quel grandissimo oratore 
che era, quanto lo studio delle sopraddette scienze ; et esa- 
miuando una volta, qual filosofia fosse a questo fine più ac- 
H| comodata dell'altre, antepose a tutte quella dei peripatetici 



132 SECOLO xviir. 

com'era, non già dalle ollicinc dei retori, ma dagli spazj 
dell'Accademia. La qual cosa considerando io talvolta meco 
stesso, e pensando che (jiieir antica lilosolia partorì pure 
al mondo un cosi eccellente e cosi divino oratore, non so 
comprendere come molti se l'abbiano per una filosofia inu- 
tile e da sprezzarsi. Lascio stare che tanti altri oratori e 
poeti valorosissimi e sommi uscirono da quelle medesime 
scuole. Ma ritornando al nostro filosofo, molto ancora gli 
mancherebbe, se e^rli non possedesse perfettamente tutte le 
parti della fisica; nella quale entrando, io vorrei che egli 
non solamente andasse dietro a quelle cose che per li sensi 
ci si manifestano, ma procedesse oltre con l'intelletto, e 
cercasse anche i principj e le cause che ci si manifestano 
per la ragione ; soddisfacendosi di quella probabilità che 
lianno, giacché all' evidenza non possono giungere, né i-i- 
traendosi da questo studio per paura che quella opinione, 
che oggi par probabile, potesse una volta trovarsi falsa. 
Perciocché il pretendere che ciò che si dice, non debba po- 
ter esser falso, è una pretensione superba, e conveniente 
piuttosto a un Dio che a un filosofo; e quegl'istessi che, 
trasportati da una tal vanità, per essere sicurissimi di ciò 
che afl'ermano, professano di non volere attenersi se non 
alle esperienze e alle osservazioni, volendo poi ridurre i 
ritrovamenti loro a leggi universali e costanti, che debban 
valere in tutte le cose, eziandio in quelle che non hanno 
mai osservate, cadono anch'essi nel pericolo della proba- 
bilità; la qual probabilità se non volesse seguirsi per paura 
di errare, non potrebbono più né i medici curar gli infermi, 
nò i giudici diflinire le cause; e si leverebbe del mondo 
ogni regola di buon governo. Io vorrei dunque che il filo- 
sofo sapesse tutti i sistemi, almeno i più illustri, per se- 
guir quelli che fosser probabili, se alcun tale ne ritrovasse, 
e rigettar quelli che non fossero : i quali però saper si deb- 
bono, benché si vogliano rigettare; anzi rigettar non si 
dovrebbono senza saperli ; che è cosa da uom leggiero, ri- 
gettar quello che non si sa. E già la fìsica stessa, mostran- 
dogli i suoi sistemi, et istruendolo delle sue esperienze et 
osservazioni, e manifestandogli le sue leggi, non è da du- 
bitare che non gli aprisse anche la chimica, la medicina, la 
notomia, e noi conducesse ne' vasti campi di tutta 1" istoria 
naturale. La qual fìsica vorrebbe però sempre aver seco la 
geometria e l'algebra, con le quali spessissime volte viene 
a deliberazioni e si consiglia; e sono esse tuttavia perso 
medesime bellissime scienze e nobilissime, et oltre a ciò 
amicissime della metafisica, da cui credono esser nate. Cosi 
che io esorterei il filosofo ad assumerle anche per lor m^-- 
desime ; perchè assumendole solo in grazia della fìsica, po- 
trebbono, e giustamente, averselo a male. E queste poi lo 
introdurrebbono alla meccanica, all'optica, all'astronomia: 
delle quali discipline dovrebbe il filosofo essere peritissimo. 




CARLO INNOCENZO FRUGONI. 133 

Parrà forse ad alcuno che io sia fastidioso e poco di- 
screto, volendo imporre al filosofo tanto peso di studj e di 
cognizioni, che non è persona al mondo che portar lo po- 
tesse. Ma se eglino pensassero che io non lo impongo a 
loro, né a veruno di quelli che essi conoscono, ma ad un 
lilosofo che vorremmo imaginarci e fìngere, e che dovendo 
superar tutti gli altri nella virtù e nel sapere, vogliamo 
ancora che gli superi nella memoria e nell'ingegno; credo 
che facilmente mi perdoneranno, et anche mi scuseranno, 
se io vorrò che, sapendo egli tutte le scienze che abbiamo 
dette, e molte altre, sappia ancora l'istoria loro, e come 
nacquero tra gli uomini e crebbero, e passarono in varj 
tempi e varie nazioni, e con quali aiuti e per quai mezzi 
a tanta autorità e gloria s'innalzarono; che, oltreché è con- 
veniente a qualunque professore il sapere gli avvenimenti 
dell'arte sua, questo singolarmente è proprio della filosofìa; 
perciocché l'istoria dell'altre scienze non è una parte di 
esse, né é parte della rettorica l'istoria della rettorica, nò 
della dialettica l'istoria della dialettica; ma l'istoria della 
filosofia, che tutte le altre comprende, sembra essere una 
parte della filosofia stessa. Imperocché se i filosofi consi- 
derano con tanta attenzione gli altri animali, e notano di- 
ligentemente e raccolgono le loro azioni e tutte le loro 
industrie, e questa istoria pongono tra le parti della loro 
scienza; io non so perché non debbano porvi anche l'istoria 
degli scienziati e di lor medesimi : tanto più che sono essi 
più nobili degli altri animali, essendo dotati di ragione, et 
avendola più anche degli altri uomini coltivata. Ma la- 
sciamo ormai di raccogliere tutte le infinite qualità e doti, 
che a quel filosofo che noi vorremmo veder descritto ec- 
cellentissimo e sommo si richiederebbono ; acciocché non 
paia cir io voglia formarlo io, e presuma far quello che ho 
detto non essere fino ad ora stato fatto da ninno, a cagione 
della grandissima difiicoltà. Sebbene io credo che anche 
un'altra ragione abbia distolto gli uomini dal farlo; e que- 
sta é, perché nò potrebbe farlo chi non fosse filosofo, né chi 
fosse, facilmente vorrebbe; essendo la forma del filosofo 
perfettissimo una cosa tanto grande e magnifica e divina, 
che non ò alcuno cosi dotto in filosofia, il qual mirando in 
(luella imagine, non si dovesse vergognare di sé medesimo. 
— (Dal libro II Della Forza de' ("orpi che chiamano viva.) 



CARLO INNOCENZO FRUGONI. 

Nacque in Genova di famiglia patrizia, ma decaduta, ai 21 novem- 
bre 1692. Studiò presso i padri Soniaschi e a sedici anni lasciatosi 
indurre € a pronunciare i tremendi voti » fu, ci dice « cattivo clau- 
Btralc, poiché fatto per forza. » Professò lettere a Brescia, a llonin, 



134 SECOLO XVIII. 

ove dal Gravina ebbe conforti a poetare, a Genova e a Bologna: il 
cardinal Bentivoglio, traduttore di Stazio, lo prese a proteggere, e 
dopo averlo raccomandato ai Farnesi di Parma, gli ottenne, anche, 
da Clemente XII, di poter svestir l'abito claustrale (1731), restando 
semplice abate. Le vicende politiche, cui Parma andò soggetta, 
lo fecero restar privo d'ogni sussidio, sicché si rifugiò a Venezia, 
ma al venir dei Borboni (1749), tornato a Parma, ebbe il favore 
di Don Filippo e del ministro Du Tillot, e fu fatto maestro dei 
ducali Infanti, poeta di corte, ispettore degli spettacoli, segreta- 
rio dell'Accademia di Belle Arti. Cosi visse quieto e felice sino 
al 20 dicembre 1768, compartendo i suoi giorni fra la poesia e la 
galanteria, perseverando impenitente nell' una e nell' altra, augu- 
rando che la voce e la vita in me a^ estingua (Sciolti a Caterina II), 
assiduo corteggiatore e costante patito di belle signore,' caro ai 
potenti, esempio e invidia ai poeti novellini. 

La sua maniera segna una terza ed ultima forma della poesia 
arcadica (ebbe in Arcadia il nome di Cornante JEginetico), che rin- 
calzò di un po' più di « sensibilità » propria de' tempi, e con un 
suono del verso or più robusto e sonante, or di una languidezza, 
che parve semplicità e molte volte è sciatteria. Trattò tutti i me- 
tri, ma riuscì meglio nella canzonetta pastorale e mitologica, con- 
tinuando in peggio il Rolli e il Metastasio; il verso sciolto di sua 
fattura, che il Bettinelli propose fra gli eccellenti, merita V epi- 
teto di poltroneria, che gli diede il Baretti, il quale per dileggìo 
intitolò il Frugoni Principe dei versiscioltaj. Gli si potrebbe per- 
donare, se fosse vero che all'apparir del Giorno del Parini con- 
fessasse di non averne mai saputi fare. Infelicemente tentò il ge- 
nere drammatico: che gli mancava il fiato a lunghi componimenti, 
né poteva immaginare se non tenui scenette. Il suo verseggiare è 
ora tumido e fragoroso, ora scherzoso e tenue: paragonabile nel- 
l'un caso a gonfio torrente, nell'altro a garrulo ruscello: ma è 
quasi sempre acqua, or lutulenta, or scipita. Fecondissimo ver- 
seggiatore, scrisse su svariati argomenti, il più spesso però frivo- 
lissimi: per nascite, battesimi, nozze, onomastici, compleanni, mo- 
nacazioni, lauree, morti, guarigioni : per principi, principesse, pa- 
trizj, dame: lodatore di cagnette, di canarini, di gatti, di galli: 
poeta essenzialmente da raccolte, ch'erano la maggior produzione 
letteraria del tempo, a cui i migliori ingegni erano obbligati dal- 
l' uso e dalle clientele, i minori invitati da vanagloria di appagarsi 
con quelli. Le sue poesie facete e satiriche sono goffe e plateali: 
le erotiche, lascivette, quando non sieno addirittura procaci: non 
certo da rigido sacerdote, ma da abate svenevole del secolo XVIIL- 
Era, più ch'altro, un felice, e a volte, buon improvvisatore, che 
aveva sortito, com'ei disse, « certo dono facile di cantare; » però, 

' Vedi Mazzoni, In hihlìotem, Bologna, Zanichelli. 1886. pag. 3. 
2 A. Neri, in Passatempi letter., Genova, Sordo-muti, 1882, pag. 173, 



CARLO INNOCENZO FRUGONI. 135 

a momenti, si teneva per gran poeta, e innovatore, e sperava l'immor- 
talità: asseriva che Orazio negli Elisi lodava i suoi versi (L'ombra 
di Pope) e le Grazie attente li ascoltavano (La Colomba). Ebbe tut- 
tavia miglior coscienza del suo valore quando, negli ultimi anni, 
al Fabroni, che gli chiedeva notizie della sua vita, rispose: «Chi 
Hon io ? verseggiatore e nulla più, non poeta » e quando ebbe 
a scrivere: i versi miei Tutti col viio viorire Sconosciuti mor- 
ranno {Opere, IX, 138). Ma a' suoi tempi, e anche un po' dopo, 
conseguì gran riputazione. Il Monti lo chiamò padre incorrotto di 
corrotti figli; ma i figli non erano punto degeneri dal padre. Ora 
appena di lui « si pispiglia, » e meritamente ; esempio del poter 
della moda in età frivola, ebbe, come dice il Bertana, esuberante 
vivacità d'ingegno, ma fu « traviato dalla miseria de' tempi e dalla 
necessità della sorte. » 

Le sue Opere poetiche furono in 10 voi. stampate a Parma 
(Stamperia Reale, 1779), e a Lucca in 15 voi. (Bonsignori. 1779-80): 
da essi fu tratto il meglio, prima da G. Cocconi, che ne fece 
4 voi. stampati a Brescia (Berlendis, 1782), con un Proemio, e 
poi da F. Soave, che vi premise una Vita e un Discorso (Venezia, 
Storti, 1793,4 voi.); ma quattro volumi sono sempre troppo, e una 
scelta parca e giudiziosa dei versi del Frugoni fece il Carducci, 
nei Poeti erotici del secolo XVIII (Firenze, Barbèra, 1878). Alcune 
sue Lettere inedite al Fabroni furon stampate da A. Bertoldi (Forlì, 
Bordandini, 1891), ed altre, ivi pure nel 1892, da G. Mazzatinti; 
una al Loschi da G. Zanoni per nozze Flamini-Fanelli (Roma, 
tipogr. elzevir., 1895) e dal medesimo: Lettere e Rivie inedite, 
(Roma, tipogr. poliglotta, 1895); quelle pubblicate da A. Tambel- 
LINI nella Rivista romagnola, I, riguardano il serotino amore di 
lui per Cornelia Barbaro-Gritti. 

[Per la biografia, vedi le Vitce del Fabroni, I, 160; V Elogio 
di G.Rezzonico, Parma, Bodoni, 1772, e \e Memorie premesse da 
lui alla cit. ediz. parmigiana; A. Cerati, negli Elogi italiani rac- 
colti dal Rubbi, Venezia, Marcuzzi, 1782, voi. III; V Elogio di 
Pell. Salandri in Race, di Prose e Leti, del sec. XVIII, Mi- 
lano, Classici, I, 253 ; G. Torelli, C. /. Frugoni, in Paesaggi e 
Profili, Firenze, Le Mounier, 18fìl, p. 319 e segg. Buon saggio let- 
terario è quello di Em. Bertana, Intorno al F., in Giom. St. 
Leti. Hai, XXIV, 337.] 

li giuramento di Annibale. 

Del primo pelo appena ombrato il mento 
Avea r ardente giovane affricano, 
Quando sul sacro aitar posta la mano 
Proferiva l'orribil giuramento; 

E cento deità chiamava e cento 
Suir alto scempio del valor romano j 




136 SECOLO xviir. 

Rebbon li giusti Dei lasciare in vano 
L'atroce voto, e diérlo in preda al vento. 

Ma se veduto avesse il torvo e crudo 
Volto, ed udito il parlar duro o franco 
Di lui, che ancor non appendea lo scudo 

Al braccio, e il fatai brando al lato manco, 
Roma temuto avrìa, come se i^'-nudo 
Già vedesse il gran ferro aprirle il llanco. 

Annibale sulle Alpi. 

Ferocemente la visiera bruna 
Alzò sull'alpe 1' affrican guerriero, 
Cui la vittrice militar fortuna 
Ridea superba nel sembiante altero. 

Rimirò Italia : e qual chi in petto aduna 
Il giurato suir ara odio primiero, 
Maligno rise, non credendo alcuna 
Parte secura del nemico impero. 

E poi coi forte immaginar rivolto 
Alle venture memorande imprese. 
Tacito e in suo pensier tutto raccolto, 

Seguendo il Genio che per man lo prese, 
Coir ire nitrici e le minacce in volto, 
Terror d' Ausonia e del Tarpeo, discese. 

La Rosa. 

Nasci col dì novello, 
pargoletta rosa, 
E mezzo ancora ascosa 
Già porti il primo onor : 

Chi pareggiar ti possa 
Per vanto di colore 
di soave odore 
Non hai fra gli altri fior. 

Desta dall' oriente 
So che la stessa Aurora 
Ti guarda e s' innamora 
Di tua gentil beltà : 

So che d' elette stille 
Ristoro poi ti dona, 
E fior per sua corona 
Non altro elegger sa. 

So che a la Dea vezzosa 
C ha mille Amor seguaci 
Sola sei cara e piaci. 
Quando dal ciel giù vien. 

So che di te poi tanto 
L' aurette invaghir fai, 



CARLO INNOCENZO FRUGONI. 137 

Che dilungarsi mai 
Non sanno dal tuo son. 

So che le pastorelle, 
So che i pastori amanti 
T' aman d'aprii fra quanti 
Fior vede V alba uscir. 

Breve però è il tuo pregio : 
Por poco, se no "1 sai, 
Sì vaga riderai : 
No, non insuperbir. 

Flora, sebben ti diedo 
Foglie sì porporine, 
Sebben d' acute spine 
Cinta spuntar ti te, 

Non ti die ferme tempre 
Centra gli estivi ardori, 
K di regnar tra' fìoìi 
Non lungo onor ti die. 

Presto verrà il meriggio 
De' più bei fior nemico ; 
Presto in giardino aprico 
Tu pur dovrai languir. 

In van ti lagnerai 
De l'alVrettato oltraggio; 
Dal suo cocente raggio 
Non ti potrai coprir. 

Se su *l mattin ridente 
Ti rimirai sì altera, 
Su la vicina sera 
Cadente ti vedrò. 

Ma, folle I in van ragiono 
Teco, che sorda sei, 
E i saggi accenti miei 
No, non intendi, no. 

Cleri, che si Vistosa 
Te n' vai di tua beltade. 
Nel lior che presto cade 
Contempla il tuo destin. 

D'ostro e di gigli sparso, 
Di leggiadria, di riso, 
Non avrai sempre il viso. 
Non sempre nero il crin. 

Tempra l' acerbo orgoglio ; 
E men crude! rimira 
Chi langue, chi sospira, 
Chi chiede a te pietà. 

Godi di tua ventura 
Fin che hai gli amori intorno: 
Fugge, e più far ritorno 
Non può, la fresca età. 



138 SECOLO XVIII. 



GIOVAN BATTISTA SPOLVERINI. 

Nacque di nobil famiglia in Verona il 25 giugno 1605, e studiò 
in Bologna ; alle lettere fu avviato da Scipione Maffei. Copri varj 
ufficj civili: vent'anni attese a comporre il suo liocma. La coltiva- 
zione del riso, che fu la prima volta stampato in Verona, Carat- 
tanì, 1758, poi a Padova nel 1810, pei tipi del Seminario, con annota- 
zioni d'Ilario Casarotti. Imitò in esso con felicità, sebbene con un 
po' troppo di ridondanza, lo stile virgiliano, e fra i poemi georgici 
italiani questo dello Spolverini è senza dubbio de'migliori ; lo ajutò 
a perfezionarne le forme l'amico suo Giuseppe Torelli; ma povera 
cosa, di un petrarchismo frugonizzato.sono le sue liriche, delle quali 
diede notizia Emilio Barbaran, Sopra un vis. del n. G. B. S., 
Verona, Zannoni, 1896. Il suo illustre concittadino, Ippolito Pinde- 
monte, tessè due volte V Elogio di lui, uno più breve, l'altro più 
ampio : ambedue riprodotti negli Elogi di letterati, Firenze, Bar- 
bèra, Bianchi e C, 1859. Morì il 24 novembre 1762. 



Bellezze e pregi della pianura. 

Al fin desto e tranquillo, attento e pio 

Il buon coltivator sperando posi, 

E godendosi il ben si serbi al meglio ; 

Alzi gli occhi là su, né ingiusto o ingrato 

Porti invidia ad alcun, né voi felici 

Chiami sol tanto abitator de' monti. 

Che se qui non avrà così salubre 

Il cielo, e l'aer puro, e chiare Tacque, 

Che con bel zampillar soavemente 

Scendan fra sassi mormorando al piano, 

Se cosi vaghi boschi, ombre sì grate, 

Si piacevoli erbosi aprici colli. 

Di vigne adorni, e verdeggianti olivi, 

Da la cui sommità può d'ogni parte 

Chi vi poggia appagar lo sguardo errante. 

Or mirando vastissime pianure 

(Ampio regno di Pan, Cerere, e Bacco) 

Òr pietrosi torrenti, or fiumi, or laghi 

Cinti d'orride balze, e rive opache; 

Ora più da vicin qua e là dispersi 

Ricchi alteri palagi, antiche mura. 

Deliziose ville, eccelse torri, 

E quant' altro allettar può l' avid' occhio ; 

Se gustar non potrà di sì dolci uve. 

Di liquor si pregiati, ove rivali 

Si contrastan l' onor natura ed arte ; 



GIOVAN BATTISTA SPOLVERINI. 139 

Se de' frutti, de l'erbe e di tarit' altre, 

Solo a' monti concesse, utili piante, 

Se di tanti, per line, agj e diletti, 

Onde ai piani terren va il colle innanzi, 

Ch'io non saprei dir tutti; ei qui per certo 

Godrà più aperti spazj, erbe più folte, 

Più fruttiferi solchi, e lieti prati, 

Ben partite campagne, in più divise 

Da fecondi ruscei bagnati piani. 

Santa Pale, a te sacri, o a qual s'estima 

Nume in esse abitar amico al Riso: 

Ove si può ne' più sereni verni 

Scorrendo affaticar veltri e sparvieri ; 

Ove si scorgon numerosi a stuolo 

Fra le stoppie o fra l'erba errar gli armenti: 

Mentre intanto non mai formaggio o latte 

Manca al padron, non mai concime ai campi, 

Non cavalli a le trebbie, al vomer tori. 

Poi qual diletto, quando il sol declina 

Vèr lo Scorpione a far più brevi i giorni. 

Fin che di nuovo ascenda a l'Urna e ai Pesci, 

Or con caccia, or con pesca, in valli e stagni, 

Or con lieto passeggio in piaggie apriche 

Di sì ilolce piacer far parte a' suoi ! 

Quindi, con puro amor, d'erbe e di frutta 

Del suo sempre innallìato e vivid'orto, 

Di non compri colombi, e di quant' altro 

In più copia che al monte, in cento guise 

Somministrano al pian la corte e l'aja, 

E 'l vivajo e 'l giardino, ire apprestando 

La parca mensa e schiettamente adorna! 

Troverà così belle, opache rive. 

Cosi pingui ricolte, altèri tanto 

In lunghissime tìle i pioppi e gli olmi, 

I frassini, gli ontan, le querce, i salci. 

Da chiamar tutti a sé gli sguardi e i passi: 
Poi tal lussureggiar fra solco e solco 

II ventoso popon, la molle zucca, 
Il canape vorace, il bianco lino. 
Felicissima pianta a involger nata 
Membra gentili, tal eh' invidiose 

Se ne mostran talor le spose alpine. 

Or che non troverà? Più grati i colti, 

Più agevole il lavor, men crudo il vento 

E ne" verni peggior più mite il gelo. 

Ma, non men che fra' monti, in piano o in vallo 

Avrà cheti i pen<ier, placido il core, 

E di doglia e timor l'alma disgombra. 

Qui, non men che là su, fida e soave, 

{) si mova si stia, sincera pace, - 



l'40 8KC0L0 XVIIl. 

Culto semplice e puro, un viver sctiiotto, 
Un vaf^ar dolce, un riposar ti'anffuillo 
Faranno i giorni suoi lieti e giocondi. • 

(Dalla Coltivazione del rino, lib. III. 



La trebbiatura del riso. 

Qui di fretta è mestier, d'ardire e forza; 
Qui di por mano agli scudisci e a' lacci ; 
Ch'ora comincia il più; nessun stia indarno. 
Questi accoppj fra lor, quei volga in giro 
Le animose cavalle, e i lunghi intorti 
Lievi capestri a la sinistra avvolti, 
Con la destra le punga, e al corso inciti. 
Bel veder le feroci a pajo a pajo 
Pria salir l'alte biclie, somiglianti 
A festosi delfin, quando ondeggiante 
Per vicina tempesta il mar s'imbruna, 
Or sublimi, or profonde, or lente, or ratte 
Sovra d'esse aggirarsi, e arditamente 
Sgominate avvallarle, in ogni lato 
Gli ammontati covon facendo piani; 
Poi distese e concordi irsi rotando 
Con turbine veloce in doppio ballo, 
E smagliando ogni fascio, e sminuzzando 
Col cavo piede le già tronche cime. 
In breve ora cangiar l'erto, spigoso 
Clivo, d'inutil paglie e reste infrante, 
E di sepolto grano in umil letto. 
Ferve il giro e il pestìo: s'ode bisbiglio 
Di sì cupo tener, qual se cadendo 
Fischi, e il duro terren rara e pesante 
Senza vento percota estiva pioggia. 
L'une e l'altre s'incalzano, e a vicenda 
Prendon stimolo e il dan: talor diresti 
Flagellato palèo ronzar d'intorno, 
di naspo leggier versata ruota, 
Dal cui mezzo il rettor de le fugaci 
La pieghevol cervice e il pie governa. 
Pur lo sforzo, l' arder, l'impeto, il corso 
Han qualche pausa; indi ritorna il primo 
Volteggiamento e l' interrotta danza, 
E l'anelito e il suon; tal fuma e spira 
Fiato, anzi foco da le aperte nari, 
Tal distilla sudor, escon tai spume 
Dal collo, per le spalle e per li fianchi, 
Con sì grave respir, che le primaje 
Dal soverchio sbuffar de le seguaci 
Molli ed umide n' hanno i lombi e 1' anche. 



ANTONIO COCCHI. ^^^ 141 

Non con forza niagf,Mor, l)aklanza o brio, 
Con più legj^iadro portanuMito e s^Mianlo 
Per li tessali pian corsero errando 
Del Centauro le fì^die; e non diverso ' 
L'erte orecchie vibrar, nitrendo a l'aure 
Di Saturno e Nereo lo fiilse spose. 

(Ihùl.. lil). IV.) 



ANTONIO COCCHI. 

DI padre niiigellano, residente a Benevento ai scrvigj de' Riniic- 
cini, nacque ai :ì agosto del 1(51)5. Studiò medicina a Pisa. Conosciuto 
e preso a ben volere da Lord Huntington, con lui andò in Inghil- 
terra, ove avvicinò il Newton, e poi con quel signore viaggiò parte 
di Europa, sempre osservando e studiando. Dopo tre anni, nel 1720, 
ritornò in Toscana: aveva fatto stampare a Londra una sua tra- 
duzione latina del romanzo di .Senofonte Efesio sugli Avwri di 
Abrocome ed Anzia. Fu fatto professore di medicina a Pisa: ma 
la poca eloquenza e la guerra che gli si faceva per la novità delle 
sue dottrine, lo indussero a rinunziar alla cattedra e fermarsi in 
Firenze, ove ottenne l'insegnamento dell'anatouìia. Fu anche an- 
tiquario cesareo. Col Micheli istituì una società botanica, e col Tar- 
gioni-Tozzetti attese al riordinamento della liiblioteca Magliabe- 
cliiana. Fu il primo toscano che, nel 17;VJ, venisse ricevuto nella 
massoneria, introdotta da Inglesi, e accolta con favore dai più 
liberi ingegni, per contrapporla alle conventicole bigotte, fiorenti 
all'ombra degli ultimi principi medicei.' Morì il 1» gennaio 1758, e 
venne sepolto in Santa Croce. 

Fu il Cocchi uomo di molta e varia cultura. Continuò nella 
scienza e nelle lettere la tradizione toscana, che muove da Galileo 
e per gli .-iccademici del Cimento giunge al Redi e al Bellini. Nello 
stile non ha la festività di questi due, ma anche il Baretti rico- 
nosce che se non è « nervoso e veloce » è però « chiaro e ni- 
tido; » e altrove lo loda, perchè «fra gli odierni Toscani ha uno 
stile quasi perfettamente buono. » 

Raccolse e pubblicò tradotti dal latino gli scrittori greci di chi- 
rurgia (Firenze, 17.51); mise per primo a stampa i Discorsi del liel- 
lini (Firenze, 1744) e la Vita del Cellini (Colonia, ma Napoli, 1728). 
Di suo, scrisse un Trattato dei Bagni di Fisa (Firenze, 1750) e pa- 
recchie dissertazioni scientifiche e letterarie, Sìd vitto pitagorico, 
Sidvial del Miserere, SulUEnriade del Voltaire, ec, che furono poi 
raccolte col titolo di Z>isco7'si<o5ca7ii (Firenze, Bonducci, 1701,2 voi. \ 
contro i quali troppo violentemente menò la sua frusta il Baratti. 

F. Sbiqoli, Tovimaso Crniìtli e i prìini frainaasuni in Firenze, Mi- 
lano, Battezzati, 1884, pag. 68. 



142 Secolo xvm. 

Oltre voluminose Effemeridi, utWi a consiiItarHi non solo da chi vo- 
lesse rifar la sua biografia, ma alla conoHecnza de' tempi (un Ha<,'- 
gio ne fu pubblicato nel giornale IL Fanfani, 10 aprile 1883), lasciò 
manoscritte molte altre cose, stampate di poi, fra le quali il discorso 
Sul matrimonio, pubblicato dal figlio Raimondo, anch'esso dotto 
anatomico. In una seconda ediz. del discorso (Parigi, 1762) è stata 
aggiunta una Lettera a una aposa, tradotta dall'inglese, ma che è 
tenuta come cosa del Cocchi stesso. Il discorso sul Matrimonio, 
che si dice recitato agli amici la vigilia delle sue seconde nozze, 
è un paradosso, che suscitò le ire del Baretti e fu messo all'In- 
dice dei libri proibiti. Parecchi suoi Consulti medici furono stam- 
pati dal celebre Andrea Pasta (Bergamo, 1791) e altri con sue 
Lettere dal Del Chiappa (Milano, 1831). Una buona raccolta delle 
cose del Cocchi fu fatta in 3 voi. dal Gherardini nella collezione 
dei Classici di Milano, 1824. 

[Per la biografia, vedi Fabroni, Vitce i^aZor., XI, 342; G.L.Tar- 
GIONI, negli Elogi di illustri toscani, IV, 328, e Ferd. FOSSI nel 
1» voi. dei Discorsi e lettere di A. C, Milano, Classici, 1824.] 



Dell'uso e vantaggi dell'acqua fredda. — .... Non è mera- 
viglia se in trenta secoli, da che la medicina si coltiva in 
Europa, i rimedj sieno diventati quasi innumerabili, dopo 
r industria di tanti valenti uomini nel registrarne gli effetti. 
Sicché il dotto ed esperto medico non può mai aver bisogno 
di ricorrere ad alcuna di quelle abominevoli materie, né a 
quelle superstiziose, vane e ridicole ordinazioni, delle quali 
sono costretti bene spesso a fare uso coloro che disprezzano, 
cioè ignorano la medicina. Tanto più che si vede che molti 
corpi, i quali con una segreta forza allettano tutti i nostri 
sensi, e che fortunatamente quasi per tutto s'incontrano, 
per la naturale loro efficacia possono nel corpo nostro mi- 
rabili mutazioni soavemente e sicuramente produrre. 

Uno di questi senza dubbio è l'acqua, la quale né per 
sapore né per odor punto ingrata, e per la bella adaman- 
tina sua chiarezza, più d'ogni altro splendente corpo, pos- 
sente, come osservò Pindaro, a dilettare la vista, è insieme 
forse più di qualunque altra materia, idonea a servire in 
moltissimi casi di sovrano rimedio. Quindi è che cosi spesso 
l'abbondante interno uso dell' acqua pura, o calda o più e 
meno fredda, si trova prescritto e nelle febbri ardenti ed 
acute ed in altri moltissimi mali dagli eccellenti medici 
d'ogni età e d'ogni paese; ed a' tempi nostri si è veduto 
con gran successo all' uso interno dell' acqua fredda adat- 
tare quel bellissimo metodo universale di Eraclide taran- 
tino, cioè con piccole frequenti bevute più sicuramente me- 
scolare col già viziato liquido quel nuovo e salutevole. Né 
solamente per V interne angustissime foci de' vasi chiliferi, 



ANTONIO COCCHI. 143 

introdotta l'acqua nel circolo de' nostri liquidi è ella ba- 
stante a mantenere o restaurare la sanità, ma applicata 
altresì all'esterna nostra superficie in tiepido bagno o la- 
vanda, e per lo contatto e per la pressione ed ancor pe- 
netrando per le linfatiche vene ne' loro estremi aperte, può 
facilmente e con diletto produrre le tanto desiderate mu- 
tazioni, che sono ben note a chiunque la struttura di nostra 
macchina intende. E benché abbiano i teneri animi della 
maggior parte degli uomini un non so che d'orrore al freddo, 
pur, nel leggere le antiche memorie e le fedeli relazioni 
de' moderni viaggiatori, si osserva che quasi tutti i popoli, 

por pulizia o per esercizio o per diletto, e lavarsi e nuo- 
tare nell'acqua fredda hanno amato. 11 che non si deve, 
s'io ben discerno, riconoscere dall'invenzione di qualche 
sagace ingegno, ma dal bisogno e dal comodo che di ser- 
virsi dell'acqua fredda avevano quei primi abitatori d'ogni 
paese, che, rozzi e privi di molti strumenti, vivevano ne' bo- 
schi, e presso a' fiumi fermavano le lor famiglie raminghe; 
poiché tale é molto probabile che fosse l'antichissimo stato 
anco delle più eulte nazioni: come della sua, che fu tanto 
gentile, giudiziosamente pensa Tucidide, e le moderne sco- 
perte fanno vie più verisimile; onde non è mancato chi 
creda che ne' tempi a noi più remoti tutta la terra fosse 
una selva. 

Introdotta poi la cultura, si osservano non ostante ri- 
masti in molte parti i vestigj d" un tal costume. Omero, per 
esempio, neWIliade. fa che Diomede ed Ulisse sull'alba e 
di pi'imavera si lavino nel mare, per refrigerio di quella 
loro faticosa notturna impresa, e quindi prendano vigore e 
conforto. E, neW Odissea, rappresenta le fanciulle, che ac- 
compagnavano la real donzella Nausica, a lavarsi per diletto 
nel fiume, benché fosse d" autunno, come dalle circostanze 
si può chiaramente conoscere, se pur non era d' inverno. 

1 quali due luoghi dell' antichissimo poeta io mi maraviglio 
come osservati non furono da Plinio, che fu nello scrivere 
sì accorto, dicendo egli che in Omero solo della calda la- 
vanda, e non mai della fredda, si trova fatta menzione. Voi 
vi ricordate altresì come Virgilio, forse coli' autorità di Ca- 
tone e di Varrone citati in quel luogo da Servio, ci fa sa- 
pere che gli Itali primitivi portavano i loro figli pargoletti 
a' fiumi, e col ghiaccio e coli' acqua freddissima rendevano 
i loro corpi più duri e sofferenti. L' istesso narrasi aver 
fatto gli Spartani anticamente ed i Germani ed i Celti ; e 
tal costume essere oggidì famigliare ad alcuni popoli del 
settentrione e delle due opposte Indie, non solo per i fan- 
ciulli, ma per gli adulti e per le femmine ancora, voi 
l'avrete senza dubbio, come l'ho io, più volte letto e sen- 
tito» dire da chi gli ha veduti. 

E le reliquie de' bagni de' Romani e le descrizioni che di 
essi negli antichi scritti si trovano, dimostrano che in tutti 




144 RECOLO XVITT. 

emvììa piscina, o battisterio clie dir si voglia, che ognun 
sa che d'acqua fredda era pieno, ove ognun poteva non 
solo tuffarsi, ma nuotare : ed al tempo di Augusto era in- 
trodotta r usanza, come fa ricordo Plinio, di farsi dopo il 
bagno caldo molta fredda acqua gettare addosso, sicché 
vedevansi, come egli dice, i vecchi consolari esciti dal ba- 
gno andar con ostentazione per le strade tremando. E più 
d'ogni altro maraviglioso a' tempi nostri deve sembrare il 
costume dei Macedoni, appresso a' quali fin le donne di 
parto lavavansi nell'acqua fredda; il che servi di motivo 
air accortissimo re Filippo di togliere il comando a qiiel 
suo troppo delicato generale, tarantino di nazione, che le 
calde lavande usava, come racconta Polieno, degno di molta 
fede, raccoglitore delle antiche memorie. 

Oltre l'esercizio e il diletto, servironsi anticamente del- 
l'acqua fredda, forse più spesso per religione, osservandosi 
negli scrittori che per avventura niuna nazione v' è stata, 
che creduto non abbia meglio poter piacer a" suoi Dei dopo 
le fredde lavande. Quindi le tanto famose lustrazioni e pu- 
rificazioni degli Egiziani e de' loro vicini, e le tante super- 
stizioni de' Greci, de' Romani, de' Barbari. Sovvengavi di 
quel superstizioso, dipinto da Teofrasto, che, passeggiando 
per la città, non sa passare da una fontana anco nelle pub- 
bliche piazze, ch'ei lavar non vi si voglia la testa 

E se, talmente comune essendo tra gli uomini antichi l'uso 
esterno sul corpo dell'acqua fredda, i medici di que' tempi si 
avvisarono di osservarne con diligenza gli effetti e di ac- 
crescerne il numero de" rimedj, parmi che perciò molta 
lode lor deva darsi. L' essersi poi ciò fatto da loro con tanto 
giudizio, ed in quei mali solamente e con quelle intenzioni 
per cui queir uso molto ragionevole vien dimostrato dalle 
nostre più recenti scoperte, deve, se io non m' inganno, pa- 
rere maraviglioso a chiunque crede che gli antichissimi me- 
dici in una rozza semplicità fossero involti 

Quegli Egiziani, che le finezze della medicina tutte pro- 
babilmente sapevano, non temerariamente, ma con minuta 
cognizione delle forze del corpo umano, mostrano avere in- 
trodotto nell'arte l'uso delle fredde lavande. Antica e no- 
bile testimonianza di questo abbiamo tra le altre nella per- 
sona d'Euripide, il quale insieme con Platone, come è scritto 
nella Vita di questo, in Egitto viaggiando, essendo quivi 
sorpreso da una importante infermità, fu da quei medici 
felicemente col bagno freddo di acqua marina guarito; al 
che dicono che alluder volesse quand' ei fece quel famoso 
verso : 

Lava il mar tutti quanti i mali umaui. 

E siccome ne' libri d' Ippocrate molti vestigj si trovano 
della buona filosofica medicina d' Egitto, uno di questi si è, 
a mio credere, l'uso esterno dell'acqua fredda, da lui sì 



ANTONIO eoceni. 145 

spesso lodato o praticato. Anzi da tutto ciò eh' ei ne dice 
in varj luoghi, e particolarmente in ({uel suo curioso libro 
dell Uso de' liquidi, è nianiCesto che egli ne aveva la buona 
teorica, senza la quale l'arte è cieca e fallace. Hen è vero 
che, essendo egli stato breve ed oscuro, non cosi pienamente 
a prima vista si conosce il merito di sua dottrina, come 
quando ella si considera dopo aver ben compreso tutto ciò 
chele diligentissime scoperte de' tempi nostri di più certo 
ci dimostrano sulla natura dell'acqua fredda, e sulla fab- 
brica e disposizione dell' estrema parte del nostro corpo che 
ne deve ricevere l' impressioni 

Or poiché il freddo ristrigne e condensa tutti i corpi, e 
ciò in proporzione delle loro rarità, è manifesto che l'acqua 
fredda applicata alla superlicie del nostro corpo produrrà 
quivi tutte quelle meccaniche mutazioni, di cui le parti vi- 
cine per la loro composizione e natura sono capaci. Sov- 
vengavi che la cuticola, onde il nostro corpo è ricoperto, 
è di piccolissime S(iuame composta, non continua, ma prin- 
cipalmente da due sorta di minime ed innumerabili aper- 
ture interrotta, delle ((uali le une sono ultime estremitii 
patenti d'arterie non sanguigne, che portano fuori del corpo 
alcuni li(iuori, come il sudore e la traspirazione, e canali 
escretorj si chiamano; le altre sono il patente principio di 
vene pur non sanguigne, che portano dentro al corpo tutto 
ciò che è atto ad entrarvi, e massime l'aria e l'acqua, che 
per l'aria è sempre in minutissima e impercettibil nebbia 
dissipata, e i nocivi ellluvj per essa sparsi, e i penetranti 
rimedj applicati, onde assorbenti canali son dette. Sicché 
non è necessario, che per lo medesimo condotto entrino ed 
escano opposte materie, come supposero per T addietro i 
medici e il gran Bellini. Sotto questa prima coperta sta 
quella membrana come finissima rete perforata, che ha il 
nome del suo primo inventore incomparabil Malpighi, dando 
passaggio non solo a' detti canali, ma a ([uelle chiuse estre- 
mità dei nervi chiamate papille da lui medesimo, che in 
esse l'organo del tatto discoperse. Queste hanno lor base 
nella cute, la quale è una forte membrana di fibre tendi- 
nose e molto elastiche tessuta, per la quale un' increbile 
quantità di minimi vasi sanguigni si sparge. Ognun sa che 
sotto trovasi la membrana adiposa, e quindi i muscoli, e 
negl' interstizj innumerabili vasi d'ogni genere e piccoli 
e grandi s'incontrano, e finalmente la dura resistenza 
degli ossi. 

L'operazione, dunque, dell'acqua fredda sul nostro corpo 
primieramente sarà una notabile pressione cagionata dalla 
mentovata interna resistenza degli ossi, e dall' esterna gra- 
vità dell' acqua per ogni verso operante. Dovendosi aggiu- 
gnere alla pressione dell'aria ambiente, quella che produce 
la colonna dell'acqua imminente al corpo, la quale se fosse 
alta braccia 17, raddoppierebbe la pressione dell'aria ; onde, 



L 



IV. 10 



14G SECOLO XVIIT. 

a minore altezza, questa aggiunta pressione sarà a propor- 
zione minore sì, ma sempre considerabile. Egli è vero che 
questa pressione è comune altresì al caldo bagno; ma de- 
vesi osservare che, nel freddo, ella è maggiore, si perchè 
la gravità specifica dell'acqua fredda è maggiore che della 
calda, sì ancora perchè rarafacendosi col caldo tutti i corpi 
liquidi e solidi, ed ampliandosi, è manifesto che il dilata- 
mento, che per lo caldo bagno seguirà negli umori e ne' ca- 
nali vicini alla superfìcie del corpo, diminuirà T effetto della 
pressione. Ove al contrario nel freddo, facendosi minore il 
corpo del liquido e '1 diametro del canale, ognuno vede che 
l'effetto della pressione dovrà essere molto maggiore. 

La quale condensazione cagionata dal freddo, restrin- 
gendo chiudendo per qualche tempo i picciolissimi orifizj 
delle dette arterie esalanti, farà che non si diminuisca l'in- 
terna umidità delle vicine parti, e che perciò si manten- 
gano le fibre nella loro consueta flessibilità; ove al con- 
trario nel bagno caldo, come dimostrano gli esperimenti 
statici, spariscono insensibilmente dal corpo fino a venti 
once d' umido per volta, onde nasce quella dolorosa rigidità 
delle fibre, che talor ne succede. 

Ed oltre al mantenersi umide e cedenti le fibre nel ba- 
gno freddo, la pressione e il condensamento accresceranno 
ancora la naturale inclinazione o moto al contatto nelle 
particelle componenti i nostri liquidi, onde la più facile 
formazione de' loro globuli; ed accresceranno l'azione dei 
canali sopra i medesimi liquidi, facendo maggiore la lor 
tensione e più frequenti le lor vibrazioni e più forti. E pe- 
rocché neir estremità del corpo i canali sono sottilissimi e 
nella massima lontananza del cuore, ove la forza sua di- 
venta minima e quasi nulla, non saprei dire quanto uno 
esterno motore quivi esser possa opportuno per promovere 
e le separazioni e la nutrizione, e render più forte 1' ela- 
sticità del corpo, che chiamasi vigore. 

E perchè, come osservarono quei gloriosi che l'Accade- 
mia del Cimento formarono, al primo immergersi dei vasi 
di rigido cristallo, pieni d' acqua o d' altro liquore, dentro 
ad altr' acqua freddissima, succedono quegli strani accidenti 
di scemare, di crescere, di quietare, di risalire, di correre, 
di ritardarsi, par molto ragionevole il dire che al primo 
penetrar 1" effetto del bagno freddo su' nostri cedenti canali, 
e moto e mescolamento de' contenuti liquori ed una certa 
vicissitudine ed alterna agitazione deva seguirne, senza la 
quale bene spesso i nostri umori in una perniciosa quiete 
o spontanea mescolanza si conducono. 

Essendo poi i nervi gl'istrumenti più validi e quasi im- 
mediati dell'interna forza dependente dalla vita (la qual 
forza, altri chiaman natura), ed osservandosi nel corpo 
umano una non ancor bene intesa corrispondenza anco 
traile parti sue più remote per via de' nervi, chi negherà 



ANTONIO COCCHI. 147 

clic, venendo il freddo corpo dell' acqua da tutte le parti 
subitamente al contatto delle nervee papille, e risvegli l'in- 
torpidito moto delle fibre tendinoso della cute e delle mu- 
sculari tuniche dei vasi vicini, ed insieme per quell'ignoto 
consenso, abbia la forza di rendersi alle più intime parti 
sensibile? 

Da questa naturai forza del corpo umano vivente nasce 
quel suo reciproco restituirsi, dopo la fredda immersione, 
al suo primiero ed anco a maggior calore ; perchè, essendo 
le sue parti elastiche, ed atte a mantenere per lungo tempo 
quel moto che peristaltico od oscillatorio si chiama, quando 
elle vengono dalla pressione e dal restrignimento insieme 
e dallo stimolo mosse ed ajutate, non è maraviglia che 
l'azione loro tanto più facile diventi e più pronta. 

Ed essendo manifesto dalle cose dette fin qui, che per 
lo accresciute forze e per li ristretti canali è necessario, 
che mediante il vital moto la velocità del sangue s'accresca, 
e per conseguenza l'attrizione, onde il calore, e s'accresca 
ancora la separazione nella cortical parte del cervello, onde 
l'alacrità; pare che molto giudiziosamente pensasse Ippo- 
crate quando ascrisse tutti i buoni effetti del bagno freddo 
al calore, che necessariamente ad esso succede, e si rise 
di coloro che il caldo e il fi^eddo e l'altre due qualità cre- 
devano essere qualche cosa di reale e costante alle nostre 
membra allìsso; la qual vanissima ipotesi si vede che fin 
d'allora impestato aveva la medicina. 

Perchè dunque il bagno freddo opera sopra di noi solo 
come istrumento delle proprie nostre forze, quinci si trag- 
gono come conseguenze tutte le più importanti cautele 
per r uso di esso, le quali si vede che anco gli antichi os- 
servarono, e tra essi più maestrevolmente d'ogni altro un 
valente uomo chiamato Agatino, che fece il medico a Roma 
sotto Trajano, e fu maestro del celebre Archigene, essendo 
d' una certa setta, al parer mio, non punto stolida, che, 
come lor rimprovera Galeno, la loica sprezzavano, ed alle 
esperienze attenevansi. Le opere di costui essendo perdute, 
un bellissimo e lungo frammento ce ne ha conservato nella 
sua raccolta Oribasio, giusto sull'argomento del quale io vi 
parlo, e che merita certo la lettura d'ogni curioso. 

Una di queste cautele deve essere intorno alla tempe- 
ratura del bagno. Gli antichi, che termometri non avevano, 
se ne rimettevano al discreto giudizio del senso e della fa- 
cile sofferenza, secondo l'aurea ed universal regola d'Ip- 
pocrate, sì nell'estate che nell'inverno. Alcuni davano per 
misura di mezzo il naturai freddo dell'acqua marina; e sic- 
come, secondo che avverte Galeno, per l' uso di un tal ri- 
medio è necessario un certo brio e valore nell'animo, cosi 
osservasi, che coloro che più rasentavan l'eroe, le più fredde 
acque cercavano. Voi vi ricorderete d'Orazio, che immor- 
talò r amabil freddo d'una fonte del suo podere, e che nel 



L 



148 SECOLO XVIII. 

cuor (Icir inverno de' più freddi bagni anflava in traccia, 
])oncir ei fosse d' un' età che gli faceva desiderare il soc- 
corso del vin generoso, come oi medesimo scrive. Seneca 
poi molto vecchio, nelle calende di gennaro gettavasi nel- 
r Euripo, il quale non può esser altro che quello cui dice 
Frontino che la gelidissima Vergine dava il nome; e que- 
st' acqua, ed altresì la non più calda Marzia, sono spesso 
nei latini autori per questo uso mentovate. 

I moderni poi, che più esattamente i gradi del calore 
misurar sanno, han creduto che idonea al bagno e alle la- 
vande fredde sia quell'acqua, che di tre o quattro gradi è 
men calda del temperato ambiente, il quale ne' termometri 
universali di recente invenzione fatti col mercurio, è segnato 
intorno al cinquantesimo grado. 

E perchè il calore interno del corpo umano è sempre 
maggior di quello di qualsivoglia ambiente nel quale ei può 
vivere, ne segue che, quando anco l'acqua non fosse punto 
più fredda dell'aria d'allora, ella sarebbe non ostante capace 
di produrre il bramato raffreddamento ; sì perchè ella è 
tante volte più densa dell' aria, e sì perchè ella toglie in 
un tratto dal corpo nostro la sua già fatta tiepida atmo- 
sfera, e molto più se quegli che vi s'immerge, si movesse. 
Io ho voluto dir questo, acciocché a niuno paja strano ch'io 
conti traile fredde le immersioni e le lavande, che d'acqua 
comune talora Ippocrate ordina farsi a mezza estate, mo- 
strando l'esperienza che la velocità, colla quale i corpi caldi 
si raffreddano, è in proporzione composta della densità e del 
freddo de' fluidi ne' quali s'immergono; la qual dottrina 
mi fa sovvenire di quella fortissima espressione del nostro 
maggior poeta: 

Nel bollente vetro 

Gittato mi sarei per rinfrescarmi. 

È dunque manifesto, che il bagno poco freddo non sarà 
privo d'effetto, e che il molto freddo non avrà quel peri- 
colo che forse alcuno s'immagina, purché T immersione duri 
brevissimo tempo, cioè non più mai di due o tre minuti, 
e bene spesso nemmeno uno, e purché venga usato in 
que' corpi che hanno bastante elasticità ne' loro canali per 
prontamente restituirsi, o da natura o per consuetudine 
acquistata, non potendo altramente spiegarsi, quel che pure 
per la storia è certissimo, che moltissimi uomini al mondo, 
e anticamente e a' tempi nostri, nelle gelide onde tuffaronsi 
nella neve senza morire 

E benché io sappia che fosse costume anticamente, e ciie 
ancor lo sia appresso alcuni popoli, l* entrar sempre ri- 
scaldati nel bagno freddo, il che forse può accrescerne l'ef- 
fetto, stimerei però molto più sicuro l' astenersene allora, 
aspettando che i liquidi nostri sieno nella loro naturai calma; 
anzi, che meglio ancora fosse l'usarlo molte ore dopo che 




ANTONIO COCCHI. 149 

il nuovo chilo è eiiti'ato nel sangue, uccioccliè con questo 
aiuto egli vie più si mescoli, si assottigli e si muova, l'armi 
ancora evidente, che ove sia in qualche parte del lungo 
viaggio dei nostri liquidi un qualche invincibile ostacolo o 
rottura di canali, non si debba usare il bagno freddo, il 
(juale, come ognun vede, non può togliere quei mali, e può 
accrescerli. Puossi altresì dalle cose dette dedurre, consi- 
derata l'operazione dell'acqua fredda insieme sopra i li- 
quidi nostri e sopra i canali, ch'ella possa taluna separa- 
zione accrescere, e tal altra diminuire. Alle quali facoltà 
chiunque avrà riguardo, non potrà essere ingannato nò da 
coloro che per avventura l'acqua fredda lodassero per 
tutti i mali, e nemmeno da chi impropriamente la propo- 
nesse 

Ognun sa quanto parimenti importi la libera e mode- 
rata traspirazione, e (luanto possa contribuire a mantenerla 
nelle sue giuste misure il bagno freddo, il quale, lavando 
gl'impercettibili orifizj, e le squame della cuticola non la- 
sciando tenacemente unirsi, apre a quel sottilissimo liquido 
il passaggio, ed accrescendo l'elasticità lo mantiene nella 
dovuta angustia, onde impedisce la soverchia evacuazione 
o di queir istesso liquido o del sudore, la quale può bene 
spesso esser nociva, e, se non altro, alTrettare la debolezza 
e rigidità della vecchiaja, come saviamente avverte il San- 
tone. Neil' istesso modo diminuendosi gli orifizj de' canali 
assorbenti, si toglie l'ingresso alle nocive mescolanze ed 
esalazioni che sono sparse per l'aria, e si mantengono in 
(luella facilità di ristringersi al minimo stimolo, come per 
la troppa luce fan le pupille 

Non ò dunque maraviglia che accortissimi e valorosi uo- 
mini, massime tra' Romani, abbiano fiimigliarmente usato 
i bagni freddi per conservare la sanità. Del vecchio Plinio 
si sa dal suo nipote, che l'occupatissimo o regolar suo modo 
di vivere ci ha diligentemente descritto; ed Alessandro Se- 
vero, che fu insieme e dotto e prudentissimo imperadore 
e d' una esatta regola di vita osservantissimo, rade volte 
e non mai nel bagno caldo, ma quasi ogni giorno nell'acqua 
fredda lavavasi, come racconta Lampridio; e molti altri 
simili esempi nelle Vite de' famosi uomini s'incontrano.... 

Non ardirei però dire che questo rimedio sarà sempre 
negletto tra noi, vedendo che da poclii anni in qua alcune 
nazioni d'Europa ne han rinnovato il costume, e ch'ei va 
ogni giorno più dilatandosi. Tra queste parmi che sia in 
cose mediche di massima autorità la britannica, senza le 
cui maravigliose scoperte in ciascheduna parte delle fisiche 
cognizioni, sarebbe forse la moderna medicina non ancora 
afìatto escita fuori della caliginosa ignoranza in cui, avanti 
all'Arvéo, ella era involta. Né solamente la vasta esperienza 
e il profondo sapere de' medici britanni ha contribuito al 
rinnovamento dei bagni freddi, ma un certo nobile ardire 



150 .SECOLO XVIII. 

altresì di (inolia valorosa ^dìde, traila rjujtle molLi altri 
os(3nnp.j si trovano deH' antico virtuoso viver romano. — 
(Dal li (lei BiscornL) 

Educazione inglese nel secolo XVIII, Lettera al marchese 
(\ Uinuccini. — Per eseguire i comandi di V. S. illustris- 
sima, e darle (juanto io posso più chiara informazione della 
maniera dei Nobili inglesi d'allevare la loro gioventù, le 
dirò tutto quello che io medesimo ho osservato da che co- 
minciai ad avere esperienza di questa gente, o che ho sen- 
tito dire da alcuni di loro, o per dignità o per dottrina con- 
siderabili. Già V. S. illustrissima sa che la Nobiltà inglese 
è di due sorti : una, per così dire alta, che sono i Pari del 
regno, da' duchi fino a' baroni ; e tutti questi si chiamano 
lórdi, cioè signori; e l'altra bassa, che comprende i figli 
cadetti dei signori e baronetti, i cavalieri, ec, fino a'seni- 
plici gentiluomini, che si intendono esser tutti coloro che 
vivono d'entrate senza manuale lavoro; onde il nome è ge- 
nerico, e non è sdegnato nemmeno dai signori gentiluomini 
inglesi, che hanno il loro domicilio sui loro beni alla cam- 
pagna, e sono egualmente sparsi con molta utilità del paese 
per tutto il regno, passando solamente una parte dell'anno 
a Londra, o per loro occorrenze o per loro piacere. 

E perchè c'è un laudevol costume, idoneo mirabilmente 
per conservare la privata concordia e per aumentare la 
pubblica felicità, cioè che ogni uomo giunto ad una certa 
età lascia la casa del padre e diventa capo di una nuova 
famiglia, quindi è che tutti della seconda nobiltà si trovano 
come costretti ad applicarsi o alla chiesa o alla legge o 
alla medicina o alla corte o alla milizia; e credendo nulla 
oltraggiare il nome di gentiluomo quanto la povertà, alla 
quale pajono gì' Inglesi affatto indocili, molti si danno an- 
cora alla mercatura. Procurano poi di essere eletti da' po- 
poli membri della Camera bassa; e bene spesso alcuni di 
loro, divenuti autorevoli e ricchi, sono dal re fatti lórdi, 
e così ascendono all'alta nobiltà; della quale quei che sono, 
occupano le principali cariche della corte e del regno ; oltre 
r aver ciascuno per natura sua voto alla Camera alta, la 
quale, insieme coli' approvazione del re, esercita la somma 
ed ultima autorità, fa le leggi e risolve sui privati e sui 
pubblici affari. V. S. illustrissima vede dunque una specie 
di bisogno che tutta la Nobiltà inglese ha di sapere, chi più 
chi meno : dell' educazione di chi ha da essere o ecclesia- 
stico o avvocato o medico, non occorre, cred' io, parlare. 
Solo in generale non voglio tralasciare di dirle, che alcuni 
de' loro preti sono dottissimi fuori ancora della teologia : 
intorno alla quale gli errori che hanno, e la soverchia li- 
bertà colla quale pensano e parlano di cose incomprensi- 
bili, rende la loro dottrina d'infelici conseguenze per la 
fede de' popoli ; benché per Y alta indolenza nella quale il 



ANTONIO COCCHI. 151 

proselito governo è rispetto alla teoria ilella religione, quella 
purt(^ (Iella loro scienza, per servirmi di una parola inglese, 
(i quasi insignilicantc. Il sapere dei legisti, dei (juali ci è 
un numero prodigioso, giudicandone per alcuni che io no 
conosco, non è tanto gotico nò tanto barbaro, come io mi 
sarei aspettato. Ma veramente la solida e la leggiadra eru- 
dizione, cioè le scienze, la lilosofia, e ciò che si chiama 
belle lettere, si trovano per lo più in alcuni o medici o 
gentiluomini oziosi. Lasciando dunque da parte V educa- 
zione di costoro, letterati di professione, vengo a quella di 
cui V. S. illustrissima vuole ch'io parli, cioò del tiglio j)ri- 
mogenito di un signore, o di un gentiluomo ricco, che come 
signore voglia allevarlo. 

Due veggo che sono i modi principali che adoprano, se- 
condo le dilVerenti circostanze di ciascuno. La maggior parte, 
quando il l'anciullo lascia la gonna, lo levano di sotto la dire- 
zione della governante, e lo mettono a convivere in «lualche 
scuola simile a uno de' nostri seminarj. Di queste ne sono per 
tutto il regno moltissime, pubbliche e private. Tre sono fa- 
mose, che si dicono reali, perchè il re ne dona i luoghi, ben- 
ché ammettono poi altri coi loro danari. Una di queste è in 
Londra ; le altre due nelle province. I maestri di tali scuole 
sono preti di conosciuta probità e dottrina. Le loro mogli 
hanno la cura delle minute cose domestiche ; e di essi la 
pi'incipal sollecitudine si è fare studiare al fanciullo la pro- 
pria lingua, il francese, il latino e il greco, ed inspirargli al 
meglio che possano, i principi di religione e di morale. Di 
scienze non ne parlo, l'assata la puerizia e levato il lìglio 
da (pieste scuole, è mandato ad una delle due Università, 
ove lo mettono in (lualche collegio a convivere, e ne rac- 
comandano il governo ad uno di certi uomini che chiamano 
tutori, che noi non abbiamo ; i quali, vivendo anch'essi nel 
collegio, sono pagati per soprintendere alla condotta e agli 
studj de* giovani. Quivi, restando ordinariamente (piattro o 
cin(iue anni, fa'varj corsi sotto diflerenti maestri di filo- 
sofia, di geometria, d'esperienze, d'anatomia e simili ; fre- 
quenta le famose librerie, che quivi sono, e, senza prendere 
laurea, intorno ai venti anni ritorna alla casa del padre, il 
([uale allora avendogli trovato un governatore, lo manda a 
viaggiare. 

Un altro modo usato da pochi e più distinti signori, è 
quello di allevare il fanciullo nella casa paterna fino al 
tempo di mandarlo all' Università. Costoro procurano di 
scegliere un uomo secolare, per lo più onorato, savio, dotto, 
civile, al ([uale, prendendolo in casa a loro stipendio e 
trattandolo sempre alla pari, commettono l' intera educa- 
zione del figlio. L' esperienza dimostra questo riuscire il 
miglior modo ; ma è molto dillìcile trovar qua un uomo 
con tutte le dette (lualità in grado un poco sopra T ordi- 
nario, il (luale abbia bisogno di servire. Però in questo sono 



152 SECOLO XVIII. 

i signori inglesi un poco infelici, trovandosi molti di loro 
obbligati ad adoprare scozzesi, francesi rifuggiti o svizzeri : 
gente spiritosa, che milita contro la povertà, e i cui prin- 
cipi ^^^ possono interamente convenire a un nobile di que- 
sto paese. Un tal uomo, che è governatore e maestro del 
fanciullo, s'occupa tutto non solo ad insegnargli esso me- 
desimo ciò che si crede opportuno, ma sceglie i maestri 
subalterni e loro soprintende, disponendo a suo arbitrio 
delle occupazioni e dei piaceri del suo pupillo. Ma, quel 
che più importa, va sensibilmente imprimendo nel tenero 
animo i sentimenti della virtù, e si affatica di fargli pren- 
der piacere neir ornarsi di quelle doti, che poi devono ren- 
derlo a suo tempo o savio ministro o gran capitano o 
gentil cortigiano, e, se non altro, ajutarlo almeno a godere 
tranquillamente e con erudito lusso le paterne ricchezze. 
Lo accompagna poi air Università, ove gli serve di tutore, 
e finalmente lo conduce a viaggiare. Molti, per gli consigli 
interessati dei loro governatori si fermano o nelle pro- 
vince di Francia o in Lorena o a Ginevra o in qualche 
altro luogo anche più oscuro, per ripulirsi negli esercizj e 
nel francese. Ma i più giudiziosi e i più onesti li conducono 
a dirittura a Parigi, ove restano quanto bisogna per im- 
parare il buon francese, il ballo, la cavallerizza, la geo- 
grafia, e per prendere il gusto della magnificenza negli 
abiti e negli equipaggi, e una certa disinvoltura e fran- 
chezza di maniere, con altre simili galanterie, di cui Pa- 
rigi è la sede. Passano poi in Italia, ove diventano dilet- 
tanti di antichità, di disegno, di musica, di rare edizioni, 
imparano T italiano, e, fatto il giro di Germania e de' Paesi 
Bassi, ritornano a casa. Allora il governatore ha finita la 
sua incumbenza, e il giovane è affatto abbandonato alla sua 
propria condotta. La maggior parte si danno subito all'ozio, 
e, portati dall' universale inalterabile usanza di tutti gì' In- 
glesi, di bere costantemente ogni giorno per lo spazio di 
quattro o cinque ore, e spesso di otto o di dieci dopo il 
pranzo a piccole e frequenti dosi, prendono l' amore del 
vino, trovando diletto in queir assopimento dell' anima che 
ci produce : il giuoco precipitoso e i luoghi infami sono i 
loro favoriti trattenimenti ; e così spargono d" oblio le belle 
conoscenze acquistate con tante spese dei loro padri, e con 
tanto incomodo de' loro maestri. Restano però loro sempre 
alcuni segni d' aver saputo una volta latino, greco, geo- 
grafia, istoria : e ve ne sono che, con tutti gli strapazzi da 
loro sofferti nell' animo, non perdono le comprese cognizioni. 
Dopo qualche tempo, o pe' consigli o per la sollecitudine 
de' parenti, o per la mera necessità delle casuali combina- 
zioni, che in un gran numero sono poco meno che infinite, 
quasi ciascuno di loro si trova non ostante, o nel ministero 
nella milizia o nella corte, prendono moglie e diventano 
capi di famiglia ; e, bisogna far loro giustizia, con tutti i 



ANTONIO COCCHI. 153 

vi/j e con tutte le stravaganze, riescono poi rari maestri di 
prudenza, di valore e di cortesia. 

Questa maniera di educare è universale ; e, come tutto 
le cose umane, riesce in alcuni più, in alcuni meno l'elice- 
mente : sicché il pensiero di fare il tìglio letterato, di quella 
letteratura di che ho parlato, l'hanno tutti i signori, i quali 
la credono una necessaria dote del galantuomo. E vera- 
mente un gentiluomo pretto ignorante non si trova in In- 
ghilterra, come in tutto il resto del mondo la maggior parte 
lo sono. Una delle ragioni è forse perchè gl'Inglesi, a causa 
del loro grasso terreno e delle utilissime leggi meno che 
altrove neglette, sono la più ricca nazione del mondo, e tra 
loro i grandi hanno molto di più di quel che basta a qna- 
lunque sontuosità. E siccome negli Stati si vede dall'istorie, 
che la cultura e le lettere vengono dietro alla potenza e 
alla vecchiezza, e si prendono con esse, così avviene nelle 
case private. Altrove i vecchi sono sovente avari, cioè par- 
chi e timidi consumatori dei frutti dei loro tesori ; gl'Inglesi, 
quanto il resto degli uomini, avidi dell'altrui, ma del loro 
profusi. Comunque si sia, certo è che naturalmente un ricco 
savio crederà sempre uno degli impieghi del suo denaro più 
utile per il suo tìgliuolo essere il comprargli l'animo ben 
regolato e il corpo ben disposto; le quali due cose si acqui- 
stano per mezzo della buona educazione e non altrimenti, e 
senza le quali tutte le umane felicità sono piene d'amarezza. 

Gli autori, de' quali gì' Inglesi si servono per la loro gio- 
ventù, sono secondo la scelta e il gusto dei maestri. Nelle 
scuole per la grammatica hanno dei libercoli scritti nella loro 
lingua, assai buoni, come pure dei dizionarj ; e, subito che 
possono, occupano li fanciulli della lettura dei l.atini. I più 
accorti li fanno principiar da Fedro, Quinto Curzio, (tiustino, 
che, per essere narrazioni, sono più facili e più dilettevoli 
per loro ; e a poco a poco li fanno amici de' più solenni : Te- 
renzio, Cesare, Cicerone, Virgilio, Orazio. Ho veduto delle 
Commedie di Terenzio rappresentate in latino nella scuola 
di Londra, cred' io con moltissimo loro profitto. La Bibbia 
volgare è il libro sul quale tutti imparano a leggere, come 
da noi quell'insulso romanzo del Damasceno, il Giosafatle; 
per la geometria si servono degli Elementi di Euclide, della 
traduzione latina del Commanderio. Per la tìlosotìa, del Ko- 
hault dal dottore Clarke tradotto in latino e moltissimo mi- 
gliorato con solide ed importanti annotazioni, e d' altri 
molto belli Trattati dei loro professori. In generale i tìlo- 
sotì inglesi, dei quali è padre il Newton, abborrono le ipotesi 
tanto famigliari ai Francesi ; e, imitando il nostro incom- 
parabil Galileo, nulla supponendo, ed osservando solo le 
cose esposte ai nostri sensi, si affaticano di ridurre tutti 
gli effetti in natura per una catena di cause secondarie alle 
due prime ed oscure, gravità e attrazione, ove tìniscono le 
loro indagini, non trovandosi altra dipendenza che dall' uu- 



154 SECOLO XV IH. 

toi'c (lolla suprema causa, Iddio, con sublime lilosoiia cliia- 
mato dal signor dell' altissimo canto 

Quel vero in che si quota ogni intelletto. 

Per Tastronomia hanno il Gregory; per la metafìsica quel 
bellissimo Trattato fieli' Intendimento umano di Locke ; e 
per conoscere le dilTerenti opinioni degli antichi un esatto 
e giudizioso libro nella loro lingua, che si chiama Sistema 
intellettuale del dottissimo Cudworth. Molti leggono il New- 
ton ancora, contentandosi di crederne le conclusioni sulla 
fede dei più eccellenti matematici, che ne hanno esaminate 
le prove, le quali sono da pochissimi intese. Quasi tutti i 
signori hanno altresì letto Grozio, Bella guerra e della pace, 
e Puffendorf, Belle leggi naturali e delle genti, che hanno 
data una vista alle leggi del loro paese. I libri poi, che gior- 
nalmente escono alla luce, essendo ad ognuno interamente 
permesso di dire ciò eh' ei pensa, non mancano d'avere 
alcune buone cose tra molte malvage. 

Perchè io m' immagino che tale informazione dell' edu- 
cazione inglese sia stata richiesta a V. S. illustrissima non 
per la sola curiosità., ma per trarne, se vi fossero, alcune 
cose utili ed adattabili ad un signore del nostro paese, e 
giacché ella mi comanda dire il mio sentimento, mi ardirò 
a fare alcune piccole riflessioni. Io non ho dubbio alcuno, 
che uno de' nostri più ricchi cavalieri ha moltissimo van- 
taggio sopra un Inglese per fare il suo figlio un uomo per- 
fetto. Se mai per avventura vi aspirasse, Firenze è di 
tutta la terra il luogo per gli studj delle lettere e belle 
arti il più idoneo ; perchè io non so pensare dove mai si 
trovino insieme come quivi, numero considerabile di uomini 
dotti, frequenti assemblee letterarie, bellissime librerie, rac- 
colte singolari di manoscritti e di antichità, ottimi maestri 
di disegno, musica d'ogni genere, buon maneggio di cavalli, 
e tutti gli altri esercizj a maraviglia; splendida corte, son- 
tuose feste, belli edifizj, statue e pitture eccellenti ; il po- 
polo ingegnoso, e, come osservò il Segretario fiorentino, 
sottile interprete di tutte le cose : e, per idioma, fino della 
plebe, la lingua de' buoni autori italiani ; e tutte queste 
cose in piccol cerchio di mura : delle quali può, col mi- 
nimo incomodo godere il frutto un signore di Firenze, credo, 
con la decima parte del danaro, che un inglese è obbligato, 
per metterne insieme solo alcune, a spendere nel suo paese. 
Oltre di ciò, in Firenze è minor la licenza e l'opportunità 
dei vizj, la sobrietà è quasi universale, e la maniera un 
poco più delicata ; ed è facile a trovarvi un povero galan- 
tuomo letterato e di tutte le più rare qualità adorno, che 
muoja di fame, e gli paia fortuna il faticoso impiego di go- 
vernatore nella casa di un ricco. Il che Ella non può mai 
credere quanto sia dilfìci4e qua. Onde avviene che, con tutto 
che universalmente si stimi la domestica educazione da 



PIETRO METASTASIO. 155 

preferirsi ix (luella delle scuole, per la mancanza di uomini 
idonei, che verdiano applicarsi a (iiiesf aliare, sono i)ocliis- 
simi i sif^nori che godono un tal vantaggio. Io non conosco 
che il piccolo duca di Bukingham, che ò sotto la direzione 
di un gran galantuomo dotto e garbato, m. Coste, noto per 
le belile traduzioni che ha stampato. Tre o quattro altri si- 
gnori di primo rango so essere stati allevati così. Dovreb- 
bero duniiue i signori fiorentini imitare in questo gì' Inglesi ; 
e, giacche lo possono, cred' io, facilmente trovare, dare ai 
ligli loro un governatore capace di guidarli dall'infanzia 
lino al sommo dell'educazione, che devono avere non solo 
per (piel che spetta al sapere, ma per la morale e per 
l'arte del vivere, che più importa. K per trarne quell'uso, 
scelto che l'hanno con le dovute qualità e particolarmente 
colla sulliciente cognizione del mondo, bisognerebbe che, 
come gl'Inglesi fanno, lo trattassero bene, tenendolo in 
casa loro, non come un servo, ma come un amico, e sli- 
mando che, siccome dall'insinuazioni di lui, dev'essere for- 
mato l'animo del figlio loro, e dall'attenta vigilanza con- 
servatane illesa la sanità, né danaro nò civiltà sono mai 
meglio impiegati per il liglio, che nel procurargli e man- 
tenergli si dolce pedagogo. Dovrebbero altresì mandarli a 
viaggiare per l' Europa come gì' Inglesi fanno, o coi loro 
governatori che gli hanno allevati, o, se tale educazione 
non han potuto avere, mandarli almeno con qualche altro 
uomo solirio e prudente e culto abbastanza, per condurli e 
i-eggerli nel viaggio, e farli, come dice il poeta, 

del moiulo esperti 

E dclli vizj umani e del valore. {f»/-, C. X.WI.) 



riKTHO METASTASI^ 

Pietro Bonaventura nacque in Honia il 'A di gennaio del l(ì98 
il.i Fclirv^ Trapassi d'Assisi (già soldato del papa, poi negoziante 
di (ju«dhi curiosa varietà di cose, clic i Koniani dicevano arte 
bianca) e da Francesca Galastri, bolognese. Andò da prima ad 
imparar T orotìce : bello della [)ersona, mentre cantava e improv- 
visava felicemente, fu notato e ricercato dall' ab. bravina (1701)), 
che ottenne dai genitori di tenerlo presso di se, e cominciò forse 
coH'ammetterlo fra gli altri alunni, che avviava agli studj classici 
e lej^Mli ; poi lo prese in casa e lo adottò come tiglio, e, quasi 
per fargli dimenticare le umili origini, gli grecizzò il cognome 
ìw Metastasio. Dovendo egli tornare in Calabria, condusse seco il 
fanciullo, passando prima per Napoli, dove in un'adunanza di dotti 
suoi amici gli fece improvvisare non meno di quaranta ottave sul 
tema ^< La uiafjnificenza dei Jitali Principi », ottave che suscita- 



156 



SECOLO XVIII. 



10110 r entusiasmo di tutti. In Calabria il Gravina lo aflìdò al suo 
Btcsso maestro Giorgio Caloprcse di Scalea, che fjli insegnò la (ilo- 
Hofia cartesiana, la quale fece nel giovane profonda impressione. 
Il Metastasio, tornato a Roma, vesti l'abito talare, e continuò ad 
attendere agli studj della legge, non soffocando, peraltro, le native 
tendenze alla poesia. Morto il Gravina (1718), fu erede della sua 
libreria e d'un capitale di circa quindici mila scudi. Era stato, 
frattanto, il 15 aprile 1718, ricevuto fra gli Arcadi col nome di 
Artino Corano} Menò vita leggera e spendereccia, finché, dissipata 
l'eredità, andò (1720) a Napoli,^ dove trovò lavoro nello studio del- 
l' avvocato Castagnola, al quale, fiero nemico di poeti e poesie, 

dovè promettere di non perder 
tempo a far versi: promessa 
che poi non mantenne. 

Fin dal suo soggiorno in Ca- 
labria avea conosciuta la prin- 
cipessa Anna Pinelli di Sangro, 
per le nozze della quale col 
principe Don Antonio Belmon- 
te Pignatelli compose una se- 
renata, ossia VEndimione. Ora, 
forse per i buoni ufficj di qual- 
cuno di questa famiglia, scris- 
se (1722), incaricatone da An- 
tonio Borghese, viceré di Na- 
poli, gli Oì^ti Esperidi, per il 
natalizio dell'imperatrice Eli- 
sabetta Cristina, moglie di 
Carlo VI, de' quali fu poi sco- 
perto autore dalla celebre Marianna Benti-Bulgarelli, detta la 
Romanina, che vi aveva sostenuta la parte di Venere. La Bulga- 
relli s'innamorò del giovane poeta, lo volle con sé, lo fece istruire 
nella musica dal Porpora, e lo indusse a scrivere il suo primo 
vero melodramma, La Bidone (1723), rappresentata l'anno dopo 
a Napoli : insieme andarono a Venezia, poi a Roma. Cresciuto in 
fama, e molto probabilmente per proprio desiderio (giacché per 
poco in Roma non era coinvolto in un processo scandaloso e ro- 
manzesco),^ non che per raccomandazione della contessa d'Althan, 
vedova del favorito dell' Imperatore, certamente poi per sugge- 
rimento di Apostolo Zeno, che desiderava per la tarda età di 
ritirarsi, il 31 agosto 1729 gli fu fatto invito di sostituir quest' ul- 
timo alla corte di Vienna come poeta cesareo. Vi fu da prima 

^ G. CuGNONi, P. M. e V Arcadia, Roma, Forzani, 1882. 

2 F. Nunziante, Metastasio a Napoli, in Nuova Antologia, 3* serie, 
Lviii-ix (1895). 

** A. MoRONi, Un mistero nella vita di P. M. a Roma, in Antona-Tra- 
VERSi, Lettere disperse e ined. di P, M., Roaia, Molino, 1886, pag. 405. 




PIETRO META8TASI0. 157 

qualche dibattito sullo stipendio, poi accettò. Giunse a quella 
corte il 17 aprile del 17;iO, vi stette sotto Carlo VI e Maria Te- 
resa,* e vi ebbe belle provviijioni e regalie, non però forse tutte 
([nelle soddisfazioni che s'attendeva, e per l'etichetta della corte, 
r. perchè, ammirato come poeta, comprendeva di non avere e di 
non poter avere nella corte stessa altra importanza. La lloma- 
nina, che egli, e per il ano carattere piuttosto mutabile, e per lo 
nuove relazioni che avea strette colla sua protettrice Marianna Pi- 
{^natelli vedova d'Althan, che dicesi anche sposasse segretamente, 
aveva a poco a poco dimenticata, morendo a Roma nel 1731, gli 
lasciò trenta mila scudi, ma egli cede l'eredità al superstite ma- 
rito. Fu in stretta amicizia col celebre cantante Farinello, il ca- 
valier don Carlo Hroschi, che trasse dal genio del poeta le ultime 
opere, e che, divenuto favorito alla corte di Filippo V e di Fer- 
dinando VI di Spagna, diede, quasi per riflesso, al suo amico in 
Vienna un istante di influenza maggiore di quella che avesse 
mai avuta. Ebbe anche relazioni con altri cantanti, dei quali fu 
giudice severo e un po' iroso, e cui soleva istruire egli stesso alle 
prove, e fu amico di insigni uomini, tra' (inali il Muratori.- Visse 
famoso e ammirato; ma negli ultimi anni, sia per la sua condi- 
zione a corte, sia per la mancanza, specie dopo la morte della 
lìomanina, di ciò che potesse in qualsiasi modo scuoterlo ed ecci- 
tarlo, sia per le liti e le recriminazioni che dovea soffrire da suo 
fratello maggiore Leopoldo rimasto a Roma, sia per l' ipocondria 
che stante l'età e le cause accennate lo tormentava, o perchè il 
pensiero tornava sempre a quel passato in cui era vissuto glorioso, 
la sua gran vena s'inaridì. Morì in Vienna il 12 aprile 1782; lasciò 
il cospicuo patrimonio alla famiglia Martinez, in casa della quale 
era stato molti anni in grandissima intrinsechezza. Gli furon fatte 
straordinarie onoranze, e se ne scrissero copiose, ma però inesatte 
biografie. Fu socio di moltissime accademie, ed ebbe, come pochi, 
dimostrazioni di stima ed affetto, e universale indiscussa rinomanza. 
Mentr'egli visse e poetò, tutta Europa, i)uò dirsi, pendeva dal 
suo labbro armonioso e attendeva ansiosamente qualche suo nuovo 
melodramma, che, molcendo i cuori, parlasse al cuore. L'Italia 
ebbe per lui un fugace momento di primato letterario, e, sebbene 
gli sia stato, non a torto, rimproverato di aver impoverito il lin- 
guaggio e ristretto il vocabolario, è merito suo e de' suoi drammi 
l'aver diffuso la conoscenza del nostro idioma presso le altre na- 
zioni; e coir idioma anche la notizia delle lettere nostre. E se è 
vero che non poco, nella condotta de' suoi drammi, prendesse dai 
sommi tragici di Francia, è pur anche da notare che i tragici fran- 
cesi del sec. XVIII molto imitarono da lui.' 

' Landau, Die italien. Litcratnr nm iinterreischen Uofc, Wieu, 1879 ; 
«rea/, iutì., Aquila, (Jiossi, 1880, cap. V, § 2. 

* C. Frati, /*. M. e L. A. Muratori, Bolngtm, Fava e Garagnani, 1893. 

• Vedi Ch. Dejob, Étudet tur la tragèdie, Paris, Colin, pagg. \AS-ìò2. 



158 SECOLO XVriT. 

Fra lo lodi dategli dai contemporanei, rammenteremo ciò cne 
di lui scrisse J.-J. Rousseau : M. ani le seul poiite dn camr, le seni 
(jénie fait pour émouvoir par le charme de Vharmonie poéiique 
et musicale. E il Voltaire nella Disserlation sur la Tragedie an- 
cienne et moderne premessa alla Seviiramis e dedicata al Card. 
Quirini, dopo di averlo lodato per 1' osservanza delle tre unità, ag- 
giunge: ajoutez qne ces j^ièces soni j^leines de celle poesie d'expres- 
sion, et de celle éléyance continue, qui embellissent le nattirel sans 
jamais le charger, talent que, depuis les Grecs, le seul Macine a 
possedè parmi nous, et le seul Addison chez les Anglais. E in Italia, 
per non citare i molti panegiristi, il Baretti lo chiamava nella 
Frusta «fra i nostri poeti l'unico originale senza copia, e il solo 
d'essi che meriti ad literam il raro appellativo d'inimitabile. » 
Sola dissidente, in mezzo a tanto coro di elogj, fu 1' anima sde- 
gnosa dell'Alfieri, al quale egli parve poeta servile, e che, in uno 
degli eccessi a cui volentieri lasciavasi andare, prese il partito di 
chiamar metastasiano tutto ciò che gli fosse sembrato cattivo. La 
sua fama durò viva sino a tutto il secolo XVIII ed oltre; poi, can- 
giati i tempi e i costumi e dissipato il fàscino di quella allettatrice 
soavità e mollezza di suoni, se ne portò da fautori ed avversarj 
nien passionato giudizio; ma lo Stendhal si avvicina al vero 
scrivendo di lui: Il a été le poete de la musique. Son genie tendre 
Va porte à fuir tout ce qui pouvait donner la moindre peine, méme 
éloignée, à son spectateur. Il a reculé de ses yeux ce qu'ont de trop 
poignant les peines du sentiment ; jamais de dénoùment malheu- 
reux; jamais les tristes réalités de la vie; jamais ces froids soup- 
Qons qui viennent empoisonner les passions les plus tendres. Il n'a 
pris des passions que ce quHl en fallait pour intéresser, rien d'acre 
et de farouche ; il ennohlit la volujyté. — C'est un charmant poète, 
dice il Dejob, mais qui s^amuse de ses émotions mémes, et se garde 
de les prolonger.... Il ne conqoit le thédtre.... que comme une suite 
de comhiìiaisoìis surprenantes, qui délassent de la vie réelle. La 
nation italienne, qui a souvent incline à chercher dans la litéra- 
ture un piquant contraste avec la vie réelle, applaudissait. 

Si posson notare nella produzione metastasiana varie maniere. 
Dopo il Giustino, tragedia scritta a quattordici anni, compose la 
Galatea, VEndimione, i ricordati Orti Esjperidi (1722), V Angelica, 
che sono serenate, sorta di cantate drammatiche, destinate a ce- 
lebrare un matrimonio, o una nascita, e ad essere fregio poetico 
di un grande trattenimento; la Bidone, rappresentata nel 1724 a Na- 
poli, il Siroe (1725), il Catone (1727) ed altre azioni draramatiche 
fino aWArtaserse (1730). DaìV Adriano (1731) fanno i più decorrere 
la sua seconda maniera, alla quale appartengono i migliori melo- 
drammi : Demetrio, Issipile (1732), il Demofoonte, la Clemenza di 
Tito (1734), fino ^WAttilio^Regolo (1740-1750), che è tenuto da al- 
cuni pel suo capolavoro. Negli anni seguenti scrisse poco e medio- 
cremente (la Nitteti, il Trionfo di Clelia, il Buggero). La prima 



PIETRO METASTA8I0. 159 

maniera del melodramma metastasiano, come dice il lleina pre- 
ludendo ad una scelta in due volumi dei suoi melodrammi nel- 
l'edizione milanese dei Classici (1820), si nota «per lo stile non 
bastevolmente semplice e purgato, per la bizzarria ed incostanza 
de' caratteri, l'andamento intralciato della tavola, la del)olezza 
del dialogo e la poca economia del recitativo.» Nella seconda in- 
vece egli «diede proprietà somma alla locuzione, i)recisione e sciol- 
tezza maggiore al dialogo, sobrietà alle narrazioni, si)ontaneità, 
delicatezza, vigore ed aflFetto alle arie. » Il melodramma metasta- 
siano può pertanto definirsi una nuova forma della tragedia, ap- 
projìriata ai tempi mutati e ai molli costumi del sec. XVIII; ma 
se il linguaggio ne è un po' troppo lirico, e spesso sdolcinato, come 
del resto si conveniva a quegli eroi e a quegli alTetti, nei quali, 
dice il Balbo' è «ammollita la stessa virtù,» robusta è invece 
r ossatura, a cosi dire, del componimento e sicuro il possesso dei 
mezzi, come il raggiungimento degli effetti drammatici. Tra le 
sue opere drammatiche se ne trovano anche delle sacre, od oi'a- 
torj. Fu pure facilissimo lirico e, oltre le ariette moltissime in- 
tercalate ne' drammi, scrisse liriche, specialmente canzonette, che 
piac([uero e furono molto divulgate, sonetll, idillj, elegie, epitalamj : 
alcune sue cantate vennero musicate dal Porpora, ec. Il Carducci 
lo chiama, insieme col Rolli, uno de' corifei della canzonetta.- Tra- 
dusse e annotò la Poetica d'Orazio, compose, premettendovi alcune 
Considerazioni, un Estratto dell'arte jìoetica d^ Aristotele e Osser- 
vazioni sul teatro greco, pregevoli per acume critico.^ Ci restano 
anche molte sue Lettere, se non sempre elette per la forma, inte- 
ressantissime per studiare la sua vita e le sue opere. Alle già 
divulgate, specialmente dall' ab. D'Ayala nelle Opere 2>ostuvie 
(Vienna, Alberti, 1795, 3 voi.), altre se ne aggiunsero dipoi, e può 
vedersene la bibliografìa nella Prefazione di G. Carducci, alle 
Lettere disperse e inedite di P. M. (Bologna, Zanichelli, 1883), ri- 
masta al primo volume. Altre vennero pubblicate da C. Antona- 
Traveusi (ediz. cit. a pag. 150 7i.), con Appendice di giudizj e scritti 
assai notevoli di varj scrittori sul Metastasio. 

Il Metastasio si può considerare come il miglior prodotto d'Ar- 
cadia, alla cui seconda maniera si suol ricondurre. Ebbe attitu- 
dini opposte a quelle del Gravina, che forse s'attendeva dal suo 
alunno qualche cosa di diverso, se non di migliore, da quello 
eh' ci produsse; e mostrò le virtù dell'arte sua nel rinnovamento 
del melodramma che, dopo il Rinuccini, era andato corrompendosi 
nella sostanza, e diventando sfarzoso e spettacoloso. Nò lo Zeno, 
che pure iniziò la riforma, aveva saputo accordare, come fece il 

* Pennieri sulla Storia d'' Italia, Firenze, Le Monnicr, 1858, png. 510. 

- Velli noi MoRANUi, AntoJ. d. ciit. ìctt. mod., pag. ólfi e segg., lo scritto 
del Cardi cci, / corifei della Canzonetta nel Secnìo XV IH. 

^ T*. MORANDI, Il M. critico r pronatore, in Antoxa-Travf.rSI, op. cit., 
pag. 523. 



100 SECOLO xviir. 

suo successore, così bellamente la musica e la poesia, né ebbe 
poi ([uoUa varietà d'accenti, (|uel tono d'eleganza drammatica, 
quell'ovidiana facilità di verseggiare;, che furono doti precipue del 
Metastasio. 

[La migliore edizione delle o|)ere complete del Metastnsio <; 
quella di Parigi, Ilerissant, 1780-82, voi. 12, con dissertazione di 
li. CALSABiar, e dopo questo la Veneziana, Zatta, 1782-84, voi. 7 : 
l)Uone anche quelle di Firenze, tip. Granducale, 1819 e 18.S0. Varie 
furono le edizioni parziali, come varie le traduzioni in più lingue. 

Vedi sul M., J. vox Ketzer, Mefasiasio, 8kizzen, Wien, 1782; 
G. A. Taruffi, Elofjio storico del M., Koma, 178G; M. A. Aluici, 
Storia dell' ab. P. M., Assisi, 178.3; G. C. CORDARA, Discorso in 
morte del M., Roma, 1783; Sav. Mattei, Memorie per servire 
alla vita del M., Colle, 1785 ; F. FRANCESCHI, Apologia delle opere 
drammatiche di P. M., Lucca, 1786; J. A. HiLLER, Ueher M. n. 
seine Werke, Leipzig, 1786 ; Cll. BURNEY, Mem. of the life and, 
writings of the ah. P.M., London, 1789; Aneddoti segreti della vita 
dell' ab. P.M., Roma, Fuccinelli, 1801; De Stendhal, Vies de 
Haydn, de Mozart et de Metasfase, Paris, Delaunay. 1817: nouv. 
édit, Paris, Lévy, 1883 ; Vernon Lee, Il settecento in Italia, Mi- 
lano, Dumoulard, 1881, voi. I, p. 26 e segg.; Fr. De Sanctis, P. M., 
in iVMou.^n^oL, agosto 1871; A. Mussafia. P.Met., Wien, Gerokl, 
1882; G. Carducci, P. M., nella Dom. ìetter., 16 aprile 1882, e 
Metastasiana, nella Cronaca Bizantina, 15 giugno 1883; L. Fal- 
coni, P. M. alla corte di Carlo VI e sua rinomanza nei sec. XVIII 
e XIX, Vienna, Frick, 1883; E. Masi, P. M., nel Whvo Parrucche 
e Sanctdotii nel sec. XVIII, Milano, Treves, 1886, p. 7 e segg.; 
O. TOMMASINI, P. M. e lo svolgimento del melodramma italiano, 
negli Scritti di storia e critica, Roma, Loescher, 1891, p. 182 e segg.; 
G. Mazzoni. Dal M. a V. Alfieri, in La Vita ital. del settecento, 
p. 173, Milano, TreveS; 1896.] 



La clemenza di Tito. 

Diamo un sunto e rechiamo lunghi brarà di questo dramma, bel- 
lissimo fra quanti ne scrisse il Metastasio, e del quale alcune parti 
sembravano al Voltaire paragonabili e superiori forse a quanto la 
Grecia aveva di più bello, anzi degni di Corneille quando non è de- 
clamatore e di Racine quando non è sfibrato. 

Atto primo. Vitellia, discendente dall' imperatore Vitellio, cui 
il padre di Tito tolse il regno e la vita, e che ama in segreto 
Tito, ma teme le preferisca la regina Berenice, incita Sesto, che 
è preso di fervido amore per lei, contro il suo benefattore ed amico, 
sicché egli trovasi combattuto da due affetti: 

Cirio ti spieghi il mio stato almen C3ncedi. 
Tu vendetta mi chiedi : 



PIETRO METASTASIO. ICl 

Tito vuol fedelU. Tu di tua mano 

Con l'oH'erta mi sproni: ei mi raflrena 

Co' ben eli zj suoi. Per te l'amore, 

Per lui parla il dover. Se a te ritorno, 

Sempre ti trovo in volto 

Qualche nuova beltà ; se torno a lui, 

Sempre gli scopro in seno 

Qualche nuova virtù. Vorrei servirti ; 

Tradirlo non vorrei. Viver non posso 

Se ti perdo, mia vita ; se t' acquisto, 

Vengo in odio a me stesso. 

Ella gli ordina di intendersi con Lcntulo, suscitare in Campi- 
doglio un tunuilto e uccidere Tito prima del finir del giorno. So- 
pravviene Annio, ed annunzia che Tito ha allontanato Berenice ; 
e Vitellia, in cui risorge la speranza, ordina a Sesto di sospendere 
il colpo. Annio chiede a Sesto la mano della sorella sua Servilia. 
Sesto rimasto solo riflette sul suo destino (se. 4"). 

Sesto. Numi, assistenza. A poco a poco io perdo 
L' arbitrio di me stesso. Altro non odo 
Che il mio funesto amor. Vitellia iia in fronte 
Un astro che governa il mio destino. 
La superba lo sa, ne abusa ; ed io 
Nò pure oso lagnarmi. Oh sovrumano 
Poter della beltà ! Voi che dal Cielo 
Tal dono aveste, ah non prendete esempio 
Dalla tiranna mia! Regnate, è giusto ; 
Ma non così severo, 
Ma non sia cosi duro il vostro impero. 

Siamo innanzi al tempio di Giove Statore e il coro canta le 
lodi di Tito, cui il Senato ha decretato un tempio come a padre 
della patria. Tito ritìnta queste onoranze (scO"*). 

l'ito. Romani, unico oggetto 

È dei voti di Tito il vostro amore ; 

Ma il vostro amor non passi 

Tanto i contini suoi. 

Che debbano arrossirne e Tito e voi. 

Più tenero, più caro 

Nome che quel di padre 

Per me non v' è ; ma meritarlo io voglio, 

Ottenerlo non curo. I sommi Dei, 

Quanto imitar mi piace, 

Abborrisco emular. Li perde amici 

Chi li vanta compagni ; e non si trova 

Follia la più fatale, 

Che potersi scordar d' esser mortale. 

Quegli offerti tesori 

IV. Il 



1G2 SECOLO XVIII. 

Non ricuso però; cambiarne solo 
L' uso pretendo. Udite. Oltre V usato 
Terribile il Vesevo ardenti fiumi 
Dalle fauci eruttò ; scosse le rupi ; 
Riempiè di ruine 

I campi intorno e le città vicine. 
Le desolate genti 

Fuggendo van : ma la miseria opprime 
Quei che al fuoco avanzar. Serva quell'oro 
Di tanti afflitti a riparar lo scempio. 
Questo, Romani, e fabbricarmi il tempio. 

Mentre Annio e Sesto stanno per chiedergli l'assenso all'unione 
di Servilia col primo di essi, Tito, annunziando di aver rinunziato 
per sempre a Berenice, fa sapere eh' egli ha eletto Servilia ap- 
punto per sua sposa, ed incarica Annio stesso di recarle tale no- 
vella. Smanie de' due amanti. 

In un delizioso ritiro del Palatino, Publio, prefetto del preto- 
rio, reca a Tito un foglio su cui sono scritti 1 nomi di coloro, che 
osarono oltraggiar la memoria dei Cesari trapassati. Tito ricusa 
di riceverlo (se. 8''). 

Tito. Barbara inchiesta 

Che agli estinti non giova, e somministra 
Mille strade alla frode 
D'insidiar gl'innocenti. Io da quest'ora 
Ne abolisco il costume ; e perchè sia 
In avvenir la frode altrui delusa, 
Nelle pene de' rei cada chi accusa. 

Publio. Giustizia è pur.... 

Tito. Se la giustizia usasse 

Di tutto il suo rigor, sarebbe presto 
Un deserto la terra. Ove si trova 
Chi una colpa non abbia o grande, o lieve? 
Noi stessi esaminiam. Credimi, è raro 
Un giudice innocente 
Dell' error che punisce. 

Publio. Hanno i castighi.... 

Tito. Hanno, se son frequenti, 

Minore autorità. Si fan le pene 
Familiari a' malvagi. Il reo s' avvede 
D' aver molti compagni ; ed è periglio 

II pubblicar quanto sian pochi i buoni. 
Publio. Ma v' è, signor, chi lacerare ardisce 

Anche il tuo nome. 
Tito. E che perciò? Se il mosse 

Leggerezza, noi curo ; 
Se follia, lo compiango ; 
Se ragion, gli son grato ; e se in lui sono 
Impeti di malizia, io gli perdono. 



PIETRO METASTASIO. 163 

Sopravviene Servilin, che manifesta a Tito l'amore suo per 
Annio (se. 9*). 

Tito. Grazie, o Numi del elei. Pure una volta 

Senza larve sul viso 

Mirai la verità. Pur si ritrova 

Chi s' avventuri a dispiacer col vero. 

Servilia, oh qual contento 

Oggi provar mi lai ! Quanta mi porgi 

Ragion di meraviglia! Annio pospone 

Alla grandezza tua la propria pace ! 

Tu ricusi un impero 

Per essergli fedele ! Kd io dovrei 

Turbar tìanime sì belle ^ Ah ! non produce 

Sentimenti sì rei di Tito il core. 

Figlia (che padre in vece 

Di consorte m'avrai), sgombra dall'alma 

Ogni timore. Annio è tuo sposo. Io voglio # 

Stringer nodo sì degno. Il Ciel cospiri 

Meco a farlo felice ; e n* abbia poi 

Cittadini la patria eguali a voi. 
Servilia. Oh Tito ! oh Augusto ! oh vera 

Delizia de' mortali ! io non saprei 

Come il grato mio cor.... 
Tito. Se grata appieno 

Esser mi vuoi, Servilia, agli altri inspira 

Il tuo candor. Di pubblicar procura 

Che grato a me si rende, 

Più del falso che piace, il ver che offende. 

Vitellia, che crede all' unione di Servilia con Tito, eccita nuo- 
vamente Sesto che resta sempre perplesso (se. 11»). 

Sesto. Se una ragion potesse 
Almen giustificarmi.... 

Vitellia. Una ragione ! 

Mille ne avrai, qualunque sia l'affetto 
Da cui prenda il tuo cor regola e moto. 
È la gloria il tuo voto? Io ti propongo 
La patria a liberar. Frangi i suoi ceppi ; 
La tua memoria onora ; 
Abbia il suo Bruto il secol nostro ancora. 
Ti senti d' un' illustre 
Ambizion capace ? Eccoti aperta 
Una strada all'impero. I miei congiunti, 
Gli amici miei, le mie ragioni al soglio 
Tutte impegno per te. Può la mia mano 
Renderti fortunato? Eccola. Corri, 
Mi vendica, e son tua. Ritorna asperso 
Di quel perfido sangue, e tu sarai 



1G4 SECOLO XVITT. 

La delizia, T amore, 

La tenerezza mia. Non basta? Ascolta, 

E dubita se puoi. Sappi clie amai 

Tito finor: che del mio cor l'acquisto 

Ei t'impedì; che, se rimane in vita, 

Si può pcntir ; eh' io ritornar potrei, 

Non mi fido di me, forse ad amarlo. 

Or va', se non ti muove 

Desio di gloria, ambizione, amore ; 

Se tolleri un rivale 

Che usurpò, che contrasta. 

Che involar ti potrà gli affetti miei, 

Degli uomini il più vii dirò che sei. 

Sesto. Quante vie d* assalirmi ! 

Basta, basta, non più. Già m'inspirasti, 
Vitellia, il tuo furore. Arder vedrai 
Fra poco il Campidoglio; e questo acciaro 
Nel sen di Tito.... (Ah sommi Dei, qual gelo 
Mi ricerca le vene !) 

Vitellia. Ed or che pensi? 

Sesto. Ah Vitellia ! 

Vitellia. Il previdi ; 

Tu pentito già sei.... 

Sesto. Non son pentito, 

Ma.... 

Vitellia. Non stancarmi più. Conosco, ingrato, 

Che amor non hai per me. Folle eh' io fui ! 
Già ti credea ; già mi piacevi, e quasi 
Cominciava ad amarti. Agli occhi miei 
Involati per sempre, 
E scordati di me. 

Partito Sesto, sopraggiunge Publio ad annunziare che Tito ha 
scelto Vitellia per sposa: essa lo prega di raggiunger Sesto e ri- 
condurglielo innanzi (se. 13*). 

Vitellia. Che angustia è questa! Ah! caro Tito, io fui 
Teco ingiusta, il confesso. Ah! se frattanto 
Sesto il cenno eseguisse, il caso mio 
Sarebbe il più crudel.... No, non si faccia 
Sì funesto presagio. E se mai Tito 
Si tornasse a pentir!... Perchè pentirsi? 
Perchè l'ho da temer? Quanti pensieri 
Mi si affollano in mente ! Afflitta e lieta, 
Godo, torno a temer, gelo, m' accendo : 
Me stessa in questo stato io non intendo. 

Atto secondo. Sesto ha trattato con Lentulo, ed è sempre più 
combattuto dai rimorsi del tradimento, a cui si è lasciato trascinare 
per amore di Vitellia. Il tumulto intanto è cominciato, ed egli si 



I 



PIETRO METASTASIO. 165 

separa precipitosamente da Annio. Vitellia e in cerca di Sesto, 
che le giunge innanzi dandole notizia di aver veduto trafitto 
Tito, il cui sangue, avendogli egli tratto il ferro infittogli nelle 
terga, gli ha imbrattato il manto (se. C"). 

Sesto, Ali! pnncipes5:a, 

Che fia di me? Come avrò mai più pace? 
Quanto, alii quanto mi costa 
Il desio di piacerti I 

Vitellia. Anima rea, 

Piacermi! Orror mi fai. Dove si trova 

Mostro peggior di te? Quando s'intese 

Colpo più scellerato? Hai tolto al mondo 

Quanto avea di più caro; hai tolto a Roma 

Quanto avea di più grande. E chi ti fece 

Arbitro do' suoi giorni? 

Di', qual colpa, inumano, 

Punisti in lui? L'averti amato? È vero, 

Questo è l'error di Tito, 

Ma punir noi dovea chi l'ha punito. 

Sesto. Onnipotenti Dei! son io? Mi parla 
Così Vitellia? E tu non fosti.... 

Vitellia. Ah! taci, 

Barbaro, e del tuo fallo 
Non volermi accusar. Dove apprendesti 
A secondar le furie 
D' un'amante sdegnata? 
Qual anima insensata 
Un delirio d'amor nel mio trasporto 
Compreso non avrebbe? Ah! tu nascesti 
Per mia sventura. Odio non v'è che ollenda 
Al par dell'amor tuo. Nel mondo intero 
Sarei la più felice, 
Empio, se tu non eri. Oggi di Tito 
La destra stringerei ; leggi alla terra 
Darei dal Campidoglio; ancor vantarmi 
Innocente potrei. Per tua cagione 
Son rea, perdo l'impero. 
Non spero più conforto; 
E Tito, ah scellerato! e Tito è morto. 

Vitellia parte fuori di sé: resta Sesto in preda al dolore. 

Sesto. Grazie, o Numi crudeli. Or non mi resta 
Più che temer. Della miseria umana 
Questo è l'ultimo segno. Ho già perduto 
Quanto perder potevo. Ho già tradito 
L'amicizia, l'amor, Vitellia e Tito. 
Uccidetemi almeno, 
Smanie, che m'agitate, 
Furie che lacerate 



IGG sp:colo XVIII. 

Questo perfido cor. Se lente siete. 
A compir la vendetta, 
Io stesso, io la farò. 

Annio viene niMiidato in .cerca di Sesto da Tito, che non è 
stato ncciso. Sesto confida all' amico di' egli fu autore del tumulto; 
l'amico lo esorta a fug{?irc e scambia col proprio il manto san- 
guinoso dell'altro. La scena è in una galleria del palazzo impe- 
riale. Servilia narra a Tito le vicende del tumulto, in che rimase 
ucciso Lentulo, il quale aveva indossato le vesti imperiali, sicché 
fu trafitto da un congiurato che lo prese per Tito (se. 8";. 

Tito, Or di', Servilia, 

Che ti sembra un impero? Al bene altrui 

Chi può sagrificarsi 

Più di quello ch'io feci? E pur non giunsi 

A farmi amar; pur v' è chi m'odia e tenta 

Questo sudato alloro 

Svellermi dalla chioma, 

E ritrova seguaci; e dove? in Roma. 

Tito, l'odio di Roma! Eterni Dei! 

Io, che spesi per lei 

Tutti i miei dì, che per la sua grandezza 

Sudor, sangue versai, 

E or sul Nilo, or su l'Istro arsì e gelai! 

Io, che ad altro, se veglio, 

Fuor che alla gloria sua pensar non oso; 

Che in mezzo al mio riposo 

Non sogno che il suo ben; che, a me crudele. 

Per compiacere a lei 

Sveno gli effetti miei, m'opprimo in seno 

L' unica del mio cor fiamma adorata ! 

Oh patria! oh sconoscenza! oh Roma ingrata! 

Entrano Sesto, Vitellia e Annio, che ha indosso il manto di Sesto, 
sul quale è il segno dei congiurati: vario contrasto d'afifetto in 
Servilia e Vitellia, che temono di perdere l'una lo sposo perchè 
traditore, l'altra lo sposo insieme e il trono come traditrice; in 
Sesto, che non osa parlare a cui duole sacrificar Annio; in Annio 
che è combattuto fra l'affetto all'amico, l'amore alla sposa, il ti- 
mor dell'infamia. Restano soli Sesto e Vitellia, la quale teme che 
egli scopra il segreto (se. 14»). 

Sesto. In questo seno 

Sepolto resterà. Nessuno il seppe: 

Tacendolo morrò. 
Vitellia. Mi fiderei, 

Se minor tenerezza 

Per Tito in te vedessi. 11 suo rigore 

Non temo già; la sua clemenza io temo: 



i 



PIETRO METASTASIO. 



167 



Questa ti vincerebbe. Ah! per ({ue' primi 

Momenti in cui ti piac(iui; .-ilil per le care 

Dolci speranze tue, rug<,n, assiema 

Il mio timido cor. Tanto Tacesti, 

L'opra compisci. Il più gran dono è questo 

Che far mi puoi. 

Ma Lontulo non è morto ed ha svelato In retta di Sesto, e Pu- 
blio viene d'ordine di Tito ad arrestarlo. Egli si separa disperato 
da Vitcllia (se. 15*). 

Sesto. So mai senti spirarti sul volto 

Lieve fiato che lento s'aggiri, 
Di', son questi gli estremi sospiri 
Del mio lido che muore per me. 

Al mio spirto dal seno disciolto 
La memoria di tanti martiri 
Sarà dolce con questa mercè. 
V i teli i a. Mìsern, che farò? Queir infelice. 

Oh Dio! muore per me. Tito fra poco 
SapriX il mio fallo, e lo sapran con lui 
Tutti per mio rossor. Non ho coraggio 
Nò a parlar, né a tacere. 
Né a fuggir, né a restar. Non spero aiuto. 
Non ritrovo consiglio. Altro non veggo 
Che imminenti ruine; altro non sento 
Che moti di rimorso e di spavento. 

Alto terzo. Tito discorre con Publio, e teme un'insidia nella 
denunzia di Lentulo, ma Anuio gli toglie ogni dubbio (so. 2*). 

Tito. No, così scellerato 

Il mio Sesto non credo. Io l' ho veduto 

Non sol fido ed amico, 

Ma tenero per me. Tanto cambiarsi 

Un'alma non potrebbe. Annio, che rechi? 

L'innocenza di Sesto, 

Come la tua, di', si svelò? Che dice? 

Consolami. 
Annio. Ah signor! pietà per lui 

Io vengo ad implorar. 
Tito. Pietà! Ma dunque 

Sicuramente è reo? 
Antiio. Quel manto, ond'io 

Parvi infedele, egli mi die. Da lui 

Sai che seppesi il cambio. A Sesto in faccia 

Esser da lui sedotto 

Lentulo afferma, e l'accusato tace. 

Che sperar si può mai? 
Tito. Speriamo, amico, 

Speriamo ancora. Agi' infelici è spesso 



168 SECOLO XVIII. 

Colpa la sorte; e quel che vero appare, 

Sempre vero non è. Tu ne lioi le prove. 

Con la divisa infame 

Mi vieni innanzi; o^mun t'accusa; io chiedo 

Degl'indizi ragion; tu non rispondi, 

Palpiti, ti confondi.... A tutti vera 

Non parca la tua colpa? E pur non era. 

Chi sa? di Sesto a danno 

Può il caso unir le circostanze istesse, 

somiglianti a quelle. 
Annio. Il Ciel volesse! 

Ma se poi fosse reo? 
Tito. Ma se poi fosse reo, dopo si grandi 

Prove dell'amor mio; se poi di tanta 

Enorme ingratitudine è capace. 

Saprò scordarmi appieno 

Anch'io.... Ma non sarà: lo spero almeno. 

Publio arreca a Tito la sentenza del Senato, che condanna 
Sesto alle fiere. Tito riraan solo (se. 4*). 

Tito. Che orrori che tradimento! 

Che nera infedeltà ! Fingersi amico ; 

Essermi sempre al fianco; ogni momento 

Esiger dal mio core 

Qualche prova d'amore, e starmi intanto 

Preparando la morte! Ed io sospendo 

Ancor la pena? E la sentenza ancora 

Non segno.... Ah sì, lo scellerato mora. 

Mora.... Ma senza udirlo 

Mando Sesto a morir? Sì, già l'intese 

Abbastanza il Senato. E s'egli avesse 

Qualche arcano a svelarmi? (Olà.) S'ascolti, 

E poi vada al supplizio. (A me si guidi 

Sesto.) È pur di chi regna 

Infelice il destino! A noi si niega 

Ciò che a' più bassi è dato. In mezzo al bosco 

Quel villanel mendico, a cui circonda 

Ruvida lana il rozzo fianco, a cui 

È mal fido riparo 

Dall'ingiurie del ciel tugurio informe. 

Placido i sonni dorme ; 

Passa tranquillo i dì: molto non brama: 

Sa chi l'odia e chi l'ama; unito o solo 

Torna sicuro alla foresta, al monte, 

E vede il core a ciascheduno in fronte. 

Noi fra tante grandezze 

Sempre incerti viviam ; che in faccia a noi 

La speranza o il timore 

Su la fronte d'ognun trasforma il core. 



PIETRO METASTASIO. 



169 



Entra Sesto fra i littori (se. 6»). 

Sesto. (Numi! È quello ch'io miro 

Di Tito il volto? Ali la dolcezza usata 
Più non ritrovo in lui! Come divenne 
Terribile per me!) 

Tito. (Stelle! Kd ò questo 

Il sembiante di Sesto? Il suo delitto 
Come lo trasformò! Porta sul volto 
La vergogna, il rimorso e lo spavento.) 

l^ublio. (Mille alletti diversi ecco a cimento.) 

Tito. Avvicinati. 

Sesto. (Oh voce 

Che mi piomba sul cor!) 

Tito. Non odi? 

Sesto. (Oh Dio! 

Mi trema il piò ; sento bagnarmi il volto 
Da gelido sudore : 
L'angoscia del morir non è maggiore.) 

Tito. (Palpita l'infedel.) 

Publio, (Dubbio mi sembra, 

Se il pensar che ha fallito 
Più dolga a Sesto, o se il punirlo a Tito.) 

Tito. (L pur mi fa pietà.) Publio, custodi, 
Lasciatemi con lui. 

Sesto. (No, di quel volto 

Non ho costanza a sostener l'impero.) 

Tito. Ah Sesto, è dunque vero? 

Dunque vuoi la mia morte? E in che t'olTese 

Il tuo prence, il tuo padre, 

Il tuo benefattor? Se Tito Augusto 

Hai potuto obbliar, di Tito amico 

Come non ti sovvenne? Il premio è questo 

Della tenera cura 

Ch'ebbe sempre di te? Di chi fidarmi 

In avvenir potrò, se giunse, oh Dei! 

Anche Sesto a tradirmi? E lo potesti? 

E il cor te lo sofferse? 

Sesto. Ah Tito! ah mio 

Clementissimo prence! 
Non più, non più. Se tu veder potessi 
Questo misero cor, spergiuro, ingrato, 
Pur ti farei pietà. Tutte ho su gli occhi 
Tutte le colpe mie; tutti rammento 
I benefizj tuoi : soffrir non posso 
Né r idea di me stesso. 
Né la presenza tua. Quel sacro volto, 
La voce tua, la tua clemenza istessa 
Diventò mio supplizio. Affretta almeno, 
Affretta il mio morir. Toglimi presto 



170 SECOLO XVIII. 

Questa vita infednl; lascia ch'io versi, 

Se pietoso esser vuoi, 

Questo perfido sangue a' piedi tuoi. 
Tito, Sorgi, infelice, (Il contenersi è pena 

k quel tenero pianto.) Or vedi a quale 

Lagrimevole stato 

Un delitto riduce, una sfrenata 

Avidità d'impero! E che sperasti 

Di trovar mai nel trono? Il sommo forse 

D'ogni contento? Ah sconsigliato! osserva 

Quai frutti io ne raccolgo; 

E bramalo, se puoi. 
Sesto. No, questa brama 

Non fu che mi sedusse. 
Tito. Dunque che fu? 
Sesto, La debolezza mia, 

La mia fatalità. 
Tito. Più chiaro almeno 

Spiegati. 
Sesto. Oh Dio! non posso. 

Tito, Odimi, Sesto; 

Siam soli ; il tuo sovrano 

Non è presente. Apri il tuo core a Tito, 

Confidati all'amico; io ti prometto 

Che Augusto noi saprà. Del suo delitto 

Di' la prima cagion. Cerchiamo insieme 

Una via di scusarti. Io ne sarei 

Forse di te più lieto. 
Sesto. Ah! la mia colpa 

Non ha difesa. 
Tito. In contraccambio almeno 

D'amicizia lo chiedo. Io non celai 

Alla tua fede i più gelosi arcani; 

Merito ben che Sesto 

Mi fidi un suo segreto. 
Sesto. (Ecco una nuova 

Specie di pena! dispiacere a Tito, 

Vitellia accusar.) 
Tito. Dubiti ancora? 

Ma, Sesto, mi ferisci 

Nel più vivo del cor. Vedi che troppo 

Tu l'amicizia oltraggi 

Con questo diffidar. Pensaci. Appaga 

Il mio giusto desio. 
Sesto. (Ma qual astro splendeva al nascer mio!) 
Tito. E taci? e non rispondi? Ah già che puoi 

Tanto abusar di mia pietà.... 
Sesto, Signore.... 

Sappi dunque.... (Che fo?) 
Tito, Siegui. 



J 



PIETRO METASTASIO. 

Sesto. (Ma (niaii<l > 

Finirò (li penar?) 

Tito. Parla una volta: 

Che mi volevi dir? 

Sesto. Cirio son l'oggett > 

Dell'ira de<;\ì Dei; che la mia sorte 
Non ho più forza a tollerar; ch'io stesso 
Trailitor mi confesso, empio mi chiamo; 
CAì io merito la morte e eh' io la bramo. 

Tito. Sconoscente! e l'avrai: Custodi, il reo 
Toglietemi dinanzi. 

Sesto. Il bacio estremo 

Su quella invitta man.... 

Tito. Parti. 

Sesto, Fia questo 

L' ultimo don. l*er questo solo istante 
Ricordati, signor, l'amor primiero. 

Tito. Parti ; non è più tempo. . 

Sesto. È vero, è vero. 

Vo disperato a morte ; 
Né perdo già costanza 
A vista del morir. 

Funesta la mia sorte 
La sola rimembranza 
Ch'io ti potei tradir, (parte) 

Tito. E dove mai s' intese 

Più contumace infedeltà! Poteva 

Il più tenero padre un tìglio reo 

Trattar con più dolcezza? Anche innocente 

D'ogni altro error, saria di vita indegno 

Per questo sol. Deggio alla mia negletta 

Disprezzata clemenza una vendetta. 

Vendetta! Ah Tito! e tu sarai capace 

D' un s'i basso desio, che rende eguale 

L'offeso all'offensor? Merita in vero 

Gran lode una vendetta, ove non costi 

Più che il volerla. Il tórre altrui la vita 

È facoltà comune 

Al più vii della terra; il darla è solo 

De' Numi e de' regnanti. Eh! viva.... Invano 

Parlan dunque le leggi? Io, lor custode, 

Le eseguisco così? Di Sesto amico 

Non sa Tito scordarsi? Han pur saputo 

Obbliar d'esser padri e Manlio e Hruto. 

Sieguansi i grandi esempj. Ogni altro affetto 

D'amicizia e pietà taccia per ora. 

Sesto è reo; Sesto mora.... Eccoci alfine 

Su le vie del rigore: eccoci aspersi 

Di cittadino sangue; e s'incomincia 

Dal sangue d'un amico. Or che diranno 



171 



IL. 



172 SECOLO XVIII. 

I posteri di noi? Diran che in Tito 

Si stancò la clemenza, 

Come in Siila e in Augusto 

La crudeltà. Forse diran che troppo 

Rigido io fui; clferan difese al reo 

I natali e l'età; che un primo errore 
Punir non si dovea; che un ramo infermo 
Subito non recide 

Saggio cultor, se a risanarlo invano 
Molto pria non sudò; che Tito alfine 
Era r offeso; e che le proprie offese, 
Senza ingiuria del giusto, 
Ben poteva obbliar.... Ma dunque io faccio 
Si gran forza al mio cor? Né almen sicuro 
Sarò ch'altri m'approvi? Ahi non si lasci 

II solito cammin. Viva l'amico, 

Benché infedele ; e se accusarmi il mondo 

Vuol pur di qualche errore, 

M'accusi di pietà, non di rigore. 

Publio. 
Publio. Cesare. 

Tito. Andiamo 

Al popolo che attende. 
Publio. E Sesto? 

Tito. E Sesto 

Venga all'arena ancor. 
Publio. Dunque il suo fato.... 

Tito. Sì, Publio, é già deciso. 
Publio. (0 sventurato!) 

Tutto è stabilito per la morte di Sesto: Vitellia intanto è tor- 
mentata dai più atroci rimorsi, e vuol gettarsi ai piedi di Tito e 
scoprir tutto. La scena rappresenta l'atrio dell'anfiteatro, ove i 
rei saranno dati alle fiere: il coro ringrazia gli Dei di aver sal- 
vato Tito. Invano Servilia implora la vita del fratello, che Tito le 
risponde il suo destino esser deciso: ma Vitellia gli scopre il 
vero, dicendo come è stata trascinata al delitto, e perchè vi ha 
preso parte Sesto (se. 13*). 

Tito. E quanti mai, 

Quanti siete a tradirmi? 



Ma che giorno è mai questo! Al punto istesso 

Che assolvo un reo, ne scopro un altro! E quando 

Troverò, giusti Numi, 

Un'anima fedel? Congiuran gli astri, 

Cred'io, per obbligarmi a mio dispetto 

A diventar crudel. No, non avranno 

Questo trionfo. A sostener la gara 

Già s'impegnò la mia virtù. Vediamo 



PIETRO METASTASIO. 173 

Se più costante sia 

L'altrui perfidia o la clemenza mia. 

Olà, Sesto si sciolga; abbian di nuovo 

Lentulo e i suoi seguaci 

E vita e libertà. Sia noto a Roma 

Ch'io son ristesso, e ch'io 

Tutto so, tutti assolvo e tutto oblio. 

VitoHia sposa Sesto perdonato, Servilia Aniiio. Il coro ripete 
le Iodi dell' imperatore. 

Coro. Che del Ciel, che degli Dei 

Tu il pensier, l'amor tu sei, 
Grand' eroe, nel giro angusto 
Si mostrò di questo dì. 

Ma cagion di meraviglia 
Non è già, felice Augusto, 
Che gli Dei chi lor somiglia 
Custodiscano così. 

Amor di patria di Temistocle. 

Serse. Il segno a me del militare impero 

Fa' che si rechi. 
Lisimaco. (A qual funesto impiego, 

Amico, il Ciel mi destinò! Con quanto 

Rossor....) 
Temisi. (Di che arrossisci? Io non confondo 

L'amico e il cittadin. La patria è un Nume, 

A cui sacrificar tutto è permesso ; 

Anch'io nel caso tuo farei ristesse.) 
Serse. Temistocle, t' appressa. In un raccolta 

Ecco de' miei guerrieri 

La più gran parte e la miglior; non manca 

A tante squadre ormai 

Che un degno condottieri tu lo sarai. 

Prendi: con questo scettro arbitro e duce 

Di lor ti eleggo. In vece, mia punisci, 

Premia, pugna, trionfa. È a te fidato 

L'onor di Serse e della Persia il fato. 
Lisim. (Dunque il re mi deluse, 

Aspasia lo placò.) 
Temisi. Del grado illustre, 

Monarca eccelso, a cui mi veggo eletto, 

In tua virtù sicuro. 

Il peso accetto e fedeltà ti giuro. 

Faccian gli Dei che meco 

A militar per te venga Fortuna; 

se sventura alcuna 

Minacciasser le stelle, unico oggetto 



1. 



174 SECOLO XVIII. 

Temistocle ne sia. Vincan le squadre, 

Perisca il condottiero; a te ritorni 

Di lauri poi, non di cipressi cinto 

Fra Tarmi vincitrici il duce estinto. 
Lisim. In questa guisa, o Serse, 

Temistocle consegni? 
Serse. Io sol giurai 

Di rimandarlo in Grecia. Odi se adempio 

Le mie promesse. Invitto duce, io voglio 

Punito alfln queir insolente orgoglio. 

Va': l'impresa d'Egitto 

Basta ogni altro a compir: va' del mio sdegno 

Portatore alla Grecia. Ardi, ruina, 

Distruggi, abbatti e fa' che senta il peso 

Delle nostre catene 

Tebe, Sparta, Corinto, Argo ed Atene. 
Temisi. (Or son perduto.) 

Lisim. E ad ascoltar m'inviti.... 

Seì^se. Non più : vanne, e riporta ] 

Sì gran novella a' tuoi. Di'lor qual torna ; 

L'esule in Grecia, e quai compagni ei guida. 
Lisim. (0 patria sventurata ! oh Aspasia infida!) 
Temisi. (Io traditor?) 
Seì^se. Duce, che pensi? 

Temisi. Ah! cambia 

Cenno, mio re. V è tanto mondo ancora 

Da soggiogar. 
Serse. Se della Grecia avversa 

Pria l'ardir non confondo, 

Nulla mi cai d'aver soggetto il mondo. 
Temisi. Rifletti.... 
Serse. È stabilita 

Di già l'impresa; e chi si oppon, m'irrita. 
Temisi. Dunque eleggi altro duce. 
Serse. Perchè? 
Temisi. Dell'armi Perse 

10 depongo l' impero al pie di Serse. 
Serse. Come! 
Temisi. E vuoi ch'io divenga 

11 distruttor delle paterne mura? 
No, tanto non potrà la mia sventura. 

Sebasie. (Che ardir!) 

Serse. Non è più Atene, è questa reggia 

La patria tua: quella t'insidia, e questa 

T' accoglie, ti difende e ti sostiene. 
Temisi. Mi difenda chi vuol, nacqui in Atene. 

È istinto di natura 

L'amor del patrio nido. Amano anch'esse 

Le spelonche natie le fiere istesse. 
Serse. (Ah! d'ira avvampo.) Ah! dunque Atene ancora 



PIETRO METASTASIO. 175 

Ti star nel cor! IMa che tanto ami in lei? 
Temisi. Tutto, signor; le ceneri degli avi, 

Le sacre leggi, i tutelari Numi. 

La favella, i costumi. 

Il sudor che mi costa. 

Lo splendor che no trassi. 

L'aria, i tronchi, il terren, le mura, i sassi. 
Serse. Ingrato! E in l'accia mia 

Vanti con tanto fasto 

Un amor che m'oltraggia? 
Temisi. Io son.... 

Seì'se, Tu sei 

Dunque ancor mio nemico. Invan tentai 

Co'benofizj miei.... 
Temisi. Questi mi stanno, 

E a caratteri eterni. 

Tutti impressi nel cor. Serse m'additi 

Altri nemici sui ; 

Ecco il mio sangue, il verserò per lui. 

Ma della patria a' danni 

Se pretendi obbligar gli sdegni miei, 

Serse, t' inganni : io morirò per lei. 
Serse. Non più; pensa e risolvi. Esser non lice 

Di Serse amico e difensor d'Atene; 

Scegli qual vuoi. 
Temisi. Sai la mia scelta. 

Serse. Avverti ; 

Del tuo destin decide 

Questo momento. 
Temisi. 11 so pur troppo. 

Serse. Irriti 

Chi può farti infelice. 
Temisi. Ma non ribelle. 
Serse, Il viver tuo mi devi. 

Temisi. Non Toner mio. 
Serse. T'odia la Grecia. 

Temisi. Io l'amo. 

Serse. (Che insulto, oh Dei!) Questa mercede ottiene 

Dunque Serse da te? 
Temisi. Nacqui in Atene. 

Serse. (Più frenarmi non posso.) Ah ! queir ingrato 

Toglietemi dinanzi ; 

Serbatelo al castigo. E pur vedremo 

Forse tremar questo coraggio invitto. 
Temisi. Non è timor dove non è delitto. 
Serberò fra' ceppi ancora 
Questa fronte ognor serena: 
È la colpa, e non la pena. 
Che può farmi impallidir. 

Reo son io ; convien eh* io mora. 



17G SECOLO xviir. 

Se la fede error s'appella; 
Ma per colpa cosi bella 
Son superbo eli morir. 

(Dal Temihtode, atto II, scena VII o VIII.j 

La virtù di Regolo. 

Amile. Di Cartago il Senato, 

Bramoso di depor V armi temute, 

Al Senato di Roma invia salute ; 

E se Roma desia 

Anche pace da lui, pace gì' invia. 
Manlio. Siedi ed esponi. E tu V antica sede, 

Regolo^ vieni ad occupar. 
Regolo. iMa questi 

Chi sono? 
Manlio. I padri. 

Regolo. E tu chi sei? 

Manlio. Conosci 

Il console si poco? 
Regolo. E fra il console e i padri un servo ha lo3o? 
Manlio» No ; ma Roma si scorda 

Il rigor di sue leggi 

Per te, cui dee cento conquiste e cento. 
Regolo. Se Roma se ne scorda, io gliel rammento. 
Manlio. (Più rigida virtù chi vide mai ?) 
Publio. Né Publio sederà. 
Regolo. Publio, che fai? 

Publio. Compisco il mio dover : sorger degg' io 

Dove il padre non siede. 
Regolo. Ah tanto in Roma 

Son cambiati 1 costumi! Il rammentarsi 

Fra le pubbliche cure 

D' un privato dover, pria che tragitto 

In Africa io facessi, era delitto. 
Publio. Ma.... 
Regolo. Siedi, Publio; e ad occupar quel loco 

Più degnamente attendi. 
Publio. Il mio rispetto 

Innanzi al padre è naturale istinto. 
Regolo. Il tuo padre mori quando fu vinto. 
Manlio. Parla, Amilcare, ormai. 
Amile. Cartago elesse 

Regolo a farvi noto il suo desio. 

Ciò eh' ei dirà, dice Cartago ed io. 
Manlio. Dunque Regolo parli. 
Amile, Or ti rammenta 

Che, se nulla otterrai, 

Giurasti.... 
Regolo. Io compirò quanto giurai. 



PIETRO METASTASIO. 



177 



Amile. 
Publio. 
Maìtlio, 
Regolo. 



Manlio, 
Regolo, 

Amile. 
Regolo. 
Publio. 
Regolo, 



Manlio. (Ui lui si tratta: oh conio 

Parlar saprà !) 
IHiblio. (Numi di lionia, ali voi 

Inspirate eloiiuenza a'ialjbri suoi!) 
Regolo. La nemica Cartaio, 

A patto che sia suo quant'or possiede, 

Pace, o padri coscritti, a voi richiede. 

Se pace non si vuol, brama che almeno 

De' vostri e suoi prigioni 

Termini un cambio il doloroso esiglio. 

Ricusar T una e l'altro è il mio consiglio. 

(Come !) 

(Ahimè!) 

(Son di sasso.) 

Io della pace 

I danni a dimostrar non mi affatico; 
Se tanto la desia, tome il nemico. 
Ma il cambio? 

Il cambio asconde 
Frode per voi più perigliosa assai. 
Regolo? 

Io compirò quanto giurai. 
(Numi! il padre si perde.) 

Il cambio ofTerto 
Mille danni ravvolge; 
Ma l'esempio è il peggior. L'onor di Roma, 

II valor, la costanza, 

La virtù militar, padri, è finita, 

Se ha speni« il vii di libertà, di vita. 

Qual prò che torni a Roma 

Chi a Roma porterà Torme sul tergo 

Della sferza servii!* chi Tarmi ancora 

Di sangue ostil digiune 

Vivo depose, e per timor di morte 

Del vincitor lo scherno 

SoITrir si elesse? oh vituperio eterno! 

Manlio. ^\^ pur dannoso il cambio: 
A compensarne i danni 
Basta Regolo sol. 

Regolo. Manlio, t'inganni: 

Regolo è pur mortai. Sento ancor io 
L'ingiurie dell' etade. Utile a Roma 
Già poco esser potrei ; molto a Cartago 
Ben lo saria la gioventù feroce, 
Che per me rendereste. Ah! si gran fidilo 
Da voi non si commetta. Ebbe il migliore 
De' miei giorni la patria, abbia il nemico 
L' inutil resto. Il vii trionfo ottenga 
Di vedermi spirar; ma vegga insieme 
Che ne trionfa invano, 



IV. 



12 



178 SECOLO XVIII. 

Che di Regoli abbonda il suol romano. 

Manlio. (Oh inudita costanza!) 

Publio, (Oh coraggio funesto!) 

Amile. (Che nuovo a me strano linguaggio è questo!) 

Manlio. V util non già dell'opre nostre oggetto, 

Ma l'onesto esser dee; né onesto a Roma 
L'esser ingrata a un cittadin saria. 

Regolo. Vuol Roma essermi grata? ecco la via. 
Questi barbari, o padri, 
M' han creduto sì vii, che per timore 

10 venissi a tradirvi. Ah! questo oltraggio 
D'ogni strazio sofferto è più inumano. 
Vendicatemi, o padri; io fui Romano. 
Armatevi, correte 

A sveller da' lor tempj 

L'aquile prigioniere. In fin che oppressa 

L' emula sia, non deponete il brando. 

Fate eh' io là tornando 

Legga il terror dell' ire vostre in fronte 

A' carnefici miei ; che lieto io mora 

Neir osservar fra' miei respiri estremi 

Come al nome di Roma Africa tremi. 

Amile. (La meraviglia agghiaccia 
Gli sdegni miei.) 

Publio. (Nessun risponde? Dio! 

Mi trema il cor.) 

Manlio. Domanda 

Più maturo consiglio 
Dubbio sì grande. A respirar dal nostro 
Giusto stupor spazio bisogna. In breve 

11 voler del Senato 

Tu, Amilcare, saprai. Noi, padri, andiamo 

L'assistenza de' Numi 

Pria di tutto a implorar. 
Regolo. V è dubbio ancora ? 

Manlio. Sì, Regolo: io non veggo 

Se periglio maggiore 

È il non piegar del tuo consiglio al peso, 

O se maggior periglio 

È il perder chi sa dar si gran consiglio. 

Publio. Ah! di te stesso, 

Signore, abbi pietà! 
Regolo. Publio, tu stimi 

Dunque un furore il mio? Credi ch'io solo 

Fra ciò che vive, odii me stesso? Oh quanto 

T'inganni! Al par d'ogni altro 

Bramo il mio ben, fuggo il mio mal. Ma questo 

Trovo sol nella colpa, e quello io trovo 

Nella sola virtù. Colpa sarebbe 



À 



PIETRO METASTASIO. 



179 



Della patria col danno 
Ricuperar la libertà smarrita; 
Onci' è mio mal la libertà, la vita: 
Virtù col proprio san<,nie 
È della patria assicurar la sorte; 
Ond' è mio ben la servitù, la morte. 
Publio. Pur la patria non è.... 

Regolo. i>a patria ò un tutto, 

Di cui Siam parti. Al cittadino è l'alio 
Considerar se stesso 
Separato da lei. L' utile o il danno 
Cir ei conoscer dee solo, è ciò che giova, 
nuoce alla sua patria, a cui di tutto 
È debitor. Quando i sudori e il sangue 
Sparge per lei, nulla del proprio ei dona: 
Rende sol ciò che n'ebbe. Essa il produsse, 
L'educò, lo nudrì. Con le sue leggi 
Dagl'insulti domestici il difende, 
Dagli esterni con l'armi. Ella gli presta 
Nome, grado ed onor; ne premia il merto; 
Ne vendica le olTcse ; e madre amante 
A fabbricar s'alVanna 
La sua felicità, per quanto lice 
Al destin de' mortali esser felice. 
Han tanti doni, ò vero, 
Il peso lor. Chi ne ricusa il peso, 
Rinunci al benefizio; a far si vada 
D' inospite foreste 
Mendico abitatore: e là, di poche 
Misere ghiande e d'un covil contento, 
Viva libero e solo a suo talento. 

Publio. Adoro i detti tuoi. L'alma convinci, 
Ma il cor non persuadi. Ad ubbidirti 
La natura repugna. Alttn son tiglio, 
Non lo posso obbliar. 

Regolo. Scusa infelice 

Per chi nacque romano. Erano padri 
Bruto, Manlio, Virginio.... 

Publio. È ver; ma questa 

Troppo eroica costanza 
Sol fra' padri restò. Figlio non vanta 
Roma linor, che a procurar giungesse 
Del genitor lo scempio. 

Regolo. Dunque aspira all' onor del primo esempio. 
Va'. 

Publio. Deh!... 

Regolo. Non più. Della mia sorte attendo 

La notizia da te. 

Publio. Troppo pretendi, 

Troppo, signor. 



180 SECOLO XVIIT. 

Regolo. Mi vuoi straniero o padre? 

Se stranier, non posporre 

1/ util (li Roma al mio: se padre, il cenno 

Rispetta e parti. 
Publio. Ali se mirar potessi 

I moti del cor mio, rigido mena 

Forse con me saresti. 
Regolo. Or dal tuo core 

Prove io vo' di costanza, e non d'amore. 

{DùXV Au'ilio Regolo, atto I, scena VII; II, scena I.) 



La libertà. 

A Nice. 

Grazie agi' inganni tuoi, 
Alfin respiro, o Nice; 
Alfin d'un infelice 
Ebber gli Dei pietà; 

Sento da' lacci suoi 
Sento che l'alma è sciolta; 
Non sogno questa volta, 
Non sogno libertà. 

]\Iancò r antico ardore, 
E son tranquillo a segno 
Che in me non trova sdegno 
Per mascherarsi Amor. 

Non cangio più colore, 
Quando il tuo nome ascolto : 
Quando ti miro in volto, 
Più non mi batte il cor. 

Sogno, ma te non miro 
Sempre ne' sogni miei: 
Mi desto, e tu non sei 
Il primo mio pensier. 

Lungi da te m'aggiro 
Senza bramarti mai: 
Son teco e non mi fai 
Né pena né piacer. 

Di tua beltà ragiono. 
Né intenerir mi sento; 
I torti miei rammento, 
E non mi so sdegnar. 

Confuso più non sono 
Quando mi vieni appresso: 
Col mio rivale istesso 
Posso di te parlar. 

Volgimi il guardo altero, 
Parlami in volto umano; 



PIETRO METASTASIO. 181 

Il tuo disprezzo è vano, 

È vano il tuo favor; 

Clio più r usato impero 

Quei labbri in me non hanno; 

Quegli occhi più non sanno 
La via di questo cor. 
Quel che or m'alletta o spiane, 

Se lieto mesto or sono, 

Gi;\ non è più tuo dono, 

Già colpa tua non è; 
Ghe senza te mi piace 

La selva il colle il prato: 

Ogni soggiorno ingrato 

M'annoia ancor con te. 
Odi s'io son sincero: 

Ancor mi sembri bella, 

Ma non mi sembri (inolia 

Che paragon non ha; 

K (non t'ofl'enda il vero) 

Nel tuo leggiadro aspetto 

Or vedo alcun diletto 

Che mi parca beltà. 
Quando lo strai spezzai 

(Confesso il mio rossore), 

Spezzar m'intese il coro. 

Mi parve di morir. 

Ma, per uscir di guai, 

Per non vedersi oppresso. 

Per racquistar se stesso. 

Tutto si può sollrir. 
Kel visco, in cui s'avvenne 

Queir augcllin talora, 

Lascia le penne ancora. 

Ma torna in libertà; 
Poi le perdute penne 

In pochi di rinnova; 

Cauto divion per prova 

Nò più tradir si fa. 
So che non credi estinto 

In me l'incendio antico, 

Perchè sì spesso il dico. 

Perchè tacer non so : 
Quel naturale istinto, 

Nice, a parlar mi spru:i;i, 

Per cui ciascun ragiona 

De" rischi che passò. 
Dopo il crudel cimento 

Narra i passati sdegni, 

Di suo ferite i segni 

Mosti'a il guerricr cosi. 



182 SECOLO XVIII. 

Mostra cosi contento 
Schiavo che uscì di pena 
La barbara catena 
Che strascinava un di. 
Parlo, ma sol jjarlando 
Me soddisfar procuro; 
Parlo, ma nulla io curo 
Che tu mi presti fé; 

Parlo, ma non dimando 
Se approvi i detti miei 
Né se tranquilla sei 
Nel ragionar di me. 
Io lascio un incostante: 
Tu perdi un cor sincero: 
Non so di noi primiero 
Chi s'abbia a consolar. 

So che un si fido amante 
Non troverà più Nice; 
Che un'altra ingannatrice 
È facile a trovar. 

Le Unità di luogo e di tempo. — Alcuni illustri moderni 
critici, ma non illustri poeti, confondono le copie con le 
imitazioni, ed il vero col verisimile; e supponendo perciò 
falsamente che debbano, come nelle copie, conservarsi esat- 
tamente nelle imitazioni ancora tutte le circostanze del 
vero, hanno autorevolmente deciso: che il tempo» che può 
figuì^arsi scorso in tutto il tratto d'una favola, non debba 
punto eccedere lo. misura di quello che se ne impiega nella 
rappresentazione ; canone che fra tutti gì' innumerabili 
eventi umani non lascerebbe a' poveri poeti altri soggetti 
da scegliere, se non se quelli rarissimi, de' quali tutti gli 
avvenimenti produttori della catastrofe potessero soffrirsi 
ristretti nelle angustie di tre o quattr'ore di tempo ; canone 
che da Eschilo sino a Cornelio non ha sognato mai di proporsi 
verun insigne drammatico; e canone finalmente dallo stesso 
infallibile loro Aristotile, che assegna al tempo da sup- 
porsi in una azione tutto un periodo di sole, limpidamente 
riprovato. 

Per esser convinto che mai non han sognato i greci 
d'esser soggetti nelle loro imitazioni drammatiche a cotesta 
novellamente immaginata, impraticabile misura di tempo, 
basta aprirli quasi a caso dovunque si voglia, e nelle Eu- 
menidi di Eschilo, x\q\V Agamennone dello stesso e nelle 
Trachinie di Sofocle, nell' Andromaca d' Euripide e nel- 
VEdipo Colonèo di Sofocle e xìqW Ippolito d'Euripide; e 
con tanta frequenza altrove non meno nel comico, che nel 
tragico greco e latino teatro, che il volerli qui tutti ram- 
mentare sarebbe cura inutile, pedantesca e noiosa 

Sicché, secondo la pratica de' greci drammatici, il tempo 



PIETRO METASTASIO. 183 

(Iella rappresentazione non è misura di quello che li poeta 
può supporre impiegato nel corso della sua favola. 

Non lo ò molto meno secondo il parer d'Aristotile. 
Poiché questo tìlosofo con chiarezza, non frequentemente 
usata da lui, lucidamente asserisce, che la tragedia pro^ 
cura AL POSSIBILE di contenersi in un solo (jiro di sole, 
o di poco trascorrerlo. Non si sono mai impiegate venti- 
fiuattr'oro nella rappresentazione d'una sola tragedia, se 
non se sui teatri della Cina; dunque, secondo l' asserzione 
del gran maestro di color che sanno, quello della rappre- 
sentazione non è regola del tempo che si può supporre in 
un dramma. K degna di compassione, e ([ualche volta di 
riso, la tormentosa, ma inutile tortura che danno i critici 
al loro ingegno per torcere ed oscurare cotesto limpidis- 
simo passaggio d'Aristotile, parendo loro che distrugga il 
verisimile che dee trovarsi in ogni imitazione. Non posson 
essi, o non vogliono intendere, che son cose molto diverse 
il verisimile ed il vero: che quello si chiama il verisimile 
e non il vero appunto perché gli manca qualche circo- 
stanza di questo: che, se nessuna gliene mancasse, diver- 
rebbe il vero medesimo : Q <i\\(i il poeta imitatore, obbligato 
a far cose verisimili, ma non a riprodurre l'istesso vero, 
non ha minore arbitrio di trascurarne qualche circostanza, 
di quello che ne ha lo statuario, eccellentissimo imitatore, 
ancorché sempre il vero trascuri, rispetto al colorito ed 
alla lucida trasparenza degli occhi. 

('otesta COSI rigida dunque unità di tempo ridotta a 
quello della rappresentazione, e tanto modernamente rac- 
comandata, non é richiesta né dalla pratica degli scrittori 
più illustri, nò dall'autorità de' maestri più venerati, né 
dalla natura del verisimile. Pure, avendo assegnato Ari- 
stotile alcuno, benché più largo, circuito al tempo della 
tragedia, io credo che il savio tìlosofo abbia considerato 
che, se non é obbligato il poeta della legge del verisi- 
mile a stringersi in angustie impraticabili, é consigliato 
dalla prudenza a non abusar della facoltà d'immaginare, 
che può promettersi negli spettatori. Cotesta facoltà si 
stanca, si scema e si disperde nell'intinito; e tutto sembra 
necessariamente intìnito, quello di cui non si vede alcun 
termine. L'assioma é dello stesso Aristotile nel venticin- 
quesimo de' suoi problemi alla sezione quinta: dunque è 
necessario che paia in qualche maniera infinito tutto ciò 
che 7ion apparisce determinato. 

Il termine di un giro di sole, che assegna Aristotile al 
corso d'una tragedia, mi ha dimostrato l'esperienza che 
accorda abbastanza il comodo della fantasia degli spettatori 
e de' poeti. E su questa norma, sostenuta dall'autorità e 
dalla ragione, ho creduto sempre il poter regolar, senza 
giusto rimprovero, tutti i miei drammatici lavori. Ma per 
evitar le contese che invincibilmente abborrisco, ho sempre 



184 SECOLO XVIII. 

per altro con somma cura procurato che quella porzione 
del tempo da me no' miei drammi supposto, la quale tra- 
scendesse per avventura quello delia rappresentazione, po- 
tesse dallo spettatore figurarsi passata in quegl' intervalli, 
ne' quali fra l'uno e l'altro gruppo di scene annodate in- 
sieme, il teatro rimane allatto vuoto d'attori, e presenta ai 
riguardanti 1' appar-enza di un nuovo sito. Ciascun di cotesti 
gruppi è un'azione separata, ma subalterna, che conduce 
alla principale. Or siccome un pittore che volesse rappre- 
sentar la morte di Didone con le antecedenti circostanze 
che la cagionano, non essendogli permesso dalla natura del- 
l'arte sua il poterle esprimere in un quadro solo, sarebbe 
ben degno di lode se le esprimesse in diversi, presentando 
successivamente in uno, per cagion d'esempio, l'arrivo 
d'Enea in Cartagine, in un altro la cena, nel terzo la caccia, 
nel quarto gl'inutili sforzi della regina per non essere ab- 
bandonata, e finalmente nell'ultimo la disperata sua morte; 
perchè sarebbe mai degno di biasimo un poeta che presen- 
tasse a' suoi spettatori successivamente in diversi gruppi, 
come in diversi quadri, le diverse azioni, senza le quali non 
sarebbe verisimile la principale? Ogni nuovo quadro, essendo 
circoscritto e distinto, senza violare qualunque più sofistica 
regola, può supporre altro tempo ed altro luogo. Non si sup- 
poneva fra gli antichi, quando sul palco medesimo dopo un 
tragico si rappresentava immediatamente un dramma sati- 
rico? E non si suppone a" dì nostri, quando dopo una severa 
tragedia, immediatamente si rappresenta una farsa giocosa ? 

Ma il molto più che ardito d'Aubignac ha ben contraria 
sentenza: e con quel magistrale impero, di cui si è egli di 
propria autorità arrogato il possesso, ci oppone come ar- 
gine insuperabile il terzo suo canone della immutabilità del 
luogo ; e sdegnosamente dimanda a' poveri poeti dramma- 
tici, da chi mai sieno essi stati investiti della magica fa- 
coltà che bisogna per trasformare in gabinetto o giardino, 
nel corso d' un istesso dramma, quella istessa porzione 
del parco che al primo aprirsi della tenda era portico o 
piazza ? 

Quando ancora esistesse l'immaginario bisogno di cotesta 
magica, trasformatrice facoltà, risponderebbero prontamente 
i poeti, che ne sono essi stati investiti dalla natura del com- 
ponimento, dalla concorde pratica di ventitré secoli in circa; 
e che cotesta magica facoltà, della quale essi fanno uso nel 
corso d'un dramma, è quella istessa istessissima, della quale 
si valgono da bel principio, senza che né pure il loro rigido 
riformatore medesimo se ne risenta, quando su l'incomin- 
ciar d' una rappresentazione drammatica, han trasformato 
le tavole d'un teatro di Parigi o di Londra in un portico 
o in una piazza o di Tebe o d'Atene. 

Ma le tavole che formano ne' teatri un palco di trenta 
quaranta piedi di latitùdine, non si trasformano immuta- 



PIETRO METASTASIO. 185 

biliiHiiic iiir api irsi della scena nella piazza di Tebe o nel 
tempio di Uello, come decisivamente d'Aubignac asserisce ; 
esse l'imanj^ono senipre quelle tavole modosime che furono 
destinate dal le'^najuolo a sostenervi diversi quadri, che vuole 
esporvi sopra, l'un dopo l'altro, il poeta; e cotesti quadri 
diversi non solo non guastano, ma rendono assai più intera 
e compiuta l'azione, che sarebbe tronca altrimenti e man- 
chevole de' più necessarj suoi membri: e, meiliante cotesta 
diversità, decisa dai sopra spiegati intervalli, evita ogni su- 
perstizioso inciampo di tempo, di luogo,ed acquistalo scrittore 
il comodo, che non avrebbe, di metterne in vista le più belle, le 
più interessanti e le più dilettevoli circostanze ; le quali sono 
l'unico, il vero e l'importante oggetto della curiosità degli 
spettatori, e non già la premura gratuitamente supposta, 
che sia sempre superstiziosamente conservata la ridicola 
immutabilità della prima magica trasformazione delle tavole 
d' un teatro. La divisione istessa de' greci drammi in cin- 
(lue parti, dette Actns, a noi, se non da' primi autori, da 
ben anticlii grammatici certamente trasmessa, prova col 
nome medesimo ad esse parti assegnato, che sempre l'azione 
d'un dramma si è considerata composta di varie altre azioni 
subalterne, fra di loro distinte, alle quali, unicamente pei* 
non confonderle con la principale, si è dato il nome di Actus 
e non di Actiones, benché non abbian queste due voci si- 
gniticazione diversa. Confesso per altro ingenuamente an- 
ch' io, che cotesto divisioni si trovan fatte per lo più con 
cosi poca intelligenza, che giungono talvolta a dividere l'in- 
divisibile, e dimostrano convincentemente che gli inventori 
delle medesime eran grammatici e non poeti. Ma la loro 
inesperienza teatrale non distrugge la prova, che ci som- 
ministrano della pubblica antica opinione, intorno alle varie 
e distinte azioni che possono essere in una sola comprese ; 
e che presentate dal poeta agli spettatori in diversi (juadri, 
analoghi bens'i l'uno all'altro, ma tìsicamente l'un dall'altro, 
per gl'intervalli, distinti, non possono esser obbligati nò pur 
dal solìstico rigorismo a .conservar tutti sempre il tempo 
istesso e ristesse luogo. È circostanza ben degna d'osser- 
vazione, che appunto in questa terza unità locale che tanto 
d'Aubignac inculca, e che più rigorosamente d'ogni altra i 
moderni legislatori prescrivono, si trovano essi abbandonati 
allatto dall'autorità di Aristotile. Non ne ha questo filosofo 
nò in tutta la sua Poetica nò altrove, assolutamente mai 
fatta la minima menzione ; anzi non ne ha pur mai osservata, 
non che condannata, la mancanza ne' drammatici de' tempi 
suoi, i quali visibilmente le trascurano, sino a trasportar la 
scena da una in un'altra città. Se dunciue cotesta metafisica 
immutabilità di luogo nelle imitazioni teatrali non è pre- 
scritta dall' autorità degli antichi maestri, non introdotta 
dalla pratica de'greci drammatici, non secondata dal consenso 
d'alcuno de' più celebri poeti, che fanno il maggiore orna- 



18G SECOLO XVIII. 

mento del moderno teatro, non richiesta da veruno spetta- 
tore, che non sia sedotto dai moderni sofismi ; se restringe 
intollerabilmcjite il numero de' fatti rappresentabili ; se ob- 
bliga gli attori a situazioni indecenti ed inverisimili ; se, por 
l'indispensabile necessità d'informar gli spettatori di r4uelIo 
che non può loro con l'azione dimostrarsi, trasforma il dram- 
matico in poema narrativo, e se dalla natura dell' imita- 
zione e del verisi'inile non è in conto alcuno richiesto; che 
voglion dir mai tutte cotesto grida autorevoli, che con tanto 
fervore incessantemente T inculcano? E che le lepide, ma- 
gistrali irrisioni, con le quali le nostre povere mutazioni di 
scena son dall' eletta schiera de' rigoristi con tanta supe- 
riorità disprezzate, benché con diletto vedute? Prestano pur 
queste un comodo ed opportuno soccorso alla fantasia dello 
spettatore ; rendono pur queste molto più verisimili e le 
subalterne azioni e le principali, presentandole ne' luoghi, 
dove debbono naturalmente succedere ; arricchiscono pur 
queste la decorazione teatrale de' più rari incantesimi della 
squadra e del pennello, e formano esse finalmente un utile, 
vago, ingegnoso, e da tutti universalmente applaudito e som- 
mamente desiderato spettacolo. Non sono, è vero, tant* oltre 
giunti gli antichi, rispetto a' cambiamenti delle scene, quanto 
a noi è riuscito di giungere; forse perchè l'enorme vastità 
de' loro immensi e scoperti teatri non poteva naturalmente 
secondar l'industria degli architetti, sino al segno che può 
ora secondarla la limitata misura de' nostri, tanto più an- 
gusti e coperti, e non illuminati dalla chiara luce del sole, 

ma da faci notturne tanto più favorevoli alle illusioni 

Ma qualunque sia stata la cagione, per cui non han fatto 
gli antichi tutto queir uso che facciam noi delle mutazioni 
di scena, è per altro certo e patente che non hanno essi 
punto dissimulato il desiderio ed il bisogno d'averle. Ne 
fanno ben fede le loro scene ductiles et versiles, da Servio 
e da Vitruvio e da mille altri rammentate, e da Virgilio 
nel III Lib. delle Geologiche al verso 24 chiaramente ac- 
cennate ; 

Come, al girar de' varj suoi prospetti, 
Fugga una scena : 

con le quali potevano almeno cambiare il genere della de- 
corazione da tragico, per cagion d'esempio, in comico o in 
pastorale ; e forse si valevano talvolta di questi cambia- 
menti nel corso ancora d'un dramma medesimo, purché non 
dovesse rappresentarsi o camera o sala o altro luogo co- 
perto, impossibile ad esprimersi in un immenso ed affatto 
scoperto teatro. Favoriscono questa conghiettura le figure, 
delle quali è in ogni scena fornito l'elegante manoscritto 
delle commedie di Terenzio, che si conserva nella Biblio- 
teca Vaticana {x)liit. 51, n. 3868), al quale attribuisce Sponio 
oltre mille anni di antichità. Furono queste fedelmente in- 



I 



PIETRO METASTASIO. 187 

tagliate in ramo, o pubblicato con la versione delle com- 
medie suddette dall'eruditissimo monsi^Mior Fortiguerra,data 
alle stampe dal Mainardi in Urbino, l'anno 171^(3. L'antico 
disegnatore ha avuta somma cura d' esprimere diligente- 
mente le maschere, gli abiti e le attitudini degl'istrioni; ma 
trascura affatto di rappresentare (juello che anticamente 
chiamavasi scena, cioè quegli edilicj o pitture, che si ele- 
vavano neir ultimo fondo del palco. Egli del palco accenna 
quella sola porzione più vicina agli spettatori, su la quale 
gli attori recitando passeggiano; e vi accenna talvolta con 
diversi segni i diversi luoghi, ne' quali, a seconda delle 
diverse azioni subalterne, dee lo spetiator figurarsi che 
gli attori si trovino. Neil' Ileaiitontimorumenos (ossia il 
pitmlor di se stesso) si vede nella prima scena il palco 
innanzi ingombrato di cespugli, di picciolo piante, d'un 
giogo e di un fascio di biade : nelle altre seguenti scene 
nulla di ciò più si vede ; ma invece di cotesti rustici og- 
getti, dove una, dove due porte isolate, composte di tre 
soli legni, or chiuse, ora aperte, or guarnite d'una por- 
licra, e quando più verso il mezzo e quando più verso i 
lati del palco. E tutto ciò non per altro, come è visibile, 
immaginato, che per soccorrere la fantasia degli spettatori, 
ed avvertirli quando doveano lìgurarsi che fossero i perso- 
naggi dentro le camere, e quando sul campo, e quando nella 
pubblica strada. Nò ad altro fine eran probabilmente inven- 
tale le exostre, gli encttclemi, e le tante altre macchine tea- 
trali, da Bulengero esattamente rammentate nel Lib. I, 
cap. XVII, del suo libro de T he atro ; ma delle quali per 
altro non intraprenderei di fare una intelligibile descrizione, 
con buona pace e di lui e di Servio e di Polluce e di Snida 
e d'Esichio, che ce ne han trasmessi i nomi, ma non la chiara 
notizia. Sicché l'immutabilitù, della scena non è stata ele- 
zione fra gli antichi, ma visibile necessità prodotta dalla 
enorme vastità de' loro teatri : e saremmo ridicoli se, non 
avendo noi la necessità medesima; mercè l'angustia dei 
teatri nostri, che facilmente si presta a qualunque cambia- 
mento, ci volessimo privare de' vantaggi, ai quali hanno 
essi con tanti imperfetti tentativi inutilmente aspirato. E di- 
verremmo ancor più ridicoli, se per pompa d'erudizione 
eleggessimo di seguirne le autorevoli traccio, adottando 

con discapito i miseri loro ripieghi 

Sopra tutte cotesto considerazioni è fondato il metodo 
da me, rispetto all'unità del luogo, ne' miei componimenti 
teatrali costantemente tenuto. Persuaso che il verisimile non 
obbliga a tutte le circostanze del vero ; convinto che né 
da' greci, nò da' più applauditi drammatici sino a' dì nostri 
sia stata osservata la metalìsica unità di luogo, che or da 
noi si pretende; non avendola trovata prescritta da alcun 
antico maestro ; anzi essendo tacitamente disapprovata da 
Aristotile, il quale e col suo intorno ad essa profondis- 



188 SECOLO XVIII. 

Simo silenzio, e noi non averne condannata la trasgressione 
ne' drammatici de' tempi suoi, e con l'essersi mostrato cosi 
comodo moralista intorno all'unità del tempo, non può esser 
sospetto di rigorismo intorno a quella del luogo; persuaso, 
dico, da tante considerazioni, ho creduto di potermi valere 
in buona coscienza delle nostre mutazioni di scena. Tanto 
più che me ne avea consigliato espressamente l'uso l'immor- 
tale mio maestro, quando io scrissi per suo cornando la tra.- 
gedia del Giustino, che pur troppo si risente delia puerizia 
dello scrittore. Egli è ben vero che, e nelle tragedie e nel 
trattato delia Tragedia, da lui in appresso pubblicato, ei mo- 
strossi d'opinione diversa; ma, non sapendo io figurarmi 
alcun motivo, per cui avess'egli voluto mgarmarmi, nò con- 
facendosi punto al suo, da me ben conosciuto carattere, la 
leggerezza d' un tal cambiamento ; io son portato a credere 
ch'ei dissimulasse in tal guisa i suoi veraci sentimenti, per 
non irritarsi contro, anzi per rendersi benevola la feroce 
numerosissima turba de'promulgatori di cotesta nuova dot- 
trina, che trovavasi appunto allora nella sua più violenta 
fermentazione. 

Ma tutte coteste ragioni sufficientissime a liberarmi dagli 
scrupoli del rigorismo, rispetto all' estensione del luogo, in 
cui possa figurarsi succeduta un' azione teatrale con le sue 
più necessarie circostanze, non mi han fatto però mai de- 
porre la cura di non lasciar fra la nebbia dell'indefinito, né 
la mia fantasia nel tessere una favola, né quella degli spet- 
tatori neir ascoltarla. Onde, siccome sulle tracce di Aristo- 
tele ho assegnato sempre un discreto termine al tempo, 
senza restringermi a quello della mera rappresentazione ; 
così, su la pratica più comune degli antichi e de' moderni più 
applauditi drammatici, ho sempre immaginata una deter- 
minata e ragionevole estensione di luogo, capace di conte- 
nerne diversi, senza obbligarmi all'immutabilità di quella 
special porzione del medesimo, che su trenta o quaranta 
piedi di palco ha potuto, solo al primo aprirsi della scena, 
essere al popolo presentata. Non ardirei già io di trasportar 
mai i miei personaggi, su l'esempio di Aristofane, di terra 
in aria o nei profondi regni di Plutone : né su le tracce di 
Eschilo, dal tempio di Apollo in Delfo a quello di Minerva 
In Atene. Ma credo che il circoscritto spazio d' un campo, 
d'una città o d'una reggia prescriva sufficientemente i ne- 
cessarj limiti all'idea generale d'un luogo, e che contenga 
nel tempo istesso tutti quegli speciali e diversi siti, de' quali 
abbisogna il verisimile delle varie azioni subalterne, che in 
un dramma medesimo ora esigono il segreto d'un gabinetto, 
ora la pubblicità d' una piazza, ora gli orrori d' un carcere, 
or la festiva magnificenza d' una sala reale. Né parmi che 
possa a buona equità chiamarsi moltiplicazione di luogo il 
mostrarne separatamente le parti che lo compongono, quando 
l'angustia d'un palco ed il comodo degli ascoltanti medesimi 



PIETRO METASTASIO. 189 

non permette di presentarlo intero; e se pur come tale me- 
ritasse la taccia d'inverisimile, sarebbe sempre da eleggersi 
nn inverisimile solo, che ne risparmia moltissimi. Se v' ò 
poi linalmente alcuno, che dopo tante dimostrazioni si ostini 
ancora a sostenere cotesta metalisica immutabilitiX; clie as- 
serisca ancora, a dispetto dell'evidenza, che siano stati tutti, 
su (luesto punto, i tragici greci scrupolosissimi rigoristi, o 
(die sia l'autorevole esempio di (juesti inviolabil leggo per 
noi ; usi almeno ancor meco quella indulgenza medesima elio 
pratica con esso loro. Permetta anche a me che io possa 
presentar soli nelle pubbliche piazze (perpetua scena del- 
l' antico teatro) i re, le regine e le vergini reali ; che io 
possa nella pubblica piazza far giacere in letto le regine 
ed i principi infermi; che possa far anch'io clie i miei per- 
sonaggi scelgano eternamente la pubblica piazza per ordir 
le più atroci e le più pericolose congiure, e per far le più 
confidenti, le più segrete e talvolta le più vergognose con- 
fessioni ; e non avran bisogno allora i miei drammi di alcun 
cambiamento di scena, e mi troverò, senza averlo preteso, 
religiosissimo rigorista ancor io. — (UixW Estratto ilelL'Artc 
Poetica d'Aristotile, cap. V in line.) 

Della poesia all'improvviso, lettera al conte Alcjarotti. — 
Mi è stata carissima, come tutto ciò che mi viene da voi, 
l'ultima vostra lettera del 26 dello scorso giugno, cosi per la 
vostra perseveranza nella rinnovata corrispondenza, come 
pel favorevole e conforme giudizio da voi e dal signor Vol- 
taire pronunciato sul mio travestimento del Sorcio d'Orazio. 
Nò me ne ha punto diminuito il piacere il tenero e cri- 
stiano compatimento del mio traduttor francese, sulla parte 
che mi tocca del morbo epidemico della nostra nazione con- 
taminata dalla scabbia de* concetti. (Jrazie al cielo, ch'egli 
ignora i sintomi della mia infermità! S'egli sapesse che io 
non m'avveggo d'averla, dispererebbe afl'atto di mia salute. 
Il falso rende reprensibili i concetti, e io non mi son mai 
pi'oposto che il vero: può darsi che io me ne sia alcuna 
volta innavvedutamente dilungato, ma non può essermi utile 
una correzione in genere, che non mi addita le lucciole prese 
per lanterne. Purché la verità sia il quadro, non v'è poeta 
né greco, né latino, né d'altra qualsivoglia nazione, che non 
si rechi addebito, non che a pregio, l'adornarlo d'una bella 
cornice. È vero che, siccome altre volte i Goti contamina- 
rono la nostra architettura, cosi, dopo la metà del secolo XVI f, 
la nazione che dominava in Italia introdusse nella nostra 
l'arditezza della sua poesia; arditezza che non era ripu- 
gnante alla natura del suo clima, feconda in tempi più re- 
moti de' Seneca, de' Lucani e de' Marziali, e accresciuta poi 
a dismisura dal genio fantastico della letteratura araba, 
cola dagli Africani trasportata e stabilita. K verissimo, che 
s'incominciò allora fi a noi a perder la misura e la propor- 



190 SECOLO XVIII. 

zione delle figure, e, applicati unicamente a far cornici, ci 
dimenticammo di far quadri ; ma questa pianta straniera 
non allignò in guisa nel buon terreno d'Italia, che non vi 
fosse, anche nel tempo ch'essa fioriva, chi procurasse estir- 
parla. Ed è poi palpabile, che da un mezzo secolo in qua, 
non v" è barcaiuolo in Venezia, non fricti cineris emplor 
in Roma, né uomo così idiota nelT ultima Calabria o nel 
centro della Sicilia, che non detesti, che non condanni, che 
non derida questa peste che si chiama fra noi secentismo. 
Onde, quand' io fossi ancor tinto di questa pece, qv od Deus 
omen avertat, non so come il mio traduttore fondi la sua 
compassione sopra un'infermità che la nostra Italia non 
soflre. Ha pur troppo la sventurata di che farsi compian- 
gere senza inventarne i motivi. Io non ho letto ancora co- 
testa traduzione francese delle opere mie, per una certa re- 
prensibile mancanza di curiosità, che si va in me di giorno 
in giorno accrescendo, ma in gran parte ancora per deli- 
catezza di coscienza. Io mi conosco incontentabile in fatto 
di traduzioni, e non ho voluto espormi a divenire ingrato 
a chi mi ha reputato degno di così faticosa applicazione. 
Quando la mia curiosità si aumenti, e i miei scrupoli dimi- 
nuiscano, saprete quanto mi abbia dilettato quella lettura. 
Voi vorreste de' versi fatti da me improvvisamente negli 
anni della mia fanciullezza; ma come appagarvi? Non vi 
niego che un naturai talento, più dell'ordinario adattato 
all'armonia e alle misure, si sia palesato in me più per 
tempo di quello che soglia comunemente accadere, cioè, 
fra'l decimo e undecime anno dell'età mia: che questo strano 
fenomeno abbagliò a segno il mio gran maestro Gravina, 
che mi reputò e mi scelse come terreno degno della coltura 
d' un suo pari: che fino all'anno decimosesto, all'uso di Gor- 
gia Leontino, mi esposi a parlare in versi su qualunque sog- 
getto così d'improvviso, sa Dio come; e che Rolli, Vanini, 
e il cavalier Perfetti, uomini allora già maturi, furono i 
miei contradittori più illustri: che vi fu più volte chi in- 
traprese di scrivere i nostri versi, mentre da noi improv- 
visamente si pronunziavano, ma con poca felicità ; poiché 
(oltre d'esser perduta quell'arte, per la quale a' tempi di 
Marco Tullio era comune alla mano la velocità della voce), 
conveniva molto destramente ingannarci; altrimenti il solo 
sospetto d'untale agguato avrebbe affatto inaridita la no- 
stra vena, e particolarmente la mia. So che, a dispetto di 
tante difficoltà, si sono pure in que' tempi e ritenuti a me- 
moria, e forse scritti da qualche curioso, alcuni de' nostri 
versi; ma sa Dio dove ora saran sepolti, se pure son tut- 
tavia in rerum natura, di che dubito molto. De' miei io 
non ho alcuna reminiscenza, a riserva di quattro terzine, 
che mi scolpì nella memoria Alessandri Guidi, a forza di 
ripeterle per onorarmi. In una numerosa adunanza lettera- 
ria che si tenne in casa di lui, propose egli stesso a Rolli, a 



PIETRO METASTASIO. 191 

Vanirli e a me, per materia delle nostre poetiche improv- 
vise ^'are, i tre diversi stati di Roma, pastorale, militare 
ed ecclesiastico. Rolli scelse il militare, toccò l'ecclesiastico 
a Vanini, e restò a me il pastorale. Dal bel principio Va- 
nini si lagnava che per colpa d'Amore non era più atto 
a far versi; mi asseriscono che io gli dissi: 

Da ragion se consiglio non rifiuti, 
Ben di nuovo udirai nella tua mento 
Risonar que' pensier ch'ora son muti. 

Poco dopo, entrando nella materia: 

Vedi quel pastorel elio nulla or paio? 
Quel de' futuri Cesari e Scipioni 
Foce sarà, come de' fiumi il mare. 

Parlando alla mia greggia: 

Pasci 1 fiori, or clie lice, e l'erbe molli: 
D'altro fecondi in altra età saranno. 
Che sol d'erbe e di fiori, i sette colli. 

E nello stesso conflitto, ma in diverso proposito: 

Sa da so stessa la virtù regnare, 
E non innalza e non dopon la scuro 
Ad arbitro dell'aura popolare. 

Questi lampi, ne' quali hanno la maggior parte del me- 
rito il caso, la necessità, la misura e la rima, e ne' quali 
si riconosce forse troppo lo studio de' poeti latini non ri- 
dotto ancora a perfetto nutrimento, sa Dio fra quante pue- 
rilitìi uscivano inviluppati. Buon per me, che il tempo non 
mi ha lasciati materiali onde tradir me medesimo; temo 
che la passione di compiacervi avrebbe superato quella di 
risparmiare il mio credito. Or, per terminare il racconto, 
(juesto mestiere mi divenne e grave e dannoso; grave per- 
chè, forzato dalle continue autorevoli richieste, mi con- 
veniva correre quasi tutti i dì, e talora due volte nel 
giorno istesso, ora ad appagare il capriccio d'una dama, ora 
a soddisfar la curiosità d' un illustre idiota, ora a servir 
di riempitura al vuoto di qualche sublime adunanza, per- 
dendo così miseramente la maggior parte del tempo ne- 
cessario agli studj miei; dannoso, perchè la mia debole fin 
d'allora e incerta salute se ne risentiva visibilmente. Era 
osservazione costante che, agitato in quella operazione dal 
violento concorso degli spiriti, mi si riscaldava il capo, e 
mi s' infiammava il volto a segno maraviglioso, e che nel 
tempo medesimo e le mani e le altre estremità del corpo 
rimanevan di ghiaccio. Queste ragioni fecero risolvere Gra- 
vina a valersi di tutta la sua autorità, magistrale, per proi- 
birmi rigorosamente di non far mai più versi all'improv- 



192 SECOLO xvrii. 

viso: divieto, clic, dal decimosesto anno dell'età mia, lio 
sempre io poi esattamente rispettato, e a cai credo di es- 
ser debitore del poco di ragionevolezza e di connessione 
iV idee che si ritrova negli scritti miei. Poiché riflettendo 
in etcì più matura al meccanismo di quell'inutile e mara- 
viglioso mestiere, io mi sono ad evidenza convinto che la 
mente, condannata a così temeraria operazione, dee per ne- 
cessità contrarre un abito opposto per diametro alla ra- 
gione. Il poeta che scrive a suo bell'agio, elegge il sog- 
getto del suo lavoro, se ne propone il fine, regola la 
successiva catena delle idee che debbono a quello natu- 
ralmente condurlo, e si vale poi delle misure e delle 
rime come d' ubbidienti esecutrici del suo disegno. Colui, 
all' incontro, che si espone a poetar d' improvviso, fatto 
schiavo di quelle tiranne, conviene che, prima di rifletter 
ad altro, impieghi gl'istanti che gli son permessi a schie- 
rarsi innanzi le rime che convengono con quella che gli 
lasciò il suo contraddittore, o nella quale egli sdrucciolò 
inavveduto, e che accetti poi frettolosamente il primo pen- 
siero che se gli presenta, atto ad essere espresso da quelle, 
benché per lo più straniere e talvolta contrarie al suo sog- 
getto. Onde cerca il primo a suo grand' agio le vesti per 
l'uomo, e s'affretta il secondo a cercare tumultariamente 
r uomo per le vesti. Egli é ben vero che, se da questa inu- 
mana angustia di tempo vien tiranneggiato barbaramente 
l'estemporaneo poeta, n'è ancora in contraccambio vali- 
damente protetto contro il rigore de'giudici suoi, a' quali, 
abbagliati da' lampi presenti, non rimane spazio per esami- 
nare la poca analogia, che ha per lo più il prima col poi 
in cotesta specie di versi. Ma se da quel dell'orecchio fos- 
sero condannati questi a passare all'esame degli occhi, oh! 
quante Angeliche si presenterebbero con la corazza d'Or- 
lando, e quanti Rinaldi con la cuffia d'Armida! Non crediate 
però eh' io disprezzi questa portentosa facoltà che onora 
tanto la nostra spezie ; sostengo solo, che da chiunque si sa- 
crifichi affatto ad un esercizio tanto contrario alla ragione, 
non così facilmente 

Carmina fingi 

Posse linenda cedro, et levi servanda dipresso. 

Benché lontana, mi sollecitala speranza d'abbracciarvi 
in queste parti: io l'ho comunicata alla signora contessa 
d'Althan, e al signor conte di Canale, che più che pieni di 
riconoscenza alla vostra memoria, andranno raddolcendo 
meco r aspettazione della vostra venuta, con la lettura del 
libro che ci prometteva. 

Qui si è sparso che il signor di Voltaire, desideroso di 
fare un giro in Italia, ne abbia ottenuto il consenso reale, 
e che terrà questo cammino. Ditemi se posso ragionevol- 
mente lusingarmene: abbracciatelo intanto per me, e ri- 



TOMMASO CRUDELI. 193 

cordategli la tenera mia costante e riverente stima. Ma 
perdio non siate tentato di pubblicaiini per cicalone, rerbinn 
non amplius adtlam. Addio. Vienna, primo agosto 1751. 



I 



TOMMASO CRUDELI. 

Di Poppi in Casentino, ove nacque nel 1703. Si laureò in {linri- 
spiiulenza a Pisa, ma attese a dar lozioni d'italiano, spccialnuMito 
agli stranieri, clu; numerosi capitavan in Firenze, e a coltivar la 
poesia, nella quale acquistò tal riputazione con lievi componi- 
menti ma graziosi e argutamente civettuoli, che dal suo celebre 
conterraneo Bernardo Tanucci venne invitato a Napoli come poeta 
di corte; ufficio eh' ei rilìutò, preferendo una vita modesta in mezzo 
a fidi amici. Pel suo libero parlare e perchè accusato di appar- 
tenere alla massoneria, allora dilì'usasi in Toscana, fu arrestato, col 
consenso del nuovo granduca Francesco di Lorena, nel 1730, e 
chiuso nelle carceri dell' Inquisizione. Dopo una lunga procedura, 
inasprita dai rigori della prigione, che gli aggravarono il mal 
d'asma del quale soffriva, venne liberato, specialmente per le 
istanze della legazione inglese, ma coll'obbligo, giurato in chiesa, 
di restar confinato a Poppi, donde non si sarebbe potuto muovere 
senza il permesso del Sant'Uffìzio di Koma. Nel silenzio del suo 
ritiro forzato, e quantunque sempre infermiccio, attese a racco- 
gliere i suoi versi, e, ultima vittima toscana della Inquisizione, 
morì il 27 marzo 1745, 

Gli scritti poetici del Crudeli, ne' quali, come dice il Carducci 
nella Prefazione agli Erotici del sec. ATi// (Firenze, Barbèra, 1868, 
pag. XX), par ch'egli abl)ia voluto innestare «la galanteria fran- 
cese sul tronco del Chiabrera e del Menzini, » consistono in odi, 
in canzonette, in apologhi : questi ultimi, al dire dello stesso cri- 
tico, «pochi, ma mirabili », sono traduzioni ben riuscite dal La Fon- 
taino. La prima stampa è di Napoli (Firenze, 174G); più compiuta 
è l'edizione di Parigi (Pisa), Molini, 1805, con aggiunta di due scrit- 
ture in prosa. 

[Per la biografia, vedi Fr. Becattini, Storia dell' Inquisi- 
zione, Milano, Galeazzi, 1797, p. 303-35G; Notizie jjer la vita del 
doti. T. Crudeli in append. al volume delle lìivie e Prose, Parigi, 
Molini, 1805, e Feud. SniGOLi, T. Crudeli e i primi frammassoni 
in Firenze, Milano, Battezzati, 1884.] 



La Corte del Re Leone. 

Volle un giorno il Leone 
Tutta quanta conoscer quella gente, 
Di cui il ciel l'avea fatto padrone. 

IV. 13 



194 SECOLO XVIII. 

Non fu selva orrida e oscura, 

Che non fussene avvisata. 

Circolava una scrittura 

Da Sua Lionesca Maestà firmata, 

E lo scritto diceva, 

Che per un mese intero il Ile teneva 

Corte plenaria, e principiar doveasi 

Da un bello e gran festino. 

Dove un certo perito Bertuccione 

Dovea ballar vestito da Arlicchino. 

In tal maniera il Principe spiegava 

La sua potenza al popolo soggetto. 

Ma ecco ornai, che la gran sala è piena ; 

Che sala! Oh Dio, che sala! 

Ella era anzi un orribile macello, 

Sanguinoso e fetente 

A tal segno, che l'Orso, 

Non potendo soffrir quel tetro avello, 

II naso si turò, poco prudente. 

Spiacque il rimedio : il Ke forte irritato 

Mandò da ser Plutone 

Il signor Orso a far il disgustato. 

Lo Scimiotto approvò 

Questa severità, 

E di Sua Maestà 

La collera lodò ; 

Lodò la regia branca, e della sala 

Disse cose di fuoco, e queir odore 

Sovra r ambra esaltò, sovra ogni fiore. 

Ma questa adulazion troppo scempiata 

Fu dal Principe accorto 

Ben presto gastigata ; 

Già lo sfacciato adulatore è morto. 

La Volpe eragli accanto : 

Or ben, le disse il Sire, 

Dimtòi, che ne di' tu ? parlami ciliare. 

Tu vedi, io non voglio essere adulato. 

La volpe allor : Sua INIaestà mi scusi ; 

Io son molto infreddata, e l'odorato 

Ho perso affatto, 

Ond'io a giudicar atta non sono 

Se questo odore sia cattivo o buono. 

Di tal risposta il Re fu sodisfatto. 

Voi che in corte vivete. 
Apprendete, apprendete ; 
Non siate troppo aperti adulatori, 
Nemmen troppo sinceri parlatori ; 
E se volete alfin passarla netta. 
Una scusa o 'l silenzio 
Sarà sempre per voi buona ricetta. 



TOMMASO CRUDELI. 195 



Il Gatto eletto giudice. 

Verso oriente il cielo era vermiglio, 
E f?ià spuntava il di, 
Quando madama 
La Donnolotta 

Del palazzo d' un giovine Coniglio 
Tutta lieta s'impadronì. 
Nell'acciuistato suo nuovo sògfriorno 
Tutti i suoi Dei Penati trasportò, 
(liusto nel tempo che il Coniglio stava 
Tra valli amene e rugiadosi prati 
A corteggiare il rinascente giorno. 
Dopo molto aver cercato 
Colle e prato, 

Tutto fresco e a suo bell'agio 
Sen va verso il suo palagio. 
Avea la Donnoletta agile e destra 
Messo il muso alla finestra : 
Numi ospitali, e che vegg' io là drento ? 
Disse tutto scontento 
Lo scacciato animai dal patrio tetto : 
Olà, madama, che si sbuchi fuore 
Senza rissa e rumore. 
L'accorta dama dal naso appuntato 
Con maniera obbligante 
Rispose, elio la terra 
È del primo occupante. 
Bel soggetto di guerra 
Questo sarebbe stato 
Tra la Francia e V Impero, 
Da far versare il sangue a un mondo intero ; 
Ma perchè ognun di loro -era privato, 
VA amljodue ben povere persone. 
Fu la bella quistione. 
Lasciato il guerreggiar, messa in trattato. 
Vorrei sapere adesso, 
Dicea r usurpatrice, 
Qual legge, qual statuto 
N' ha per sempre il possesso 
A Crianni, a Fietro, a Faol conceduto, 
K finalmente a te, 
E non più tosto a me. 
Quivi (ìiovan-Coniglio 
Allegò r uso e la consuetudine : 
Questa, rispose, me ne fii padrone, 
Questa di padre in figlio, 
E di Luca in Simone, 
l'I finalmente in me trasmesso l'ha; 



lOG SECOLO XVITI. 

Onde la legge del primo occupante 

Nel nostro caso alcun luogo non lia. 

— E ben, e ben, monsù, 

Che importa adesso stare a tu per tu ; 

Rimettiamla in un terzo, e questo sia 

Il dottor Mordi graffi ante. — 

Questo era un Gatto di legai semenza, 

Che menava una vita 

Come un savio eremita, 

Un buon uomo tra' gatti, e di coscienza, 

Di sguardo malinconico e coperto. 

Nero di pelo, agile, membruto. 

Giudice a fondo, e nel mestier esperto : 

Gian-Coniglio per arbitro l'approva. 

Ecco che ognun di lor già si ritrova 
Davanti al tribunale 
Deir unghiuto animale. 
Mordigraffiante dice : Vi consoli 
Il ciel, miei figlioli, 
Come io vi metterò presto d'accordo. 
Accostatevi a me, perch' io son sordo ; 
Le gran fatiche e gli anni 
Soglion seco portar simili affanni. 
S'accostò l'uno e l'altro litigante; 
Ma non sì tosto esso gli vide a tiro. 
Che, il dottorale artiglio 
Da due parti gettando in un istante, 
Scannò la Donnoletta ed il Coniglio ; 
Indi se gli mangiò, 
E in tal maniera la lite aggiustò. 

Lettor, tienti la favola a 'tnemoria. 
Che se praticherai pe' tribunali. 
Ti passerà la favola in istoria. 



ALFONSO VARANO. 

Discendente dalla famiglia che signoreggiò Camerino, nacque 
in Ferrara ai 13 decembre 1705, e, fatti gli studj sotto la guida 
dell'ab. Girolamo Tagliazucchi, si dedicò tutto alla poesia. Scrisse 
canzoni, sonetti, anche berneschi, egloghe, tragedie (il Demetrio, 
il Giovanni di Giscala, V Agnese martire del Giappone ec); ma 
ebbe fama specialmente dalle Visioni in terza rima, per le quali 
fu detto « unico », e rinnovatore dello stile dantesco: ma in realtà, 
cotesto del Varano è un Dante un po' frugoni'zzato. Spesso, nelle 
Visioni v'è più teologia che poesia, e oscurità non poca, e anda- 
mento pedestre e monotonia, e tumidezza fragorosa di verso: di 
dantesco, poco più che la forma esterna del componimento, non 
la sostanza e T arte. Le Visioni sono dodici, e la religione som- 



ALFONSO VARANO. 



107 



inini.strò al poeta coucutti e iminn<;iiii, sia che piendcsse a so^'- 
{jotto temi cssenzialinente morali o spirituali, sia che deplorasse 
la morte di personaggi illustri (Enrichetta di lìorbone, Marianna 
d'Austria, Felieita d' Este, l' imperatore Francesco, il card. Benti- 
voglio ec.), grandi calamità pubbliche, come il terremoto di Li- 
sbona e la peste di Messina. Contribuì colle Vinioni a metter di 
moda la poesia biblica, dalla quale alcunché deriverà più tardi 
il Monti. Mori il 23 giugno 1788. 

L'edizione più copiosa delle sue rime è di Venezia (Palese, 1805) 
e una scelta di esse, con Vita scritta da Fk. Reina, fu stampata 
a Milano, Classici italiani, 1818. 

[Per la biografia e gli scritti, vedi Bauotti, Memorie stor. dei 
Icllerati feì-raresi, li, 'M0\ hi Vita preposta da P. A. PARAVIA al- 
l'edizione delle Visioni, Venezia, Picotti, 1820, e Teodok. Kicci, 
111 lode di A. V. restauratore dello studio dantesco, Salò, I3c- 
nuzzi, 1874.] 



La peste di Messina. 

Dal porto, dove il mar sembra che slagni, 

10 co la guida, (lual amante liglio 
Che la tenera sua madre accompagni, 

Presi via d'orror carca e di periglio, 
In cui morte di mille umane spoglie 
Lordo rcndea l'insanguinato artiglio. 

Fuor de l'abbandonate immonde soglie 
Ciiacean gli avanzi de la plebe abbietta 
Su vili paglie e infracidile foglie : 

Altri con gola orrendamente infetta 
Di gangrenose bolle ; altri avvampati 

11 petto da fatai febbre negletta; 

Altri da lunga fame omai spossati, 
Non pel velon, ma pel languore infermi, 
Fra l'altrui membra putride sdraiati; 

Ed altri in lor natio vigor più fermi, 
Benché lasciati sotto i coi-pi estinti. 
Sorti fra l'ossa accatastate e i vermi; 

Ma di s(iuallor mortifei'o dipinti, 
E per orecchie róse e labbra mozze 
Da i volti umani in modo fier distinti. 

Le illustri donne a par de le più rozze 
Al comun fonte per attinger rac(iue 
Gian nude il piede, e il crine incolte e sozze, 

E chi di lor nel sonno eterno tacque 
A un lieve sorso, e chi raminga e sola, 
Pria di giunger al fonte, esangue giac(iue. 

Gli amici, cui parte d'allanno invola 
L'alterna vista, si guatavan fiso 
Nel mesto incontro senza far parola ; 



108 SECOLO XVJII. 

Poi fra il duo! ristagnato a l' improvviso 
Sì dirotte spargean lagrime acerbe, 
Che avrian un sasso per pietà diviso. 

Talor silenzio, qual avvien che serbe 
1/ aria muta fra inospiti deserti 
Colmi di sabbia, e d'acque privi e d'erbe; 

E singhiozzi talor fiochi ed incerti; 
Poi strida alte e ululati, e in flebil metro 
Querele erranti per gli spazj aperti : 

Sì che il lor suono acutamente tetro 
Crescea più raddoppiato e in se confuso. 
Dal mar, dai monti ripercosso indietro. 

Ogni tempio era infaustamente chiuso; 
Immoti i sacri bronzi, e a le notturne 
Lampade tolto di risplender 1' uso : 

Le armoniose canne, taciturne; 
E senza T immortai vittima Tare, 
E senza nenie pie le squallid' urne. 

Con lei,^ che a me non altrui vista appai'e, 
Io giunsi al fin della funebre strada 
Fra imagin pel doglioso ordin sì amare. 

Ivi, cangiando via, non si dirada 
Anzi cresce Torror, cui non contrasta 
Alma ancor forte, e in rimembrarlo agghiada. 

In mezzo a valle solitaria e vasta 
Stridea scoppiando per le fiamme ingorde 
Di cento adusti ceppi ampia catasta. 

Con picche armate in ferro adunco e lorde 
Di melma, tratti eran que' corpi al rogo, 
Cui più vita si dura il cor non morde : 

Sacerdoti e fanciulle, e quei che il giogo 
Maritai strinse, ignudi e insiem confusi. 
Da vicin tolti e da rimoto luogo; 

E fra questi (ahi! chi fia che adombri, o scusi 
D' alta necessitate, il gran delitto ?) 
Vivi, che ancor movean gli occhi non chiusi: 

Ma palpitanti, col ronciglio fitto 
Nella gola, i sospir versando e il sangue 
Dal collo in si crudel foggia trafitto. 

Strascinata ogni donna ed uom esangue 
Ad arder con pietà tanto inumana. 
Come striscia per terra ignobil angue. 

La faccia avea deformemente strana, 
E questa sì, che non serbava alcuna 
Orma in sé lieve di sembianza umana. 

(Dalla Visione Y.) 
* Con la guida che è un essere superno. 



199 



CARLO GOLDONI. 



Il (Jolrloni hisfiò scritto di si; aij^nitiiiiuiite. oltif the nelle pre- 
fazioni e dediche delle stampe da Ini curate delle Conunetlie, nelle 
Memorie autobiografiche (Mémoires pour servir à Vhistoire de sa 
vie et à celle de son théòlve, Paris, Veuve Dncliesne, 17H7), die 
il Gibbon disse più comiche delle stesse sue commedie, e che fu- 
rono da lui scritte a Parigi negli ultimi anni di vita. Esse vennero 
malamente tradotte in italiano, ma non dal Goldoni: e una ristami);i, 
con note, dell'edizione originale fu cominciata, ma disgraziatamente 
non compiuta da E. VON LòiiNER (Venezia, Visentini, 1883). 

Accenniamo a' casi principali della sua vita. Nacque in Venezia 
di famiglia oriunda di Modena, il 25 febbraio del 1707. Fu u l*e- 
rugia col padre che vi eser- 
citava la medicina: vi fece i 
primi studj ; andò, quindi, a Ki- 
mini presso i padri Domeni- 
cani. Come il nonno e il padre, 
appassionato per le commedie 
e per il teatro, ne lesse, ne re- 
citò e ne compose fin da fan- 
ciullo. Lasciò Kiniiui, e fuggì 
a Chioggia con una compagnia 
di comici. Fu messo a Venezia 
presso un procuratore, poi a 
Pavia nel collegio Ghislieri 
(1723) ; ma ne venne espulso 
due anni dopo, per una satira 
contro le donne pavesi. Pensò 
per un momento j)ersino a farsi 
cappuccino. Fu coadiutore del 
cancelliere del Podestà criminale a Foltrc;poi,morto il padre (1731), 
s'addottorò in legge a Padova e cominciò a far l'avvocato,* pro- 
vandosi anche, ma infelicemente, alla scena con un Belisario, un 
Rinaldo, una Griselda ecc. : drammi e melodrammi senza valore. 
Kicordando solamente alcune vicende della sua vita, senza seguirlo 
ne' continui cambiamenti di residenza, facciam menzione della sua 
dimora a ^Milano (1733), ove stette in qualitfi di gentiluomo presso 
l'ambasciatore di Venezia, Sposò il 22 agosto del 173G Maria Nicoletta 
Gonnio, genovese, che egli amò molto e tenne come consolatrice 
della sua esistenza.- A Venezia ebbe 1' uflìcio di console per Ge- 

* Vedi A. Pascolato, Carlo Goldoni avvocato, nella Iettava Antologia, 
2» serio, voi. XLII, ptig. 633, 15 dicemlno 1883. 

* Vedi L. T. Belorano, Matrimonio e Connolnto di C. G., in Tmlrc- 
w/'itHrff f/i6'4or. 5^cri6o, Genova, Sordo-muti, 1882: A. Ckxtklli, NiccolettOf 
nel Pungolo della domenica, dicembre 1SS3, n. 16-47. 




200 SECOLO XVIII. 

nova, ma nonostante l' impegno che pose nel disbrif^o delle sue lun- 
zionì (1741-1744), ne raccolse disgusti e danni finanziar]. Nel 1744, 
desiderosissimo di imparare la buona lingua dsi' tesli viventi, fece, 
una gita in Toscana; visitò Firenze, Siena, Volterra e Pisa, dove 
rimase quattro anni esercitandovi con profitto la professione d'av- 
vocato. Allettato dal capo comico Girolamo Medebac, che gli 
assegnava 400 ducati all'anno, tornò a Venezia come poeta dram- 
matico, nel 1748. Il Medebac conduceva il teatro Sant'Angelo. Il 
Goldoni lasciò per gravi dissensi il Medebac nel 1752, e passò al 
teatro di San Luca di proprietà del patrizio Francesco Vendramin. 
Fu questo il periodo della fiera guerra mossagli specialmente da 
Carlo Gozzi (17G1); sicché stanco del soggiorno di Venezia, ac- 
cettò di andare a Parigi (1762) a dirigervi il Teatro italiano. Ma 
là pure trovò grandi ostacoli, e cambiato il gusto del pubblico 
rispetto a commedie. Lo aveva previsto mad, du Bocage scri- 
vendo all'Algarotti, ai 30 febbraio 1763: « Goldoni ne nous a encore 
rien donne, et plairoit difficilement ici, où peu de gens entendent 
aisémeut Titalien et en connoissent bien les moeurs ; et Goldoni 
u'aura pas le temps ni les moyens à nous faire rire de nos ridi- 
cules ressemblants.^ » Se anche il presagio non fu in tutto vero, 
il Goldoni, alternata per un paio d'anni la composizione di lavori 
meditati con quella di commedie dell'arte, scontento specialmente 
dei comici, fu sul punto di cambiar cielo un'altra volta, recandosi 
in una delle città (Vienna, Lisbona, Londra), dove sapeva di es- 
sere, vivamente desiderato.^ Ma nominato maestro d'italiano delle 
principesse reali, non si mosse più da Parigi. Ebbe più tardi dalla 
corte una pensione, della quale lo privarono i rivolgimenti poli- 
tici. Viveva, dunque, nella miseria, sempre col pensiero rivolto alla 
patria, l'amore per la quale ritrasse in questi quattro versi afifet- 
tuosissimi ; 

Da A'^enezia lontan do mile mia 

No passa dì che uo me vegna iu mente 

Col dolce nome de la patria mia, 

El linguazo e i costumi de la zente. 

Troppo tardi, su proposta di Gius. Maria Chénier, la Convenzione 
gli restituiva la pensione sospesa; che il Goldoni era morto il 
giorno innanzi, 6 febbraio 1793. 

È difficile determinare con precisione la cronologia delle opere 
del Goldoni.^ E anche molto intricata la storia delle edizioni, al- 
cune delle quali furono curate dall'autore medesimo. Meno ci 

1 Algarotti, Opere, XYII, 123. 

2 Memorie, III, cap. XIII ; A. Neri, C. G. hi Francia (da nuovi docu- 
menti) in Natura ed arte, 1897, n. 16; E. Maddalena, Goldoni e Favart, 
m Ateneo veneto, 1899, n. 1. 

•^ Vedine un tentativo nella Bihliograjìa goldoniana di A. G. Spinelli, 
Milano, Dumolard, 1884, pag. 267 e segg., e la recensione di A. Neri nel 
^iorn. stor, della leti, ital, voi. V, pag. 269 e segg. 



CARLO GOLDONI. 1201 

prenic di ricordarne i primi tentativi draiiiiiuitici; cioè, lo traj^c- 
dic e tragico»nnii'(li(;, lo couiniodio a soi;},'ctto, che a'inlV>rniavano 
al comun gusto d'allora. Poco notevoli, so no eccettui quelle det- 
tato in dialetto, son le poesie, quasi tutte d'occasiono; o, salvo 
qualche singolo caso, hanno mediocre importanza i moltissimi li- 
bretti serj e buffi, che furono all'autore fonte di lucro ncni iiidir- 
foronte.^ 

Dello commedie goldoniane talune, diciassette in tutto, sono 
prettamente veneziane, so anche l'uno o l'altro de' personaggi non 
parli il dialetto: altro miste d'italiano e di dialetto : altro soltanto 
in italiano, delle quali una parte in versi martelliani. 

Quella riforma, ondo il nomo del Goldoni è celebre nella sto- 
ria del nostro teatro, e per la quale il Voltaire lo celebrò Hbe- 
rator d'Italia dai Goti e pittore della natura, cominciò col Momolo 
Cortesan (17'iG-3S), commedia non ancora scritta del tutto, venne 
energicamente alìermata nella Donna di (jarho (1742), e ripresa 
quattr'anni più tardi con la Vedova scaltra, che segna anche il 
l)rincipio delia i)roduzione goldoniana non più interrotta e turbata 
da altre cure. La recita di sedici couimedio (ottobre 1750-'23 feb- 
braio 17.'31), nuove per Venezia, promesse dal Goldoni al pub- 
blico, che dopo il cattivo esito deWJjrcde fortunata pareva voler 
staccarsi da lui, segna il momento culminanto della sua vita ar- 
tistica. Ma egli talora dovette dubitare della bontà della ritorma 
che tentava, sjjccialmonto quando 1' ab. Pietro Chiari attirava gran 
folla al Sant'Angelo collo suo commedio stravaganti.- E cosi an- 
ch' egli scrisse la Sposa x^ersiana, Ylrcana in luffa, la Peruviana, 
la Bella selvafjgia, cc.: ma subito dopo ritornò alla sua propria 
maniera, e compose alcune delle sue più celebrato commedie, per 
esempio : Un curioso accidente, i liusterjhi, Le harufv ciozote, To- 
dcvo brontolon, oc. A questa riforma, auspicata in qualche modo 
da altri,'' ma dal Goldoni veramente condotta ad cfì'etto, si oppose 
vivacemente Carlo Gozzi, che ebbe un effimero trionfo colle suo 
fiabe, delle quali altrove diremo. 

A Parigi il Goldoni scrisse in francese e fece rappresentare 
(1771) la bellissima commedia Le Bourru bienfaisant * e L'Avare 
fastucua-, oltre L'Eventail (Il Vcntarjìió). 

* A'odi C. MrSATTI, Drammi inusicnli del 0., in Ateneo veneto, 1898, 
genu.-febbr. ; P. MoLMKNTI, Drammi tnuaic. del G., in Uozzrtta mufiicule, 
1898, M. 13; T. WiEL, / drammi music, vcnez. del settecento, Venezia, Yiscn- 
tini, 1897. 

- Vedi ToMM.vSKO, Storia civile nella letter., P. Chiari, CC, pag. 200 
e sojg., Torino, Loescher, 1872; A. Nkri, Goldoni e Chiari, wcWJllustr. ital., 
ISSI, n. 47 ; lo stesso, Goldoni, Chiari e Carlo Gozzi, nella Scena illuatr., 
15 febbraio 1886. 

>' Vedi M. Landau, Carlo Guidoni, in Deilayc zur Allgemcinen Zeitung, 
Miinchcn, 1896, n. 52, 53. 

* Vedi sul giudizio dei francesi contcìiiporanci A. Nkri. Aneddoti in- 
torno al Bourru bienfaisant, in Billiot. delle scuole ital., otlubio 1893. 



202 SECOLO XVIII. 

Vivacissiiiui ò nolhi commedia del Goldoni la pittura della 
vita veneziana, comica ed allegra quant' altra mai, eh' ci ben co- 
nosceva e ben sapeva a preferenza ritrarre.' Tolse via la sciat- 
teria della commedia a soggetto, abolendo le improvvisazioni^ non 
però mai rinunziando nella commedia meditata alla festività, che 
era propria di quel genere cosi amato dal pubblico. Studiò paziente- 
mente persone e cose; e se non fu sempre troppo profondo scru- 
tatore del cuore umano, ne sempre ebbe le medesime felici 
intuizioni de' caratteri, gran parte di questi tuttavia disegnò mira- 
bilmente. Non è suo maggior pregio lo stile e la lingua; bensì la 
gran copia delle invenzioni e la gioconda grazia e il felice brio 
de' dialoghi, e sopratutto l'aver fedelmente ritratto la natura, 
nella realtà sua e nella sua varietà. Egli perciò a ragione si van- 
tava, scrivendo a G. Gozzi, di non aver « cercato d' imitare né i 
Greci, né i Latini, nò i Francesi, nò gli Spagnuoli, nò gli Italiani 
nostri medesimi », ma « fissando la mèta nella verità e nella ra- 
gione » essersi « condotto per quella via, dove la natura lo tra- 
sportava ». Ben giudicò di lui, ancor vivente, il Cesarotti scri- 
vendo al Van Goens : «s'egli avesse studio quanto ha natura, 
s'egli scrivesse un po' più correttamente, se il suo ridicolo fosse 
alle volte più delicato, se le sue circostanze gli avessero permesso 
di comporre un minor numero di commedie e di lavorarle di più, 
parmi che potrebbesi con molta franchezza contrapporlo a Mo- 
lière.'^ » Ed anche ai suoi dì non gli si risparmiarono censure, e 
tra le più fiere son da ricordare quelle d'un giudice molte altre 
volte acuto e giusto, il Baretti.^ In Germania dove il suo teatro 
nella seconda metà del secolo scorso godette immensa popolarità 
e fece scuola, il Goldoni venne tartassato con critica intempe- 
rante e poco acuta da Giuseppe Sonnenfels nelle Lettere sulla scena 
viennese (1768-69), fiacca imitazione della Drammaturgia d'Am- 
burgo. Degna di dimenticanza è poi l'insolente diatriba del Di- 
derot, che accusato a ragione di plagio a danno del veneziano, sfogò 
in modo inqualificabile il suo risentimento : * ma in Francia, oltre- 
ché dal Diderot, fu imitato dal Voltaire,^ nò l'arte sua fu senza 
efficacia sul Beaumarchais e sul Picard.^ 

^ Vedi E. Masi, dirlo Goldoni e P. Lonfjld, nel voi. Sulla storia dd 
teatro italiano nel sec. XVIII, Firenze, Sansoni, 1891. 

2 Einst. scelto, Alvisopoli, 1826, pag. 46. 

^ Vedi G. Sanesi, Barettì e Goldoni, nella Rassegna Nazionale, vol.LXIX, 
16 febbraio 1893, pag. 665 ; L. Piccioni, Studi e ricerche intorno a G in- 
seppe Baretti, Livorno, Giusti, 1899, passim. 

* Vedi P. ToLDO, Se il Diderot abbia imitato il Goldoni, in Glorn. stor. 
della leti, ital, voi. XXVI, 350. 

^ Vedi P. ToLDO, Attinenze fra il teatro comico di Voltaire e quello del G., 
in Giorn. stor., XXXI, 31.3 ; A. Neri, Una fonte rfe?rEcossaise di Voltaire, 
iti Kass. bibliogr. dalla lett. ital., VII, 44:. 

^ Vedi Ch. Dejob, Les femmcs dans la comédie frang, et ital, au XVIII 
siede, Paris, Foutemoing, 1899, pag. 366, 



CAUI.O (iUlJ)OiM. 203 

Ad o^jiii modo, egli creò o ricreò, il teatro comico italiano; da 
mestiere lo sollevò a jjenere letterario, da artilicio di comici a 
magistero d'arte, da ripetizione stucclievole di cpisodj e di ca- 
ratteri fissi ed immutabili, a rii)rodiizione dal vero di fatti, colti ii(d 
loro diverso prodursi sulla scena della vita, e di sentimenti, stu- 
diati nella unità degli umani caratteri e nella ditVerenza delle indi- 
viduali manifestazioni. E perciò, molte delle moltissime commedie 
goldoniane si rappresentano ancora su' nostri teatri e piacciono, 
perchè serban perenne frescliezza, anzi sembran j»iù nuove delle 
iiuovisninie da' (jiovani autori italiani.' Tra gli imitatori di Goldoni, 
che son durati felicemente lino al Gherardi del Testa, al Ferrari, 
in alcune jìroduzioni, e al Gallina, tiene il più antico luogo Fran- 
cesco Albergati,' e non 1' ultimo, Alberto Nota piemontese. 

Del Goldoni rimangono anche varie Lettere nelle seguenti rac- 
colte: E. Masi, Lettere di C. G., con proemio e note, liologna, 
Zanichelli, 1880; G. INI. Uui5ANI, Lettere di C. O. con prefazione 
e note, Venezia, Ongania, 1880; D. Mantovani, C. G. e il teatro 
di San Luca a Venezia, carteygio inedito, Milano, Treves, 1880; 
A. G. Sl'lNELLI, Lettere al conte Arconali-Visconti, Milano, Ci- 
vclli, 1882, e Fogli spaì'si del (?., Milano, Dumolard, 1885 ; due ne 
pubblicò F. NOVATI nella Hassrgua hibliografica della lettera- 
tura italiana, ISOV), pag. 23; quattro nello stesso anno C. Kaijany 
in Carlo Goldoni ec., pagg. 303, 305, 30(3, 312; due A. Fiammazzo 
in Pagine friulane, 18U8, n. 11; due A. Neiu in Natura ed arte 
181)7, n. IG; una G. Livi naW Illustrazione italiana, 1895, n. 15; una 
(i. Tamuaua nella Biblioteca delle scuole italiane, 1893, 10 feb- 
braio, e una si leggeva già nelle Mémoires di C. Favart, Paris, 1808, 
voi. II, pag. 424. 

[Per studj sulla sua vita, oltre alle importanti note di E. Lòiinp:ii 
al i)rimo volume della cit. ristampa delle Mémoires, vedi dello 
stesso, C. G. e le sue Memorie, ncWArchivio veneto, 1882, XXIII- 
XXIV; Memorie sulla vita rfi C. (?., Modena, 1859 (opera anonima 
di Caulo Bour.iii, come risulta dalle Mevi. della r. acc. delle scienze 
di Modena, voi. Ili, p. 17); E. Masi, Parrucche e Sanculotti, Mi- 
lano, Treves, 1886; Carlo Goldoni, Albo, Venezia, 1883; V. Ma- 
i.amani, Nuovi appunti e curiosità goldoniane, Venezia, 1887; 
alcuni articoli di A. G. Spinelli nel Panaro di :Modena, 1893, 
numeri 14, 33, 35, 02, 130, 144; e per nlt. E. Maddalena, Bricciche 
(/oldoniane (La visita al Voltaire), Pitigliano, 1897 ecc. 

Sulle commedie in generale: Charakterc der vornehmsten Dichter 
alter nationen, Leipzig, 1793 (nel sec. voi. v'è un saggio anonimo su 

' Vedi A. FRANCnETTf, Gran Goldoni !, \\(i\V Antoì. lìeìln crii. Icit. ntwl. 
ilol MoRANiM, pag. 509 ; K. Masi, Ctntenario di C. Goldoni, nella Nuova 
Antolof)in, 2' serie, voi. XLII, disp. del 1" febbraio 1893, pa?. 539. 

2 E. Masi, La vita e i tempi, ce, d^F. Albergati, I3ologiia, Zani- 
chelli, 1878. 



20a .SECOLO XVI ir. 

C.G., ch'ò opera di Fuiedricii Jacoiì.s L1704-1847J); G.G.Df: Ros- 
si. Del moderno teatro comico italiano e del suo restauratore C. (J., 
Bassano, 1794; L. Carrer, Saggi sulla vita e su le opere di C. G., 
Venezia, 1824; D. Gavi, Della vita di C. G. e delle sue commedie, 
Milano, 1826; F. Meneghezzi, Della vita e delle opere di C.G., 
Milano, 1827 ; E. KUTir, Uber Goldoni, in Literarhistorisches Ta- 
schenhuch, edito da K. E. Pruztz, Hannover, 1846; I. Ciampi, La 
vita artistica di C. G., lioma, 1860; P. G. Molmbnti, Carlo Gol- 
doni, Venezia, 1880; VeknoN Lee, G. eia commedia realista, nel 
volume II Settecento in Italia, Milano, Diiniolard, 1881 ; F. Galanti, 
C. G. e Venezia nel sec. XVIII, Padova, Salmin, 1882 (cfr. su 
quest'opera, in Archivio veneto, 1882, voi. 24° la recensione di 
E. LÒHNER) ; E. De Marcjiii, Lettere e letterati italiani del 
sec. XVIII, Milano, Briola, 1882; A. Luder, C. G. in seinem 
Verhàltnis zu Molière, Berlin, 1883; A. Neri, Aneddoti goldoniani, 
Ancona, Morelli, 1883 ; C. Braggio, Le donne del G., Genova, 1889 ; 
E. Masi, Pel centenario di C. G., in Nuova Anlol., 1893, 1" febbr. ; P. Pe- 
trocchi, C. G. e la commedia, Milano, Vallardi, 1893; C. Kabany, 
Carlo Goldoni, Paris, Berger-Levrault, 1896 (v. su quest' opera, 

E. Maddalena, néìV Ateneo veneto, 1897, aprile-maggio; una re- 
censione segnata M. nel Giornale stor., XXVIII, 454, e H. Schnee- 
GANS, nel Literaturhlatt far germ. u. rem. Philologie, 1897, N. 8) ; 

F. Martini, Carlo Goldoni, Conferenza, nella Vita italiana del 700, 
Milano, Treves, 1896, e ora nel volume Simpatie, Firenze, Bempo- 
rad, 1900 ; C. Dejob, Les femmes dans la comédie franqaise et ita- 
Henne au XVIII" siede, Paris, 1899 ; M. LANDAU, GeschicJde der 
ifalienischen Literatur im X Vili Jahrhundert, Berlin, Felber, 1899; 
M. Beduschi, Molière e Goldoni, Verona, Casablanca, 1900, ecc. 

Studj speciali su singole commedie: E. Maddalena, La Locan- 
diera, nel Giornale ligustico, 1893, fase. 9, 10; La finta aramalato, 
WQÌV Ateneo veneto, 1893, nov.-dic. ; Le barufe chioggiotte, Alessan- 
dria, 1894; Sul « Vero amico », in Ateneo veneto,18QG,magg.-ag.] Aned- 
doti intorno al « Servitore di due j^ctdroni », ibidem, 1898, genn.- 
febbr.; Nel teatro del Goldoni: Giuoco e Giocatori, in Progr. del- 
l'Accdi commercio di Vienna, 1898; La serva amorosa, nella Rivista 
o?aZ?jm^ica,1900,geun.-febb.;ed ivi pure iCajntan Fracassa; G.Bro- 
GNOLIGO, Nel teatro di C. G.: Le femmineinintigliose, Il cavaliere 
e la dama, I malcontenti, nel Rinascimento di Foggia, voi. 3*', e 
Il medico olandese, nella Bibl. delle scuole it., 1899, u. 12; LSkola, 
Corneill's « Le menteur » und Goldoni's « Il bugiardo » in ihrem 
Verhàltnisse zu Alarcon^s « La verdad sospechosa », Pilsen, 1884; 
F. U. MaraNZANA, Un tipo fortunato: Il bugiardo, nella Gaz- 
zetta letteraria di Torino, 1885, n. 41 (v. su quest'articolo la let- 
tera di A. Neri nel u. 43); V. Carrera, C. G. a Torino (sul 
« Molière »), Torino, 1886; V. Federici, Il « Torquato Tasso » 
di C. G. e di P. Giacomelli, nella Vita italiana, 1895, n. 15; 
P. Toldo, Tre commedie francesi inedite di C. G., nel Giorn. 



CARLO GOLDONI. 205 

sfor., voi. XXIX, 377; F. Saucby, Le « Molière » del G., nella lievue 
dea cours et conférences, 1«98, {gennaio; CK Tauuioni-Tozzktti, 
Il G. a Livorno, Livorno, 1899 (riguardii la trilogia della Villeg- 
fjiatiira)\ li. HONFANTI, La donna di garbo di C. ^r., Noto, 1809, ecc. 
Delle molte edizioni del teatro scello goldoniano, rammentiamo 
quelle procurate da lì. Nocchi, Firenze, Le Mounier, 1856, e da 
E. Masi, Scelta di comviedie di C. G. con note preliminari a cia- 
scuna commedia, Firenze, Succ. Le Mounier, 1897 (v. su di essa, 
G. Maddalena, nella Rassegna bibliografica della lett. it., 1897, 
N. 9-10). Per la bibliografia generale delle opere del G., fra le 
quali primeggiano l'edizione di Venezia, Zatta, 1788-95, in 44 voi., 
dall'autore approvata, e poi quella di Prato, Giachetti, 1819-27, 
in 50 voi., vedi la eit. op. di A. G. Spinelli.] 



Le smanie per la villeggiatura. — La scena è in Livorno. Paolo, 
servo di Leonardo, sta preparando i bauli: sopravviene il padrone. 

[ATTO PRIMO. — Scena I. — Paolo, Leonardo.] 

Leonardo. Che fate qui in questa camera? Si lian da far 
cento cose, e voi perdete il tempo, e non se ne eseguisco 
nessuna. 

Paolo. Perdoni, signore. Io credo, che allestire il baule 
sia una delle cose necessarie da farsi. 

Leonardo. Ho bisogno di voi per qualche cosa di più 
importante. Il baule fatelo riempir dalle donne. 

Paolo, Le donne stanno intorno della padrona; sono oc- 
cupate per essa, e non vi è caso di poterle nemmen vedere. 

Leonardo. Quest' è il difetto di mia sorella. Non si con- 
tenta mai. Vorrebbe sempre la servitù occupata per lei. 
P(^r andare in ville^^giatura non le basta un me.se per alle- 
stirsi. Due donne impiegate un mese per lei! k una cosa 
insolVribilc! 

Paolo. Aggiunga che non bastandole le due donne no 
ha chiamate due altre ancora in ajuto. 

Leonardo. E che fa ella di tanta gente? Si fa fare in casa 
qualche nuovo vestito? 

Paolo. Non signore. Il vestito nuovo glielo fa il sarto. 
In casa da queste donne fa rinnovare i vestiti usati. Si fa 
fare delle mantiglie, dei rnantif/lioni, delle cutlie da giorno, 
delle cullie da notte, una quantit;\ di forniture di pizzi, di 
nastri, di fioretti, un arsenale di roba; e tutto questo per 
andare in campagna. In oggi la campagna ò di maggior 
soggezione della cittìi. 

Leonardo. Si, è pur troppo vero, chi vuol figurare nel 
mondo, convien che faccia quello che fanno gli altri. La 
nostra villeggiatura di Montenero è una delle più frequen- 



L 



20G SECOLO XVIIT. 

late, e di maggior impegno delT altre. La compagnia, con 
cui si ha da andare, è di soggezione. Sono io pure in ne- 
cessità di far di più di quello che far vorrei. Però ho bi- 
sogno di voi. Le ore passano, si ha da partir da Livorno 
innanzi sera, e vo'che tutto sia lesto, e non voglio clic 
manchi niente. 

Paolo. p]lla comandi, ed io farò tutto quello che potrò fare. 

Leonardo. Prima di tutto, facciamo un poco di scanda- 
glio di quel che e' è, e di quello che ci vorrebbe. Le posate 
ho timore che siano poche. 

Paolo. Due dozzine dovrebbero essere sufficienti. 

Leonardo. Per ordinario lo credo anch'io. Ma chi mi as- 
sicura, che non vengano delle truppe d' amici ? In campa- 
gna si suol tenere tavola aperta. Convien essere preparati. 
Le posate si mutano frequentemente, e due coltelliere non 
bastano. 

Paolo. La prego perdonarmi, se parlo troppo libera- 
mente. Vossignoria non è obbligata di fare tutto quello che 
fanno i marchesi fiorentini, che hanno feudi e tenute gran- 
dissime, e cariche di dignità grandiose. 

Leonardo. Io non ho bisogno, che il mio cameriere mi 
venga a fare il pedante. 

Paolo. Perdoni; non parlo più. 

Leonardo. Nel caso, in cui sono, ho da eccedere le bi- 
sogna. Il mio casino di campagna è contiguo a quello del 
signor Filippo. Egli è avvezzo a trattarsi bene; è uomo 
splendido, generoso ; le sue villeggiature sono magnifiche, 
ed io non ho da farmi scorgere, non ho da scomparire in 
faccia di lui. 

Paolo. Faccia tutto quello che le detta la sua prudenza. 

Leonardo. Andate da Monsieur Gurland, e pregatelo per 
parte mia, che mi favorisca prestarmi due coltelliere, quat- 
tro sottocoppe e sei candelieri d'argento. 

Paolo. Sarà servita. 

Leonardo. Andate poscia dal mio droghiere, fatevi dare 
dieci libbre di caffè, cinquanta libbre di cioccolata, venti lib- 
bre di zucchero e un sortimento di spezierie per la cucina. 

Paolo. Si ha da pagare? 

Leonardo. No, ditegli, che lo pagherò al mio ritorno. 

Paolo. Compatisca; mi disse T altrieri, che sperava prima 
ch'ella andasse in campagna, che lo saldasse del conto 
vecchio. 

Leonardo. Non serve. Ditegli che lo pagherò al mio ri- 
torno. 

Paolo. Benissimo. 

Leonardo. Fate, che vi sìa il bisogno di carte da giuoco 
con quel che può occorrere per sei o sette tavolini, e so- 
prattutto, che non manchino candele di cera. 

Paolo. Anche la cereria di Pisa, prima di far conto nuovo, 
vorrebbe esser pagata del vecchio. 



CARLO GOLDONI. 207 

Leonardo. Compiate della cera di Venezia. Costa più, 
ma dura più, ed è più beila. 

Paolo. Ho da prenderla coi contanti ? 

Leonardo. Fatevi dare il bisogno; si pa^^herà al mio ri- 
torno. 

Paolo. Signoro, al suo ritorno ella avrà una folla di cre- 
ditori, che l'inquieteranno. 

Leonardo. Voi m' inquietate più di tutti. Sono dieci anni 
che siete meco, e ogni anno diventate più impertinente. 
Terderù la pazienza. 

Paolo. p]lla è padrona di mandarmi via; ma io se parlo, 
parlo per l'amore che le professo. 

I^eonardo. Impiegate il vostro amore a servirmi, e non 
a seccarmi. Fate <iuol che vi ho detto, e mandatemi Cecco. 

Paolo. Sai'jX ubbidita. (Oh ! vuol passar poco tempo, che 
le grandezze di villa lo vogliano ridurre miserabile nella 
citt;\.) 

Dopo di che, Leonardo manda a dire al signor Filippo, della 
cui lìji;lia Giacinta è innamorato, che lia ordinato per amlicduc : 
cavalli della posta e la carrozza per andare in villa a Montenoro, 
o, raccomanda al sorvo Cecco di informarsi se in casa di Filipi)o 
sia stato il suo rivale, Guglielmo. Entra poi la sorella Vittori:!. 

[Scena \U. — Leonardo, poi Vittoria.'] 

Leonardo. Non posso soffrire, che la signora Giaci ni a 
tratti Guglielmo. Ella dice, che (lee tollerarlo per compi.i- 
cere il padre che è un amico di casa, che non ha veruna 
inclinazione per lui; ma io non sono in obbligo di creder 
tutto, e questa pratica non mi piace. Sarà bene che io 
medesimo solleciti di terminare il baule. 

Vittoria. Signor fratello, è egli vero, che avete ordinato 
i cavalli di posta, e che si ha da partir questa sera? 

Leonardo. Si certo. Non si stabilì cosi fin da ieri? 

Vittoria. Ieri vi ho detto, che sperava di poter essere 
all'ordine per partire ; ma ora vi dico, che non lo sono, o 
mandate a sospentlere l'ordinazion dei cavalli, perdio as- 
solutamente per oggi non si può partire. 

Leonardo. E perchè per oggi non si può partire ? 

Vittoria. Perchè il sarto non mi ha terminato il mio 
mariage. 

Leonardo.^ Che diavolo è questo mariage ? 

Vittoria. È un vestito all' ultima moda. 

Leonardo. Se non è finito, ve lo potrà mandare in cam- 
pagna. 

Vittoria. No, certo. Voglio che me lo provi, e io voglio 
veder finito. 

Leonardo. Ma la partenza non si può dilferire. Siamo in 



208 SECOLO xvrii. 

concerto d' andar insienio col signor Filippo e colla signora 
Giacinta, e si è detto di partir oggi. 

Vittoria. Tanto peggio. So che la signora Giacinta è di 
buon gusto, e non voglio venire col pericolo di scomparire 
in faccia di lei. 

Leonardo. Degli abiti ne avete in abbondanza ; potete 
comparire al par di chi che sia. 

Vittoria. Io non ho che delle anticaglie. 

Leonardo. Non ve ne avete fatto uno nuovo anche Tanno 
passato ? 

Vittoria. Da un, anno all'altro gli abiti non si possono 
più dire alla moda. È vero, che gli ho fatti rifar quasi tutti ; 
ma un vestito nuovo ci vuole, è necessario, e non si può 
far senza. 

Leonardo. Quest' anno corre il mariage dunque. 

Vittoria. Sì, certo. L'ha portato di Torino madama Gra- 
non. Finora in Livorno non credo che se ne siano veduti, 
e spero d'esser io delle prime. 

Leonardo. Ma che abito è questo ? Vi vuol tanto a farlo ? 

Vittoria. Vi vuol pochissimo. È un abito di seta di un 
color solo, colla guarnizione intrecciata di due colori. Tutto 
consiste nel buon gusto di scegliere colori buoni, che si uni- 
scano bene, che risaltino e non facciano confusione. 

Leonardo. Orsù, non so che dire. Mi spiacerebbe di ve- 
dervi scontenta; ma in ogni modo s'ha da partire. 

Vittoria. Io non vengo assolutamente. 

Leonardo. Se non ci verrete voi, ci anderò io. 

Vittoria. Come! Senza di me? Avrete cuore di lasciarmi 
in Livorno? 

Leonardo. Verrò poi a pigliarvi. 

Vittoria. No, non vcà fido. Sa il cielo quando verrete ; 
e se resto qui senza di voi, ho paura, che quel tisico di 
nostro zio m.i obblighi a restar in Livorno con lui; e se 
dovessi star qui, in tempo che V altre vanno in villeggia- 
tura, mi ammalerei di rabbia, di disperazione. 

Leonardo. Dunque risolvetevi di venire. 

Vittoria. Andate dal sarto, ed obbligatelo a lasciar tutto 
ed a terminare il mio mariage. 

Leonardo. Io non ho tempo da perdere. Ho da far cento 
cose. 

Vittoria. Maledetta la mia disgrazia ! 

Leonardo. Oh gran disgrazia in vero! Un abito di meno 
è una disgrazia lagrimosa, intollerabile, estrema. 

Vittoria. Sì, signore, la mancanza di un abito alla moda 
può far perdere il credito a chi ha fama di essere di buon 
gusto. 

Leonardo. Finalmente siete ancora fanciulla, e le fan- 
ciulle non s' hanno a mettere colle maritate. 

Vittoria. Anche la signora Giacinta è fanciulla, e va con 
tutte le mode, con tutte le gale delle maritate. E in oggi 



CARLO GOLDONI. 209 

non sì distinguono le fanciulle dalle maritate, e una fan- 
ciulla che non faccia quello che Amno Taltre, suol passare per 
zotica, per antica^^lia; e mi meraviglio, che voi abbiate queste 
massime, e che mi vogliate avvilita e sprezzata a tal segno. 

Leonardo. Tanto fracasso per un abito ? 

Yittoria. Piuttosto che restar qui o venir fuori senza 
il mio abito, mi contenterei d'aver una malattia. 

Leonardo. 11 cielo vi conceda la grazia. 

Vittoria. Che mi venga una malattia^ 

Leonardo. No, che abbiate l'abito, e che siate contenta. 

[Scena IV. — Berto servo, e detti."] 

Berto. Signore, il signor Ferdinando desidera riverirla. 

Leonardo. Venga, venga è padrone. 

Vittoria. Sentimi. Va' immediatamente dal sarto, da mon- 
sieur de la Rejouissance, e digli, che Unisca subito il mio ve- 
stito, che lo voglio prima ch'io parta per la campagna, altri- 
menti me ne remlerà conto, e non farà più il sarto in Livorno. 

Berto. Sarà servita. 

Leonardo. Via, acchetatevi e non vi fate scorgere dal 
signor Ferdinando. 

Vittoria. Che importa a me del signor Ferdinando? Io 
non mi prendo soggezione di lui. M'immagino che anche 
quest'anno verrà in campagna a piantare il bordone da noi. 

Leonardo. Certo mi ha dato speranza di venir con noi, 
e intende di farci una distinzione; ma siccome è uno di 
(luelli, che si cacciano da per tutto, e si fanno merito rap- 
portando qua e là i fatti degli altri, convien guardarsene 
(\ non fargli sapere ogni cosa, perchè se sapesse le vostre 
smanie per l'abito, sarebbe capace di porvi in ridicolo in 
tutte lo compagnie e in tutte le conversazioni. 

Vittoria. \i perchè dunque volete condur con noi que- 
sto canchero, se conoscete il di lui carattere? 

Leonardo. Vedete bene : in campagna è necessario aver 
della compagnia. Tutti procurano d'aver più gente che 
possono; e poi si sente dire: il tale ha dieci persone, il 
tale ne ha sei, il talo otto, e chi ne ha più è più stimato. 
Ferdinando poi è una persona, che comoda inllnitamente. 
Giuoca a tutto, è sempre allegro, dice delle bullonerie, man- 
Igia bene, fa onore alla tavola, sollre la burla, e non se ne 
ha a male di niente. 

Vittoria. Sì, si, è vero; in campagna, questi caratteri 
|sono necessarj. Ma che fa, che non viene? 

L^eonardo. Eccolo li, ch'esce dalla cucina. 

Vittoria. Che cosa sarà andato a fare in cucina? 

Leonardo. Curiosità. Vuol saper tutto. Vuol saper quel 
[che si fa, quel che si mangia, e poi lo dice per tutto. 

Vittoria. Manco male, clie di noi non potrà raccontaro 
iiserie. 

IV. u 



210 SECOLO XVIIT. 

Ferdinando viene invitato a partire cogli altri, e andrà in ca- 
lesse in compagnia di Vittoria: il fratello invece, con Filippo e 
Giacinta. Ma Vittoria è più che mai incaponita di non partire senza 
aver il suo vestito nuovo, quando sa dal reduce servo che Giacinta 
si provava appunto un mariaye, e va in fretta con Ferdinando dal 
sarto per sollecitarlo. 

Siamo in casa di Filippo, il quale spensieratamente invita Gu- 
glielmo in villa e gli promette un posto nel proprio legno. Partito 
eh' egli è, entra Giaciuta colla cameriera Brigida. 

[Scena X. — Filippo, Giacinta, Brigida.'] 

Giacinta. Signor padre, mi favorisca altri sei zecchini. 

Filippo. E per che fare, figliuola mia? 

Giacinta. Per pagare la sopraveste di seta da portar 
per viaggio per ripararsi dalla polvere. 

Filippo. (Poh! non si finisce mai.) Ed è necessario che 
sia di seta? 

Giacinta. Necessarissimo. Sarebbe una villania portare 
la polverina di tela; vuol essere di seta, e col cappuccetto. 

Filippo, Ed a che fine il cappuccetto? 

Giacinta. Per la notte, per T aria, per T umido, per 
quando è freddo. 

Filippo. Non si usano i cappellini? I cappellini non ri- 
parano meglio? 

Giacinta. Oh i cappellini! 

Brigida. Oh, oh, oh i cappellini! 

Giacinta. Che ne dici, eh Brigida? I cappellini! 

Brigida. Fa morir di ridere il signor padrone. I cap- 
pellini! 

Filippo. Che! Ho detto qualche sproposito? Qualche be- 
stialità ? A che far tante maraviglie ? non si usano forse i 
cappellini? 

Giacinta. Goffaggini, goffaggini ! 

Brigida. Anticaglie, anticaglie! 

Filippo. Ma quanto sarà che non si usano più i cap- 
pellini? 

Giacinta. Oh due anni almeno. 

Filippo. E in due anni sono venuti anticaglie? 

Brigida. Ma non sapete, signore, che quello che si usa 
un anno, non si usa T altro? 

Filippo. Sì, è vero. Ho vedute in pochissimi anni cuffie, 
cuffiotti, cappellini, cappelloni ; ora corrono i cappuccetti : 
m' aspetto che V anno venturo vi mettiate in testa una scarpa. 

Giacinta. Ma voi, che vi maravigliate tanto delle donne, 
ditemi un poco, gli uomini non fanno peggio di noi? Una 
volta quando viaggiavano per la campagna, si mettevano 
il loro buon giubbone di panno, le gambiere di lana, le scarpe 
grosse; ora portano anch' eglino la polverina, gli scarpi- 



CARLO GOLDONI. 211 

netti colle fibbie di brilli, e montano in calesso colle cal- 
zoline di seta. 

Brigida. E non usano più il bastone. 

Giacinta. Ed usano il pallossetto,* ritorto. 

Brigida. E portano l'ombrellino per ripararsi dal sole. 

Giacinta. E poi dicono di noi! 

Brigida. Se l'anno peggio di noi! 

Filippo. Io non so niente di tutto questo. So, che come 
s'andava cinquant'anni sono, vado ancora presentemente. 

Giacinta. Questi sono discorsi inutili. Favoritemi sei zec- 
chini. 

Filippo. Sì, veniamo alla conclusione : lo spendere è sem- 
pre stato alla moda. 

Giacinta. Mi pare di essere delle più discrete. 

Brigida. Oh! signore, non sapete niente? Date un'oc- 
chiata in villa a quel che l'anno le altre, e me la saprete 
poi raccontare. 

Filippo. Sicché dunque devo ringraziare la mia figliuola, 
che mi hi la finezza di farmi risparmiare moltissimo. 

Brigida. Vi assicuro che una fanciulla più economa non 
si dà. 

Giacinta. Mi contento del puro bisognevole, e niente più. 

Filippo. Figliuola mia, sia bisognevole o non sia biso- 
gnevole, sapete eh' io desidero soddisfarvi, e i sei zecchini 
venite a prenderli nella mia camera, che ci saranno. Ma 
circa all' economia, studiatela un poco più, perchè se vi 
maritate, sarà dillìcile che troviate un marito del carat- 
tere di vostro padre. 

Giacinta. A che ora si parte? 

Filippo. (A proposito.) Io penso verso le ventidue. 

Giacinta. Oh! credo che si partirà prima. E chi viene 
in carrozza con noi? 

Filippo. Ci verrò io, ci verrà vostra zia, e per quarto 
un galantuomo, un mio amico che conoscete anche voi. 

Giacinta. Qualche vecchio forse ? 

Filippo. Vi dispiacerebbe che fosse un vecchio? 

Giacinta. Oh! non, signore. Non ci penso, basta che non 
sia una marmotta. Se è anche vecchio, quando sia di buon 
umore, son contentissima. 

Filippo. È un giovane. 

Brigida. Tanto meglio. 

Filippo. Perchè tanto meglio? 

Brigida. Perchè la gioventù naturalmente è più vi- 
vace, è più spiritosa. Starete allegri : non dormirete per 
viaggio. 

Giacinta. Yj chi è questo signore? 

Filippo. È il signor Guglielmo. 

Giacinta. Si, sì, è un giovane di talento. 

* Da palosso, che ò una specie di bastone animato. 



212 SECOLO XVJII. 

Filippo. Il signor Leonardo, mi figuro, andrà in calesse 
con sua sorella. 

Giacinta. Probabilmente. 

Brigida. Ed io, signore, con chi anderò? 

Filippo. Tu andrai, come sei solita andare; per mare, 
in una feluca colla mia gente e con quella del signor Leo- 
nardo. 

Brigida. Ma, signore, il mare mi fa sempre male, e Tanno 
passato ho corso il pericolo d'annegarmi, e quest'anno non 
ci vorrei andare. 

Filippo. Vuoi ch'io ti prenda un calesse appostai 

Brigida. Compatitemi, con chi va il cameriere del si- 
gnor Leonardo? 

Giacinta. Appunto : il suo cameriere lo suol condurre 
per terra. Povera Brigida, lasciate, che ella vada con esso lui. 

Filippo. Col cameriere? 

Giacinta. Sì, cosa avete paura? Ci siamo noi: e poi sa- 
pete, che Brigida è una buona fanciulla. 

Brigida. In quanto a me, vi protesto, monto in sedia, 
mi metto a dormire, e non lo guardo in faccia nemmeno. 

Giacinta. È giusto ch'io abbia meco la mia cameriera. 

Brigida. Tutte le signore la conducono presso di loro. 

Giacinta. Per viaggio mi possono abbisognar cento cose. 

Brigida, Almeno son li pronta per assistere, per servir 
la padrona. 

Giacinta. Caro signor padre. 

Brigida. Caro signor padrone. 

Filippo. Non so che dire ; non so dir di no, non son ca- 
pace di dir di no, e non dirò mai di no. 

Viene Leonardo infuriato per aver saputo dell'invito fatto a 
Guglielmo. 

[Scena XII. — Giacinta, Leonardo.'] 

Leonardo. Servitor suo, signora Giacinta. 

Giacinta. Padrone, signor Leonardo. 

Leonardo. Scusi, se son venuto ad incomodarla. 

Giacinta. Fa grazia, signor cerimoniere, fa grazia. 

Leonardo. Sono venuto ad augurarle il buon viaggio. 

Giacinta. Per dove ? 

Leonardo. Per la campagna. 

Giacinta. E ella non favorisce? 

Leonardo. Non signora. 

Giacinta. Perchè, se è lecito? 

Leonardo. Perchè non le vorrei essere di disturbo. 

Giacinta. Ella non incomoda mai ; favorisce sempre. E cosi 
grazioso, che favorisce sempre. 

Leonardo. Non sono io il grazioso. Il grazioso lo avrà 
seco lei nella sua carrozza 



CARLO GOLDONI. 213 

Giacinta. Io non dispongo, si<^nore. Mio padre è il pa- 
drone, ed è padrone di l'ar venire clii vuole. 

Leonardo. Ma la nudinola si accomoda volentieri. 
(iiacinta. Se volentieri o malvolentieri, voi non avete 
da far l'astrologo. 

Leonardo. Alle corte, signora Giacinta. Quella compa- 
gnia non mi piace. 

Giacinta. È inutile, che a me lo diciate. 

L^eonardo. E a chi lo devo dire? 

Giacinta. A mio padre. 

Leonardo. Con lui non ho liberta, di spiegarmi. 

Giacinta. Né io ho V autorità di farlo fare a mio modo. 

Leonardo. Ma se vi premesse la mia amicizia, trove- 
reste la via di non disgustarmi. 

Giacinta. Come? Suggeritemi voi la maniera. 

Leonardo. Oh ! non mancano pretesti quando si vuole. 

Giacinta. Ter esempio? 

Leonardo. Per esempio si fa nascere una novità, che 
diflerisca l'andata, e si acquista tempo: e quando preme, 
si tralascia d'andare, piuttosto che disgustare una persona 
per cui si ha qualche stima. 

Giacinta. Si, per farsi ridicoli (luesta è la vera strada. 

Leonardo. Eh ! dite, che non vi curate di me. 

Giacinta. Ho della stima, ho dell'amore per voi ; ma non 
voglio per causa vostra fare una trista figura in faccia del 
mondo. 

Leonardo, Sarebbe un gran male, che non andaste un 
anno in villeggiatura? 

Giacinta. Un anno senza andare in villeggiatura ! Che 
dii'ebbero di me a Montenero ? Che direbbero di me a Li- 
vorno? Non avrei più ardire di mirar in faccia nessuno. 

Leonardo. Quand' è cosi, non occorre altro. Vada, si di- 
verta e buon prò le faccia. 

Giacinta. Ma ci verrete anche voi. 

Leonardo. Non signora, non ci verrò. 

Giacinta. Eh ! sì\ che verrete. 

Leonardo. Con lui non ci voglio andare. 

Giacinta. E che cosa vi ha fatto colui? 

Leonardo. Non lo posso vedere. 

Giacinta. Dunque l'odio che avete per lui, è più grande 
dell' amore che avete per me. 

Leonardo. Io l'odio appunto per causa vostra. 

(Uacinta. Ma per qual motivo? 

Leonardo. Perdio, perchè.... non mi fate parlare. 

Giacinta. Perchè ne siete geloso. 

Leonardo. Si, perchè ne sono geloso. 

Giacinta. Qui vi voleva. La gelosia che avete di lui, è 
un'offesa che fate a me, e non potete essere di lui ge- 
loso, senza credere me una frasca, una civetta, una ban- 
deruola. Chi ha della stima per una persona non può nu- 



214 SECOLO XVIII. 

trire tai .sentimenti, e dove non vi è stima non vi può 
essere amore ; e se non mi amate, lasciatemi, e se non 
sapete amare, imparate. Io vi amo, e son fedele, e son 
sincera, e so il mio dovere, e non vo' gelosie, e non vo- 
glio dispetti, e non voglio farmi ridicola per nessuno, e in 
villa ci ho da andare, ci devo andare, e ci voglio andare. 
Leonardo. Va', clie il diavolo ti strascini. Ma no, può es- 
sere che tu non ci vada. Farò tanto forse, che non ci anderai. 
Maladetto sia il villeggiare. In villa ha fatto quest'amici- 
zia; in villa ha conosciuto costui. Si sacrifichi tutto: dica 
il mondo quel che vuol dire. Non si villeggia più, non si va 
più in campagna. 

Neir atto secondo Vittoria, tutta lieta del suo abito, discorre col 
fido ed amorevole Paolo. 

[ATTO SECONDO. — Scena I. — Vittoria, Paolo.] 

Vittoria. Via, via non istate più a taroccare. Lasciate 
che le donne finiscano di fare quel che hanno da fare, e 
piuttosto vi aiuterò a terminare il baule per mio fratello. 

Paolo. Non so che dire. Siamo tanti in casa, e pare 
che io solo abbia da fare ogni cosa. 

Vittoria. Presto, presto. Facciamo, che quando torna il 
signor Leonardo, trovi tutte le cose fatte. Ora son conten- 
tissima, a mezzogiorno avrò in casa il mio abito nuovo. 

Paolo. Glier ha poi finito il sarto ? 

Vittoria. Sì, F ha finito; ma da colui non mi servo più. 

Paolo. E perchè, signora? Lo ha fatto male? 

Vittoria. No, per dir la verità, è riuscito bellissimo. Mi 
sta bene, è un abito di buon gusto, che forse forse farà la 
prima figura, e farà crepar qualcheduno d'invidia. 

Paolo. E perchè dunque è sdegnata col sarto? 

Vittoria. Perchè mi ha fatto un' impertinenza. Ha voluto 
i danari subito per la stoffa e per la fattura. 

Paolo, Perdoni, non mi par che abbia gran torto. ]Mi ha 
detto più volte, che ha un conto lungo e che voleva esser 
saldato. 

Vittoria. E bene, doveva aggiungere alla lunga polizza 
anche questo conto, e sarebbe stato pagato di tutto. 

Paolo. E quando sarebbe stato pagato? 

Vittoria. Al ritorno della villeggiatura. 

Paolo. Crede ella di ritornar di campagna con dei quat- 
trini ? 

Vittoria. E facilissimo. In campagna si giucca. Io sono 
piuttosto fortunata nel giuoco, e probabilmente l'avrei pa- 
gato senza sagrificare quel poco, che mio fratello mi passa 
per il mio vestito. 

Paolo. A buon conto quest' abito è pagato, e non ci ha 
più da pensare. 



i 



CARLO GOLDONI. 215 

Vittoria. Si ma sono restata senza quattrini. 

Paolo. Che importa? Ella non no ha per ora da spendere. 

Vittoria. E corno ho da l'ar a giuocare? 

Paolo. Ai giuochotti si può perder poco. 

Vittoria. Oh! io non giuoco a'giuoolietti. Non ci ho pia- 
cere, non vo' applicare. In città giuoco qualche volta per 
compiacenza; ma in campagna il mio divertimento, lamia 
passione è il taraone. 

Paolo. Per quest'anno le converrà aver pazienza. 

Vittoria. Oh questo poi no. Vo'giuocare, perchè mi piace 
giuncare. Vo' giuocare, perchè ho bisogno di vincere, ed è 
necessario ch'io giuochi per non far dir di me la conver- 
sazione. In ogni caso io mi fido, io mi comprometto di voi. 

paolo. Di me? 

Vittoria. Sì, di voi. Sarebbe gran cosa, che mi antici- 
paste qualche danaro a conto del mio vestiario dell'anno 
venturo ? 

Paolo. l'erdoni. Mi pare, che ella lo abbia intaccato della 
metà almeno. 

Vittoria. Che importa? Quando l'ho avuto, l'ho avuto. 
Io non credo, che vi Carote pregare por ([uesto. 

Paolo. Per me la servirei volentieri, ma non ne ho. È 
vero, che quantunque io non abbia che il titolo ed il s<i- 
lario di cameriere, ho l'onor di servire il padrone da fat- 
tore e da maestro di casa. Ma la cassa che io tengo, è cos'i 
ristretta, che non arrivo mai a poter pagare quello che 
alla giornata si spende ; e per dirle la verità, sono indietro 
anch' io di sei mesi del mio onorario. 

Vittoria. Lo dirò a mio fratello, e mi darà egli il bisogno. 

Paolo. Signora, si accerti, che ora è più che mai in ri- 
strettezze grandissime, e non si lusinghi, perchè non le può 
dar niente. 

Vittoria. Ci sarà del grano in campagna. 

Paolo. Non ci sarà nemmeno il bisogno per far il pane 
che occorre. 

Vittoria. V uva non sarà venduta. 

Paolo. È venduta anche V uva. 

Vittoria. Anche l'uva? 

Paolo. E se andiamo di questo passo, signora.... 

Vittoria. Non sarà cos'i di mio zio. 

Paolo. Oh! quello ha il grano, il vino, e i danari. 

Vittoria. E non possiamo noi prevalerci di qualche cosa? 

Paolo. Non signora. Hanno fatto le divisioni. Ciasche- 
duno conosce il suo. Sono separate le fattorie. Non vi è 
niente da sperare da quella parte. 

Vittoria. Mio fratello dunque va in precipizio ? 

Paolo. Se non ci rimedia ! 

Vittoria. E come avrebbe da rimediarci? 

Paolo. Regolar le spese. Cambiar sistema di vivere. Ab- 
bandonar soprattutto la villeggiatura. 



21G SECOLO XVIII. 

Vittoria. Abbandonar la ville^'giatura? Si vede bene clic 
siete un uomo da niente. Ristringa le spese in casa. Scemi 
la tavola in città, minori la servitù ; le dia meno salario ; 
si vesta con meno sfarzo, risparmi quel che getta in Li- 
vorno ; ma la villeggiatura si deve fare, e ha da essere da 
par nostro, grandiosa secondo il solito e colla solita pro- 
prietà. 

Paolo. Crede ella, clie possa durar lungo tempo? 

Vittoria. Che duri fin che io ci sono. La mia dote è in 
deposito, e spero che non tarderò a maritarmi. 

Paolo. E intanto?... 

Yittoì'ia. E intanto terminiamo il baule. 

Paolo. Ecco il padrone. 

Vittoria. Non gli diciamo niente per ora. Non lo met- 
tiamo in melanconia. Ho piacere che sia di buon animo, 
che si parta con allegria. Terminiamo di empir il baule. 

Ma Leonardo entra furibondo e toglie gli ordini per la par- 
tenza. 

[Scena IL — Leonardo e eletti.'] 

Leonardo. (Ah ! vorrei nascondere la mia passione, ma 
non so se sarà possibile. Sono troppo fuor di me stesso.) 

Vittoria. Eccoci qui, signor fratello, eccoci qui a lavo- 
rare per voi. 

Leonardo, Non vi affrettate. Può essere che la partenza 
si differisca. 

Vittoria. No, no, sollecitatela pure. Io sono in ordine, 
il mio mariage è finito. Son contentissima, non vedo Torà 
d' andarmene. 

Leonardo. Ed io sul supposto di far a voi un piacere, 
ho cambiato disposizione, e per oggi non si partirà. 

Vittoria. E ci vuol tanto a rimettere le cose in ordine 
per partire? 

Leonardo. Per oggi, vi dico, non è possibile. 

Vittoria. Via, per oggi pazienza. Si partirà domattina 
pel fresco : non è così ? 

Leonardo. Non lo so. Non ne son sicuro. 

Vittoria. Ma voi mi volete far dare alla disperazione. 

Leonardo. Disperatevi quanto volete, non so che farvi. 

Vittoria. Bisogna dire, che vi siano dei gran motivi. 

Leonardo. Qualche cosa di più della mancanza d' un 
abito. 

Vittoria. E la signora Giacinta va questa sera? 

Leonardo. Può essere eh' ella pure non vada. 

Vittoria. Ecco la gran ragione. Eccolo il gran motivo. 
Perchè non parte la bella, non vorrà partire ramante. Io 
non ho che fare con lei, e si può partire senza di lei. 

Leonardo. Partirete quando a me parerà di partire. 

Vittoria. Questo è un torto, questa è un'ingiustizia, che 



CARLO GOLDONI. 217 

voi mi fato. Io non lio da restar in Livorno quando tutti 
vanno in campagna, o la signora Giacinta mi sentirà, se 
resterò a Livorno per lei. 

Leonardo. Questo non è ragionare da fanciulla propria 
e civile, come voi siete. E voi, che fate colà ritto, ritto, 
come una statua? 

Paolo. Aspetto gli ordini. Sto a vedere, sto a sentire. 
Non so, s'io abbia a seguitare a fare, o a principiar a disfare. 

Vittoria. Seguitate a fare. 

Leonardo. Principiate a disfare. 

Paolo. Fare e disfare è tutto lavorare. 

Vittoria. Io butterei ogni cosa dalla finestra. 

I^conardo. Principiate a buttarvi il vostro mariage. 

Vittoria. Sì, se non vado in campagna, lo straccio in 
cento mila pezzi. 

Leonardo. Che cosa c'è in questa cassa? 

Paolo. Il caffè, la cioccolata, lo zucchero, la cera e le 
spezierie. 

Leonardo. M' immagino, che niente di ciò sarà stato 
pagato. 

Paolo. Con che vuol ella, eh' io abbia pagato ? So bene 
che per aver (jucsta roba a credito, ho dovuto sudare : e 
i bottegai mi hanno maltrattato, come se io l'avessi rubata. 

Leonardo. Riportate ogni cosa a chi ve l'ha data, e fate 
che depennino la partita. 

Paolo. Si, signore. l']hi ! chi è di là? Aiutatemi. 

Vittoria. (Oh povera me! La villeggiatura è finita.) 

Paolo. Bravo, signor padrone : cosi va bene. Far manco 
debiti che si può. 

Leonardo. Il malan, che vi colga. Non mi fate il dot- 
tore, che perderò la pazienza. 

Paolo. (Andiamo, andiamo, prima che si penta. Si vede, 
che non lo fa per economia, lo fa per qualche altro diavolo 
che ha per il capo.) 

[Scena IH. — Vittoria, Leonardo."] 

Vittoria. Ma si può sapere il motivo di questa vostra 
disperazione ? 

Leonardo. Non lo so nemmen io. 

Vittoria. Avete gridato colla signora Giacinta? 

Leonardo. Giacinta è indegna dell' amor mio, è indegna 
dcir amicizia della mia casa, e ve lo dico, e ve lo comando, 
non vo' che la pratichiate. 

Vittoria. VA\ ! già, quando penso una cosa, non fallo mai. 
L'ho detto, e cosi è. Non si va più in campagna per ra- 
gione di quella sguaiata, ed ella ci anderà, ed io non ci 
potrò andare. E si burleranno di me. 

Leonardo. Eh ! corpo del diavolo, non ci anderà nemmeu 
ella. Farò tanto, che non ci anderà. 



218 SECOLO XVIII. 

Vittoria. Se non ci andasse Giacinta, mi pare che mi 
spiacerebbe meno eli non andar io. Ma ella si, ed io no? 
Ella a far la graziosa in villa, ed io restar in città? Sa- 
rebbe una cosa, sarebbe una cosa da dar la testa nelle 
muraglie. 

Leonardo. Vedrete, che ella non anderà. Per conto mio 
ho levato l'ordine de' cavalli. 

Vittoria. Oh sì, peneranno assai a mandar eglino alla 
Posta! 

Leonardo. Eh! ho fatto qualche cosa di più. Ilo fatto 
dir delle cose al signor Filippo, che se non è stolido, se 
non è un uomo di stucco, non condurrà per ora la sua 
figliuola in campagna. 

Vittoria. Ci ho gusto. Anch' ella sfoggierà il suo gran- 
d' abito in Livorno. La vedrò a passeggiare sulle mura. Se 
l'incontro, le vo'dar la baia a dovere. 

Leonardo. Io non voglio che le parliate. 

Vittoria. Non le parlerò, non le parlerò. So corbellare 
senza parlare. 

Anche Ferdinando, che viene annunziandosi pronto a partire, 
è rimandato via, con gran dolore di Vittoria, che non farà più la 
figura sperata nel tempo della villeggiatura. 

Si torna in casa di Filippo. Entra Fulgenzio vecchio e amico 
di Leonardo. 

■ [Scena IX. — Filippo, Fulgenzio.'] 

Fulgenzio. Buon giorno, signor Filippo. 

Filippo. Riverisco il mio carissimo signor Fulgenzio. Che 
buon vento vi conduce da queste parti? 

Fulgenzio. La buona amicizia, il desiderio di rivedervi 
prima che andiate in villa e di potervi dare il buon viaggio. 

Filippo. Son obbligato al vostro amore, alla vostra cor- 
dialità, e mi fareste una gran finezza se vi compiaceste 
di venir con me. 

Fulgenzio. No, caro amico, vi ringrazio. Sono stato in 
campagna alla raccolta del grano, ci sono stato alla semina, 
sono tornato per le biade minute, e ci anderò pel il vino. 
Ma son solito di andar solo, e di starvi quanto esigono i 
miei interessi, e non più. 

Filippo. Circa agl'interessi della campagna, poco più, 
poco meno, ci abbado anch' io, ma solo non ci posso stare. 
Amo la compagnia, ed ho piacere nel tempo medesimo di 
agire e di divertirmi. 

Fulgenzio. Benissimo, ottimamente. Dee ciascheduno 
operare secondo la sua inclinazione. Io amo star solo, ma 
non disapprovo chi ama la compagnia. Quando però la com- 
pagnia sia buona, sia conveniente, e non dia occasione al 
mondo di mormorare. 



CARLO GOLDONI. 219 

Filippo. Me lo dite in certa maniera, signor Fulgenzio, 
die pare abbiate intenzione di dare a me delle statlìlate. 

Fulgenzio. Caro amico, noi siamo amici da tanti anni. 
Sapete, se vi ho sempre amato, se nelle occasioni vi ho 
dati dei segni di cordialità. 

Filippo. Si, me ne ricordo, e ve ne sarò grato lino ch'io 
viva. Quando ho avuto bisogno di denari, me ne avete 
sempre somministrati senz' alcuna dillìcoltà. Ve li ho per 
altro restituiti, e i mille scudi che l'altro giorno mi avete 
prestati, gli avrete, come mi sono impegnato, da qui a 
tre mesi. 

Fulgenzio. Di ciò son sicurissimo, e prestar mille scudi 
ad un galantuomo, io lo calcolo un servizio da nulla. i\Ia 
permettetemi, che io vi dica un'«)Sservazione che ho latta. 
Io veggo, che voi venite a domandarmi denaro in prestito 
quasi ogni anno, quando siete vicino alla villeggiatura. Se- 
gno evidente, che la villeggiatura v'incomoda; ed è un 
peccato che un galantuomo, un benestante, come voi siete, 
file ha il suo bisogno per il suo mantenimento, s" incomodi 
domandi denari in prestito per ispenderli malamente. Si, 
signore, per ispenderli malamente, perchè le persone me- 
desime, che vengono a mangiare il vostro, sono le prime 
a dir male di voi, e fra (luelli, che voi trattato amorosa- 
mente, vi è qualcheduno, che pregiudica al vostro decoro 
ed alla vostra riputazione. 

Filippo. Cospetto! Voi mi mettete in un'agitazione gran- 
dissima. Rispetto allo spendere qualche cosa di più, e l'armi 
mangiare il mio malamente, ve l'accordo, è vero, ma sono 
avvezzato cosi, e linalmente non ho che una sola liglia. 
Posso darle una buona dote, e mi resta da viver bene tino 
ch'io campo. Mi fa specie che voi diciate, che vi è chi 
pregiudica al mio decoro, alla mia riputazione. Come po- 
tete dirlo, signor Fulgenzio? 

Fulgenzio. Lo dico con fondamento, e lo dico appunto, 
riflettendo che avete una figliuola da maritare. Io so clie 
vi è persona che la vorrebbe per moglie, e non ardisce di 
domandarvela, percliè voi la lasciate troppo addomesticar 
colla gioventù, e non avete riguardo di ammettere zerbi- 
notti in casa, e sino di accompagnarli in viaggio con essolei. 

Filippo. Volete voi dire del signor Guglielmo? 

Fulgenzio. Io dico di tutti, e non voglio dir di nessuno. 

Filippo. Se parlaste del signor Guglielmo, vi accerto che 
è un giovane il più savio, il più dabbene del mondo, 

Fulgenzio. Egli è giovane. 

Filippo. E mia figlia è una fanciulla prudente. 

Fulgenzio. Ella è donna. 

Filippo. E vi è mia sorella, donna attempata.... 

Fulgenzio. E vi sono delle vecchie più pazze assai delle 
giovani. 

Filippo. Era venuto anche a me qualche dubbio su tal 



220 SECOLO xviir. 

proposito, ma lio pensato poi, che tanti altri si conducono 
nella stessa maniera.... 

Fulgenzio. Caro amico, de' casi ne avete mai verluti a 
succedere? Tutti quelli che si conducono come voi dite, si 
sono poi trovati della loro condotta contenti ? 
Filippo. F^er dire la verità, chi si, e chi no. 
Fulgenzio. E voi siete sicuro del si? Non potete dubi- 
tare del no? 

Filippo. Voi mi mettete delle pulci nel capo. Non veggo 
l'ora di liberarmi di questa figlia. Caro amico, e chi è quegli 
che dite voi, che la vorrebbe in consorte? 
Fulgenzio. Per ora non posso dirvelo. 
Filippo. Ma perchè? 

Fulgenzio. Perchè per ora non vuol essere nominato. 
Regolatevi diversamente, e si spiegherà. 

Filippo. E che cosa dovrei fare? Tralasciar d'andare 
in campagna? È impossibile; son troppo avvezzo. 

Fulgenzio. Che bisogno c'è, che vi conduciate la figlia? 
Filippo. Cospetto di bacco! Se non la conducessi, ci sa- 
rebbe il diavolo in casa. 

Fulgenzio. Vostra figlia dunque può dire anch' ella la 
sua ragione? 

Filippo. V ha sempre detta. 
Fulgenzio. E di chi è la colpa? 

Filippo. È mia, lo confesso, la colpa è mia. Ma son di 
buon cuore. 

Fulgenzio. Il troppo buon cuore del padre fa essere di 
cattivo cuore le figlie. 

Filippo. E che vi ho da fare presentemente? 
Fulgenzio. Un poco di buona regola. Se non in tutto, 
in parte. Staccatele dal fianco la gioventù. 

Filippo. Se sapessi come fare a liberarmi dal signor Gu- 
glielmo! 

Fulgenzio. Alle corte ; questo signor Guglielmo vuol es- 
sere il suo malanno. Per causa sua il galant' uomo che la 
vorrebbe, non si dichiara. Il partito è buono, e se volete 
che se ne parli e che si tratti, fate, a buon conto, che non 
si veda questa mostruosità, che una figliuola abbia da co- 
mandar più del padre. 

Filippo. Ma ella in ciò non ne ha parte alcuna. Sono 
stato io, che l'ho invitato a venire. 

Fulgenzio. Tanto meglio. Licenziatelo. 
Filippo. Tanto peggio ; non so come licenziarlo. 
Fulgenzio. Siete uomo, o che cesa siete? 
Filippo. Quando si tratta di far male grazie, io non so 
come fare. 

Fulgenzio. Badate, che non facciano a voi delle male- 
grazie che puzzino. 

Filippo. Orsù, bisognerà eh' io lo faccia. 
Fulgenzio. Fatelo, che ve ne chiamerete contento. 



I 



CARLO GOLDONI. 221 

Filippo. Potreste ben farmi la confidenza ili dirmi clii 
sia r amico che aspira alla mia Urlinola. 

Fulgenzio. Per ora non posso; compatitemi. Deggio an- 
dare per un aliare di premura. 

Filippo. Accomodatevi come vi pare. 

Fulgenzio. Scusatemi della libertà che mi ho preso. 

Filippo. Anzi vi ho tutta l'obbligazione. 

Fulgenzio. A buon rivederci. 

Filippo. Mi raccomando alla grazia vostra. 

Fulgenzio. (Credo di aver ben servito il signor Leonardo. 
Ma ho inteso di servire alla veritìi, alla ragione, all'inte- 
resse e al decoro dell'amico Filippo.) 

M;i Cincintn, initnta contro Leonardo, fa in modo che il padre 
non mandi a dire a Gnglielnio che non vi è posto per lui. 

[Scena XI. — Giacinta.'] 

Giacinta. Nulla mi premo del signor (Uiglielmo. Afa non 
voglio che Leonardo si possa vantare d'averla vinta, dia 
son sicura che gli passerà, son sicura che tornerà, che 
conoscerà non essere questa una cosa da prendere con 
tanto caldo. E se mi vuol bene davvero, com'egli dice, im- 
parerà a regolarsi per V avvenire con più discrezione, che 
non sono nata una schiava, e non voglio essere schiava. 

Viene Vittoria a far visita. 

[Scena Xll. — Giacinta, Vittoria.'] 

Vittoria. Giacintina, amica mia carissima. 

Giacinta. Buon di, la mia cara gioia. 

Vittoria. Che dite eh? È una bell'ora questa da inco- 
modarvi? 

Giacinta. Ohi incopiodarmi? Quando vi ho sentito ve- 
nire, mi si è allargato il cuore di allegrezza. 

Vittoria. Come state ? State bene ì 

Giacinta. Benissimo. E voi? Afa è superfluo il doman- 
darvi ; siete grassa e fresca, il cielo vi benedica, che con- 
solate. 

Vittoria. Voi, voi avete una cera che innamora. 

Giacinta. Oh! cosa dite mai? Sono levata questa mat- 
tina per tempo, non ho dormito, mi duole lo stomaco, mi 
duole il capo, figuratevi che buona cera ch'io posso avere ! 

Vittoria. VA io, non so cosa m'abbia, sono tanti giorni, 
che non mangio niente: niente, niente, si può dir quasi 
niente. Io non so di che viva, dovrei essere come uno stecco. 

Giacinta. Si, sì, come uno stecco! Questi bracciotti non 
sono stecchi. 

Vittoria. Eh ! a voi non vi si contano l'ossa. 



222 SECOLO XVIII. 

Giacinta. No, poi. Per grazia del cielo, lio il mio biso- 
g netto. 

Vittoria. Oli cara la mia Giacinta! 

Giacinta. Oh benedetta la mia Vittoria! Sedete, gioia; 
via sedete. 

Vittoria. Aveva tanta voglia di vedervi ! Ma voi non vi 
degnate mai di venir da me. 

Giacinta. Oh! caro il mio bene, non vado in nessun luogo. 
Sto sempre in casa. 

Vittoria. E io? esco un pochino la festa, e poi sempre 
in casa. 

Giacinta. Io non so come facciano quelle che vanno tutto 
il giorno a girone per la città. 

Vittoria. (Vorrei pur sapere se va o se non va a Mon- 
tenero, ma non so come fare.) 

Giacinta. (Mi fa specie, che non mi parla niente della 
campagna.) 

Vittoria. È molto che non vedete mio fratello? 

Giacinta, h" ho veduto questa mattina. 

Vittoria. Non so cos'abbia. È inquieto, è fastidioso. 

Giacinta. Eh! non lo sapete? Tutti abbiamo le nostre 
ore buone, e le nostre ore cattive. 

Vittoria. Credeva quasi che avesse gridato con voi. 

Giacinta. Con me? Perchè ha da gridare con me? Lo 
stimo, e lo venero, ma egli non è ancora in grado di poter 
gridare con me. (Ci giuoco io, che V ha mandata qui suo 
fratello !) 

Vittoria. (È superba quanto un demonio.) 

Giacinta. Vittorina, volete restar a pranzo con noi ? 

Vittoria. Oh ! no, vita mia, non posso. Mio fratello mi 
aspetta. 

Giacinta. Glielo manderemo a dire. 

Vittoria. No, no, assolutamente non posso. 

Giacinta. Se volete favorire, or ora qui da noi si dà in 
tavola. 

Vittoria. (Ho capito. Mi vuol mandar via.) Così presto 
andare a desinare? 

Giacinta. Vedete bene. Si va in campagna, si parte presto, 
bisogna sollecitare. 

Vittoria. (Ah ! maledetta la mia disgrazia.) 

Giacinta. M'ho da cambiar di tutto, m'ho da vestire 
da viaggio. 

Vittoria. Sì, sì è vero ; ci sarà della polvere. Non torna 
il conto rovinare un abito buono. 

Giacinta. Oh ! in quanto a questo poi, me ne metterò 
uno meglio di questo. Della polvere non ho paura. Mi ho 
fatto una sopravveste di cambellotto di seta col suo cappuc- 
cetto, che non vi è pericolo che la polvere mi dia fastidio. 

Vittoria. (Anche la sopravveste col cappuccetto ! Lo vo- 
glio anch'io, se dovessi vendere de' miei vestiti.) 



CARLO GOLDONI. 223 

Giacinta. Voi non l'avete la sopravveste col cappuccetto? 

Vittoria. Sì, si, ce V ho ancor io; me V ho fatta fin dal- 
l' anno passato. 

Giacinta. Non ve l'ho veduta l'anno passato. 

Vittoria. Non l' ho portata, perchè, se vi ricordate, non 
e' era polvere. 

Giacinta. Si, si non e' era polvere. (Il propriamente ri- 
dicola.) 

Vittoria. Quest' anno mi ho fatto un abito. 

Giacinta. Oh ! io me no ho fatto uno bello. 

Vittoria. Vedrete il mio, che non vi dispiacerà. 

Giacinta. In materia di questo, vedrete qualche cosa di 
particolare. 

Vittoria. Nel mio non vi è né oro né argento, ma per 
dir la verità è stupendo. 

Giacinta. Oh! moda, moda. Vuol esser moda! 

Vittoria. Oh ! circa la moda, il mio non si può dir che 
non sia alla moda. 

Giacinta. Si, si, sarà alla moda. 

Vittoria. Non lo credete ? 

Giacinta. Sì, Io credo. (Vuol restare, quando vede il mio 
mariage !) 

Vittoria. In materia di mode poi, credo di essere stata 
sempre io delle prime. 

Giacinta. Va che cos'è il vostro abito? 

Vittoria. È un mariage. 

Giacinta. Mar iage ! 

Vittoria. Si, certo. Vi par che non sia alla moda? 

Giacinta. Come avete voi saputo che sia venuta di 
Francia la moda del mariage ? 

Vittoria. Probabilmente come l'avrete saputo anche voi. 

Giacinta. Chi ve l'ha fatto? 

Vittoria. Il sarto francese monsieur de la Rejouissance. 

Giacinta. Ora ho capito. Briccone ! Me la pagherà. Io 
r ho mandato a chiamare. Io gli ho dato la moda del ma- 
riage. Io, che aveva in casa l'abito di Madama Granon. 

Vittoria. Oh ! Madama Granon è stata da me a farmi 
visita il secondo giorno che è arrivata a Livorno. 

Giacinta. Sì, sì, scusatelo. Me l' ha da pagare senz'altro. 

Vittoria. Vi spiace eh' io abbia il mariage ì 

Giacinta. Oibo, ci ho gusto. 

Vittoria. Volevate averlo voi sola? 

Giacinta. Perchè? Credete voi ch'io sia una fanciulla 
invidiosa? Credo che lo sappiate che io non invidio nessuno. 
Bado a me, mi faccio quel che mi pare, e lascio che gli 
altri facciano quel che vogliono. Ogni anno un abito nuovo 
certo. E voglio esser servita subito, e servita bene, perchè 
pago, pago puntualmente, e il sarto non lo faccio tornare 
più d' una volta. 

Vittoria. Io credo che tutte paghino. 



224 SECOLO XVIII. 

Giacinta. No, tutte non pagano. Tutte non lianno il 
modo e la delicatezza che abbiamo noi. Vi sono di quello 
che fanno aspettare degli anni, e poi se hanno qualche 
premura il sarto s'impunta. Vuole i danari sul fatto, e 
nascono delle baruffe. (Prendi questa, e sappimi dir se è 
alla moda.) 

Vittoria. (Non crederei che parlasse di me. Se potessi 
credere che il sarto avesse parlato, lo vorrei trattar come 
merita.) 

Giacinta. E quando ve lo metterete questo beli' abito ? 

Vittoria. Non so, può essere che non me lo metta nem- 
meno. Io son così: mi basta d'aver la roba, ma non mi 
curo poi di sfoggiarla. 

Giacinta. Se andate in campagna sarebbe quella l'occa- 
sione di metterlo. Peccato, poverina, che non ci andiate in 
quest' anno ! 

Vittoria. Chi v' ha detto che io non ci vada ? 

Giacinta. Non so ; il signor Leonardo ha mandato a li- 
cenziar i cavalli. 

Vittoria. E per questo ? Non si può risolvere da un mo- 
mento air altro ? E credete che io non possa andare senza 
di lui ? Credete che io non abbia delle amiche, delle parenti 
da poter andare? 

Giacinta. Volete venire con me ? 

Vittoria. No, no, vi ringrazio. 

Giacinta. Davvero, vi vedrei tanto volentieri. 

Vittoria. Vi dirò, se posso ridurre una mia cugina a 
venire con me a Montenero, può essere che ci vediamo. 

Giacinta. Oh ! che l' avrei tanto a caro. 

Vittoria. A che ora partite? 

Giacinta. A ventun'ora. 

Vittoria. Oh! dunque c'è tempo. Posso trattenermi qui 
ancora un poco. (Vorrei vedere quest' abito se potessi.) 

Giacinta. Sì, sì, ho capito. Aspettate un poco. 

Vittoria. Se avete qualche cosa da fare, servitevi. 

Giacinta. Eh ! niente. M' hanno detto che il pranzo è 
all'ordine, e che mio padre vuol desinare. 

Vittoria. Partirò dunque. 

Giacinta. No, no, se volete restare, restate. 

Vittoria. Non vorrei che il vostro signor padre si avesse 
a inquietare. 

Giacinta. Per verità è fastidioso un poco. 

Vittoria. Vi leverò l'incomodo. 

Giacinta. Se volete restar con noi mi farete piacere. 

Vittoria. (Quasi quasi ci resterei per la curiosità di que- 
st' abito.) 

Giacinta. Ho inteso : non vedete ? Abbiate creanza. 

Vittoria. Con chi parlate? 

Giacinta. Col servitore che mi sollecita. Non hanno 
niente di civiltà costoro. 



CARLO GOLDONI. 225 

Vittoria. Io non ho veduto nessuno. 

Giacinta. E V ho hen veduto io. 

Vittoria. (Ho capito.) Signora Giacinta, a buon rivederci. 

Giacinta. Addio, cara. Vogliatemi bene, ch'io vi assicuro 
clic ve ne voglio. 

Vittoria. Siato certa, che siete corrisposta di cuore. 

Giacinta. Un bacio almeno. 

Vittoria. Si, vita mia. 

Giacinta. Cara la mia gioia. 

Vittoria. Addio. 

Giacinta. Addio. 

Vittoria. (Faccio degli sforzi a fingere, che mi sento 
crepare.) 

Giacinta. (Le donne invidiose, io non le posso soffrire.) 

Ncir atto terzo, Fulgenzio partecipa a Leonardo i discorsi avuti 
con Filippo e il buon esito delle sue trattative, e lo incoraggia a 
chiedere la mano di Giacinta al padre e insieme a provvedere ai 
suoi aft'ari dissestati. Intanto si affrettano i preparativi per la 
partenza. 

[ATTO IIL — Scena \\l. — Leonardo, Paolo.l 

Leonardo. Ora, che nella carrozza loro non va Guglielmo, 
non rifiuteranno la mia compagnia; sarebbe un torto ma- 
nifesto che mi farebbono. E poi se il signor F\ilgenzio gli 
parla, se il signor Filippo è contento di dare a me sua 
lìgliuola, come non dubito, la cosa va in forma ; nella car- 
rozza ci ho d'andar io. Con mia sorella vedrò che civada 
il signor Ferdinando. Già so com'egli è fatto, non si ricor- 
derà più di quello che gli ho detto. 

Paolo. Eccomi a' suoi comandi. 

Leonardo. Presto, mettete all'ordine quel che occorre, 
e fate ordinare i cavalli, che a ventun' ora s' ha da partire. 

Paolo. Oh bella! 

Leonardo. E spicciatevi. 

Paolo. E il desinare? 

Leonardo. A me non importa il desinare. Mi preme clic 
siamo lesti per la partenza. 

Paolo. Ma io ho disfatto tutto quello clie aveva fatto. 

Leonardo. Tornate a fare. 

Paolo. È impossibile. 

Leonardo. Ha da esser possibile, e lia da esser fatto. 

Paolo. (Maledetto sia il servire in questa maniera.) 

Leonardo. E voglio il caffè, la cera, lo zucchero, la cioc- 
colata. 

Paolo. Io ho reso tutto ai mercanti. 

Leonardo. Tornate a ripigliare ogni cosa. 

Paolo. Non mi vorranno dar niente. 

Leonardo. Non mi fate andar in collera. 

IV. Ij 



22G SECOLO XVIII. 

Paolo. Ma, signore.... 

Leonardo. Non c'è altro da dire. Spicciatevi. 

Paolo. Vuole che gliela dica? Si faccia servire da clii 
vuole, Cirio non ho T abilità per servirla. 

Leonardo. No, Paolino mio, non mi abbandonare. Dopo 
tanti anni di servitù, non mi abbandonare. Si tratta di tutto. 
Vi farò una confidenza non da padrone, ma da amico. Si 
tratta, che il signor Filippo mi dia per moglie la sua figliuola 
con dodici mila scudi di dote. Volete ora eh' io perda il cre- 
dito? Mi volete vedere precipitato? Credete eh' io sia in ne- 
cessità di fare gli ultimi sforzi per comparire? Avrete cuore 
ora di dirmi, che non si può, che è impossibile, che non mi 
potete servire? 

Paolo. Caro signor padrone, la ringrazio della confidenza, 
che si è degnato di farmi : farò il possibile ; sarà servita. 
Se credessi di far col mio, la non dubiti, sarà servita. 

[Scena IV. — Leonardo, Vittoria.'] 

Leonardo. È un buon uomo, amoroso, fedele ; dice che 
farà, se credesse di far col suo. ]\Ia m' immagino già ; quel 
che ora è suo, una volta sarà stato mio. Frattanto vo' ri- 
mettere in ordine il mio baule. 

Yittoria. Orsù, signor fratello, vengo a dirvi liberamente 
che di questa stagione in Livorno non ci sono mai stata, e 
non ci voglio stare, e voglio andare in campagna. Ci va la 
signora Giacinta, ci vanno tutti, e ci voglio andar ancor io. 

Leonardo. E che bisogno e' è, che mi venite ora a par- 
lare con questo caldo? 

Vittoria. Mi scaldo, perchè ho ragione di riscaldarmi, e 
andrò in campagna con mia cugina Lucrezia e con suo 
marito. 

Leonardo. E perchè non volete venir con me? 

Yittoria. Quando? 

Leonardo. Oggi. 

Yittoria. Dove? 

Leonardo. A Montenero. 

Yittoria. Voi? 

Leonardo. Io. 

Yittoria. Oh ! 

Leonardo. Si, da galantuomo. 

Yittoria. Mi burlate? 

Leonardo. Dico davvero. 

Yittoria. Davvero, davvero? 

Leonardo. Non vedete, ch'io fo il baule? 

Yittoria. Oh ! fratello mio, come è stata ? 

Leonardo. Vi dirò: sappiate che il signor Fulgenzio.... 

Yittoria. Si, sì, mi racconterete poi. Presto, donne, dove 
siete? Donne! le scatole, la biancheria, le scuffie, gli abiti, 
il mio mariage ! 



CARLO GOLDONI. 227 

Ma il servitore Cecco che ritorna da casa del 8ip:nor Filippo, dico 
che questi si scusa di non poter accojjliere nella sua carrozza 
Lcouardo, perdio è invitato Guglielmo. 

[Scena V. — Leonardo, Cecco. '\ 

Cecco. Eccomi di ritorno. 

Leonardo. E così che hanno detto? 

Cecco. Oli ho trovati padre e iv^VvA, tutti e due insieme. 
M'hanno detto di riverirla: che avranno piacere della di 
lei compaj^nia per via^^gio, ma che circa il posto nella car- 
rozza, abbia la bontà di compatire, che non la possono ser- 
vire, perchè sono impegnati a darlo al signor Guglielmo. 

Leonardo. Al signor Guglielmo? 

Cecco. Così m' hanno detto. 

Leonardo. Hai capito bene? Al signor Guglielmo? 

Cecco. Al signor (Juglielmo. 

Leonardo. No, non può essere. Sei uno stolido, sei un 
balordo. 

Cecco. Io le dico, che ho capito benissimo, e in segno 
della mia verità, quando io scendeva le scale, saliva il si- 
gnor Guglielmo col suo servitore col valigino. 

Leonardo. Povero me ! non so dove mi sia. Mi ha tra- 
dito Fulgenzio, mi scherniscono tutti, son l'uor di me. Sono 
disperato. 

Cecco. Signore. 

Leonardo. Portami dell' acqua. 

Cecco. Da lavar le mani t 

Leonardo. Un bicchier d'acqua, che tu sia maledetto. 

Cecco. Subito. (Non si va più in campagna.) 

Leonardo. Ma come mai quel vecchio, (piel maledetto 
vecchio ha potuto ingannarmi? L'avranno ingannato! Ma 
se mi ha detto, che Filippo ha con esso lui degli altari, in 
virtù dei (inali non lo poteva ingannare ; duuiiue il male 
viene da lui.... ma non può venire da lui. Verrà da lei, da 
lei.... ma non può venire nemmeno da lei. Sarà stato il pa- 
dre ; ma se il pailre ha promesso ! Sarà stata la figlia ; ma 
se la lìglia dipende ! Sarà dunque stato Fulgenzio ! Ma per 
<iual ragione mi ha da tradire Fulgenzio i Non so niente, 
son io la bestia, il pazzo, F ignorante.... 

Cecco {viene coli' acqua). 

Leonardo. Sì, pazzo, bestia. 

Cecco. Mal perchè l)estia? 

Leonardo. Si, bestia, bestia. 

Cecco. Signore, io non sono una bestia. 

Leoìiardo. Io, io sono una bestia, io. 

Cecco. (In fatti le bestie bevono l'acqua, ed io bevo il 
vino.) 

Leonardo. Va" subito dal signor Fulgenzio. Guarda s'è in 
(■:ì^;i. DÌl'Ti chc" favorisca venii* da me, o che ir» atidiò da Ini. 



228 SECOLO XVIII. 

Cecco, Dal signor Fulgenzio qui dirimpetto? 

Leonardo. Sì, asino, da clii dunque? 

Cecco. Ha detto a me? 

Leonardo. A te. 

Cecco. (Asino, bestia, mi pare, clie sia tutt' uno.) 

[Scena VI. — Leonardo, Paolo."] 

Leonardo. Non porterò rispetto alla sua vecchiaia, non 
porterò rispetto a nessuno. 

Paolo. Animo, animo, signore, stia allegro, che tutto sarà 
preparato. 

Leonardo. Lasciatemi stare. 

Paolo. Perdoni, io ho fatto il debito mio, e più del de- 
bito mio. 

Leonardo. Lasciatemi stare, vi dico. 

Paolo. Vi è qualche novità? 

Leonardo. Sì, pur troppo. 

Paolo, I cavalli sono ordinati. 

Leonardo. Levate V ordine. 

Paolo. Un' altra volta ? 

Leonardo. Oh ! maledetta la mia disgrazia ! 

Paolo. Ma, che cosa gli è accaduto mai? 

Leonardo. Per carità, lasciatemi stare. 

Paolo. (Oh ! povero me ! andiamo sempre di male in 
peggio.) 

[Scena VIL — Vittoria e detti.'] 

Vittoria. Fratello, volete vedere il mio ynariage ? 

Leonardo. Andate via. 

Vittoria. Che maniera è questa? 

Paolo. (Lo lasci stare.) 

Vittoria. Che diavolo avete ? 

Leonardo. Sì, ho il diavolo ; andate via. 

Vittoria. E con questa bella allegria si ha da andare in 
campagna? 

Leonardo. Non vi è più campagna ; non vi è più villeg- 
giatura, non v' è più niente. 

Vittoria. Non volete andare in campagna? 

Leonardo. No, non ci vado io, e non ci anderete nem- 
meno voi. 

Vittoria. Siete diventato pazzo ? 

Paolo. (Non lo inquieti di più, per amor del cielo.) 

Vittoria. Eh ! non mi seccate anche voi. 

[Scena Vili. — Cecco e detti."] 

Cecco. Il signor Fulgenzio non e' è. 

Leonardo. Dove il diavolo se V ha portato ? 

Cecco. Mi hanno detto, che è andato dal signor Filippo. 



I 



CARLO GOLDONI. 229 

Leonardo. Il cappello e la spada. 

Paolo. Signore.... 

Leonardo. Il cappello e la spada. 

Paolo. Subito. 

Vittoria. Ma si può sapere? 

Leonardo. 11 cappello e la spada! 

paolo. Kccola servita. 

Vittoria. Si può sapere, che cosa avete? 

Leonardo. Lo saprete poi. 

Vittoria. Ma che cosa lia^ 

Paolo. Non so niente. (ìli vo' andar dietro alla lontana. 

Vittoria. Sai tu, che cos' abbia f 

Cecco. Io so, che m' ha detto asino ; non so altro. 

In casa di Filippo, Fulgenzio chiede al padre per conto di Leo- 
nardo la mano di Giacinta, che gli è accordata: ma Filippo si trova 
più clic mai imbrogliato per l'invito fatto a Guglielmo, che soprag- 
giunge, in ordine per partire. Viene anche Leonardo, sempre in col- 
lera, a cui Filippo non sa che cosa rispondere. Per fortuna, so- 
pravviene Giacinta. 

[SCEN.\ XIV. — Giacinta, Fulucnzio, Filippo e Leonardo."] 

Giacinta. Che strepito è (juesto? Che piazzate sono 
queste i 

Leonardo. Signora, le piazzate non le faccio io. Le fanno 
quelli che si burlano de' galantuomini, che mancano di pa- 
rola, che tradiscono sulla fede. 

Giacinta. Chi è il reo i 

Fulgenzio. Parlate voi. 

Filippo. Favoritemi di principiar voi. 

Fulgenzio. Orsù, ci va del mio in quest' afTare. Poiché 
il diavolo mi ci ha fatto entrare, a tacere ci va del mio, 
e se non sa parlare il signor Filippo, parlerò io. Si, signora. 
Ha ragione il signor Leonardo di lamentarsi. Dopo avergli 
dato parola, che il signor Guglielmo non sarebbe venuto con 
voi, mancargli, farlo venire, condurlo in villa, è un' azion 
poco buona, è un trattamento incivile. 

Giacinta. Che dite voi, signor padre? 

Filippo. Ila parlato con voi. Rispondete voi. 

Giacinta. Favorisca in grazia, signor Fulgenzio, con qual 
autorità pretende il signor Leonardo di comandare in casa 
degli altri? 

Leonardo. Con quell'autorità, che un amante.... 

Giacinta. Perdoni, ora non parlo con lei. Mi risponda 
il signor Fulgenzio. Come ardisce il signor Leonardo pre- 
tendere da mio padre, e da me, che non si tratti chi pare 
a noi, e non si conduca in campagna chi a lui non piace i 

Leonardo. Voi sapete benissimo.... 

Giacinta. Non dico a lei ; mi risponda il signor Fulgenzio, 



230 8EC0L0 XVIII. 

Filippo. (Oli ! non sarà vero degli amoretti, non parle- 
rebbe COSI.) 

Fulgenzio. Poiché volete clie dica io, dirò io. Il signor 
l.oonardo non direbbe niente, non pretenderebbe niente, so 
non avesse intenzione di pigliarvi per moglie. 

Giacinta. Come I 11 signor Leonardo ha intenzione di vo- 
lermi in isposa? 

Leonardo. Possibile, che vi giunga nuovo? 

Giacinta. Perdoni. Mi lasci parlar col signor F'ulgenzio. 
Dite, signore, con qual fondamento potete voi asserirlo? 

F%il(jenz4o. Col fondamento, che io medesimo, per com- 
missione del signor Leonardo, ne ho avanzata testé a vo- 
stro padre la proposizione. 

Leonardo. Ma veggendomi ora si maltrattato.... 

Giacinta. Di grazia s'accheti. Ora non tocca a lei : par- 
lerà quando toccherà a lei. Che dice su di ciò il signor padre? 

Filippo. E che cosa direste voi? 

Giacinta. No, dite prima quel che pensate voi. Dirò poi 
quello che penso io. 

Filippo. Io dico, che in quanto a me non ci avrei dif- 
ficoltà. 

Leonardo. Ma io dico presentemente.... 

Giacinta. Ma se ancora non tocca a lei ! Ora tocca par- 
lare a me. Abbia la bontà d' ascoltarmi, e poi, se vuole, ri- 
sponda. Dopo che ho Tenore di conoscere il signor Leo- 
nardo, non può egli negare ch'io non abbia avuto per lui 
della stima : e so, e conosco, eh' ei ne ha sempre avuto per 
me. La stima a poco a poco diventa amore, e voglio cre- 
dere che egli mi ami, siccome, confesso il vero, non sono 
io per lui indifferente. Per altro, per(?hè un uomo acquisti 
dell' autorità sopra una giovane non basta un equivoco af- 
fetto, ma é necessaria un' aperta dichiarazione. Fatta questa, 
non l' ha da saper la fanciulla solo, l' ha da saper chi le 
comanda, ha da esser noto al mondo, s' ha da stabilire, da 
concertare colle debite formalità. Allora tutte le finezze, 
tutte le attenzioni hanno da essere per lo sposo, ed egli 
acquista qualche ragione, se non di pretendere e di co- 
mandare, almeno di spiegarsi con libertà, e di ottenere per 
convenienza. In altra guisa può una figlia onesta trattar 
£on indifferenza, e trattar tutti, e conversare con tutti, ed 
esser egual con tutti : ma non può, e non deve usar distin- 
zioni, e dar nell'occhio, e discreditarsi. Con quella onestà, 
con cui ho trattato sempre con voi, ho trattato col signor 
Guglielmo, e con altri. Mio padre lo ha invitato con noi, ed 
io ne sono stata contenta, come lo sarei stata d' ogni altro ; 
e vi, lagnate a torto, se di lui, se di me vi dolete. Ora poi, 
che dichiarato vi siete, ora, che rendete pubblico l'amor 
vostro, che mi fate l'onore di domandarmi in isposa, e che 
mio padre lo sa, e vi acconsente, vi dico, che io ne sono 
contenta, che mi compiaccio dell'amor vostro, e vi ringrazio 



CARLO GOLDONI. 231 

(Iella vostra bontà. Per l'avvenire tutto le distinzioni sa- 
ranno vostro, vi si convengono, le potrete pretendere, e le 
otterrete. Una cosa sola vi chiedo in grazia, e da questa 
grazia può forse dipendere il buon concetto, eh' io deggio 
Formar di voi, e la consolazione d'avervi. Vogliatemi amante, 
ma non mi vogliate villana. Non late, che i primi segni del 
vostro amore siano sospetti vili, dillìdenze ingiuriose, azioni 
basse e plebee. Siam sul momento di dover partire. Volete 
voi che si scacci villanamente, che si rendano altrui pa- 
lesi i vostri sospetti, e che ci rendiamo ridicoli in l'accia al 
mondo? Lasciate correre per questa volta. Credetemi, e 
non mi offendete. Conoscerò da ciò, se mi amate ; se vi 
preme il cuore o la mano. La mano è pronta, se la volete. 
Ma il cuore meritatelo, se desiderate di conseguirlo. 

Filippo. Ah ! Che dite ? 

Fulgenzio, (lo non la prenderei, se avesse cento mila 
scudi di dote.) 

Filippo. (Sciocco !) 

Leonardo. Non so che dire ; vi amo, desidero sopra tutto 
il cuor vostro. iSli avete dette delle ragioni che mi convin- 
cono. Non voglio esservi ingrato. Servitevi come vi pare, 
ed abbiate pietà di me. 

Fulgenzio. (Ch il baccellone 1) 

Giacinta. (Niente m'importa che venga meco Guglielmo. 
Basta che non mi contraddica Leonardo.) 

Entra Vittoria. 

[Scena XVL — Vittoria, Paolo, Brigida e detti.] 

Vittoria. È permesso? 

Giacinta. Sì, vita mia, venite. 

Vittoria. (VAi vita mia, vita miai) Come vi sentite, si- 
gnor Leonardo? 

Leonardo. Benisswiio grazie al cielo. Paolino, presto, fate 
che tutto sia lesto e pronto. Il baule, i cavalli, tutto quel 
che bisogna. Noi parti rem fra poco. 

Vittoria. Si parte ? 

Giacinta. Sì, vita mia, si parte. Siete contonta? 

Vittoria. Sì, gioia mia, sono contentissima. 

Filippo. (Ho piacere, che fra cognate si amino.) 

Fulgenzio, (lo credo che si amino come il lupo e la 
pecora.) 

Filippo. (Che uomo fantastico I) 

Paolo. Sia ringraziato il cielo, che lo vedo rasserenato. 

Vittoria. Via, fratello, andiamo anche noi. 

Leonardo. Siete molto impaziente. 

Giacinta. Poverina! ò smaniosa per andare in cam- 
pagna. 

Vittoria, Sì, poco più, poco meno, come voi all' incirca. 



232 SECOLO XVIII. 

Fulgenzio. E volete andare in campagna senza conclu- 
dere, senza stabilire il contratto 'i 

Vittoria. Che contratto ? 

Filippo. Prima di partire si potrebbe fare la scritta. 

Vittoria. Che scritta? 

Leonardo. Io sono prontissimo a farla. 

Vittoria. E che cosa avete da fare ? 

Giacinta. Si chiamano due testi monj. 

Vittoria. Che cosa far di due testimonj? 

Brigida. Non lo sa ? 

Vittoria. Non so niente. 

Brigida. Se non lo sa, lo saprà. 

Vittoria. Signor fratello? 

Leonardo. Comandi. 

Vittoria. Si fa lo sposo? 

Leonardo. Per ubbidirla. 

Vittoria, E a me non si dice niente? 

Leonardo. Se mi darete tempo, ve lo dirò. 

Vittoria. È questa la vostra sposa? 

Giacinta. Sì, cara, sono io, che ha questa fortuna. Mi 
vorrete voi bene ? 

Vittoria. Oh quanto piacere ! Quanta consolazione ne 
sento. Cara la mia cognata. (Non ci mancava altro, che ve- 
nisse in casa costei.) 

Giacinta. (Prego il cielo, che vada presto fuori di casa.) 

Brigida. (Quei baci, credo che non arrivino al core.) 

Filippo. (Vedete, se si vogliono bene !) 

Fulgenzio. (Sì, lo vedo. Voi non conoscete le donne.) 

Filippo. (Mi fa rabbia !) 

Giacinta. Eccoli, eccoli ; ecco due testimonj. 

Leonardo. (Ah ! ecco Guglielmo, egli è la mia dispera- 
zione ; non lo posso vedere.) 

Vittoria. (Che caro signor fratello! Prender moglie prima 
di dare marito a me l Sentirà, sentirà, se gli saprò dire 
l'animo mio....) 

Viene Guglielmo, che sì adatta a rinunziare a Giacinta: e fatta 
la scritta, si parte finalmente, dopo tante smanie e contrattempi, 
per la desiderata villeggiatura. 

Zio taccagno e Nipote dissipatore. — (Dalla commedia 7Z i?i- 
torno dalla villeggiatura.) 

[ATTO II. — Scena V. —Bernardino, Pasquale, l^'ulgenzìo.'] 

Beìmardino. Chi è che mi vuole? Chi mi domanda? 
Pasquale. È il signor Fulgenzio, che desidera riverirla. 
Bernardino. Padrone, padrone. Venga il signor Fulgen- 
zio, padrone. 

Fulgenzio. Riverisco il signor Bernardino. 



CARLO GOLDONI. 233 

Bernardino. Buon giorno, il mio caro amico. Cli^fate? 
Stato bene? È tanto che non vi vedo. 

Fulgenzio. Grazie al cielo, sto bene quanto è permesso 
.1(1 un uomo avanzato, clic principia a sentire gli acciacchi 
(lulhi vecclìiaia. 

Bernardino. Fato come fo io, non ci abballate. Qualclio 
malo si ha da soll'rire ; ma chi non ci abbada lo sento meno. 
Io mangio quando ho lame, dormo quando ho sonno, mi di- 
verto quando ne ho volontà. E non bado, non bado. E a che 
cosa s' ha da badare? Ah, ah, ah, ò tutt' uno ! non ci s'ha 
da badare ! 

Fulgenzio, Il ciclo vi benedica: voi avete un bellissimo 
temperamento. Felici quelli che sanno prendere le coso 
come voi le prendete! 

Bernardino. È tutt' uno, ò tutt' uno ! Non ci s' ha da 
badare ! 

Fulgenzio. Sono venuto ad incomodarvi per una cosa 
di non lieve rimarco. 

lìernardino. Caro signor Fulgenzio, sono qui, siete pa- 
drone di me. 

Fulgenzio. Amico, io vi ho da parlare del signor Leo- 
nardo vostro nipote. 

Bernardino. Del signor marchesino? Che fa il signor 
marchesino? Come si porta il signor marchesino? 

Fulgenzio. Per dir la verità non ha avuto molto giudizio. 

Bernardino. Non ha avuto giudizio? Eh capperi! Mi 
pare che abbia più giudizio di noi. Noi fatichiamo per vi- 
vere stentatamente ; ed ei gode, scialacijua, tripudia, sta 
allegramente: e vi pare eh' ei non abbia giudizio? 

Fulgenzio. Capisco che voi lo dite per ironia, e che nel- 
l'animo vostro lo detestate, lo condannate. 

Bernardino. Oh ! io non ardisco d' entrare nella con- 
dotta dell' illustrissimo signor marchesino Leonardo. Ho 
troppo rispetto per lui, per il suo talento, per i suoi belli 
abiti gallonati. 

Fulgenzio. Caro amico, fatemi la finezza, parliamo un 
poco sul serio. 

Bernardino. Si, anzi : parliamo pure sul serio. 

Fulgenzio. Vostro nipote ò precipitato. 

Bernardino. È precipitato? È caduto forse di sterzo? 
I cavalli del tiro a sei hanno forse levalo la mano al coc- 
chiere ? 

Fulgenzio. Voi ridete, e la cosa non è da ridere. Vostro 
nipote ha tanti debiti, che non sa da qual parte scansarsi. 

Bernardino. Oh ! quando non e' è altro male, non è niente. 
I debiti non faranno sospirare lui, faranno sospirare i suoi 
creditori. 

Fulgenzio. E se non vi è più roba, nò credito, come farìl 
egli a vivere ? 

Bernardino. Niente : non è niente. Va^Ja un giorno per 



234 SECOLO XVIII. 

uno da (iiuìlli die Jiarino inaugialo da lui, o non gli man- 
cherà da mangiare. 

Fulgenzio. Voi continuate sul medesimo tono, e pare che 
vi burliate di me. 

Bernardino. Caro il signor Fulgenzio, sapete quanta ami- 
cizia, quanta stima ho per voi. 

Fulgenzio. Quand' è così, ascoltatemi come va, e rispon- 
detemi in miglior maniera. Sappiate, che il signor Leonardo 
lia una buona occasione per maritarsi. 

Bernardino. Me ne consolo, me ne rallegro. 

Fulgenzio. Ed è per avere otto mila scudi di dote. 

Bernardino. Me ne rallegro, me ne consolo. 

Fulgenzio. Ma se non si rimedia alle sue disgrazie non 
avrà la figlia, non avrà la dote. 

Bernardino. Eh! un uomo come lui! Batte un pie per 
terra, e saltano fuori i quattrini da tutte le parti. 

Fulgeìizio. (Or ora perdo la sofferenza. Me V ha detto il 
signor Leonardo.) Io vi dico che vostro nipote è in rovina. 

Bernardino. Si eh? Quando lo dite, sarà così. 

Fulgenzio. Ma si potrebbe rimettere facilmente. 

Bernardino. Benissimo, si rimetterà. 

Fulgenzio. Però ha bisogno di voi. 

Bernardino. Oh! questo poi non può essere. 

Fulgenzio. E si raccomanda a voi. 

Bernardino.^ Oh il signor marchesino! è impossibile! 

Fulgenzio. È così, vi dico, si raccomanda alla vostra 
bontà, al vostro amore. E se non temessi che lo riceveste 
male, ve lo farei venire in persona a far un atto di som- 
missione, e a domandarvi perdono. 

Bernardino. Perdono? Di che mi vuol domandare per- 
dono? Che cosa mi ha egli fatto da domandarmi perdono? 
Eh? mi burlate: io non merito queste attenzioni: a me non 
si fanno di tali ufficj. Siamo amici, siamo parenti. Il signor 
Leonardo? Oh! il signor Leonardo, mi scusi, non ha da far 
con me queste cerimonie. 

Fulgenzio. Se verrà da voi V accoglierete con buon 
amore ? 

Bernardino. E perchè non V ho da ricevere con buon 
amore ? 

Fulgenzio. Se mi permettete, dunque, lo farò venire. 

Bernardino. Padrone, quando vuole: padrone. 

Fulgenzio. Quand' è così, ora lo chiamo, e lo fo venire. 

Bernardino. E dov'è il signor Leonardo? 

Fulgenzio. È di là in sala, che aspetta. 

Bernardino. In sala, che aspetta? 

Fulgenzio. Lo farò venire, se vi contentate. 

Bernardino. Sì, padrone ; fatelo venire. 

FiUgenzio. (Sentendo lui può essere che si muova. Per 
me mi è venuto a noia la parte mia.) 



CARLO GOLDONI. 235 



[Scena W.— Bernardi) io, Fulgenzio, Leonardo, Pasquale.] 

Bernardino. Ah, ah, il buon vecchio se l'ha condotto 
con lui. Ha attaccato e<?li la breccia, e poi ha il corpo di 
riserva per invigorire l'assalto. 

Fulgenzio, Ecco qui il signor Leonardo. 

Leonardo. Deh! scusatemi, signor zio.... 

Bernardino. Oh ! signor nipote, la riverisco; che fa ella? 
sta bene? Che la la sua signora sorella? Che fa la mia ca- 
rissima nipotina? Si son bene divertiti in campagna? sono 
tornati con buona salute? Se la passano bene? Si, via, me 
ne rallegro inMnItamente. 

Leonardo. Signore, io non merito esser da voi ricevuto 
con tanto amore, quanto ne dimostrano le cortesi vostro 
parole; onde ho ragione di temere, che con eccessiva bontìi 
vogliate mascherare i rimproveri che a me sono dovuti. 

Bernardino. Clio dite eh? Che bel talento che ha questo 
giovane! Che maniere di diro! che bel discorso! 

Fulgenzio. Tronchiamo gli inutili ragionamenti. Sapete 
quel che vi ho detto. l']gli ha estremo bisogno della bontà 
vostra, e si raccomanda a voi caldamente. 

Bernardino. Che possa!... in quel ch'io posso.... se mai 
potessi.... 

Leonardo. Ali! signor zio.... (noi cappello in mano.) 

Bernardino. Si copra. 

Jjeonardo. Pur troppo la mia mala condotta.... 

Bernardi/la. Metta il suo cappello in capo. 

Leonardo. Mi ha ridotto agli estremi. 

Bernardiiin. Favorisca. {Mette il cappello in testa a 
Leonardo.) 

Leonardo. \\ se voi non mi prestate soccorso.... 

Bernardino. Che ora abbiamo ( 

Fulgenzio. Badate a lui, se volete. 

Leonardo. Deh! signorile amatissimo.... {Si cava il 
cappello.) 

Bernardino. Servo umilissimo. {Si cara la berretta.) 

Leonardo. Non mi voltate le spalle. 

Bernardino, uh ! non larei questa mal opera per tutto 
Toro del mondo. 

Leonardo. L' unica mia debolezza è stata la troppa ma- 
gni tica villeggiatura. 

Bernardino. Con licenza. (Si pone la berretta.) Siete stati 
in molti quest'anno? Avete avuto divertimento? 

Leonardo. Tutte pazzie, signore: lo confesso, lo vedo, e 
me ne pento di tutto cuore. 

Bcrìiardino. E gli è vero che vi fate sposo? 

Leonardo. Cosi dovrebbe essere, e otto mila scudi di dote 
potrebbero ristorarmi. Ma se voi non mi liberate da qualche 
debito.... 



230 SECOLO XVIII. 

Bernardino. Si, otto mila scudi sono un bel danaro. 

Fulgenzio. La sposa è figliuola del signor Filippo Gan- 
ganelli. 

Bernardino. Buono, lo conosco, ò un galantuomenone ; è 
un buon villeggiante ; uomo allegro, di buon umore. Il pa- 
rentado è ottimo, me no rallegro infinitamente. 

Leonardo. Ma se non rimedio a una parte almeno delle 
mie disgrazie,... 

Bernardino. Vi prego di salutare il signor Filippo per 
pàfte mia. 

Leonardo. Se non rimedio, signore, alle mie disgrazie.... 

Bernardino. E ditegli, che me ne congratulo ancora con 
esso lui. 

Leonardo. Signore, voi non mi abbadate. 

Bernardino. Si signore, sento che siete lo sposo e me 
ne consolo. 

Leonardo. E non mi volete soccorrere?... 

Bernardino. Che cosa ha nome la sposa? 

Leonardo. Ed avete cuore di abbandonarmi ? 

Bernardino. Oh! che consolazione ch'io ho nel sentire 
che il mio signor nipote si fa sposo. 

Leonardo. La ringrazio della sua affettata consolazione, 
e non dubiti, che non verrò ad incomodarla mai più. 

Bernardino. Servitore umilissimo. 

Leonardo. (Non ve V ho detto ? Mi sento rodere ; non lo 
posso soffrire.) {Parte.) 

Bernardino. Riverisco il signor nipote. 

Fulgenzio. Schiavo suo. 

Bernardino. Buondi, il mio caro signor Fulgenzio. 

Fulgenzio. Se sapeva così, non veniva ad incomodarvi. 

Bernardino. Siete padroni di giorno, di notte, a tutte 
le ore. 

Fulgenzio. Siete peggio d' un cane. 

Bernardino. Bravo, bravo. Evviva il signor Fulgenzio! 

Fulgenzio. (Lo scannerei colle mie proprie mani.) {Parte.) 

Bernardino. Pasquale ! 

Pasquale Signore. 

Bernardino. In tavola. 



li Chiacchierone maldicente. — (Dalla Bottega del Caffè.) 

[ATTO PRIMO — Scena III. — Don Marzio, Ridolfo.'] 

Ridolfo. (Ecco qui quel che non tace mai, e che sem- 
pre vuol aver ragione.) 
Don Marzio. Caffè. 
Ridolfo. Subito, sarà servita. 
Bon Marzio. Che vi è di nuovo, Ridolfo? 
Ridolfo. Non saprei, signore. 



CARLO GOLDONI. 237 

Don Marzio. Non si è veduto ancora nessuno a questa 
vostra bottega? 

Ridolfo. È per anco buon'ora. 

Don Marzio. Buon'ora? Sono sedici ore sonato. 

Ridolfo. Oh illustrissimo no, non sono ancora quattordici. 

Don Marzio. \\\\ via, bullone! 

Ridolfo. Le assicuro io, che le quattordici non son sonate. 

Don Marzio. Eh via, asino! 

Ridolfo. Ella mi strapazza senza ragione. 

Don Marzio. Ho contato in questo punto le ore, e vi 
dico, che sono sedici: e poi guardate il mio orologio; que- 
sto non fallisce mai. 

Ridolfo. Bene, se il suo orologio non lallisce, osservi : 
il suo orologio medesimo mostra tredici ore e tre quarti. 

Don Marzio. Eh non può essere. 

Ridolfo. Che dice ? 

Do7i Marzio. 11 mio orologio va male. Sono sedici ore. 
Le ho sentite io. 

Ridolfo. Dove l'ha comprato quell'orologio? 

Doìi Marzio. L' ho fatto v(Miire da Londra. 

Ridolfo. L'hanno ingannata. 

Don Marzio. Mi hanno ingannato? Perchè? 

Ridolfo. Le hanno mandato un orologio cattivo. 

Don Marzio. Come cattivo? È uno dei più perfetti, che 
abbia fatto il Quarò. 

Ridolfo. Se fosse buono, non fallirebbe di due ore. 

Don Marzio. Questo va sempre bene, non fallisce mai. 

Ridolfo. Ma se fa quattordici ore meno un quarto, e 
dice che sono sedici. 

Don Marzio. Il mio orologio va bene. 

Ridolfo. Dunque saranno or ora quattordici, come dico io. 

Don Marzio. Sei un temerario. Il mio orologio va bene, 
tu di' male, e, guarda eh' io non ti dia qualche cosa nel capo. 

Ridolfo. È servita del cafle. (Oh che bestiaccia I) 

Don Marzio. Si è veduto il signor Eugenio? 

Ridolfo. Illustrissimo signor no. 

Don Marzio, Sarìi in casa a carezzare la moglie. Che 
uomo efTeminato ! Sempre moglie ! Sempre moglie ! Non si 
lascia più vedere, si fa ridicolo. E un uomo di stucco. Non 
sa quel che si faccia. Sempre jnoglie, sempre moglie ! 

Ridolfo. Altro che moglie ! È stato tutta la notte a giuo- 
care qui da messer Pandolfo. 

Don Marzio. Se Iodico io. Sempre giuoco! Sempre giuoco ! 

Ridolfo. (Sempre giuoco ; sempre moglie ; sempre il dia- 
volo, che se lo porti.) 

Don Marzio. È venuto da me l'altro giorno con tutta 
segretezza a pregarmi, che gli prestassi dieci zecchini sopra 
un paio d'orecchini di sua moglie. 

Ridolfo. Vede bene ; tutti gli uomini sono soggetti ad 
avere qualche volta bisogno; ma non hanno piacere poi 



238 SECOLO xviir. 

clic si sappia, e per questo sarà venuto da lei, sicuro clic 
non dirà niente a nessuno. 

Don Marzio. Oli io non parlo. Fo volentieri servizio a 
tutti, e non me ne vanto. Kccoli qui ; questi sono gli orec- 
chini di sua moglie. Gli ho prestato dieci zecchini ; vi pare 
che io sia al coperto? 

Ridolfo. Io non me ne intendo, ma mi par di sì. 

Don Marzio. Avete il vostro garzone? 

Ridolfo. Vi sarà. 

Don marzio. Chiamatelo. Ehi, Trappola. 

[Scena IV. — Trappola e detti.'] 

Trappola. Eccomi. 

Bon Marzio. Vieni qui. Va' dal gioielliere qui vicino, fagli 
vedere questi orecchini, che sono della moglie del signor Eu- 
genio, e dimandagli da parte mia, se io sono al coperto di 
dieci zecchini, che gli ho prestati. 

Trappola Sarà servita. Dunque questi orecchini sono 
della moglie del signor Eugenio? 

Don Marzio. Si, or ora non ha più niente ; è morto di 
fame. 

Ridolfo. (Meschino, in che mani è capitato !) 

Trappola. E al signor Eugenio non importa niente di 
far sapere i fatti suoi a tutti ? 

Don Marzio. Io sono una persona, alla quale si può con- 
fidare un segreto. 

Trappola. Ed io sono una persona, alla quale non si può 
confidar niente. 

Don Marzio. Perchè ? 

Trappola. Perchè ho un vizio, che ridico tutto con facilità. 

Don Marzio. Male, malissimo ; se farai così, perderai il 
credito, e nessuno si fiderà di te. 

Trappola. Ma come ella V ha detto a me, così io posso 
dirlo ad un altro. 

Don Marzio. Va' a vedere, se il barbiere è a tempo per 
farmi la barba. 

Trappola. La servo. (Per dieci quattrini vuol bevere il 
caffè, e vuole un servitore al suo comando.) 

Doìi Marzio. Ditemi, Ridolfo: che cosa fa quella balle- 
rina qui vicino? 

Ridolfo. In verità non so niente. 

Don Marzio. Mi è stato detto, che il conte Leandro la 
tiene sotto la sua tutela. 

Ridolfo. Con grazia, signore, il caffè vuol bollire. (Vo- 
glio badare a' fatti miei.) 

[Scena V. •— Trappola, Don Marzio."] 

Trappola. Il barbiere ha uno sotto; subito che avrà finito 
di scorticar quello, servirà vostra signoria illustrissima. 



CARLO GOLDONI. 239 

Don Marzio, Dimmi : sai niente tu di quella ballerina, 
che sta qui vicino? 

Trappola. Della signora Lisaura? 

Don Marzio. Sì. 

Trappola. So, e non so. 

Bon Marzio, liaccontanii qualche cosa. 

Trappola. Se racconterò i fatti degli altri, perderò il 
credito, e nessuno si liderà più di me. 

Don Marzio. Oh che Trappola malizioso! Va' via, va' a 
far vedere gli orecchini. 

Trappola. Al gioielliere lo posso dire, che sono della 
moglie del signor Eugenio? 

Don Marzio. Si, diglielo pure. 

Trappola. (Fra il signor Don Marzio ed io formiamo 
una bellissima segreteria.) 

Parigi e il Teatro, Lettera a rn. Meslè. — Eccomi, signor 
mio, alla vigilia di esporre per la prima volta a questo pub- 
blico una mia commedia. Questa è una cosa, che ho di lon- 
tano moltissimo desiderato, e che ora da vicino mi fa tre- 
mare. Voi siete un buon conoscitore del Teatro, voi lo amate 
e lo fre(iuentate, e vi è nota la dillicoltà d' incontrare con un 
tal genere di produzioni. A me piucchè agli altri si rende 
malagevole un tale impegno e per lo mio scarso talento 
e per la situazione, in cui mi ritrovo. Non nego di essere 
stato fortunato in Italia e di aver acquistato con poco me- 
rito maggior onore di quello mi si doveva ; ma ciò è de- 
rivato dalla miseria, in cui languivano i teatri del mio 
paese, ed il poco che ho fatto mi lia valuto per molto. Or;i 
sono in Parigi, dove il valoroso Molière gettati ha i semi della 
vera commedia e dove tanti felici ingegni l'hanno si ben 
coltivata ed adorna. Un popolo si illuminato per natura, 
per educazione e per genio^ avvezzo alle più brillanti e alle 
più regolate i*appresentazioni, non avrà per me V indulgenza 
de' miei parziali compatriotti : ed ecco la ragione del mio 
timore, che a«iareggia ogni mia contentezza. Ma vano è 
ormai ogni mio pensamento. Mi sono lasciato adulare dalla 
speranza : ho ceduto al cortese invito. 1/ amor proprio mi 
ha consigliato, mi ha qui condotto, sono nel grande impegno 
e deggio adempierlo come posso. 

Oltre ai disavvantaggi del mio talento, ho quello ancora 
(li una lingua straniera. Non so scrivere assolutamente; 
francese : ma quando anche il sapessi, io deggio scrivere 
per degli attori italiani. Il maggior onore della commedia 
italiana è eh' ella stata sia ricevuta in Francia, e tuttavia 
si mantenga stipendiata dal maggior monarca del mondo 
e ben veduta dalla più colta nazione d' Europa. Considero 
non pertanto che le commedie rappresentate in Parigi si- 
nora dagli Italiani sono state meramente giocose, e che 



240 SECOLO xviir. 

r abilità delle maschere ha prodotto di esse il maggior bene 
e il miglior e/Tetto. Io sono ammiratore di tali valentissimi 
personaggi. Lodo ancor io lo spirito e la franchezza dei 
nostri attori, che si distinguono da tutti gli altri del mondo 
neir improvviso, e sono persuaso che non si abbia a perdere 
intieramente un si bel privilegio della nostra nazione ; ma 
io ho fatto l'uso di scrivere le commedie diversamente, 
ed ho seguitato, come ho potuto, le tracce dei migliori 
maestri. So che pochissimo ho profittato, ma pure non so 
staccarmi dal mio sistema. Darò di mal cuore e per com- 
piacenza delle commedie a soggetto, se ne vorranno; ma 
per la prima, cir io deggio esporre, non ho coraggio di farlo. 

Voi, signor mio, che per bontà vostra v'interessate del- 
l' onor mio, giustamente mi avete fatto considerare, che 
una commedia intieramente scritta in favella italiana non 
sarà intesa in Parigi comunemente. Il riflesso è verissimo : 
molti intendono T italiano, ma non già tutti, e quei che con- 
corrono ad un tale spettacolo hanno ragione di volerlo inten- 
dere. So per altro qual sia Y ingegno pronto e vivace dei 
Francesi, e so che poco basta per fargli intendere. Se meno 
mi fidassi del loro ingegno, o avrei lasciato di scrivere 
avrei stampato la mia commedia colla traduzione in fran- 
cese ; ma nel primo caso avrei mancato al mio debito e nel 
secondo avrei mostrata troppa temerità. Ho scelto la via 
di mezzo, ho formato un estratto della commedia, ho reso 
conto in esso di ciò che si tratta di scena in scena, ho 
pensato dì farlo mettere in vostra lingua e di pubblicarlo, 
e son sicuro che il poco che leggeranno, servirà agli uditori 
esperti per far loro intendere il dialogo, l' interesse e V in- 
treccio. Ho bisogno d' un traduttore, ed ecco, signor mio, 
la ragione, per cui vi spedisco gli annessi fogli. 

Voi che mi amate, voi che intendete V italiano si bene 
come il francese ; voi che compiaciuto vi siete di tradurre 
qualche altra opera mia, traducete, vi supplico, anche que- 
sta e datele queir aria di semplicità e di chiarezza, eh' io 
non avrò saputo adoprare. Le prove di sincera amicizia, che 
mi avete date finora, mi assicurano della vostra condiscen- 
denza ed io avrò un debito infinito e sarò sempre, quale con 
vera stima e rispetto vi assicuro di essere, vostro umil.mo 
obb.mo servitore Carlo Goldoni. — Parigi, febbraio 1763. ~ 
(Dalle Lettere pubbl. da E. Masi, Bologna, Zanichelli, 1880, 
pag. 195.) . 

GIULIANO CASSIAKI. 

Nacque in Modena ai 24 giugno 1712. I^u prima professore di 
poesia nel collegio de' Nobili, e dal '75 in poi di eloquenza nel- 
r università patria. Visse vita tutta data agli studj, e all'inse- 
gnamento, e morì ai 13 marzo 1778. Un suo alunno, il marchese 



GIOVANNI TARGIONI-TOZZETTI. 241 

Girolamo Liicchesini, mise insieme nel 1770 a Lucca un volume 
ili Safjf/io (li rime di lui, dove lian maggior valore, come serban 
tuttavia maggior rinomanza, alcuni sonetti di genere descrittivo. 
Delle suo cose inedite, che sono, in prosa un Elogio del Tassoni, 
in verso, un poemetto, un'egloga, un ditirambo, vedi qualche no- 
tizia in Fu. CORUIDOUE, G. Cassiani, Cagliari, Valdès, 1897. 

[Vedi per la biografia, VFAogio scritto da Luigi Cerretti, nel 
voi. II i\cW(t Poesie e prose scelte di quest'autore, Milano, Deste- 
lanis, 181-2 e nelle Frose e Lettere del sec. XVIII, Milano, Clas- 
sici, 1821), I, 1.] 

li Ratto di Proserpina. 

Die un alto strido, gittò i fiori, e volta 
Air improvvisa mano che la cinse, 
Tutta in sé, per la tema onde l'u colta, 
La siciliana vergine si strinse. 

Il nero Dio la calda bocca involta 
D'ispido pelo a ingordo bacio spinse, 
E di stigia fuliggin con la folta 
Barba l'eburnea gota e il sen le tinse. 

Ella, già in braccio al rapitor, puntello 
Fea d' una mano al duro orribil mento, 
Dell' altra agli occhi paurosi un velo. 

Ma giìi il carro la porta; e intanto il cielo 
Ferian d'un rumor cupo il rio flagello. 
Le ferree ruote e il femminil lamento. 



GIOVANNI TARGIONI-TOZZETTI. 

Figlio ad un medico e botanicOrCapo stipite di una famiglia 
che per più generazioni continuò e continua il culto delle scienze 
natnrali non disgiunto da quello delle lettere, nacque Giovanni 
in Firenze agli 11 settembre 1712. Si laureò a Pisa nel 1734, mo- 
strando già la sua inclinazione agli studj della natura, specie 
a' botanici, ne' quali si perfezionò in patria, sotto la guida amo- 
rosa di Pier Antonio Micheli. Nel 1737 fu eletto professore di co- 
testa disciplina, e nel '39 prefetto della biblioteca magliabechiana, 
della quale compilò i cataloghi, pubblicando anche 5 voi. di Let- 
tere di uomini illustri al primo adunatore di tanti tesori, Antonio 
Magliabechi. Fu anche medico di corte, e non mai intermise la 
professione dell'arte salutare, come non mai interruppe ogni or- 
dine di ricerche nel vasto campo del sapere ; ma i suoi studj, 
oltre che all'erudizione, drizzò anche all'utilità pratica, promuo- 
vendo l'inoculazione del vaiolo, dando consigli sulla migliore o 
mcn costosa alimentazione, dififondendo notizie di buone norme 

IV. id 



242 SECOLO xviir. 

ngricole, insegnando come soccorrere gli asfittici, porgendo con- 
sigli intorno al difendersi dallo inondazioni, e al far bonifiche ec. 
Lo stile delle sue molte scritture é un po' sciamannato, ma la lin- 
gua in generale è schiettamente toscana, specie ne' termini di 
scienza. Mori al 1" gennaio 1783, 

Le sue opere principali sono le seguenti : Lellera su una nu- 
merosissima specie di farfalle vedutasi nel 1741, Firenze, 1741; 
Relazione di alcuni viarjyi fatti in diverse parti della Toscana, 
Firenze, 1751, voi. VI; ivi, Cambiagi, 17G8-79, voi. XII; Prodromo 
della Corografia e della Topografia fisica della Toscana, Firen- 
ze, 1754; Ragionamenti sull'agricoltura toscana, Lucca, 1759; 
Ragionamento sopra le cause e sopra i rimedj deW insalubrità 
della Valdinievole, Firenze, 17G1; Alimurgia, o sia modo di ren- 
dere meno gravi le carestie, proposta per sollievo dei x>overi, Fi- 
renze, 1767; Disamina di alcuni progetti fatti nel sec. XVI j)er 
salvar Firenze dall' inondazioni, Firenze, 1767; Notizie degli ag- 
grandimenti delle scienze fisiche accaduti in Toscana nel corso di 
anni 60 nel sec. XVII, Firenze, 1780, 3 voi.; Trattato del fiorino 
di sigillo della repubblica fiorentina, Firenze, 1752 ec. Postume, 
e di recente, furono pubblicate queste altre due opere: Notizie 
sulla storia delle scienze fisiche in Toscana, per cura di Fr. PA- 
LERMO, Firenze, Galileiana, 1852 (vedi su quest'opera M. Tabar- 
RlNI in Arch. stor. ital., 1885, Append. voi. IX, 577); Notizie della 
vita e delle opere di P. A. Micheli botanico fiorentino, per cura 
di Adolfo Targioni-Tozzetti, Firenze, Le Mounier, 1858. 

[Per la biografìa, vedi il suo Elogio pronunziato da Marco La- 
STRI n^W Accademia dei Georgofili e contenuto nel II voi. degli 
Atti della medesima. Alcuni cenni autobiografici, che arrivano fin 
verso il 1742, trovansi inclusi nella prefazione del Palermo alla 
citata stampa delle Notizie ec] 



Lavori e strumenti campestri. — Supposto un campo già 
scassato^ e purgato, e che si voglia preparare per una se- 
menta, bisogna riflettere che nel nostro clima ogni superficie 
di terreno esposta alle ingiurie dell' aria soffre nel corso di 
pochi mesi delle alterazioni considerabili. Le acque piovane 
lo inzuppano e scompaginano ; i diacci lo scompaginano in 
altro senso e più potentemente ; i dolchi lo dimojano ; - 
massimamente poi le acque piovane col loro urto, e col pe- 
netrare nell'interno, portano via o mandano verso il fondo 
le parti più sottili e lasciano scoperti i sassi ; finalmente 
il calore del sole, i venti asciutti, il calpestio, ed anche la 

* Lavorato profondamente, nettandolo colle mine o col piccone e la 
vanga, da sassi e radiche, 

2 La temperatura dolca, cioè la stagione invernale temperata e ten- 
dente al caldo, lo ammollisce. 



GIOVANNI TARGIONI-TOZZETTI. 243 

insita forza della gravita, lo induriscono, e rendono più te- 
nace e dillicile ad essere penetrato dalle barboline delle 
piante. Se adun(iue si vuol riseminare, bisof,nia farlo ritor- 
nare sciolto, e penetrabile dalle barboline col romperlo e 
stritolarlo e rivoltarlo sossopra o col vomere o colki vanga 
o colla zappa, che sono tante dilferenti fazioni * di cuneo. 

Il vomere, specie di cuneo di ferro regolato dall' aratolo,' 
nei luoghi dove si può usare, è il più ellìcace jnezzo per 
rompere i terreni, ma varia di grandezza e di forma se- 
condo la natura dei terreni, e secondo i paesi ; e varia al- 
tresì neir esser mosso per la forza di manzi o di bufali o 
di cavalli o muli. Altri vomeri sono piani per i terreni do- 
cili, e si chiamano rnnghefjgie o vangìteggiole ; altri con 
gli orecchi^ per i terreni grossi e sassosi, e si chiamano 
bomber i, pesanti circa 18 o 20 libbre. P] gli aratoli simil- 
mente variano molto di forma e di grandezza ; anzi nel 
mantovano si usa ancora Taratolo colle rote, descritto da 
N'irgilio, simile all'aratro bresciano, figurato da Agostino 
dallo a carte 'i5U delle sue Tredici giornate della vera agri- 
coltura. Usano alcuni lodevolmente in terreni non sassosi, 
ma tenaci, un grosso ferro in forma di cultello fitto nella 
stiva* dell'aratolo, il quale taglia la terra ed i bai'biconi,^ ed 
in certa maniera prepara la strada al vomei'e, che ha un 
solo orecchio e manda la terra tutta da una parte. Un tal 
ferro si chiama coltro, e se ne può veder la figura a carte 300 
AeW Agricoltura del Gallo. 

Nei terreni docili, con poca fatica dei manzi e del bifolco 
s'introduce il vomere nella terra alla profonditù, di mezzo 
braccio ; ma dove la terra è più dura, bisogna che il vomere 
e l'aratolo sieno più pesanti, e che il bifolco aggravi molto 
la mano ed i piedi ancora suU' aratolo, per ficcare a quella 
profondità il vomere. 

Siccome adunque T effetto dell'arare non è altro che rom- 
pere il terreno e renderla disgregato e permeabile, così 
bisogna arare nei tempi nei quali si può conseguire questo 
intento. Perciò si avverta di non arare in tempo di pioggia, 
o quando il terreno è inzuppato d'umido, ne quando dopo 
lunga siccitiX è caduto un poco di pioggia, la quale ha so- 
lamente bagnato e feltrato nella buccia, ma non inzuppato 
il terreno, perchè in vece di rompersi, piuttosto, colla pres- 
sione dell' aratolo e col calpestio de' manzi, si calcherà ed 
assoderai maggiormente, anzi vi si formeranno certi grandi 
zolloni, e mozzi* tanto duri, che non si disfaranno mai più 



' Forme. - Aralro. 

' La parte dell' aratro che è destinata a rovesciar le zolle, detta per- 

iMChe ruve9CÌatoio. 

^ Stiva è il manico dell'aratro, detto anche i^tegola. 

' Le barbe grosse delle erbe. 

•' Zolle grosse, pani di terra. 



244 .SECOLO XVIII. 

in tutto Tanno. Di mezzana consistenza adunque sia la terra 
quando si ara, cioè non manchi e non abbondi di umido il 
terreno, clie rotto nei seccori, si costeggi' nei lembi sodi 
dopo le piogge. 

Il terreno grasso, e che rattiene molto Tumido, va arato 
nella stagione calda, quando i semi dell'erbe salvatiche, ciie 
T impestano, sono maturati, e va arato con solghi * tanto fitti, 
che appena so ne distinguano gT intervalli ; alfinchè le ra- 
dici delle piante sieno recise e sdegnate ;' e questa diligenza 
va usata anche nei terreni lasciati a stoppia. 

Non solamente nelle stoppie,* ma in qualunque terreno 
da rompersi, quanto più fìtti sono i solghi, tanto meglio si 
conseguisce l'intento. 

Per conoscer poi se un terreno è stato bene arato, pro- 
pone Columella di ficcarvi dentro in varj luoghi un palo, 
che se ugualmente penetra per tutto il suolo, significa che 
tutto è stato smosso col vomere. 

Se si deva arare in costa, è buona regola, per risparmiare 
il defatigamento dei manzi e perchè le acque facciano meno 
scrosci, rompere la terra per il traverso, riserbandosi poi 
ad arare per lo lungo in tempo di semente. 

La migliore stagione per rompere le terre è la prima- 
vera, perchè nelT estate la terra è troppo dura ed intrat- 
tabile, e nelT inverno è troppo fangosa : nella primavera 
poi, cum zepyro putris se gleba resolvit, essendo incotta 
dai freddi, è agevole a spezzarsi, e riesce meglio di sde- 
gnare e sotterrare l'erbacce, che vengono a fare la figura 
di sovescio.^ I terreni sabbiosi, galestrini, cecerelli^ e deboli 
possono rompersi anche d'inverno: i deboli, e che abbon- 
dano d' umido, si rompano alla fine di agosto, e si riarino 
o costeggino di settembre per seminarli verso T equinozio 
autunnale : le piagge magre e sottili si rompano verso il 
principio di settembre ; ed i terreni frigidi e acquidosi si 
rompano a mezzo aprile, si costeggino poco avanti alla sega, 
e per la terza volta al principio di settembre, avvertendo 
che nel costeggiare, o iterare, come dicevano gli antichi, 
e nel terziare e quartare se sia bisogno, il vomere si conduca 
per gli spazj lasciati sodi, chiamati anticamente scamna, in 
oggi lembi, o per il traverso a guisa di rate,^ affinchè si rompa 

* Costeggiare vale far passare l'aratro sopra i lati [conte o cigli) delle 
porche, per smuover la terra rimasta soda nella prima aratura: dicesi 
anche Arare in costa, ilieigliare, incigliare, rimporcare. 

2 Solchi. 3 Fatte intristire, danneggiate. 

* Nei terreni che han riposato un anno dopo la mèsse e si dice che 
si lasciano riposare a stoppia. 

^ Sovescio, piantagione di trifoglio, lupini ec, che dopo la fioritura si 
sotterrano per ingrassamento del terreno. 

^ Terreni galestrini, dove abbondano frantumi di galestro, cioè di pie- 
truzze stritolate e discioUe : cecerelU, ove abbondano le pietruzze giallo- 
gnole simili a ceci. '' Una parte dopo l'altra, e separatamente. 



É 



GIOVANNI TARGIONI-TOZZETTI. 245 

più terreno che sia possibile. Neil' estato in luoghi caldi e 
secchi è nneglio rompere le terre la sera al tardi, ed anche 
di notte, affinchè patiscano meno i manzi, e l'umidità dello 
guazze * meglio penetri nella terra. 

Rotte che sieno le terre con una o più arature, secondo 
il bisogno, vi sono altri artifizi per spezzare lo zoUe più 
grosse e dure, che sono restate ritto, particolarmente nei ter- 
reni di pianura bellettosi- o cretosi, dove sono pochi o punti 
sassi, e dove ordinariamente si consolidano le zolle in forma 
di lastrucce. Verjnce è l'istrumento adattato a questo bi- 
sogno, tirato dai manzi, fatto di legno a similitudine d'un 
carro da treggia,^ ma con vario disegno, secondo gli usi 
de' paesi, col timone per regolarsi dal bifolco, e con qualche 
pietrone posatovi sopra per renderlo più pesante. L'effetto 
dell'erpice tirato in giù ed in su per il campo, è di fran- 
gere e stritolare col suo peso le lastrucce e zolle ritte o 
risecche di terra. 

Altri istrumenti vi sono equivalenti all'ei-piee, secondo 
i paesi, come quelli figurati da Agostino (iallo a carte 361 
e 362, ma gli effetti corrispondono a quello dell'erpice. 

Queste pratiche di agricoltura si sono perpetuate in noi 
lino dagli antichi tempi, nei quali si facevano forse con mi- 
gliori regole che oggigiorno; mentre leggiamo presso gli 
antichi maestri di quest'arte, che i terreni più litti, come 
sono perlopiù in Italia, si seminavano meglio dopo la quinta 
aratura, e in alcuni tratti della Toscana, dopo la nona. 
Arare semplicemente o proscindere terram, chiamavano i 
Romani l'arare la prima volta, e rompere il terreno, la- 
sciando zolle grosse ; e ofj'ringere agnini, o iterare o ite- 
rum arare, quando tornavano ad ararlo la seconda volta, 
siccome tortiarc l'ararlo la terza volta, e perciò spesso si 
leggo in Columella Ayer itcratns, et tertiatus. Occare e 
cratire era presso a poco il nostro erpicare, perchè Vocca, 
al dire di Garrone, era uno strumento simile ad un orate, 
cioè gratella o graticcio, per spezzare le zolle e ricoprire 
i semi. 

Replichiamo non inutilmente, che il fine dei lavori da 
farsi per una qualche sementa, è di sciogliere e disgregare 
il terreno, e ridurlo capace di permettere il libero passag- 
gio alle barboline delle piante, che vi si vogliono seminare. 
Quindi ne segue che un campo stato seminato l'anno ante- 
cedente ha bisogno di meno lavori ed artifizj, che le stoppie 
state in riposo un anno o dieci mesi, e dove per conse- 
guenza il terreno ha avuto più tempo e più occasioni di 

consolidarsi, e quasi dissi impietrire 

La vanga, è una specie di cuneo o vomere, mosso da un 
solo uomo col mezzo di un manico, in fondo al quale è 



* Rugiade. - Meìmoai. 

' Cario senza ruoto per trasporti, usato nelle campagne toscane. 




246 SECOLO XVIII. 

fermato; si adopra nei terreni non sassosi, ed ha questi 
vantaggi sopra il vomere ; primo, clie la sua forza di cuneo 
agisce perpendicolarmente, e ad ogni puntata tira su e 
rivolta una gran fetta di terra; secondo, che si può con 
essa penetrare più a fondo che col vomere ; terzo, che si 
può adoperare nei luoghi, dove non si può comodamente 
maneggiare Taratolo, ed in vicinanza delle piante arboree. 

La pala di ferro è una specie di vanga, ma non è usa- 
bile sennonclìè con stento e fatica in certi pochi lavori di 
minor conseguenza, come spalare, rivotar fosse, acquai, ec, 
e perciò la passerò sotto silenzio. 

La zappa per i terreni non sassosi, e la marra ed il 
marrone per i sassosi, sono anche loro specie di vomeri o 
cunei fermati in cima di un manico, e mossi dalla sola forza 
di un uomo. Riescono più utili del vomere e della vanga; 
primo, perchè si può dar loro maggior forza di urto col- 
Talzarli e spingerli con impeto nel terreno; secondo, perchè 
con essi si stritola e sminuzzola meglio la terra ; terzo, 
perchè si può lavorare con essi più a fondo, più veloce- 
mente ed in più luoghi che col vomere e colla vanga, e 
specialmente nei poggi sassosi ; quarto, finalmente, perchè 
soli possono spezzare e sminuzzolare le masse di terra state 
solamente smosse e sollevate dal vomere e dalla vanga. 

Queste poche differenze di cuneo variano di grandezza 
e di figura, secondo i paesi ed i terreni, ma sempre final- 
mente sono cunei, e sono il principale- ed essenzialissimo 
armamentario rurale, che gli antichi chiamavano instrumen- 
tum, rusticum. Con questi cunei non solamente si fanno i 
lavori per il terreno da sementa, ma si scassa il terreno, 
si sbroncona, si sfittona,* si fanno i divelti,- le fosse, e le 
formelle^ per la coltivazione delle piante perenni, tanto ar- 
boree che no. 

Ma tutte queste faccende, che tengono occupati conti- 
nuamente i poveri contadini, non sono dirette ad altro fine, 
sennonché a combattere la naturale tendenza della terra 
air induramento, e forzarla a suo marcio dispetto a stare 
sciolta, soffice e solla, in modo da permettere che le piante 
domestiche possano insinuare per ogni verso ne" di lei in- 
terstizj le loro tenere assorbenti barboline. — (Dai Ragio- 
namenti sull'Agricoltura^ cap. V.) 

Novità del costume introdotte nel secolo XVII. — Certi cam- 
biamenti d'usanze nella maniera di vivere, e specialmente 
nel nutrirsi, principiarono fino da questi tempi ad alterare 
in bene o in male le costituzioni dei corpi toscani 

Circa air anno 1660, si cominciò in Firenze da qualche- 

* Si purga il terreno dai bronconi e dai fittoni o radiclie. 

2 Gli scassi. 

2 Buche per piantarvi alberi. 



GIOVANNI TARGIONI-TOZZETTI. 247 

(Inno ad usare la parrucca, e de' primi furono I.uì|tì Medici 
e <;io. Francesco Rigogoli. Nel HiTl, come nota Tommaso 
Rinuccini, «quasi ogni giovane cominciò a portare la par- 
rucca linda, senza aver riguardo al colore del suo proprio 
capello, radendosi tutti i mostacci. » 

Fino a questi tempi i divertimenti della nobilti\ e dello 
persone comode, erano assai più utili per render robusto 
e mantener sano il corpo, di quel che lo sieno i praticati 
modernamente. Tali erano lo villeggiature di primavera e 
d'autunno, la caccia e la pesca d'ogni sorte, i giuochi di 
pallone, pillotta, palla al maglio, pallottole, ruzzola, ec, 
la scherma, il ballo, la cavallerizza ec. Soprattutto poi, non 
vi essendo ancora carrozze né calessi, il passeggiare ed il 
viaggiare non si potevano fare sennonché a piedi o a ca- 
vallo ; il che riusciva molto salubre. Nella Cronica mano- 
scritta del Lapini si legge che « nel 1534 si cominciò da 
(lualcheduno in Firenze ad usare i cocchi : il primo lo fe- 
cero venire di fuori le marchesane di Massa, che abitavano 
nel palazzo de' Pazzi, colle quali molto praticava il Berni. » 
I cocchi gli trovo usati in Firenze avanti al 1571. Le car- 
rozze in Roma le vedo praticate avanti al 1G51, e le trovo 
nel 1663 nominate nella Scorneide del conte (ìiulio di Mon- 
tevecchio, e si vedono rappresentate scoperte in una stampa 
in rame, esprimente le macchine inventate dal cav. Dome- 
nico Fontana per alzare nel 15SG la guglia della piazza di 
S. Pietro in Vaticano, ed in quelle di varie feste e masche- 
rate fattesi in Firenze, disegnate dal Callotti e da Stefanino 
della Rella. Relativamente a Firenze, notò nel 1665 il so- 
praccitato cav. Tommaso Rinuccini : « Verso la fine del- 
l' antepassato secolo s' era cominciato ad introdurre 1' uso 
delle carrozze, e nel principio del passato non era ancora 
diventato comune, e molti della nobiltiY non la tenevano ; 
ma a poco a poco, con l' occasione di far parentadi o altro, 
ognuno la messe su, e moUi tenevano (juattro cavalli, ed i 
più ricchi anco sei. Da principio le carrozze erano piccole, 
di cuoio dentro e fuori, e parte su la sala delle ruote, che 
andavano assai scomode, poi si incominciò a fabbricarle 
su le cigno, perchè andassero meglio ; e finalmente furono 
attaccate dette cigno agli archi d'acciaio ben temperati, che, 
cedendo all' urto, vanno assai più comodi : si fecero per i 
più ricchi di velluto nero, ed anco di colore, e con frange 
di fuori e di dentro, e con il cielo di dentro dorato. Fino 
a mezzo il secolo usarono alcuni più ricchi per le solen- 
nità della città il cocchio, che era dentro di velluto, per lo 
più resino, e di fuori di panno paonazzo, con otto pomi 
alla testata dorati ; ma poi furono intieramente dismessi. 
Nel 1672 s' introdusse una foggia di carrozze venuta da Pa- 
rigi, retta da lunghi cignoni, che brandiscono ' assai, chia- 



Piegano, molleggiano. 




248 SECOLO XVIII. 

mate poUirmcinCt perchè andavano comodissime ; e si di- 
smesse gii ardii por il l'iscliio di rompersi. Quasi in tutte 
lo case nobili si teneva un cavallo, di fjuelli chiamati fliinea, 
o un muletto, i quali servivano per chi non poteva o non 
voleva andare a piedi, e si adoperava per la città, con gual- 
drappa d'ermisino ed anco di velluto, o di panno listrato* 
di velluto, ed in campagna con sella di corame. Ma con 
il moltiplicare delle carrozze, furono del tutto dismessi ; e 
solamente qualcuno per diletto tiene un cavallo nobile per 
passeggiare per la città ; e dipoi le selle s' adopravano di 
velluto di tutti i colori. Allora le donne andavano a ca- 
vallo ed i ragazzi sopra un mulo in due ceste; ma in oggi 
vanno in carrozza, dove la strada è buona, se non in let- 
tiga a vettura, che verso la fine del secolo ve ne erano 
moltissime a nolo, quando al principio del secolo non ce 
n'era se non una, che solamente serviva per ricondurre 
qualche ammalato di villa in città. Qualcuno de' più ricchi 
teneva da sé la lettiga per servirsene in campagna. Verso 
la metà del secolo, s'introdusse una comodità venuta da 
Parigi, portata dinanzi sulla groppa da un cavallo, e di 
dietro su due rote. A questa tal sedia fu dato il nome di 
calesse, e furono così presto moltiplicati, che nell'anno 1667 
si disse esserne nella città intorno a mille, e le lettighe 
furono in gran numero scemate. » Peraltro la corte di To- 
scana aveva le sue lettighe fino avanti all'anno 1630, poi- 
ché il Granduca fece la grazia al Galileo di accordargli una 

sua lettiga, per fare il viaggio di Roma 

Generalmente, nel regno appunto di Ferdinando II, la 
tranquillità e l'opulenza principiarono a discacciare l'antica 
frugalità, ed introdurre in sua vece il lusso e lo stravizio. 
Troppo difi[ìcile impresa sarebbe l'esaminare ad una per 
una le diverse mode di vivande, che o prima o poi si re- 
sero familiari ; e solamente gioverà il riflettere, che a poco 
a poco aviamo adottato quasi tutte le maniere di nutrirsi, 
usate in qualunque clima, senza che si sia potuto far can- 
giare natura al nostro solito clima : donde ne segue che 
s.e una vivanda o bevanda riesce salubre nei climi molto 
freddi o molto caldi, non é sicuro che riesca ugualmente 
salubre anche nel nostro. 

Tralasciando adunque la minuta considerazione delle 
mutate vivande, mi ristringerò a due qualità di bevande 
calde forestiere, che nei tempi di Ferdinando II si princi- 
piarono ad usare in Firenze, ed in oggi sono ridotte fami- 
liarissime, non solamente per i benestanti, ma fino alla 
bassa plebe, sì urbana che rustica. Sono esse il caffé e la 
cioccolata, equivalenti e succedanei del vino, l' uno per gli 
Arabi, l'altra per gli Americani; ma forse non ugualmente 
utili per noi, che siamo soliti bevere promiscuamente il vino. 

* A liste di velluto. 



GIOVANNI TARGIONI-TOZZETTI. 249 

Il ca/Jc, o cauhà, o cafì. bevanda usata dagli Arabi 
prima che da ogni altro, e di poi adottata dai Turchi, es- 
sendo ^'ustata con piacere da' cristiani europei che viag- 
giavano per il levante, trovò presto chi la lodò in Europa, 
e la propose per bevanda medicamentosa, ed in seguito vi 
fu accettata per delizia, e per ristorativo gustosissimo. La 
prima notizia ce la diede Prospero Alpino al principio del 
secolo passato ; ma espressamente ne discorse Fausto Nai- 
rone Hanesio maronita nel suo libretto intitolato: Discxrsus 
de sahiherrima potione cavhe, sive caffè, Roma', 1G71, in-i2, 
stato quasi subito volgarizzato e ristampato da Paolo Bosca 
e da F. Federigo Vegilin ; e contemporaneamente fu pub- 
blicato altro libretto col titolo : Yirtù del kafè, bevatida 
introdotta nuovamente neW Italia, con alcune osservazioni 
per conservar la sanità nella vecchiaia, descritta da Do- 
menico Magri maltese, edizione seconda, con aggiunta ec, 
Roma, 1671, in-4. In Firenze la prima bottega dove si ven- 
desse calle, fu quella detta del liiirma, come ricavo da una 
cicalala di (jiulio Renedetto Lorenzini. 

Della cioccolata poi il primo che ne portasse in Firenze 
la notizia, fu il nostro Francesco Carletti nel 1606, al suo 
ritorno dal giro del mondo. Generalmente poi ne informò 
tutta l'Europa Antonio Colmenero, col suo Tratado de la na- 
luraleza y calidad del chocolate, stampato in Madrid, 1631, 
che fu tradotto in francese dal dott. Donato Moreau, e stam- 
pato in Parigi nel 1643, in-4 ; dipoi tradotto in latino in 
Napoli dal celebre Marco Aurelio Severino, e stampato in 
Norimberga nel 1614, in-4; finalmente volgarizzato e stam- 
pato in Roma nel 1667, in-l2.... Relativamente poi a Fi- 
renze, così ne fece ricordo il cav. Tommaso Rinuccini : « si 
è introdotto in Firenze quest'anno 1668 comunemente una 
bevanda all'uso di Spagna, che si chiama cioccolata, et anco 
di questa vende uno de' sopradetti bottegai, in bicchieretti 
di terra, e par che gusti cosi calda come fredda. » Ho in- 
teso dire più volte, che la prima cioccolata si faceva nella 
spezieria reale di Roboli, e per lo più si regalava dai prin- 
cipi come cosa prelibata, e si costumava di darle odori d' am- 
bra, di gaggia, di gelsomini, catalogni ec, secondo il gusto, 
come dice anche il Redi. Principiò poi a farla con gran 
mistero, e venderla fino a lire sette la libbra, uno speziale 
da San Sisto, il che gli produsse un gran guadagno; ed io 
mi ricordo d'averne avuta in casa, regalata a mio padre, 
di quella con odore di gelsomini catalogni dato allo zucchero. 
Il medesimo cav. Rinuccini ci fa sapere : « Cominciò 
nel principio del secolo (o pure si rinnovò) la delizia del 
bere fresco ; ma si procurava di ottenerla da i pozzi col 
calarvi le bocce del vino qualche ora innanzi al pasto, et 
il pozzo di qualche casa, che aveva concetto di fresco, 
serviva spesso anche per i vicini, che vi mandavano le 
loro bocce, che per lo più erano di terra. Si cominciò a 




250 SECOLO XVIII. 

riporre V inverno il diaccio per valersene l' estate a rin- 
frescare il vino, l'acqua, le frutte et altro, et ha preso 
tanto piede (questa delizia, che molti l'usano continuamente 
anco rinverno; et è degno da notarsi l'augumento che ha 
fatto, perchè Tanno 1000 Antonio Paolsanti, aiutante di 
camera del Serenissimo Granduca, prese l'appalto del diac- 
cio per lire 400 l'anno (che poi Io comprò da lui Madama 
Serenissima, e lo donò et applicò ai mantenimento delle 
monache Convertite), e quest'anno 1665 è appaltato per 
lire 4300. E per dire qualche cosa ancora di fuora, in Fisa 
non si trovò l'anno 1605 chi volesse l'appalto per scudi 50, 
e oggi è sopra scudi 1950, ma è però vero che l'appalta- 
tore serve ancora Livorno. Quando l'inverno non diaccia, 
sono obbligati gli appaltatori cosi di Firenze, come d'al- 
trove, di far venire la neve dalle montagne, e però pro- 
curano di riporvela a suo tempo nelle buche fatte a posta 
per conservarla all' estate. Usano le persone ricche e de- 
liziose di far fare per bere fra giorno acque conce di varie 
sorte, con odori di cedrato, di limoni, di gelsomini, di can- 
nella et altro, raddolcite con zucchero, e ne' luoghi più 
frequentati della città ci sono botteghe dove si vendono in 
caraffine diacciate, che riesce all' universale una gran co- 
modità. » 

Due altre mode forestiere furono contemporaneamente 
introdotte per piacere dell'odorato e del gustato, cioè gli 
odori di essenze, di acque e di profumi, penetrantissimi, 
e che in oggi ci riescono incomodi o nocivi ai nervi. Tali 
erano lo zibetto, il muschio, l' ambra, l' ambracane, e si- 
mili altre sostanze esotiche, ed i fiori di diverse piante ; 
ed a questi si aggiungono tante varietà di buccheri, che 
davano un certo odore all' acqua, la raccolta de' quali era 
dispendiosissima. Di questi odori e buccheri^ ne parlano 
abbastanza tutte le raccolte di lettere del conte Lorenzo 
Magalotti, il quale ne era appassionatissimo ammiratore. 
La corte di Spagna, che in quei tempi dava il tuono alle 
mode, aveva sparso questo gusto per l' Europa : nel qual 
proposito leggesi nel Biario della Corte di Toscana, te- 
nuto da Cesare Tinghi, che nel luglio 1622, il conte di Mon- 
terey, venuto a Firenze ambasciatore del re di Spagna, per 
condoglienza della morte del granduca Cosimo II, ricevè 
regali di grandissimo pregio ; « ma fu S. A. S. regalato dal 
detto ambasciatore, per mano del suo coppiere, di due cas- 
sette con coperte di pelle d' ambra, che dentro vi era 24 ta- 
sche di pelle d'ambra da donne, e due dozzine di paia di 
guanti d'ambra, et una pelle d'ambra per ciascuna cassetta. 
Due cassette di ferro o acciaio, commesse d'oro all'anzia- 

* Buccheri erano terre odorose, per lo più venute d' America, delle 
quali facevausi varj oggetti, o si adoperavano in polvere, e diedero argo- 
mento al poeina di Lorenzo Bellini, La buechereidc. ' 



ì 



ANTONIO GENOVESI. 251 

mina, dentrovi moscardini ambrati, e pasticche di profumi 
d'ambra. E cosi la Serenissima Arciduchessa, Madama Se- 
renissima, il cardinal de' Medici ed il pi'incipe don Lorenzo, 
furono re^'alati di cose simili presso a poco, di Spagna. » 
Un simile regalo ogj,n<^iorno rovinerebbe la salute di chi lo 
ricevesse. Fino ai tempi della mia adolescenza si mante- 
neva in Firenze la moda degli odori d'ambra, di muschio 
e di zibetto, nei guanti, ventagli, abiti, cioccolata, tabacco, 
casciù, polvere di cipri, ed in certi medicamenti; anzi de- 
gli armadj, cassettoni e stipi, usati in quei tempi, è cosa 
dillìeile il trovarne uno, che non conservi qualcheduno di 
essi odori. Eppure, intendala chi può, in oggi non si pos- 
sono più solYrire tali acuti odori e ci fanno gran male ! Io 
stesso da ragazzetto provava piacere, in sentendo quelli 
che usava in copia la sig. Cecilia mia madre ; ma da molti 
anni in qua gli trovo disgustosi, e che mi fanno entrare il 
dolor di capo. 

Fralle nuove usanze introdotte in Toscana, che interes- 
sano la sanità, deve giustamente annoverarsi quella del 
tabacco, sì in fumo che in polvere tirata su per il naso. 
Il sig. Lassels dice : « Nous arrivames de minuit a Poggi- 
bonsi petite ville, qui est nomméo par le tabac en poudro 
(jui s'y fait, et dont les italiens, et les espagnols consu- 
ment plus que nous, sans se servir de fuzil, ni de chan- 
delle, ni d'autres pipes, que de leur nez. » Il tabacco fu 
da primo usato come medicamento cefalico, e lo tenevano 
gli speziali, acconcio con diversi odori penetrantissimi; e 
dipoi è diventato un capo importantissimo di regalia. — (Dallo 
Notizie degli aggranclimenti delle scienze ec, voi. Ili, 
pag. 118.) 



ANTONIO GENOVESI. 

Il 1" novembre 1712 nacque in Castiglione (prov. di Salerno). 
Contrariato dal padre in un amore giovanile per una contadina, 
scomunicato dal vescovo di Conza, perchè, mentre studiava scienze 
sacre per assoluto volere paterno, aveva preso parte alla recita 
d'una commedia, nel 1786 dovette piegare il capo al destino e ve- 
stirsi prete. Diventò professore di eloquenza nel patrio semina- 
rio; ma desideroso di sapere, uscì dal piccolo nido natio, e si 
recò a Napoli, ove studiò anche le leggi, senza però volerle eserci- 
tare come professione. Nel 1741 da mons. Celestino (ialiani, gran 
maestro dcH'Univcrsità, che prese a proteggerlo, ottenne una le- 
zione straordinaria di metaiìsica. Accusato di troppa libertà di pen- 
siero, non potò conseguire la cattedra di teologia, ma ebbe quella 
di morale: e delle inimicizie di prelati e frati, indotti e fanatici, si 
consolò colla stima che di lui aveva papa Benedetto XIV, al quale 
dedicò la seconda parte de' suoi Elemevla inctapft>/sic(e (1747). Più 




252 SECOLO XVJII. 

tardi, ai perseveranti avversar) rispose con certe Lettere ad un 
amico provinciale {\lh\)),c\\(i iw'ìd^li^'.xua (\\x(i\\ii celebri del Pascal. 
Quando Bartolomeo Intieri, fiorentino stanziato in Napoli, ov'era 
amministratore de' beni de' Medici e de' Corsini, deliberò di fon- 
dare, prima d'ogni altra in Europa, una cattedra di economia po- 
litica, volle che ne fosse titolare il Genovesi, con annuo stipendio 
di 300 ducati; che inoltre le lezioni fossero, a pubblico vantaggio, 
in lingua italiana, e che la cattedra non potesse mai esser occu- 
pata da frati. Il corso cominciò ai 15 novembre 1754, e co.si di 
esso c'informa una lettera del Genovesi stesso: «Feci il mio di- 
scorso preliminare.... con uno straordinario concorso, tuttoché io 
non avessi fatto invito. Parlai un'ora, non solo senza niente aver 
mandato a memoria, ma senza aver niente scritto di quello che 
dissi. Con tutto ciò il discorso fu ricevuto con applauso.... Il giorno 
seguente cominciai a dettare. Grande fu la meraviglia in sentir 
dettare italiano, finché, essendomene accorto nello incominciare 
la spiegazione, dovetti incominciare da'pregj della lingua italiana, 
e urtar di fronte il pregiudizio delle scuole d'Italia. La mia scuola 
è stata sempre piena in guisa, che molti non hanno in essa tro- 
vato luogo: ma la maggior parte sono uditori di barba, e di varj 
ceti. Gii scriventi sono circa cento. I giovani non ancora inten- 
dono queste materie, e dove non si sente citar Giustiniano e Ga- 
leno non troppo sentono del gusto. Ma si vuole andar avanti con 
coraggio: si ha da rompere questo ghiaccio. Gran moto è nato da 
queste lezioni nella cittcà, e tutti i ceti domandano de' libri di 
Economia, di Commercio, di Arti, di Agricoltura; e questo è buon 
princìpio » {Lett. familiari, II, 199). Si narra che alle lezioni del 
Genovesi intervenisse una volta anche il padre, e ch'egli, aven- 
dolo scorto nella folla, per reverenza a lui si alzò e si tenne in 
piedi tino alla fine. Frutto di quest'insegnamento sono le Xe^ioni 
di Comraercio ossia d' Economia civile, eh' ei pubblicò nel 1765. 
Cacciati i Gesuiti nel 1767, ebbe dal Galiani l'incarico di proporre 
un disegno per l' educazione della gioventù (stampato a Venezia 
nel 1794, col titolo Piano delle scuole), ed in esso propose di so- 
stituire l'insegnamento della scolastica con quelli di matematica, 
fisica e storia, e di fare un corso di morale sugli Uffìcj di Cice- 
rone. Dopo aver molto faticato come insegnante e come scrittore, 
mori d'idropisìa il 22 settembre 1769. 

Fu nelle discipline filosofiche e politiche novatore ardito, pur 
restando entro i confini della religione, che professò piamente ma 
senza bacchettoneria. In ogni ricerca scientifica egli procede appog- 
giandosi all'esperienza e al buon senso e tendendo a un fine di pra- 
tica utilità. « Io sono ormai vecchio (scriveva ad un amico), né spero 
pretendo nulla più dalla terra. Il mìo fine sarebbe di vedere se 
potessi lasciare i miei Italiani un poco più illuminati, che non gli 
ho trovati venendovi, e anche un poco meglio affetti alla virtù, 
la quale sola può essere la vera madre d'ogni bene. » Con altri 



ANTONIO GENOVESI. 253 

illustri contemporanei suoi ricondusse l'intelletto italiano sulle vie 
del sapere e lo fece partecipe della fjeiu'ralc cultura europea, 
contribuendo ai progredimenti scientitìci, sia coli' esporre nuovi 
e «invidiosi veri,» sia col combattere audacemente ogni sorta di 
sofismi e di pregiudizj, dominanti tuttavia in Italia, specie nelle 
scuole. «Genovesi (scrive il reccliio, Storia dell' Econovi. pub- 
blica in Italia, Lugano, Ruggia, 1832, p. 193), fu il redentore delle 
menti italiane.... Non fu un genio.... ma degli scrittori italiani è 
forse il più benemerito »; e Fr. Ferrara riconosce e loda « la va- 
stità de' suoi studj, la forza del ragionamento, l'indipendenza del 
carattere e l'amore sincero al suo paese, che per lui era l'Italia; 
l'Italia, di cui ricordava sempre le due grandi epoche già passate, 
e ne agognava una terza nell'avvenire. Senz'essere un intelletto 
creatore, fu una mente esatta di sua natura e copiosamente erudita 
di buoni studj. (Prefaz. al voi. Ili della lìibliot. dell'Economista). 
Molto lavorò per la gioventù, come ne fan fede le htituzioni di 
metafìsica jjei principianti (1700), il Trattato delle scienze metafi- 
siche pei giovanetti (1770), gli Elementi di fisica sperimentale ad 
uso dei giovani princijiianti (1781) e soprattutto qu(^lla Logica pei 
giovanetti (17GG), che, colle Vedute fondamentali aggiuntevi dal 
lìomagnosi, durò nelle scuole fin quasi ai di nostri, e che certo non 
insegnava a sragionare. Mirò sempre al bene de'suoi concittadini, 
alla felicità loro, a promuovere utili studj, a consigliare il lavoro 
e a raccomandare insistentemente l'agricoltura, madre di ricchezza 
privata e pubblica ; e a tal fine, mettendo in mostra lo stato di de- 
cadenza di sì nobil arte nel Napoletano e i nìiglioramenti che la 
teorica e la pratica suggerivano, ristampò con prefazione il Corso 
di agricoltura del Trinci toscano. A fine più alto mirano le Medita- 
zioni filosofiche sulla religione e sulla morale (.Napoli, Simoni, 1758), 
lodatissime al loro apparire anche dal Baretti (Frusta, n. 2), che 
però ebbe a riprendervi lo stile e la lingua pedantescamente tosca- 
neggiante. Nò certo la forma è la cosa più notevole in questa come 
in altre scritture del Nostro; ma vi si scorge somma acutezza di 
niente, nobiltà d'animo e bontà d'indole: e specialmente negli 
scritti dedicati alla gioventù v'ha certa bonarietà paterna, che 
fa amare la scienza e chi la insegna. 

Tralasciando di menzionare le sue opere latine, ricorderemo 
ancora le Lettere accademiche sulla questione se sien più felici 
gl'ignoranti o gli scienziati (Napoli, 17G4), che confutano i para- 
dossi del Rousseau; il Discorso, diretto all'Intieri, Sul vero fine delle 
Lettere e delle scienze (1753); le traduzioni con prefazioni e note 
della Storia del cojnmercio della Gran Bretagna del Cary, dello 
Spirito delle leggi del Montesquieu, del Saggio sui grani del Duha- 
mel-Dumonceau. La Diceosina o filosofia dell'onesto e del giusto 
fu pubblicata in parte postuma (Napoli, 1767); due volumi di Let- 
tere famigliari vennero raccolti dal Fouges-Davanzatì (Ve- 
nezia, 1776). 



254 SECOLO XVIII. 

Le Lezioni di economia furono dal CUSTODI riprodotte in 
4 voi. con aggiunta di Opuscoli, fra gli Scrittori classici di Econo- 
mia polit., Milano, Destefanis, 180;i, e da F. Ferkara nel voi. Ili, 
serie I, della Biblioteca dell'Economista. Torino, Pomba, 1852, con 
importante prefazione. Due voi. di Opere scelte fanno parte della 
collezione milanese (1824j dei Classici italiani del sec. XVIII. 

|Per la biografia e le dottrine, vedi la Vita scrittane da monsi- 
gnor Fabroni, Vitm Italor., voi, XV, tradotta da G. A. MAGGI nella 
cit. ediz. dei Classici; C. U(iONl nella continuazione dei Secoli 
del CORNIANI, ediz. Pomba, V, 103; R. Bobe a, Commemoraz. di 
A.G., Benevento, Nobile, 1807; V. Padula, Elogio dell' ah. A. G., 
Napoli, Androsio, 1860.J 

Del lusso. — Gran iiitateria di contra.sti e stata, ed è tut- 
tavia, il lusso tra filosotì. Perchè alcuni facendone l'enco- 
mio, e ingrandendone i beni, che quindi credono derivarsi 
nello Stato, pare che abbiano voluto fare altresì Y apologia 
di tutti i vizj, siccome è stato il signor Mandeville, inglese, 
autore del famoso libro intitolato La favola dell' api. Altri 
pel contrario combattendolo, sembra che abbiano inteso di 
combattere eziandio la presente politezza e umanità de' po- 
poli europei, e con essa V arti miglioratrici tutte quante, 
come se avessero voluto ridurci alla poltroneria, barbarie 
e salvaticliezza de' più vecchi tempi ; tra i quali si è di- 
stinto il signor Rousseau in molte sue opere, non ha guari 
messe a.lla luce. 

Io per me non intendo, che vi sieno o vi possano es- 
sere de' vizj utili alla società civile, se non fosse di river- 
bero, per opporsi a vizj maggiori ; anzi tengo per certo, e 
per massima immutabile, che ogni vizio sia dannevole, non 
solo agl'individui umani, ma a i corpi politici eziandio; 
dond' è, che non credo poter mai essere un vizio quel che 
giova allo Stato. E nondimeno parmi di conoscer chiara- 
mente, che vi sia un certo grado di lusso, non solo utile, 
ma necessario alla coltura, diligenza, politezza e anche 
virtù delle nazioni, e a sostenere certe arti, senza le quali 
si è o barbari o debitori a' forestieri : donde stimo di poter 
conchiudere, che vi possa essere un grado di lusso, che non 
sia da dirsi vizio. Ma procediamo con ordine, e per li suoi 
principj. 

L' arti di lusso riguardano a due punti : 1" al distin- 
guerci ; 2"* a vivere con voluttà: de' quali quello sembra 
figlio d' un istinto naturale, che ha ognuno di farsi riputare 
più eh' ogni altro, per un tacito giudizio della natura d' esser 
colui più felice, eh' è più al di sopra degli altri : e questo 
deriva da una sensibilità fisica, il solletico della quale ci par 
beatitudine. Il primo principio è più forte, perchè ha più 
della proprietà costitutiva dell' uomo, eh' è il comparare il 
diverso : il secondo, attenendosi più al corpo e al suo tem- 



ANTONIO GENOVESI. 25.5 

peramento, è iiien ^^cnerale. Di <jiu è, che voi troverete più 
avari e sordidi anche in mezzo delle ricchezze, clie di co- 
loro, olle non amino a distinguersi. In ragion composta di 
(luesti due principi è il lusso. 

Si possono considerare l'arti di lusso o in ragion etica, 
() in ragion politica. (Ili uomini ne son più reliei? I']cco la 
l)rima (luostione. Lo Stato ne divien più grande e ricco? 
l'^cco la seconda. Credo, che se si l'osse potuto restare dentro 
il giro dell' arti primitive e alcune delle miglioratrici, le 
(|uali recano de' veri comodi e certi innocenti piaceri, sa- 
ressimo stati più felici. 1° Si avrebbero generalmente avute 
meno cure ; 2" si sarebbe stati obbligati a faticar meno ; 
3« vi sarebbero stati meno ceti non faticanti, e i faticanti 
meno oppressi ; 4'' si sarebbe meno indebolita la prima ro- 
bustezza della natura umana ; 5" vi sarebbe stato meno 
astuzie noce voli. 

Ma era egli possibile di arrestare il genere umano fra 
i soli termini dell'arti primitive e di quelle di comodo? 
lù'a questo il primo punto, dove dovevano cominciare tutti 
i discoi'si, per altro dotti, (li Rousseau. I principi della poli- 
tezza de' popoli, r aver gustate cert'arti piacevoli, l'ingegno 
curioso e avido del nuovo, la cupidità del guadagno, che si 
va sviluppando a misura che gli uomini si stringono e cre- 
scono in numero, l'amor della gloria, l'istinto del distin- 
guersi solleticato dal confronto, la necessità di cautelarsi 
o di difendersi, la provvidenza del futuro, che cresce come 
la ragione si dilata, lettere, scienze, leggi scritte, guerra, 
governo, nuovi morbi delle gran città, ignoti tra le selve, 
nuovi vizj, e mille altre minori cause, sono certe molle, 
le quali mosse una volta, corrono con forze acceleratrici, 
che niun'arte umana, niun potere può mai arrestare, se 
non quello, che separando di nuovo gli uomini, riducessegli 
a' boschi e al primitivo stato di famiglie. È inutile dunque 
il declamare contro questi arti. Ogni legge, che cozza col- 
r incominciato corso del genere umano, o non è l'icevuta, 
o subito frodata, o fra non molto antiquata. 

Che farà dunque un legislatore? La prima legge di po- 
litica è, che dove certi o vizj o costumi meno lodevoli non 
possono sbarbicarsi senza disciogliere il corpo politico, o 
farne nascere de' più pericolosi, si debba tentare di trarne 
vantaggio pel pubblico, riducendoli ad una certa regola, 
se non morale (che non potrebbe de' vizj) almeno econo- 
mica ; per la quale facendo del bene, vengano a produrre 
meno eli male. Quest'è la regola, che hon tenuto e tengono 
i savj governi per rispetto al giuoco, allo spirito litigioso, 
e a molti altri punti. Si vuol pigliar l' uomo com' è, dove 

Inon si può aver migliore. All' arte umana non è permesso 
di far nature, ma di reggerle. 
Quanto all'altra questione, eredo anch'io, che, dove il 



256 SECOLO XVIII. 

gior proprietà e comodità, che non è tra' popoli rozzi, re- 
golato da buone leggi e da certi costami non molto dif- 
ficili a mettersi in pratica, possa essere di grandissimo 
giovamento non solo alla grandezza e potenza e ricchezza 
d' una nazione, ma anche alla sua umanità e virtù, almeno 
di quelle, che non amano di esser guerriere e conquista- 
trici, come non dovrebbe amarlo nessuna, che fosse savia ; 
essendo la guerra e le conquiste più tosto un entusiasmo 
contro i veri interessi d' ogni Stato, che un metodo confa- 
cente alla civile felicità e grandezza de' popoli. La felicità 
tanto delle persone, quanto de' popoli, nasce da tre opera- 
zioni : 1* dal frenare la non necessaria cupidità di gran- 
dezza di Stato, sorgente copiosa di molestie e di dolori ; 
2* dall' accrescere la potenza reale rispetto a' bisogni della 
natura ; 3°- dall' occupar la gente collo spirito e col corpo 
in azioni ricreative delle forze dell' uomo. Le guerre non 
fanno che aumentare ogni giorno le prime, e scemar le 
seconde. 

Ma perchè quest' articolo richiede che si sviluppi meglio 
la natura del lusso, e le sue maniere e i varj suoi gradi, 
si vuol cominciare da più alti principj. E primamente, non 
vi è presso agli scrittori di queste cose parola niuna né 
più vaga né più oscura, quanto è questa di lusso, ancorché 
non vi sia stato né politico né teologo né filosofo, che 
non si abbia dato ad intendere di averne ben compresa la 
natura. Melon nel suo Saggio Politico sul Commercio ar- 
disce dire, che quella voce si vorrebbe sbarbicare dalle 
civili società : come se fosse così agevoi cosa sbandire i 
costumi e gì' istinti della natura umana, come cancellare 
una voce dai dizionarj. Tornando alla definizione del lusso, 
dico, che appena se ne trova una che regga, benché sieno 
tante, che sarebbe nojosa cosa ridirle tutte per filo. Imper- 
ciocché i teologhi da una parte, e i politici da un' altra : e 
di qui i negozianti, quindi gli uomini serj e ritirati : da una 
parte i poveri, dall'altra i ricchi: di qui i vecchi avari, e 
di là i lussureggianti giovani : tutti in somma, hanno dato 
alla parola lusso tante e sì diverse nozioni, e risguardatala 
per tanti e sì diversi aspetti, che e' pare, che non se ne 
possa rinvenire il bandolo. QueLch' é lusso per alcuni, non 
è per altri : e anzi, ciò che per alcuni é detto lusso, per 
altri chiamasi sordidezza. 

Alcuni han detto, che il lusso sia spendere soverchia- 
mente, cioè più dì quel che basta. E questo pare, che, nella 
sua proprietà, significhi la parola lusso. Ma questi primie- 
ramente confondono la prodigalità, l'intemperanza e la 
stoltezza con il lusso. Poi, non definiscono né assegnano 
termine nessuno, né so se potessero assegnarlo, per cui 
si possa intendere eh' é quel che basta, e dove comincia 
il soverchio. Perché se la regola dello spendere é quella 
di cacciar da noi il dolore e la molestia, chi spende per 



ANTONIO GENOVESI. 257 

si latto motivo, ci dirà sempre che non è soverchio. Altri 
dicono, che lusso sia spendere più di quel che basta, e ciò 
pel solo piacere di vivere. Ma oltreché questa definizione 
e così difettosa, e per lo medesime ragioni, come la prima ; 
pure e' non pare ciie si possa dir soverchio (juel che si 
spende per vivere con onesto piacere ; perchè appunto per 
questo si alTaticano (luaggiù l'arti ; e voler privare gli uomini 
del godere delle loro fatiche, è lor dire, ììoìi faticate. Alti'i 
sostengono, che il lusso sia uno studio di vivere con so- 
verchia morbidezza e delicatezza o rallinamento di piaceri, 
tanto di corpo quanto di animo. Ma si può delìnire ciò che 
sia ([uesta soverchia linezza e delicatezza ? Impercioccliò 
(luesti termini son sempre relativi. A cagion di esempio. 
<juel che è finezza di gusto fra i groelandi, è durezza fra 
gli svezzesi : e quel, eh' è delicatezza per questi, è durezza 
por li francesi e italiani: e quella, eh' è delicatezza per 
gl'italiani e francesi, sembra ruvidezza a' persiani e in- 
diani. Quel ch'era lusso ne' tempi semibarbari di i']uropa, 
sarebbe oggi stimato salvatichezza. Altri linalmente stimano, 
che il lusso sia rallinare le mode di vivere al di sopra di 
quel che richiede il grado di ciascuno, e questo per distin- 
guerci da' nostri eguali, o per agguagliarci a coloro, a' (|uali 
per altro riguardo siamo inferiori. E questo è quel che ne 
penso anch' io. 

In somma da tutte le parti si conviene nel genere di 
questa definizione, cioè che il lusso sia spendere in rallì- 
namenti di vivere, più di quel che richiede le stato e grado 
naturale e civile di chi spende. Ma non si conviene giìi in 
quel che dilVerenzia il lusso da molte altre spese soverchie 
anch' esse, le quali non son lusso ; nò nel punto, dove il 
lusso incomincia ad esser vizio, e pernicioso. E questo av- 
viene per due ragioni : 1* perchè non si esamina il line dello 
spendere, che costituisce o la crapola o il lusso ; :2* perchè 
è dillicilissima cosa il trovare il termine preciso, dove fini- 
scono le spese necessarie e cominciano le soverchie. Im- 
perciocché, benché si sappia che i beni, i quali o ci dà la 
natura o ci procacciamo per mezzo della fatica, sieno altri 
necessarj, altri comodi e altri dilettevoli solamente : con 
tutto ciò non è facile lo stabilirne i precisi limiti. 

Si sa in generale, che 1 beni necessarj sono assai pochi, 
cioè che per esistere abbiam bisogno di poco : che i comodi 
sono un poco più : e inliniU (luelli di puro diletto e capric- 
cio. Ma spesse volte i comodi passano nella classe de* beni 
necessarj, e i dilettevoli in quella de' comodi; e a questo 
modo tutto divien natura e necessario : e questo per una 
delle tre seguenti ragioni, e alcune volte per tutte e tre 
insieme ; cioè, o per lungo uso e costumanza, o per una 
comune opinione (perchè è più l' opinione, che signoreggia 
gli uomini e la natura), o per (lualche forte passione. 

Per dimostrar la qual cosa, si ponga mente a' seguenti 

IV. 17 



258 SECOLO xviir. 

(j.sempj. Si sa in generale, clie il mangiare e il bere sono 
de' beni necessari : ma non è facile de/inire quali delle ma- 
terie, clie si mangiano e beono, sieno in particolare neces- 
sarie; conciossiacliè alcuni popoli si contentino delle sole 
erbe e de' semi e delle acque, come i Iraniani dell' Indòstan : 
altri aggiungano del pane e della carne, siccome la maggior 
parte delle nazioni : e vi sarà, chi ricerchi de' più bei pani 
e delle più delicate carni: e taluno medesimamente vi ri- 
chiederà una squisita preparazione, come cose che si con- 
fanno meglio alla sanità e robustezza del corpo. A questo 
modo si va all'infinito. Parimente il vestire e l'abitare di- 
consi beni comodi ; e pur nondimeno possono di leggieri 
passare nella classe de' necessarj, siccome è addivenuto 
in tutta quasi la terra. Per la medesima ragione del lungo 
e continuato uso, il vestire e 1' abitare con morbidezza e 
splendore trapassano nella classe de' comodi, da parere di 
non potersene svezzare senza sentirne del male, come è 
accaduto alle nazioni eulte. E così, a poco a poco, le cose 
le più strane alla natura umana, prima incominciano ad 
usarsi per un piacer capriccioso, appresso vi si avvezza, 
e diventano comodi, da non se ne potere divellere fa- 
cilmente ; essendo difficile, per non dire impossibile, che 
altri si svezzi di quegli usi e opinioni, alle quali sarà per 
lungo tempo abituato. Vedesi ciò chiaramente nell' uso del 
tabacco fra noi ; e in quel dell' oppio e dell' arech e betel 
in tutto l'Oriente: e delle pallottole di cristallo e de' peli 
della coda di elefante nel Congo e in Loango, dove sono 
cose riputate da tanto, che si stimerebbe non esser uomo 
senz' averne qualche ornamento. 

Mi sembra adunque, che per poter concepire con chia- 
rezza il soverchio, e perciò il lusso, si vogliono conside- 
rare più accortamente, che non si è fin qui fatto, le classi 
degli uomini, le quali formano la civile società, diverse o 
per la varietà de' mestieri e delle professioni, o per quella 
delle ricchezze, o per nobiltà, o per tutte e tre insieme : 
perchè il lusso è il principio motore di tali classi, che le 
aggira siccome nella ruota della fortuna, senza posar mai, 
mandandole or sopra or sotto. Queste classi sono dove più, 
dove meno. Ne' villaggi i contadini e i pastori formano il 
più basso piano : gli artisti e i manifattori il secondo ; e 
alcuni proprietarj, che vivono civilmente, un chirurgo, un 
medico, un notajo, un prete, il terzo. Ma nelle città ve ne 
ha dell'altre, che non sono nelle campagne. I domestici, i 
facchini, i vivandieri, i venditori a minuto delle cose comme- 
stibili, e altre di simil fatta, vi compongono la più bassa 
classe : gli artisti la seconda, la quale anche ella per la 
diversità dell' arti più o meno servili si può dividere in 
molte altre : i bottegaj di manifatture formano la terza : 
i mercanti in grosso, e molti nobili viventi del proprio, la 
quarta: i magistrati, il vescovo, il governatore del luogo, 



ANTONIO GENOVESI. 259 

l:i quinta. Maggiore ancora è il numero di (|uesto classi 
nelle capitali ; essendovi molti oi-dini di nobili e di grandi 
di corte, e il principe linalmente, centro di tutta la gran- 
dezza della repubblica. 

Le persone di queste classi, oltre a quel che è neces- 
sario per la vita e sanità, sono avvezzate a certi comodi 
«^ piaceri e segni di distinzione e modi di averli, i ([uali 
per lo più sogliono essere così diversi, come sono diversi 

I piani, in cui esse vivono. Questo riguarda : 1" la qualiti\ 
dtd mangiare e bere; 2*» quella dell' abitare e del vestire; 
:>" (jueUa del farsi servire ; 4'' quella del centrar nozze ; 
5" (luelhi (bdle pubbliclie feste o politiche o religiose ; 
G" quella dell'unirsi in conversazione in certi tempi e luoghi. 

Il lusso adunque, se si considera attentamente, non è 
altro, siccome è detto, fuorché lo studio e '1 moto di distin- 
guersi nella sua classe con animo di signoreggiare, o di ag- 
guagliarsi ad una delle classi superiori, non già per laciuan- 
tità delle cose, ma per la qualità, vale a dire per le rallinate 
maniere di vivere. Dov'è che si vuol distinguere dalla pro- 
digalità, o sia dallo stolto spendere, dalla ghiottoneria, dalla 
mollezza ed efleminatezza didla vita. Imperciocché i pi-imi 
due vizj consistono più nella quantità che nella (jualità, e 
sono più grandi nelle rozze e barbare nazioni che nelle 
polite ; e V ultimo è una certa debolezza di animo e di corpo, 
che voi troverete anche tra certi popoli rozzi de' climi dolci. 
Ma il lusso è una finezza di vivere, per ambizione di distin- 
guerci : ed è perciò passione di rillessione più che d' istinto. 

II che stando cosi, siccome è chiaro, tre cose voglionsi 
distinguere nel lusso: il principio motore, 1' occasione che 
r irrita, e l' istrumento, per cui si esercita. Il principio mo- 
tore è (juella naturale propensione, che è in tutti noi, di 
distinguerci gli uni dagli altri. L'occasione, che il solletica, 
è r inegualità degli stati e ceti della civile società. 1/ istru- 
mento linalmente, almeno principale, sono le ricchezze di 
segno, il danaro. 

Io ho detto, che lo spirito motore del lusso sia il naturale 
istinto di distinguerci. Questo istinto è fino ne' selvaggi. Ma 
e' non si risveglia mai senza qualche occasione, o naturale 
o civile. Quando si sveglia per naturali occasioni, allora noi 
non ci vogliamo distinguere per le maniere delle azioni, ma 
por le azioni istesse, o accorte o prudenti o di penetra- 
zione d'ingegno o di qualche illustre virtù o di alcuna pro- 
digiosa forza. Allora non è lusso quel che ci distingue, ma 
bensì quantità di forza maggiore d' ingegno o di corpo. Ni- 
cole si vuol distinguere per la forza, Archimede per la pe- 
netrazione d' ingegno, Scevola per V intrepidezza, Lucrezia 
per la fermezza dell'animo, Aristide per una giustizia esem- 
plare, Alessandro per le gran conquiste. Catone per osti- 
nata caparbietà. E queste son quasi le sole cose, per le quali 
si distinguono i repubblicani nel tempo di rozzezza, come 



2G0 SECOLO XVllI. 

quelli elio si reputano nel resto eguali, e i popoli barbari, 
tra' quali non vi lia diversitù, di ceti. 

Ma quando T occasione del risvegliarsi un tale istinto 
sono i ceti diversi, de' quali è composto il corpo civile, e 
r istruniento le ricchezze, non già naturali, ma di segno, 
allora le maniere e qualità, per cui ci studiamo di distin- 
guerci, sono il vero lusso. K di qui è chiaro, che se in una 
società, di uomini non vi fosse né varietà di classi nò ric- 
chezze di segno, non vi sarebbe neppure gran luogo a vo- 
lersi distinguere per le maniere e qualità di vivere, ma 
vi si distinguerebbero le persone per le azioni medesime. 
Cosi nella repubblica di Sparta, e nei primi tempi della 
romana, dove era poca inegualità di ceti e piccole ric- 
chezze, mai non fu lusso di sorta alcuna. Per la medesima 
ragione nelle Repubbliche popolari il lusso è assai piccolo, 
come si può vedere in quelle di Olanda e degli Svizzeri. 
Donde nasce questa conseguenza, che il lusso sia fra le 
nazioni in ragion composta della diversità de' ceti, delle 
ricchezze di segno e della ineguale divisione di queste ric- 
chezze. 

Quelle cagioni, che muovono un particolare a volersi 
distinguere da un altro della medesima classe o ad emu- 
lare una superiore, muovono altresì le classi superiori a 
trovare sempre nuovi modi da distinguersi dalle inferiori, 
e fra sé medesime. E quindi avviene, che dove incomincia 
a regnare il lusso, non vi sia giammai termine nessuno, che 
r arresti ; ma vi si veggono perpetuamente, come nella ruota 
della fortuna,, le classi infime salire allo stato di mezzo ; le 
mezzane alla cima ; quei della cima scendere prima nel 
mezzo, poi nel piano. Questo giuoco del lusso, siccome va 
ad abolire la schiavitù, cosi è il più gran sollievo di quella 
parte del genere umano, che patisce per la pressione del- 
l' altra, che 1' è di sopra. 

Finalmente come vi è un lusso di classe a classe nel 
medesimo popolo, così vi ha un'emulazione di lusso di po- 
polo a popolo principalmente se essi sieno vicini. Imper- 
ciocché niuno è, che non voglia agguagliarsi all' altro in 
quelle cose che son pubbliche, e nelle quali si mette un 
certo che di signoria : quali sono le ambascerie, le feste, 
principalmente le nuziali de' grandi, i giuochi pubblici, i 
teatri, le scuole, le ville di delizie, le grandi strade, e altre 
sì fatte. 

Poiché è dimostrato quel che é il lusso, é ora da divi- 
dersi così per rispetto alle cose, per le quali si alimenta, 
come riguardo alla sua intensità ed estensione. Rispetto 
alle cose che lo alimentano, dividesi in lusso di cose fore- 
stiere e lusso di cose nostre. Quello si alimenta con der- 
rate e manifatture straniere, questo colle paesane. Ri- 
guardo air intensità, è o smoderato ed eccessivo, o modesto 
e regolato. L'eccessivo è quello, che eccede l' entrate o il 



ANTONIO GENOVESI. 2G1 

guadagno, o si sostiene col credito : il moderato è quando 
non eccedo le rendite o ò loro alquanto inferiore. Per 
restcsnsione, si può dividere in lusso generale e particolare. 
11 primo occupa la maggior parte delle classi del corpo ci- 
vile : il secondo solo quelle, che vivono nobilmente e di 
rendite. Le quali divisioni poste, veggiamo ora gli effetti 
del lusso, cosi rispetto allo Stato in generale, come riguardo 
a' particolari ; e appresso, quali ne sieno le leggi economiche. 

\] in prima, il lusso sostenuto per materie esterne, prin- 
cipalmente se è generale, è pernicioso ad ogni corpo civile, 
nò può lungo tempo durare, come quello che consuma se 
stesso. Le ragioni che dimostrano la prima parte, sono: 
1" Perchè questo lusso vota di danaro continuamente la 
nazione ; 2° perchè fa, che i prodotti delle proprie terre si 
avviliscano ; 3" perchè è cagione, che si annichiliscano le 
manifatture interne ; 4° perchè avvilisce e opprime lo spi- 
rito della nazione ; 5° perchè la rende quasi serva delle 
forestiere, dalle quali è forza che prenda lo materie di 
lusso. Del non poter durare, la cagione è, che, impoverendo 
ciascun anno la nazione, non troverà più che dare per so- 
stenere sì fatto lusso. Supponiamo, per modo di esempio, 
die noi di questo regno mettessimo della grandezza a man- 
giare le fiirine Inglesi, le paste di Genova, i formaggi di 
Olanda, gli olj greci o francesi, o bere de' vini esteri, a 
vestire tutti di panni, sete, tele, forestiere ; chi può du- 
bitare, che tutte le nostre arti non fossero fra poco per 
esserne appassite ? Ma in non molto tempo, non trovando 
più che dare per avere del forestiero, questo lusso avrebbe 
consumato sé stesso, e noi ci troveremmo tutti ridotti al- 
l' arti primitive. Tanto è vero, che non si può lungo tempo 
gabbar la Natura! 

Ala se questo lusso di robe forestiere non è che di qualche 
cosa e di poche classi, né smoderato, anzi di nuocere, può 
giovare ; perchè desta lo spirito di emulazione, e ciò vi per- 
feziona r arti. Le classi inferiori, non potendo far uso delle 
derrate e manifatture esterne, s'industrieranno di avere 
dell'interne, cosi buone, o anche migliori che non sono le 
forestiere. In oltre, la piccola (juantità delle cose straniere 
cambiandosi colle proprie, questo commercio dà del moto 
all' industria interna. In fatti, i nostri antichi Italiani, i quali 
prendevano delle stoffe di seta dall'Oriente, per l'emula- 
zione si svegliarono, e procurarono averne delle proprie, 
cosi belle come quelle di Egitto, di Siria e di Persia. I Fia- 
minghi imitarono gì' Italiani ; i Francesi i Fiaminghi ; e 
gì' Inglesi i Francesi. Così questo spirito di emulazione sve- 
glia gl'ingegni, e promuove Parti e la fatica. La quale 
(occupando utilmente le persone, è un'azione recreativa 
doli' ingegno e del corpo: fa gli uomini più socievoli, cioè 
più virtuosi, e gli Stati più ricchi. 

Ma il lusso di ciò, eh' è interno (dove non sia pazzo, né 



2G2 SECOLO XVIII. 

riesca in crapule, gliiottonerie, ubbriacliezze e stolta lus- 
suria, elle non haii die far nulla coi lusso propriamente 
(letto), benché a lungo andaie possa nuocere ad alcune (a- 
niiglie e a certe classi di uomini, per la mancanza del giu- 
dizio nel sapere spendere, nondimeno è utilissimo alla 
nazione in generale ; del clie eccone le ragioni : 1*» perché 
accresce il consumo de' nostri prodotti e delle nostre ma- 
nifatture, e con ciò anima la fatica e la difTonde ; donde é 
che le classi lavoratrici, base della repubblica, trovando a 
faticare, trovano da vivere onestamente e da dilatarsi ; 
2° perchè diffonde il danaro per tutte le classi delle per- 
sone : e di qui avviene, che tutte le classi delle persone vi 
abbiano de' mezzi da far valere le terre e l' industria ; 
3" perchè multiplica il danaro medesimo ; conciossiacosaché 
spendendosi spesso, giri più volte in un anno, e conseguen- 
temente equivaglia a molto; 4° perchè sveglia gl'ingegni, 
raffina lo spirito della nazione, fa migliorare le arti antiche, 
e inventarne delle nuove. 

Che se i nostri prodotti, e le nostre manifatture servono 
a mantenere il lusso delle nazioni, siccome si fa ne' popoli 
trafficanti, allora saranno di più una gran sorgente di ric- 
chezze ; perchè, oltreché occuperanno i nostri manifattori e 
agricoltori, saranno ancora cagione perchè la nazione ri- 
cavi dagli altri popoli, quel che le manca, il che, vale a 
dire, faranno che i forestieri ci alimentino : grandissimo, 
anzi unico fine di tutte V arti di commercio. E questa era 
una volta l' abilità de' Fenicj, i quali si avevano renduto 
tribiitarj un' infinità di popoli ; ed è ora de' Genovesi, Fran- 
cesi, Olandesi, Inglesi, nazioni arricchite per il lusso di 
quegli stranieri, i quali si servono di quelle manifatture o 
de' prodotti delle loro terre e colonie. 

A questi effetti d' un lusso moderato, o sia d' una certa 
proprietà di vivere delle nazioni ingentilite, si vogliono ag- 
giungere i morali. Il primo è la politezza delle maniere : la 
quale da chi può essere riputata un male, se non da un 
selvaggio? II secondo l'umanità, una più ampia socialità, 
e '1 conversare da uomini, e quello spirito gajo e brillante, 
che non si trova in ninna nazione barbara, ma è sempre 
congiunto con qualche proprietà del vivere. Il terzo, le 
scienze e le beli' arti, le quali, siccome si vede per la storia 
delle cose umane, vanno di pari passo coli' umanità, e con 
la proprietà della vita. — (Dalle Lezioni cV Economia civile^ 
parte I, cap. IO, in Scrittori classici italiani di Economia 
politica (raccolta del Custodi). Parte moderna, tomo VII, 
Milano, MDCCCIII, pag. 222.) 

li commercio marittimo e le forze navali. — Senza navi- 
gazione non si può avere commercio vantaggioso né poco 
né punto ; perocché senza navigazione non si può avere 
utile smercio né di derrate né di manifatture né di ve- 



ANTONIO GENOVESI. 263 

run' altra cosa, che nel paese nasca o si taccia, e senza utile 
smercio o non si può avere commercio, o non so ne può 
avere vantaggioso. l*erchè, o voi non mandato nulla fuori, e 
non ne avrete nò interno nò esterno; il che, oltreché è da 
se manifesto, è stato più di una volta da me altrove dichia- 
rato, in modo che chi ne può dubitare non ha ninna co- 
gnizione di questa scienza. voi vel mandate sopra legni 
esteri, e vi convien perdere tutto il nolo, che, non impor- 
tando piccola spesa, sarii cagione che voi non facciate giam- 
mai commercio vantaggioso. E se finalmente lasciate chi; 
i forestieri vengano da sé a caricare le vostre derrate e 
manifatture, primamente è necessario che perdiate tutto 
il guadagno che voi potreste dalle vostre robe sperai*e ; 
perchè il forestiere il vorrà per se, che è tanto (guanto dire 
elle voi gli diate le vostro mercanzie a quel prezzo ch'egli 
vorrà, e non a quello che vorrete voi. E poi, vi ò forza che 
prendiate da lui in iscambio delle cose vostre quelle mer- 
canzie che egli vi apporterà, o poco o molto che vi abbi- 
sognino, e che le prendiate a quel prezzo a cui piaceragli 
darvele, altrimenti voi non farete mercato delle vostre. Con 
che è chiaro che senza navigazione, come voi non potete 
avere commercio attivo, cosi non ne potete avere nessuno 
che vi sia utile, vale a dire che a lungo andare non vi ca- 
gioni la mina dello Stato. 

Secondariamente, non è men chiaro che senza proteg- 
gere la navigazione, ella non può esser gran cosa o non 
può lungo tempo durare, perchè come vi sono delle nazioni 
o gelose o nemiche, senza una marina armata esse possono 
in mille modi attraversare la navigazione mercantile, la 
(juale, se voi volete eh' ella s' armi da sé, ella troverà ninno 
o poco guadagno nel suo commercio. Ma esse saranno più 
ritenute, come una buona armata navale protegga il com- 
mercio marittimo. Il signor Melon dice, che il commercio 
di mare vuole avere libertà e protezione ; ma soggiunge : 
se non può averle insieme tutte e due, convenendo scegliere, 
è da preferire la libertà; perciocché la sola protezione, per 
grande che sia, non può esser cagione che faccia nascere 
il commercio dove non è, benché possa sostenerlo dove 
ve n'ha; ma la libertà l'anima, il genera e l'alimenta in 
guisa, che ella da sé medesima gli procaccia la protezione. 
Per veriti'i (lualche esempio n'abbiamo ed in Italia e fuoi* 
d' Italia, ma non in modo però che il governo non vi sia 
in conto alcuno interessato. Egli è vero che i Genovesi, i 
Pisani, i Veneziani coli' accrescere il commercio, accrebbero 
altresì le armate navali che il protessero ; ma queste ar- 
mate erano a conto del comune, e rade volte a spesa de' soli 
mercatanti. Si vuole il medesimo dire degli Olandesi e degli 
Inglesi. Cominciò quivi a prender vigore il commercio da 
private compagnie; il guadagno le mise in istato d'armarsi ; 
ma se il governo non vi si fosse immischiato e non n'avesse 



2G4 SECOLO XVIII. 

intrapresa la protezione, elleno non si sarebbero giammai 
])i'otette da sé sole. Agf,qungo, clic poiché si conviene clic 
una armata navale sia necessaria a proteg^^ere il commer- 
cio, sia eh' ella sia equipaggiata a spese de' negozianti o flel 
governo, egli non mi sembra sicuro nel governo lasciarla 
nelle mani de' negozianti, massimamente in un paese le di 
cui principali forze sieno le marittime. Per la qual cosa 
conchiudo che, o il commercio non ha da avere protezione 
nessuna, cosa che esponendolo a mille pericoli in breve é 
per annientarlo, o se n' ha da avere, ella non gli può es- 
sere accordata che dal governo. 

Si può dire : qual prò può determinare il governo ad 
imprendere la protezione del commercio marittimo? Se io 
non avessi udito Tarmisi questa opposizione da uomini che 
si stimano pensar bene su queste materie, l'avrei giudicata 
indegna di esser qui proposta ; ma la filosofia, che dee es- 
sere utile al comune degli uomini, si vuole adattare a quei 
medesimi che meno intendono. Diciamo adunque che le uti- 
lità di una rispettabile armata navale, per una nazione che 
abbia del mare, sono molte e grandissime. 1« Ella é di gran- 
dissima forza a farsi rispettare dalle nazioni vicine, e forse 
maggiore che quella delle truppe terrestri. Si è veduto 
questo negl'Inglesi, negli Olandesi ed altre nazioni, le quali 
hanno dato legge all' Europa, quando sono stati signori del 
mare ; e 1' hanno ricevuta, quando le loro armate navali 
sono state deboli, come pare oggi addivenga agl'Inglesi. 
2"" In una guerra, come ella sia perditrice in terra, é l'ul- 
tima fortezza ove si possa ritirare e conservarsi ancora 
lungo tempo. Temistocle, dopo la perdita della giornata di 
Maratona, consigliò agli ateniesi di ritirarsi in una città di 
legno come all' ultimo asilo, e salvò la repubblica. 3° Cre- 
scendo per la sua protezione il commercio, lo Stato avrà 
sempre bastante copia di marinari destri e dotti nell'arte 
marinaresca per fornirne la sua armata, e n' avrà sempre 
scarsezza come il commercio sia nullo o piccolo ; onde è 
che nei bisogni non troverà come possa mettere in mare 
le sue navi, perché non potrà fare in due giorni degli abili 
marinari. 4** Come il commercio della nazione sia grande, 
non potrà essere a meno che la nazione non sia ricca ; e 
un sovrano di una nazione ricca, è sempre ricco anch' egli. 
5*" La navigazione florida, il commercio sicuro e vantag- 
gioso darà volentieri e con piacere parte dei suoi guadagni 
per la sua protezione. 

Di tutte poi le nazioni, quelle hanno maggior bisogno 
di una buona armata navale, le quali sono o isole o peni- 
sole. Perocché in queste tali nazioni, quelle parti voglion 
essere più forti, onde può essere maggiore il pericolo : e 
questo è il mare. Perchè se sia un'isola, ella non può es- 
sere altronde attaccata che da mare, ciò che sarà difficile 
come le sue armate navali sieno in buono stato ; e se sarà 



J 



ANTONIO GENOVESI. 2G5 

una p(Miisola, qual ù il nostro regno, ella vuole aver mag- 
gior timore dalla parte del mare clie da quello di terra ; 
e perciò le conviene usar maggior diligenza ad avere una 
buona armata navale, che de' grandi eserciti terrestri. Fra 
gli antichi popoli, gli Ateniesi, che avevano un tal sito, nelle 
difese e nelle imprese si trovarono sempre meglio con delle 
lorze marittime, che con delle terrestri. E ne' secoli addietro 
i Pisani, i Genovesi e sopra tutti gli altri i Veneziani al- 
lora furono più sicuri, quanto furono meglio armati in mare. 
Egli è succeduto il medesimo agli Olandesi, i quali come 
dalla parte di terra per i gran liumi e paludi sono quasi 
che inaccessibili, non si sono difesi nò ingranditi, che per 
le forze marittime, e son decaduti poiché la loro potenza 
marittima è andata giù. Il medesimo si vuol dire degli In- 
glesi e de' Francesi, i (luali non hanno acquistata quella po- 
tenza che hanno, che dopo avere avuto delle rispettabili 
armate navali. Antonio Perez, savio spagnuolo, soleva dire 
ad Enrico IV re di Francia, che quel regno sarebbe sempre 
piccola cosa come non avesse mare. La Spagna non fu mai 
tanto air Europa formidabile, (juanto allorché Filippo II si 
studiò d'innalzare la marina. I principi Nornianni, fonda- 
tori di questo regno, par che intendessero questa massima, 
perclié essi in ninna cosa posero la maggior loro fortezza 
(jiianto nelle armate navali, por le quali oltreché si fecero 
l'ispettare da tutte le potenze d'Italia e da' Veneziani me- 
desimi, essi repressero l'ordine de' barbareschi e li si fe- 
cero tributar.), e misero dello spavento fin nell'imperio di 
Costantinopoli. E certo i Turchi non furono mai sì formi- 
dabili (juanto nel tempo che mantennero delle grandi ar- 
mate, le (juali non cosi decaddero, che la potenza di quel- 
r imperio non seguisse quasi colla medesima proporzione 
(luel decadimento. Conchiudo dunque, che cosi gl'interessi 
(lei commercio come quelli dello stato, ricercano che una 
nazione, come è la nostra o qualunque altra a noi per sito 
e per vigor di terra e d'ingegno simile, abbia le più gran 
forze marittime ch'ella aver possa. 

Vorrei io in questo luogo dire un pensiero clie ho sem- 
pre meco d'intorno all'animo avuto, ed ho tuttavia; ma io 
temo ch'egli non sia per incontrar male presso coloro, che 
niun amore hanno e niun zelo nutriscono per l'Italia, co- 
mune madre nostra; ma il dirò pure, in qualunque parte 
sia per prendersi da chi non guarda più in h\ del proprio 
utile. A voler considerare l'Italia nostra e dalla parte del 
suo sito e da quella degl'ingegni, e per quello che ha ella 
altre volte fatto e fa eziandio, tuttoché divisa e come dila- 
cerata, si converrà di leggieri ch'ella tra tutte le nazioni 
d' Europa sia fatta a dominare, perocché il suo clima non 
può esser più bello, né più acconcio il suo sito rispetto alle 
IK teri'c e al mare che la circondano, né più perspicaci e 



200 SECOLO XVIII. 

grilli l'aticlic, oltre a ciò più amanti della vera gloria i 
suoi popoli, di quel che essi sono. Tjnd' è dunque eh' ella sia 
non solo rimasta tanto addietro all'altre nazioni in tutto 
ciò che par suo proprio, ma divenuta in certo modo serva 
di tutte quelle che il vogliono? Ella non è stata di ciò causa 
la sola mollezza, che le conquiste dei romani v'apporta- 
rono, perochè questa morbidezza, che le ricchezze e la pace 
v'avevano introdotta, non durò lungo tempo; ma la vera 
cagione del suo avvilimento è stata quell'averla i suoi ligli 
medesimi in tante e si piccole parti smembrata, eh' ella ne 
ha perduto il suo primo nome e l'antico suo vigore. Gran 
cagione è questa della ruina delle nazioni : pur nondimeno 
ella potrebbe meno nuocerci, se quei tanti principati, de- 
posta omai la non necessaria gelosia, la quale hanno spesse 
volte e più ch'essi non vorrebbero sperimentata e al co- 
mune d'Italia e a sé medesimi funesta, volessero meglio 
considerare i proprj e i comuni interessi, e in qualche forma 
di concordia e di unità, ridursi. Questa sarebbe la sola ma- 
niera di veder rifiorire l'ingegno e il vigore degl'Italiani. 
Potrebbe per questa via aver l' Italia nostra delle formi- 
dabili armate navali, e tante truppe terrestri che la faces- 
sero stimare e rispettare, non che dalle potenze d'oltre- 
mare, che pure spesso l'infestano, ma dalle più riguardevoli 
che sono in Europa. Ella non vorrebbe ambire altro im- 
perio, che quello che la natura le ha circoscritto ; ma ella 
dovrebbe e potrebbe difendersi il suo. Potrebbe veder ri- 
nascere in tutti i suoi angoli le arti e l'industria, dilatarsi 
il suo commercio, e tutta nuovo abito e la pristina bel- 
lezza prendere. Se questi sensi s' inspirassero ai pastori di 
tutte le sue parti, forse che non sarebbe questo un voto 
platonico. E mi pare che i principati d' Italia non siano sì 
gli uni degli altri gelosi, che per massime vecchie, che son 
passate a' posteri più per costume che per sode ragioni. 
Non son ora i tempi che erano ; e quelle cagioni di reci- 
proci timori, che potevano essere una volta ragionevoli, 
sono ora non solo vane, ma nocevoli e al tutto e alle parti, 
se ben si considerano. Egli è per lo meno certo eh' ella 
non può, come le cose sono al presente, sperare altronde 
la sua salute, che dalla concordia e dall' unione de' suoi prin- 
cipi. II. comune e vero interesse suol riunire anche i ne- 
mici ; non avrà egli forza di riunire i gelosi ? 

Rettor del cielo, io chieg-go, 
Che la pietà, che ti condusse in terra, 
Ti volga al tuo diletto almo paese. 

{Ibidem, parte moderna, tomo X, pag. 113.) 



267 



FRANCESCO ALGAROTTI. 



Di f:inii|^lì;i data .il coniniercio nac(nu; in Vciirzia l'il dicom- 
bre 1712, e, fatti i primi stiulj Ji Konui, li prosey:ui ;i Jiulojjiia sotto 
l:i direzione di Eustachio Manfredi e di F. M. Zanetti, che di tale 
alunno si gloriavano, e alcune sue memorie astronomiche accol- 
sero negli Atti delV Istituto Loìofjnese, mentre l'altro Zanotti, (Jiam- 
pietro, a insaputa di lui, stampava un volumetto de' suoi versi. 
Per lo studio delle scienze, che estese anche alla fisica e all'ana- 
tomia fre(iueutando le lezioni del IJeccuri e del Caldani, non 
abbandonò quelli delle lettere e delle arti. Dopo sei anni di sog- 
giorno in Bologna, si recò per qualche tempo a Firenze ad appren- 
dervi il bel parlare, esercitandosi intanto nel greco con A. M. Kicci; 
indi visitò Roma. Andato poi, 
nel 1735, a Parigi, ove lo aveva 
già preceduto la fama, sicché 
fu invitato dal Maupertuis ad 
accompagnarlo in Svezia per 
determinarvi la figura della 
terra, ritiratosi dal fragore 
della gran metropoli al Monte 
Valeriano, ivi scrisse il Neicto- 
nianistno per le dame (poi in- 
titolato 7>i«/o///<i sopra Vottica 
newtoniana) e lo lesse mano- 
scritto al Voltaire, che stava 
anch' egli scrivendo sullo stes- 
so argomento, e che approvò ; 
il lavoro del giovane poco '^ 
più che ventenne, giudicandolo 
<i leggiadro, chiaro, gentile in 

tal maniera, che le donne lo possono leggere con gran piacere, 
t! che può anche servire all' istruzione degli uomini.» Mad. dii Chà- 
telet, la dotta Emilia, colla quale allora il Voltaire conviveva, 
avrebbe voluto che il libro fosse a lei dedicato, e che il suo ri- 
tratto messovi in fronte facesse intendere esser lei la marchesa 
introdotta nel dialogo: ma T Algarotti aveva già deliberato di 
intitolarlo al Fontanelle, dalle lettere del quale sulla riuralità 
dei mondi non le dottrine aveva appreso, ma il metodo di render 
piane le asperità della scienza e trattare i più ardui veri con 
vaghezza di forme e facilità come di conversazione. Pubblicata 
l'opera, che ebbe traduzioni francesi, inglesi, portoghesi, tede- 
sche e russe, Voltaire scrivevagli : « Parmi che, dopo Galileo, 
non vi sia altri che voi che istruisca con diletto. » Dalla Francia 
passò l'Algarotti a Londra, e dopo un nuovo soggiorno a Cirey e 
in patria, ove alla tino del ';J7 curò a Milano la prima stampa dei 
suoi />/a^or//u', tornato a riveder l'Inghilterra, intraprese nel 173S-39, 




208 SECOLO XVIII. 

])('A- invito e in compagnia di Lord Baltimore, un viaggio a Pietro- 
l)iirgo. Entrato dalla Russia in Prussia, visitò a Dresda la corte 
sassone, e a Keinsberg Federigo, allora principe reale, che l'ac- 
colse benevolmente, e poi doveva mostrargli del suo amor più oltre 
che le fronde. Di questi suoi viaggi abbiamo la descrizione nelle 
Lettere sulla lìussia indirizzate a Lord Ilervey e a Scipione MafT'ci. 
Federigo salito sul trono, ne die subito l'annunzio all'Algarotti, 
che da lui aveva avuto l'incarico di curare in Londra una edi- 
zione i\é\V Ilenriade con rami, e lo chiamò a sé. Nel giorno dell' in- 
coronazione a Konisberg (1740), il giovane veneziano era al fianco 
del re, che a lui volle conferito il titolo di conte, trasferibile alla 
famiglia, aggiungendovi poi anche quelli di ciambellano e di ca- 
valiere del merito. L'amicizia di Federig/) e di tutti i componenti 
la famiglia reale, nonostante qualche nube passeggera, si man- 
tenne per lui sempre viva e costante.^ Presso Federigo l'Algarotti 
stette dapprima solo due anni, e al principio del 1742, dopo aver 
sostenuta presso la corte di Torino, ma non troppo felicemente, una 
missione diplomatica affidatagli dal re prussiano,* passava alla 
corte polacca, ove Augusto III lo ebbe assai caro, gli die il titolo 
di consigliere intimo di guerra e lo fece suo provveditore in Italia 
per arricchire di quadri la galleria di Dresda. Tornò a Potsdam 
nel 1745. Ma la vita eh' ei doveva condurre presso Federigo, e 
che non era quella di ozioso cortigiano, non che il rigor del clima 
gli fecero, nel principio del 1743, abbandonare per sempre la Ger- 
mania. Del resto, anche quando viveva in straniere regioni onorato 
e felice, lo pungeva il desiderio della patria: gli piacevano, al certo, 
le « erudite cene » di Parigi, in che si mesce « lo spumante sciam- 
pagna il qual poi desta I bei racconti ed i venusti risi: » ritornava 
volentieri alla « fumosa Londra » dove non vedeva «nel vulgo schia- 
vitù, ne' grandi orgoglio », e dove « delle leggi è il re custode e servo, 
nato al bene comune » sicché, ammirato, chiedeva egli ad Apollo 
« con leggi inglesi, attico cielo » ; ma vivo era tuttavia il ricordo 
della sua Venezia, dove «in bruna gondoletta i furti D'amor ra- 
pire inosservato; e intanto Canta l'armi pietose e il capitano L'ac- 
corto gondolier, posato il remo (Epist. al Villiers). » E dell'onore 
del suo paese si mostrò sempre zelantissimo, rivendicando all'Ita- 
lia scoperte scientifiche, lingua e dottrina militare, primato nelle 
arti e nelle lettere, ed augurandole anche unità di stato: 

Ah Siene ancora, Italia mia, le belle 

E disperse tue membra in uno accolte. 

Nò l'Itala virtù fìa cosa antica! 

Ma il quando chi '1 vedrà V forse il vedranno 

Anche un giorno 1 nepoti. (Epist. al Voltaire.) 

* .Sulle relazioni di Federigo cogli Italiani, e specie coli' A., vedi 
P. D. Fischer nella Deutsche Rundschan del 1" dicembre 1888. 

^ Vedi A. Neri, Fr. Ahjarotti diplomatico, in Arch. star, ital., XA'III, 5 
(188G). 



1 




FRANCESCO ALGAROTTI. 2G9 

Tornò (luiiqiie tli ([iia dalle Ali)i, i)riina sogfjiornaiulo in Vene- 
zia (1753-'56), poi .1 Bologna (1756-'G2), ove raccolse intorno a se 
alcnni {giovani studiosi, col nome di Accademia degli Jndoynili. Ma 
il male al petto, che si dice avesse contratto nell'assidua compa- 
{j^nia del pittore ed architetto Mauro Tesi (Maurino), che lo aiu- 
tava ncffli studj d'arte, nel disegnare e nell'incidere, sempre più 
progrediva. Il Voltaire Io invitava amicamente a Ferney, pro- 
mettendogli il latte delle sue vacche e l'assistenza del medico 
Tronchin. Prescelse invece Pisa (1702) e qui dimorò, scompartendo 
la giornata fra i lavori artistici col Maurino (fra le altre inventò 
e disegnò il proprio monumento scrivendovi per epigrafe: Alga- 
roUns non oinnis), e la correzione della stampa delle sue opere, 
riserbando la sera a trattenimenti musicali. « .l'ai jugé de l'état 
de votre sante (scrivevagli Federigo), par la lettre (ine vous m'avez 
écrite. Cette main tremblante m'a surpris et m'a fait une peine 
infinie. Puissiez-vous remettre bientòt! Avec quel plaisir j'ap- 
l)rendrois cette benne nouvelle! » Attese qui la sua fine, solo scla- 
mando sovente: « Va bene morire, ma patir tanto! »; e l'ultimo 
giorno, essendogli porto un berretto con nastri di bei colori, escla- 
mò: « Capperi! mi volete fare un gran bel morto. > Mori ai .'> mag- 
gio 17(54. Federigo ordinò per lui un monumento nel celebre Cam- 
posanto coir iscrizione ch'egli stesso compose: Algarotto Ovidii 
(Cììinlo, Xeìctoni discipnlo, Fridericus rex. 

Molte e di vario genere sono le scritture dell'Algarotti, seb- 
bene ei morisse a cinquantadue anni. Fra le poesie, sono più no- 
tevoli le XVIII Epistole in sciolti, tutt' altro che «eccellenti» 
come le battezzò il Bettinelli stampandole colle sue proprie e con 
quelle del Frugoni insieme colle famose Lettere virgiliane. Ma 
l'Algarotti protestò sempre che di tal fatto egli era assolutamente 
ignaro, e replicatamente volle attestare la sua reverenza « al poeta 
veramente sovrano » a cui con quelle lettere facevasi oltraggio. Come 
nel Neictonianismo per le dame egli si era proposto di dare esempio 
di una nuova prosa, libera della pompa cinquecentistica, sciolta 
e vivace, così con queste Epistole, in versi generalmente monotoni 
e tiosci, intendeva egli rinvigorire la stanca poesia del tempo, 
augurando che « Italia anco un giorno d' un poeta filosofo sia 
l)ella » (Epist. al Oorani): e con ciò eertamente alludeva a sé 
medesimo. Però la riforma, ideata dall'Algarotti e divulgata dal 
liettinelli, si riduceva all'introduzione di un nuovo metro lirico, 
che fece sul principio non felici prove; ma ha la sua importanza, 
se si ripensi alle contese di quel tempo sulla rima, e alla sorte 
che ebbe lo sciolto presso gli Arcadi della fine del Settecento, e 
a quelle ben diverse conseguite dipoi. Alla poesia, se non per la 
forma, pel genere, appartengono anche la Sinopsi della Nereido- 
logia e il Congresso di Citerà; scrittura satirica la prima contro 
le vanità e le imposture erudite, ed erotica la seconda, in che 
volle ritrarre l'indole e il costume donnesco presso le varie nazioni 



270 J^F.COLO XVIII. 

(li Europa, modellandosi sulla letteratura galante francese con- 
temporanea e singolarmente sul Tempie de Onide del Montesqnien. 
Al Voltaire quest'opera parve dettata «dalle grazie stesse, e 
scritta con una penna delle ali d'Amore j^; ma è ben noto che 
spesso lo spiritoso Francese esagerava, quando non burlavasi del 
prossimo. Merito vero hanno, qual che ne sia la misura, fra i la- 
vori in prosa i Saggi e le Lettere, che trattano svariati argo- 
menti d'arti belle e di letteratura. Spettano alle arti, i Saggi 
sopra r architettura, sopra la pittura, sopra l'opera in musica, 
sopra l'Accademia di Francia in lioma, e le Lettere descrittive 
de' monumenti di molte città d'Italia, in special modo della Ko- 
magna. Nell'altra categoria sono da annoverare i Saggi sopra la 
necessità di scrivere nella j^^opria lingua, sopra la lingua fran- 
cese, dai quali derivò alcuna cosa il Napione ; sopra la rima, 
sopra Orazio (il più ingegnoso forse di tutti, ove l'Algarotti intar- 
siando i passi autobiografici del poeta ne racconta e commenta la 
vita), e le Lettere sopra la traduzione dell'Eneide di A. Caro, so- 
pra la ricchezza della lingua italiana nei termini militari: aggiun- 
gansi anche 1 Discorsi militari (intorno alla scienza militare del 
Segretario fiorentino, a quella di Virgilio ec); e i Saggi storici 
e scientifici, su i re di Roma, sopra la Giornata di Zam.a, sul 
Gentilesimo, sugli Incas, sul Commercio, su Cartesio ec. Fra tutte 
le cose sue egli dava la preferenza alle Lettere sulla Russia, e, 
dei Saggi, a quello sulla pittura. In tutte queste scritture è va- 
rietà, se non profondità di dottrina, e vivezza, se non purità di 
lìngua, e stile sciolto ma foggiato al tipo francese, come del resto 
in tanti altri autori del tempo, a causa della diffusione della cul- 
tura e della lingua francese. E in francese scrisse elegantemente, 
come si vede i^sàVIphi genie en Aidide, opera, e da parecchie sue 
lettere. Fu pubblicato postumo un Saggio del triumvirato di Crasso, 
Pompeo, e Cesare, e non adoperati restarono molti importanti do- 
cumenti, che dovevan servirgli a narrare le guerre di Federigo, 
e che Federigo stesso gli aveva fornito a tal fine, conservati ora 
nella Biblioteca del Re a Torino.* 

Ebbe gran riputazione ai suoi di, confortata dall' amicizia 
de' potenti d' Europa e de' dotti più in voga. Ma anche allora 
sorsero detrattori alle sue lodi: primo il Baratti, che sentenziò 
« esecrabile » la lingua e lo stile di lui (Disc, su Shakesj). e Vol- 
taire). Il Foscolo poco dopo scriveva che egli si era « scroccato 
fama di savant », e che lo stile aveva appreso dai gesuiti e adat- 
tato alla maniera francese. Anche l'Ugoni gli si mostra severo, 
accusandolo di superficialità nella dottrina e di lambiccata lezio- 
sità nello stile; e sottomesse tutte le sue scritture a spietata ana- 
lisi, conclude che « le opere dell'Algarotti sono più atte ad infem- 

* Vedi L. Batlo, / mss, di F. A. e i priumi di Nticton, iu BiUiofìlo, 
auno Y (1884), n. 2. 



FKANCKSCO AIA;aU(J1 li. 271 

minìre gli animi, che a rinfrancarli e rassodarli. » l'il Tommaseo 
egli lu « nn ingegnino di quelli che, ripetendo, non condensano le 
idee altrni, ma coagulano: un di que' troppi che nel secolo pas- 
sato e nel nostro fecero l'Italia pedantescamente serva alle eso- 
tiche leggerezze » {Storia civile nella letler., Torino, Loescher, 1872, 
p. 345). Contro questi due ultimi critici, che dell' Algarotti giu- 
dicavano « con tanto insensato disprezzo », si scagliò il Giordani, 
scrivendo ad un amico: «Vorrei che tu conoscessi abbastanza la 
prima metà del secolo passato, assai bene rappresentata dall'Al- 
garotti. È scrittore secco e freddo, e un po' stentato; ma impor- 
tantissimo per la copia e varietà delle cose.... Devi leggere tutta 
l'edizione veneta.... Questa lettura (comprese le molte lettere) 
t'insegnerà molte cose, senza fatica e con diletto.... Vedrai se non 
è vergogna ignorare tutto quello ch'egli c'insegna» (Opere, VII, 
131). Anche a noi sembra che da tal lettura non si esca digiuni, 
e che ad ogni modo, giovi conoscere e studiare nell' Algarotti, 
scrittore di spirito e amabil dotto, certe forme ben caratteristiche 
del pensiero italiano nel secolo scorso. 

Importante è senza dubbio la sua corrispondenza, che com- 
prende nove interi volumi della raccolta delle sue opere. Vi figura 
il carteggio vicendevole con sovrani (Benedetto XIV, Federigo II, 
i |)rineipi reali di Prussia, il principe di Brunswick ee.) e con uomini 
illustri d'Italia (il Manfredi, gli Zanetti, il Metastasio, il Bettinelli, 
lo Spallanzani, il Mafl'ei ce), o di fuori (il card, di Bernls, Mauper- 
tuis, mad. du Iiocage,mad. du Chàtelet, il Formey, il Voltaire ec.). 
Per compiere questo carteggio sarebbe da cercare specialmente 
l'epistolario Cicogna del museo Correr di Venezia, l' autografo- 
teca Campori nell' Estense, la raccolta dei mss. llercolani della 
comunale di Bologna; e qualche cosa resta forse ancora da spigo- 
lare nelle carte algarottiane della liiblioteca di Treviso.* 

L'edizione migliore e più copiosa delle sue Opere è quella 
procurata dall'ACtLiETTi, Venezia, Palese, 17*.)1-U4, 17 voi. Tre vo- 
lumi di Opere scelte raccolse per la collezione dei Classici Giov. 
GilEUARDiNl, Milano, 1823; un volumetto di Lettere filologiche, 
Bart. Gamba, Venezia, Alvisopoli, 1820. 

[Per la biografia, veggansi quelle di V. C. Alberti, De vita 
et scriptis F. A., Lucae, Kiccomini, 1771 ; di N. Dalle Laste 
nel volume V delle Vitce Italor., p. 304 ; di G. B. GlOViO, in Opere 
del C. F. A., Cremona, Manini, 1778, t. X; le Memorie intorno alla 



* Vedi Alcune lettere di O. M. Ortea a F. A., pubblicate dal Cadori.v, 
Venezia, Alvisopoli, 1S40; quattro biglietti inediti del Voltaire pulddicati 
da A. FiAMMAZ'/o nella JliLIint. delle acnolc tini., Y, 120; e soprattutto la 
Corrmpoìnl liner de Frfderic 11 nvec le e. A., l)ubl)licata dal MlNtTOM, Ber- 
lin, Gropius, 1837. Altre diciotto lettere ai)partcnenti a questo carteggio 
trovansi nei voi, II e IH della pubblicazione ofRciale della Con-enpondoìice 
</.' Fif'il.Il, Berlin, iiupiini. royale, 18.')1. 



272 SECOLO XVIII. 

vita e afjli scritti di lui di D. MicliELESSi, che precedono la ci- 
tata ediz. veneta, e il già ricordato articolo dell' Ugoni nella CW- 
iinuazione ai secoli del CoiiNlANi, ediz. Pomba, V, 81.] 



I più insigni pittori. -— Il celebre De Piles, clic tanto illu- 
strò co' suoi scritti la pittura, si avvisò di formare una pit- 
torica bilancia, con cui pesare sino a uno scrupolo il merito 
di ciascun pittore. La parti in composizione, disegno, colo- 
rito ed espressione : e in ciascuna di queste parti assegnò ad 
ognuno quel grado che più credette se gli convenisse, secondo 
che più meno andò vicino al vigesimo, che in ciascuna 
parte è il segno dell' ultima perfezione, il grado delT ottimo: 
di modo che dalla somma dei numeri, che nelle varie parti 
della composizione, del disegno, del colorito e della espres- 
sione, esprimono il valore di questo o di quel maestro, si 
venisse a raccogliere il valor suo totale nell'arte, e quindi 
veder si potesse in qual proporzione di eccellenza si stia 
Tuno in verso dell'altro. Parecchie difficoltà intorno al modo 
di calcolare tenuto dal De Piles furono mosse da un cele- 
bre matematico de' nostri giorni, il quale vuole tra le altre 
cose, che il prodotto dei sopraddetti numeri, non la somma, 
sia la espression vera del valor del pittore. Non è questo 
il luogo di entrare in simili materie, nò di gran profitto 
sarebbe all' arte il minutamente considerarle. Quello che a 
noi importa, è che in qualunque modo si proceda nel cal- 
colo, i gradi che a ciascun pittore si assegnano nelle dif- 
ferenti parti della bilancia, tali sieno veramente quali a lui 
si competono né più né meno; che per ninno si parzialeggi, 
come a favore del caposcuola de' Fiamminghi ha fatto il 
De Piles : onde quello ne risulta che a tutti dovrà parere 
assai strano ; e ciò è, che nella sua bilancia Raflaello e 
Rubens tornano di un peso perfettamente eguale. 

Raffaello per consentimento oramai universale ha ag- 
giunto quel segno cui pare non sia lecito all' uomo di ol- 
trepassare. La pittura risorta in qualche modo tra noi, 
mercè la diligenza di Cimabue, verso il declinare del se- 
colo decimo terzo, ricevè di non piccioli aumenti dall'inge- 
gno di Giotto, di Masaccio e d'altri: tantoché in meno di 
dugento anni arrivò a mostrare qualche bella fattezza nelle 
opere del Ghirlandai, di Gian Bellino, del Mantegna, di Pie- 
tro Perugino, di Lionardo da Vinci, il più fondato di tutti, 
uomo di gran dottrina, e che il primo seppe dar rilievo ai 
dipinti. Ma con tutto che in varie parti d' Italia avessero 
questi differenti maestri portato innanzi l' arte, seguivano 
però tutti a un dipresso la stessa maniera, e si risentivano, 
chi più e chi meno, di quel fare duro e secco, che in tempi 
ancor gotici ricevè la pittura dalle mani del suo restaura- 
tor Cimabue : quando dalla scuola del Perugino uscì Raf- 
faello Sanzio urbinate, e con lo studio eh' ei pose nelle opere 



FRANCESCO ALGAROTTI. 273 

dei greci, senza mai perder d'occhio la natura, venne a dar 
perfezione air arte, e quasi V ultima mano. Ha costui, se 
non in tutto, in parte grandissima almeno ottenuto i tini, 
che nelle sue imitazioni ha da proporsi il pittore: ingannar 
rocchio, appagar T intelletto e muovere il cuore. K tali sono 
le sue fatture, che avviene assai volte a chi le contempla 
di non lodar nò meno l'arte del maestro, e quasi non vi 
por cura, standosi tutto intento e rapito neir azione da osso 
imitata, a cui crede in fatti di trovarsi presente. Bene a 
Uafl'aello si compete il titolo di divino, con cui viene da 
ogni gente onorato. Chi per la nobiltà e aggiustatezza della 
invenzione, per la castità del disegno, per la elegante na- 
turalezza, per il fior della espressione lo meritò al pari di 
lui, e per quella indicibile grazia sopra tutto, più bella an- 
cora della bellezza istessa, con cui ha saputo condire ogni 
cosa? Carlo Maratti in quella sua stampa della Scuola, dove 
ha simboleggiato ciò che è necessario ad apprendersi dal 
pittore, perchè e' divenga eccellente nelT arte sua, ha posto 
le tre Grazie neir alto di quella col motto : 

Senza di uoi ogni fatica ò vana. 

In efìetto, senza di esse scuro è, per cosi dire, il lume della 
pittura, insipida ogni attitudine, goffa ogni movenza ; esse 
danno (luel non so che allo cose, (jucir attrattiva che è cosi 
sicura di vincer sempre, come di non esser mai ben divi- 
nità. In alto le ha poste il Maratti, e discendenti dal cielo, 
a mostrare che la grazia è un dono effettivamente ch'esso 
cielo fa all'uomo, e che quella gemma che di tanto impre- 
ziosisce le cose, può bene dalla diligenza e dallo studio es- 
ser ripulita, ma con tutto l'oro della diligenza e dello stu- 
dio, come altri disse, non si potrà comperare giammai. 

Benché Raffaello potesse vantarsi, come l'antico Apelle, 
a cui fu simile in tante altre parti, che non fu chi lo egua- 
gliasse nella grazia, vi ebbe nondimeno per rivali il Par- 
nìigianino e il Coreggio. Ma 1' uno ha oltrepassato il più 
delle volte i termini della giusta simmetria, l'altro nella 
gastigatezza del dintorno non è giimto a toccare il segno; 
e sogliono cadere amendue, massime il primo, nell'affet- 
tazione. Se non che al Coreggio si può quasi perdonare ogni 
cosa per la grandiosità delia maniera, per quell'anima cho 
ha saputo infondere alle figure, per la soavità e armonia 
del colorire, per una somma finitezza, che fa anche dalla 
lungi il più grande effetto, per quella inimitabile facilità e 
morbidezza di pennello, onde le sue opere pajono condotto 
in un giorno e vedute in uno specchio: del che è la più 
chiara riprova la tanto celebre tavola del San Girolamo, che 
è in Parma; forse il più bel dipinto che uscisse mai di mano 
di uomo. Ebbe fra tutti il vanto di essere stato il primo a 
dipingere di sotto in su, al che non si ardi Raffaello; uomo 
per altro di costumi cosi semplici, come ne fu rara la virtù. 




274 SECOLO XVIII. 

Dello stile del Coreggio traluce alcun raggio nelle opere 
del Baroccio, benché egli facesse suoi studj in Roma. i\on 
tirava segno senza vederlo dal naturale ; per non perder 
le masse, accomodava in sul modello le pieghe con gran- 
dissime piazze; ebbe un pennello do* più dolci, e mise fra" co- 
lori un accordo grandissimo: cosi però, che da lui furono 
alquanto alterate le tinte naturali con cinabri ed -azzurri, 
e col troppo sfumare fece talvolta perder corpo alle cose. 
Nel disegno la diligenza superò il valore di assai: e piut- 
tosto che la eleganza de' greci e del suo compatriota Raf- 
faello, cercò nelle arie delle teste la grazia lombarda. 

Lontano da ogni graziosita fu Michelagnolo, disegnatore 
dottissimo, profondo, pieno di severità, atteggiator fiero, e 
apritore nella pittura della via più terribile. 

Alla grande maniera di costui, piuttosto che alla ele- 
gante naturalezza di Raffaello suo maestro, parve acco- 
starsi Giulio Romano, spirito animoso e pieno di eruditi e 
peregrini concetti. 

E quella istessa grande maniera dandosi a seguire lo 
Sprangher ed il Golzio, capisquadra tra i tedeschi, storsero 
in istrani atteggiamenti le lor figure; ne fecero troppo ri- 
sentiti i contorni, troppo alterate le forme ; diedero serio- 
samente nel ridicolo della caricatura. 

Con maggior discrizione di giudizio, dietro alle orme di 
Michelagnolo, camminò la schiera de' fiorentini, a quel 
maestro specialmente devoti. Da essa però si scompagna, e 
si compiace andarsene solo, Andrea del Sarto. Fu del natu- 
rale osservator diligentissimo, facile nel panneggiare, soave 
nel dipinto ; e forse tra' toscani avrebbe la palma, se non 
glie la contrastasse Fra Bartolommeo, discepolo e maestro 
insieme di Raffaello. Alla gloria di costui basterebbe il 
San Marco del palazzo Pitti, alla quale opera niuna manca 
delle parti, o quasi niuna, che costituiscono uno eccellente 
pittore. 

Tiziano, a cui Giorgione apri gli occhi nel!' arte, è mae- 
stro universale. Potè animosamente far fronte a qualunque 
soggetto gli occorresse di trattare ; e in ogni cosa che ad 
imitare intraprese, ha saputo imprimere la propria sua na- 
turalezza. Che se nel disegno fu superato da alcuni, quantun- 
que nei corpi delle femmine soglia essere assai corretto, e 
i suoi puttini siano stati per le forme studiati dai più gran 
maestri ; nella scienza del colorire, come nel fare i ritratti 
e il paese, non fu da niuno uguagliato giammai. Grandis- 
simi furono gli studj eh' ei fece sopra il vero, eh' ei non 
perdette mai di vista ; grandissime le considerazioni per 
giugnere a convertire in sostanza, dirò così, di carne i co- 
lori della tavolozza; ma la maggior fatica eh' e' durava, era 
quella di coprire, come diceva egli medesimo, e di nascon- 
dere essa fatica. Non furono vani i suoi sforzi ; la seppe 
talmente nascondere, che spirano le sue figure, pregne di 



I 



I 



FRANCESCO ALGAROTTI. 275 

succo veramente vitale; si direbbon nate, non fatte. Due fu- 
rono le sue maniere, per non parlare di una terza tirata via 
di p^rosso, a cui si diede già veceliio. Kstreniiimente condotta 
ò la prima; non tanto la seconda ; l'una e l'altra preziose. 
Capo d'opera della prima è il Cristo delia moneta, di cui si 
veggono tante copie, e che dall' Italia è novellamente passato 
ad arricchire la Germania. Tra le più insigni fatture della 
seconda è la Venere della galleria di Fiorenza, rivale della 
greca in marmo, che nel medesimo luogo si ammira; e 
quello inestimabile quadro del Saii Pietro martire, in cui 
confessarono i più gran maestri non ci aver saputo trovare 
ombra di difetto. Eguale alla virtù ebbe Tiziano la fortuna ; 
e fu da Carlo V grandemente onoi-ato, come da Leone X 
il fu Raffaello, il Vinci da Francesco I, tra le cui braccia 
mori, e da Enrico Vili TOlbenio, che, non inferiore nella 
pratica dell'arte al Vinci, siede principe della scuola, tedesca. 

In quel medesimo tempo tanto alla pittura propizio, si 
distinse Jacopo Hassano per la forza del tignere. Pochissimi 
seppero al pari di lui fare quella giusta dispensazione di 
lumi dall'una all'altra cosa, e quelle felici contrapposizioni, 
pei" cui gli oggetti dipinti vengono a realmente rilucere. 
Egli si potè dar vanto di avere ingannato un Annit)ale Ca- 
racci, come già Parrasio ingannò Zeusi ; ed ebbe la gloria 
che non da altri che da lui volle Paolo Veronese che ap- 
prendesse Carletto suo figliuolo i principi del colorire. 

Paolo Veronese fu creatore di una nuova maniera, che 
ben tosto ebbe in sé rivolti gli occhi di tutti. Scorretto nel 
disegno, e più ancora nel costume, mostrò nelle sue opere 
una facilitjì di dipingere da non dirsi, e un tocco che in- 
namora. Quanto di vago gli veniva mai veduto, quanto di 
bizzarro sapea concepir nella fantasia, tutto entrar dovea 
ad ornare le sue composizioni : e niente lasciò egli da banda, 
che straordinarie render le potesse, magnifiche, nobili, ric- 
cl»e, degne de' più gran signori e de' principi, pe' quali sin- 
golarmente pareva che egli maneggiasse il pennello. Quei 
suoi quadri ornati sempre di belle e sontuose fabbriche, 
uno non è contento solamente a vedergli ; vi vorrebbe, a 
dir cosi, esser dentro, camminargli a suo talento, cercarne 
ogni angolo più riposto. Ogni cosa nelle opere di Paolo è 
come un incantesimo ; e ben di lui si può dire che piac- 
ciono fino ai difetti. Ebbe in ogni tempo del suo valore am- 
miratori grandissimi ; ma ò ben da credere che gli avriano 
sopra tutte toccato il cuore le lodi colle quali era solito 
esaltarlo Guido Reni. 

A ninno tra' veneziani è inferiore il Tintoretto in quelle 
opere che non ha tirato via di pratica, o strapazzate, per 
dir meglio, ma nelle quali ha voluto mostrar quello che sa- 
peva. Ciò ha egli fatto in parecchie di esse, e nel Martirio 
singolarmente che è nella Scuola di San Marco, dove è di- 
segno, colorito, composizione, effetti di lume, mossa, espres- 



K 



276 SECOLO XVIII. 

Sion '., al sommo grado recato ogni cosa. Appena usci quel 
quadro nel pubblico, che levò tutti in ammirazione. Lo stesso 
Aretino, cosi grande amico di Tiziano, che presa ombra del 
Tintoretto lo avea discacciato dalla sua scuola, non potè 
contenersi dal metterlo in cielo. Scrive egli al Tintoretto, 
avere quella pitticra forzato gli applausi di qualunque 
persona si fosse ; non essere naso, per infreddalo che sia, 
che non senta in qualche parte il fumo dell' incenso. Lo 
spettacolo, aggiunge ^ pare piuttosto vero che fìnto: e beato 
il nome vostro, se riduceste la prestezza del fatto in la 
pazienza del fare. 

Dopo questi sovrani maestri, che solo ebbero per guida 
la natura, o, ciò che in essa fu imitato di più perfetto, le 
greche statue, vennero quegli altri artefici, che non tanto si 
fecero discepoli della natura, quanto di questi stessi maestri, 
che poco tempo innanzi ristorato aveano Tarte della pittura e 
rimessa nelF antico suo onore. Tali furono i Caracci, i quali 
cercarono di riunire nella loro maniera i pregj delle più 
celebri scuole d'Italia, e fondarne una nuova, che alla ro- 
mana non la cedesse per la eleganza delle forme, alla fio- 
rentina per la profondità del disegno, né per il colorito alla 
veneziana e alla lombarda. Sono queste scuole a guisa, dirò 
così, dei metalli primitivi nella pittura ; e i Caracci, fon- 
dendogli insieme, composero il metallo corintio, nobile bensì 
e vago a vedersi, ma che non ha né la duttilità né il peso 
né la lucentezza de' suoi componenti. E la maggior lode che 
diasi alle opere dei Caracci, non si ricava quasi mai da un 
certo carattere di originalità che presentino, per avere imi- 
tato la natura ; ma dalla somiglianza, che portano in fronte, 
del fare di Tiziano, di Raffaello, del Parmigianino, del Co- 
reggio d' altri, nel cui gusto siano condotte. Non man- 
carono del rimanente i Caracci di munire la loro scuola 
de' presidj tutti della scienza, ben persuasi che l' arte non 
fa mai nulla di buono per benignità del caso o per impeto 
di fantasia; ma è un abito che opera secondo scienza e 
con vera ragione. Insegnavasi nella loro scuola prospettiva, 
notomia e tutto quello che condur poteva nella strada più 
sicura e più retta. E in ciò dee cercarsi principalmente la 
cagione, perché da ninna altra scuola uscì una così nume- 
rosa schiera di valentuomini, quanto da quella di Bologna. 

Tra essi tengono il campo Domenichino e Guido, pro- 
fondissimo l'uno nell'arte e dotto osservatore della natura; 
r altro inventore di un vago e nobile suo stile, che risplende 
singolarmente nell' affettuosa bellezza, che seppe dare ai 
volti delle femmine. Questi ebbe il grido sopra gli stessi Ca- 
racci ; e a quello venne fatto di superargli. 

Del latte di quella medesima scuola fu nutrito da prima 
Francesco Barbieri detto il Guercino ; ma si formò di poi 
una particolar sua maniera tutta fondata sul naturale e 
sul vero, senza elezione delle migliori forme, e caricata di 



ì 



FRANCESCO ALGAROTTI. '217 

un chiaroscuro da dare alle cose il maggior rilievo e ren- 
derle palpabili. Di tal maniera, che a questi ultimi tempi fu 
rimessa in luce dal Piazzetta e dal Crespi, fu veramente 
autore il Caravaggio, il Kemhrante dell' Italia. A1ju."<ò costui 
del detto di quel greco, quando, domandatogli chi fosse il 
suo maestro, mostrò la moltitudine che passava per via; 
tale fu la magia del suo chiaroscuro, che, quantunque 
egli copiasse la natura in ciò eh' ella ha di difettoso e d'igno- 
bile, ebbe quasi forza di sedurre anche un Domenichino ed 
un Guido. Del Caravaggio seguirono il fare due celebri spa- 
gnuoli ; il Velasquez, tra esso loro caposcuola, e il Ribera 
domiciliato tra noi, da cui appresero dipoi i principj del- 
l'arte il bizzarro Salvator Rosa, e quel fecondissimo spirito, 
proteo e fulmine nella pittura. Luca Giordano. 

Di mezzo tra i maestri della scuola bolognese e i primi 
delle altre scuole d' Italia, è il Rubens principe della fiam- 
minga, uomo di spiriti elevati, il quale fu veduto pittore 
e ambasciatore ad un tempo, in un paese, che non molti 
anni dipoi innalzò uno de' maggiori suoi poeti a segretario 
di Stato. Sorti il Rubens da natura uno ingegno somma- 
mente vivace e una facilità di operare grandissima, a cui 
venne in ajuto la coltura della dottrina. Studiò anch'esso 
i r.ostri maestri, Tiziano, Tintoretto, Caravaggio e Paolo, 
e tenne di tutti un poco ; cosi però che predomina la par- 
ticolar sua maniera, una forza e una grandiosità, di stile, 
che è sua propria. Fu nelle movenze più moderalo del Tin- 
toretto, più dolce nel chiaroscuro del Caravaggio ; non fu 
nelle composizioni cosi ricco, né cosi leggiadro nel tocco 
come Paolo ; e nelle carnagioni fu sempre meno vero di 
Tiziano, e meno delicato del suo proprio discepolo Vandike. 
Con poche terre arrivò, come gli antichi maestri, a com- 
porre una varietà di tinte incredibile; seppe dare a' colori 
una maravigliosa lucidità, e non minore armonia, non ostante 
l'altezza del suo tingere. Nel paese in cui dopo l'Italia al- 
lignò maggiormente la pittura, egli si trova come alla testa 
di uno esercito di professori di (juest'arte; e quivi il suo 
nome risuona in ogni bocca, dà fiato, per così dii-e, ad ogni 
tromba. In egual fama sarebbe salito anche tra noi, se la 
natura gli avesse presentato in Fiandra oggetti più belli, 
o se dietro agli esemplari dei greci avesse saputo purgar- 
gli e correggergli. 

Delle opere di costoro fu sovra ogni altro studioso il Pus- 
sino, il primo tra i francesi : e sugli antichi marmi andò 
a cercar l'arte del disegno, dove, per dar legge ai moderni, 
dice un savio, ella siedo reina. Iviuna avvertenza, ninna 
consider.izione, ninno studio fu da lui lasciato indietro nello 
scegliere, nel comporre i suoi soggetti, nel dar loro anima, 
nobiltà, erudizione. Avrebbe eguagliato RalVaello, di cui se- 
guiva le vie, se con lo studio altri conseguir potesse natura- 
lezza, grazia, disinvoltura e vivacità. Ma in clletto non giunse 




278 SECOLO XVIII. 

che a fatica ed istento ad operare quanto operava Raffaello 
con facilità grandissima; e le figure dell'uno sembrano con- 
trallare quello che fanno le figure dell' altro. — (Dal Saggio 
sopra la Pittura, § 17 in Opere del conte Algarotti, edizione 
novissima. Tomo III. In Venezia, MDCCXCI, presso Carlo 
Palese, pp. 218-36.) 

Da Londra e Helsingor, Lettera a Lord Hervey, 10 giu- 
gno 1739. — Dopo diciannove giorni di fortunosa naviga- 
zione, ecco finalmente che abbiam dato fondo nel Sund. E 
già parmi esser certo, mylord, che per assai meno acci- 
denti, che noi non incontrammo in questo nostro tragitto, 
furono fatti e si faranno tuttavia dei giornali. Ogni viag- 
giatore, Ella ben sa, facilmente si persuade, e sì vorrebbe 
persuadere altrui, che i mari ch'egli ha corso sono i più 
pericolosi : che le corti eh' egli ha veduto sono le più bril- 
lanti del mondo ; e non manca di tenere di ogni cosa un 
esatto registro. 

10 potrei incominciare anch' io dal narrarle che il dì ven- 
tuno del passato mese femmo vela da Gravesend sulla frega- 
tina galea The Augusta, che, come il fascilo di Catullo, po- 
trà dire, quando che sia, fuisse navium celerrimus. Il vento 
era est ; brutto augurio per il nostro viaggio. L'augurio mi- 
gliore era il mio mylord Baltimore padrone della nd.\e, anima 
candidissima, come Ella sa ; e la compagnia che vi trovammo 
a bordo. Era questa formata di un giovane Desaguliers, che 
suo padre mandava in mare perchè apprendesse la pratica 
della navigazione, e del signor King, rivale del Desaguliers 
medesimo, che avea a mylord chiesto il passo per Petro- 
burgo, sperando di far quivi un corso di fisica sperimen- 
tale a quella imperadrice, che non so quanto avrà fantasia 
di vederlo. Onde Ella può ben credere che non siamo senza 
un bello apparato di macchine per dimostrare a tutte le 
Russie il peso dell'aria, la forza centrifuga, le leggi del 
moto, la elettricità, gì' inventi e i giocolini della filosofia. 

Non siamo neppure, che è assai meglio, senza una buona 
provvisione di limoni e di scelti vini : e, ciò che è il compo- 
nimento d'ogni delizia, in nave inglese il cuoco è francese. 

Da lì a poche ore dello aver salpato gittammo l'ancora, 
potrei continuare, a due o tre miglia da Shirnesse, dove 
gli Olandesi, nelle guerre eh' ebbero con Carlo II, vennero a 
mettere il fuoco a' vascelli che ivi si trovavano. E mi ri- 
cordai allora di quei versi di Barnwell, che paragonano 
Nerone, che, mentre ardeva Roma, suonava la lira, e il 
re Carlo, che suonava, vedendo arder la sua flotta, non so 
che altra sonata. 

11 dì ventidue convenne di nuovo gittar l'ancora in fac- 
cia di Harwich non lontano dallo Spigwash, dove fecero 
naufragio il re Jacopo e il duca di Malborough, e fu vicina 
a perire la gloria del nome inglese, JShiUum sine nomine 



FRANCESCO ALGAROTTI. 279 

saxum si può dire di cotesti suoi mari, iu altro senso elio 
si dice della campa^nia di Roma. 

La più memorabil cosa che sino allora ci avvenisse, fu 
di trovarci quasi in mezzo a una llottu di carbonaj, che fa- 
cevano vela a Newcastle. La strana cosa, che è una simile 
(lotta ! Le navi sono tutte nere, neri i marinaj, nere le vele, 
of^ni cosa è nero. Si direbbe che è la flotta di Satanasso. 
Ma il fatto è che cotesti vascelli carbonaj, che montano, 
mi fu detto, per lo meno a quattrocento, non sono di mi- 
nore importanza di quelli, che vanno alla pesca de' mer- 
luzzi sul banco di Terranuova. Contendono il seminario 
della marinaresca inglese ; e con saggio consiglio fu dal 
loro Parlamento provveduto che il carbone non si dovesse 
altrimenti dalle miniere di Newcastle carreggiare per terra. 
Dalla quantità poi e dalla mole di simili vascelli ben si com- 
prende il gran consumo, che se ne fa nelle parti meridio- 
nali del regno ; e come, mercè T ajuto principalmente di 
una tassa posta sul carbone, siasi nello spazio di soli tren- 
tacinque anni edificato San Paolo, che costò poco meno di 
un milione stcrliiio. 

11 giorno ventitré lasciammo Yarmouth e la Inghilterra 
per poppa: terrcrque, urbcsque recedunt; e in quel giorno 
ebbi per la prima volta in mia vita, non so se dica il pia- 
cere o il dispiacere, di vedermi come isolato nel mondo. 
Altro non si vedeva intorno, nisi poìitus et acr. Il vento 
venne sud-ouest verso la sera, che era un piacere : si gittò 
il locj ; e domandato quanto cammin facessimo, mi fu ri- 
sposto, due leghe l'ora. Mi accorsi che usciti in alto mare 
non più si parlava a miglia, come nel Tamigi, ma a leghe. 
K mi parve che i marinaj, che sono simili ai giuocatori per 
le gran fortune che corrono, sono anche loro simili in que- 
sto, che non si perdono a contare così per minuto. 

In mezzo a tali rillessioni cangiò la scena, come era do- 
vere. Chi va in mare, aspetti mal tempo. Io non le starò 
a far la descrizione di una burrasca, che ci sbattè per sei 
giorni continui. La potrà vedere in Omero o in Virgilio; 
e creda pure, mylord, che non mancò il terque quaterque 
beati per coloro ch'erano in terra; né mancò il que diable 
alloit-il faire dans cette mavdite galère?- quando io mi 
vedeva ora in cima, ora in fondo di una gran lama di acqua ; 
(juando io vedeva l'oceano trasformato, per quanto arri- 
vava l'occhio, in nove o dieci vastissime montagne, ben dif- 
ferenti dalle collinette, dirò cosi, del nostro mediterraneo. 
Basta, che dopo aver navigato qualche tempo per aflerrare 
Newcastle, si mutò consiglio ; e il giorno trenta si venne 
finalmente a surgere * all'isola di Schelling in Olanda, e il 
dì seguente ad Harlinguen, assai meglio provvista delle cose 
necessarie alla vita, che non è Schelling. 

' Approdare, 



h 



280 SECOLO XYIII. 

Della cifta (l<illa Olanda, VAÌa ben il sa, inylorJ, che si 
può dire : Vedine una, vistele tutte ; casamenti per tutto 
della stessa maniera, strade a tilo, alberate, canali, net- 
tezza che va allo scrupolo, e i terrapieni delle mura tenuti 
come un giardino in Inghilterra. Tale è Harlinguen, donde, 
fatte nuove pi'ovvisioni, levammo l'ancora il primo di que- 
sto mese. E con buon vento di sud-ouest usciti dalle sec- 
cagne e da'bouys, che anche su quelle coste ne è dovizia, 
femmo da tre buone leghe V ora lino alla mattina del se- 
guente di. Quando in un subito (vegga anche (jui Virgilio 
su bel principio) 

slridena aquilone procella 

Velum adveraa ferii ; tuni prora avertit, ci undis 
Dai tatua insequitur cumulo prceriqìlus aqurn mons. 

Il mare combattuto da due venti entrava per tutto e ci 
assaliva da ogni parte. Uno dei pezzi di ferro di che è com- 
posta la zavorra, per la grande agitazion del navilio, era 
sdrucciolato a orza. Non ci era via di rimetterlo in suo nic- 
chio ; ^ il bastimento orzava^ sempre, e riceveva più acqua 
che non se ne potea trombare. Erasi già preso di tagliar la 
metà dell'albero di maestra, che per la straordinaria sua 
altezza dava al corpo della nave un grandissimo grezzo, ^ 
quando il mare ricominciò a rimettersi in calma, e divenne 
quasiché spianato il dì quattro. Il dì cinque, buon vento ; 
il sei, si giudicò da un'osservazione dell'altezza del sole, 
non però molto esatta, che noi fossimo a cinquanta otto 
gradi di latitudine ; e verso sera fu da noi veduta a sud-est 
la terra di Jut ; ma non si potè dipoi a cagion della neb- 
bia, da noi vedere il Scha-Rif. E cotesto Scha-Rif, che è la 
punta del Jutland, la quale spartisce le acque dell'oceano 
e del Cattegate, da noi si cercava, le so ben dire, e cogli 
occhi e col cuore. Finalmente, averlo noi superato ce ne 
avvertì jer 1' altro lo scandaglio. Jeri lasciammo dal lato 
mancino, volli dire più propriamente all' est, le montagne 
e la costa di Halland, tanto terribile a' naviganti, perchè si 
fìcea giù a piombo in mare, senza lido e senza tenitore : * 
e a quattr'ore dopo il mezzodì demmo fondo qui a Helsingor. 
Tutte queste cose, mjdord, potrei narrarle, se io volessi 
fare il giornale del nostro viaggio ; e non gli manchereb- 
bono a un bisogno degli ornamenti o ricci scientifici. Potrei 
dirle, per esempio, che il ventitré del passato mese, verso 
la mezza notte apparve un' aurora boreale in guisa d' arco, 
la cui sommità guardava l' ouest^ venendo, per quanto io 



* Al suo posto. - Piegava a sinistra. 

^ Forse, trasportando qui l'effetto alla causa, vuol significare che la 
natura greggia dell' albero, piantato così coni' era nella nave, la faceva 
pendere, strapiombare. 

* Jjuogo opportuno a tenerci, a fermarci l'ancora. 



FRANCESCO ALGAROTTI. 281 

ne potei Iure stima, ad essere intersecata dallo azimutli 
(lolla declinazione della bussola, che cade dall' ouest di dieci 
a dodici gradi. K ciò consuona con quanto io udii già a Green- 
\vicli dal vecchio loro Kudosso, dall' Ilallejo, che co' poli di 
quel suo terrestre nòcciolo va trovando delle relazioni, cos'i 
(iella direzione della calamita, come della emissione di quel 
vapore, che forma le aurore boreali 

Ma che le dirò io, mylord, di questa terra, di cui Ella 
ha più vaghezza d'intendere, che delle venture e dei feno- 
meni di mare? Io vorrei trovare qualche boi passo di Vir- 
gilio per descriverle la bella situazione di Helsingor, come 
gli ho avuti belli e trovati per descriverle le nostre bur- 
rasche. Il mare qui si tìcca tra la Danimarca e la Svezia, ed 
è largo da due miglia, appresso a poco come il Tamigi a 
Gravesend ; non ha corrente veruna, come hanno gli altri 
stretti ; salvo se spiri aorte o sud, eh' ei guarda per di- 
ritto ; che allora rapidissima è la corrente, e va ora per 
un verso ed ora per l' altro, secondo la balia del vento. 
Le coste della Svezia sono assai selvagge ; domestiche al- 
l' incontro e amene sono le coste danesi, o sia del Zeeland ; 
e se tali fossero altre volte state, già non le avrebbono 
abbandonato i Teutoni per cercar nuove sedi e dar briga 
ai nostri Marii. La verità si è, che al di d' oggi potrebbono 
quasi gareggiare con le campagne d' Inghilterra. Bei bo- 
schetti, collinette dolci, prati che discendono sino al mare, 
un verde smeraldino. Sorge pittorescamente sulla spiaggia 
il magnifico castello di Cronembourg coperto di rame, che 
in mezzo alla sua cittadella signoreggia il Sund, e guarda 
come d'alto in basso la povera Heisenberg, che sulla riva 
opposta rende anch'essa il saluto a' vascelli, ch'entrando 
nel Sund salutano il Durdanello danese. Povera veramente ? 
se non che di una cosa può gloriarsi, ed è, di aver veduto 
dalle sue torri i veterani danesi disfatti da' contadini di 
Svezia sotto la condotta dello Steinbofk, a' tempi di Carlo XII. 

Quantità di legni, forse un centinajo, sono qui all'an- 
cora insieme con noi, parte che vanno e parte che ven- 
gono ; e ne arriva a ogni istante di nuovi 

Si fa stima che un anno con l'altro ne passino da due 
mila ; seicento svezzesi, e questi per 1' ultimo trattato con 
la Danimarca pagano anch' essi, che altre volte non paga- 
vano ; mille olandesi, i quali da' loro marosi vanno nel Nord 
a cercar tavole, ferro, pece, canape, grano, quasi ogni cosa 
che è necessaria alla vita; tre o quattrocento inglesi ; tre 
o quattro francesi, non più ; alcuni pochi di Lubecca, città 
ora molto decaduta^dair antico suo splendore; alcuni di 
Danzica, che la ancora qualche figura ; e due o tre russi, i 
quali, non molti anni fa, simili agli americani, ponevano 
la nautica tra le arti d' un altro mondo. 

Non lungi dalla nostra nave ha dato fondo questa mat- 
tina un vascello appunto di quella nazione come un grosso 



282 SECOLO xviir. 

corpaccio alla olandese, il cui padrone è russo, e russa è 
pure tutta la ciurma, a quello che ci ha detto il capitano 
delia fregata danese, uomo molto pulito e molto instrutto 
delle cose di questo emisfero boreale. Non posso dirle il 
piacere che io sento, mylord, a veder questi nuovi oggetti, 
che mi fanno credere di essere come trasportato in un altro 
mondo. Ci siamo qui rifatti con buone provvisioni, e, a casa 
il console inglese, d'ogni disagio patito; in somma 

Excepto quod non simul ennes, caetera laetns. 

Ma ecco che ci mettiamo in punto per salpare. Io chiudo 
questa mia, e la mando al Console, che gliela farà sicura- 
mente pervenire a Saint-James. Non si scordi, mylord, di chi 
navigando al nord-est, pure di tanto in tanto rivolge gli 
occhi a quel rombo della bussola, che a lei fra non molto 
mi ricondurrà. -— (Dalle Opere, ec., tomo VI, p. 19.) 

Pietroburgo, Lettera a Lord Hervey, 30 giugno 1730. 
— Dal norte io vengo a lei, mylord, le più spesse volte 
eh' io posso. Né lascerò andar certamente questo corriere 
senza darle novella di me, aspettando pure di riaverne 
quanto prima di lei. Ma qual cosa le dirò prima, qual 
poi, di questa città, di questo gran finestrone, dirò così, 
novellamente aperto nel norte, per cui la Russia guarda 
in Europa? Noi arrivammo a Petroburgo questi passati 
giorni, dopo passatine due a Cronstat appresso T ammi- 
raglio Gordon. La nave ci convenne lasciarla a Cronstat, 
come quella che pesca undici piedi in circa, e poco più là 
avria potuto risalire di Peterhoff. Rimontammo adunque il 
Neva in una bella e adorna barca dataci dall' ammiraglio. 
Sette mesi dell'anno è il Neva una via per le barche, e 
gli altri cinque per le slitte. Aveane il Czar una tra le altre 
tagliata a guisa di schifo. Con essa quando il vento tirava 
da esty ovvero da ouest, imboccando direttamente il letto 
del fiume, andava e veniva sul ghiaccio a vela a far sue 
marinaresche faccende da Petroburgo a Cronstat, e da Cron- 
stat a Petroburgo. La slitta o schifo la governava con una 
specie di timone, simile a quel bastone ferrato con che sul 
Moncenis governano le ramazze.^ Così egli avea il piacere 
di navigare anche in terra. Ma il maggior piacere che sen- 
tisse di vita sua, fu quando egli rimontò il Neva trionfante, 
dopo battuta a Gange nel 1714 l'armata svezzese, traendo- 
sene dietro buona parte con l' ammiraglio prigioniero. Vide 
egli allora consumata veramente l' opera sua. Una nazione 
che alcuni anni innanzi non avea neppure una scialuppa 
nel Baltico, divenne signora di quel mare ; e Pietro Mi- 
chaeloff, già falegname in uno scoerro di Amsterdam, me- 
ritò per tal vittoria di esser promosso a grado di vice- 

* Nome delle slitte che si usauo nel discender il Cenisio, 



FRANCESCO ALGAROTTI. 283 

ammiraglio delle Russie : commedia piena d' instruzione, 
come altri disse, e che avrebbe dovuto essere rappresentata 
alla presenza di tutti i re della terra. Questa via trionfale 
adunque, questa via sacra del Neva rimontammo ancor noi, 
che non è per altro ornata nò di archi nò di tempj ; ma 
da Cronstat sino a Petroburgo è di qua e di là fiancheg- 
giata da un bosco ; e questo non di fronzuti elei o di vivi 
allori, ma della più brutta generazione di alberi che vegga 
il sole. Sono una specie di pioppi, ben differenti da quelli 
in cui trasformate furono le sorelle di Fetonte, e che om- 
brano le rive del Po. In vano stemmo noi in orecch; per 
udire il melodioso canto di quelli uccelli, di cui giti volle 
popolare il Czar 

Questa selva selvaggia ed aspra e forte. 

Ne fece trasportare quantità di colonie dalle parti meri- 
dionali dell'imperio, le quali perirono ben presto qui senza 
fare altrimenti nido : 

i4t;»a non reaonant avìhus vìrgulta canoris. 

Dopo aver vogato parecchie ore, non altro vedendoci 
intorno che l'acciua e quel tacito e brutto bosco, ecco che 
volta il fiume ; e nò più nò meno che all' Opera» ci si apre 
dinanzi in un subito la scena di un' imperiai città. Sontuosi 
edilìzj sull'una e l'altra riva del fiume, che gruppano in- 
sieme ; torri con 1' aguglia dorata, che vanno qua e là pi- 
ramidando ; navi che cogli alberi e colle loro sventolanti 
banderuole, rompono co' casamenti e distinguono le masse 
del (luadro. Quello è 1' ammiragliato, ci dicono, e l'arsenale ; 
quella la cittadella; là ò l'accademia: da questa parte il 
palagio d'inverno della Czarina. Arrivati a terra, venne a 
riceverci il signor Grani mer, mercante inglese, appresso 
cui alloggiammo ; uomo pulitissimo, e delle cose della Rus- 
sia sommamente instrutto. E poco appresso avemmo la vi- 
sita del signor Rondeau, ch^ da molti anni risiede qui per 
la Inghilterra. 

Entrati in Petroburgo, la non ci parve più quale la ci 
pareva da lungi : forse perchè i viaggiatori son simili a' cac- 
ciatori e agli amanti ; o forse perdio l' aspetto di lei non 
era più ajutato dalla orridezza del bosco. A ogni modo, non 
altro che bella può essere la situazione di una città posta 
sulle rive di un gran fiume, e sopra varie isole che danno 
campo ai varj punti di vista ed efi'etti di prospettiva. Assai 
belle mostrano ancora di essere le fabbriche di Petroburgo, 
chi ha negli occhi i casamenti di Revel e delle altre città 
di questo settentrione. Ma il terreno su cui è fondata, è 
basso, paludoso; l'immenso bosco dov' ella siede, non è 
punto vivo ; non gran cosa buoni sono i materiali di che 
ella è fabbricata ; e i disegni delle fabbriche non sono nò 
di un Inigo Jones nò di un Palladio. Regna qui una ma- 




284 SECOLO XVIII. 

niera di architettura bastarda tra la italiana e la francioso 
e la olandese; domina però la olandese. I-' non ò maravi- 
^Vm. In Olanda fece il Czar, por cosi dire, i primi suoi 
studj ; e a Sardam, quasi nuovo Prometeo, prese quel fuoco, 
di cui animò dipoi la sua nazione. Pare in effetto che a 
sola commemorazione della Olanda egli abbia trascelto di 
fabbricare alla foggia di quel paese, di piantare albori a 
lìlo nelle strade, di tagliar con canali la città, i quali non 
hanno qui certamente queir uso, di che sono in Amsterdam 
o in Utrecht. 

Furono già dal Czar obbligati i hojardi e i signori del- 
l' imperio a lasciare Moscou, non lungi dalla quale aveano 
i loro poderi, a seguir la corte e a qua trasferire anch' essi 
la sede. La più parte vi hanno fabbricato palagj lungo il 
Neva ; e ben pare che sieno stati fondati per ordine sovrano, 
piuttosto che per elezione, tanto le muraglie di essi fanno 
pelo e corpo qua e là, e piene di scrupoli a mala pena si 
reggono. Diceva non so chi, che le rovine si fanno altrove 
di per sé ; qui si fabbricano. Conviene a ogni momento in 
questa nuova metropoli rifondare edifizj, e per questa ca- 
gione, e per le altre ancora di non buoni materiali e del 
suolo infido. Che se fortunati hanno da dirsi coloro quorum 
jam mcenia siirgunt, fortunatissimi dovranno dirsi i Russi, 
che veggono risorgere le loro case più di una volta in vita 
loro. La casa ove sianio alloggiati è delle meglio fabbricate 
die sieno. Il signor Crammer, che se non l'ha edificata, è 
volontariamente venuto ad abitarla in Petroburgo, se ne 
prende ogni pensiero. Ella è situata sul lungarno, diciam 
così, del Neva, e dentro ha tutta l'aria di un'abitazione 
inglese — (Dalle Opere, ec, tomo VI, p. 70.) 

Federigo Guglielmo I e la Prussia, Lettera a Lord Hervey, 
30 agosto 1739. — Di Lipsia si passò al chiostro mi- 
litare del re di Prussia, il famoso Posdammo. Si conserva 
ivi quel reggimento di soldati che per la statura degli uo- 
mini si può dire il fiore della specie umana. Sono cotesti 
giganti, che, contando i soprannumerarj, montano al nu- 
mero di quattromila, di ogni religione, di ogni paese. Non 
vi ha però tra di loro disputa alcuna. Si è trovato il modo 
di fare che gareggino soltanto fra loro chi fa meglio V eser- 
cizio e le evoluzioni militari. Vedere a traverso un vetro 
tagliato a faccette far 1' esercizio a un soldato, e vederlo 
fare a costoro, egli è tutt' uno per la giustezza del tempo 
e per la regolarità. Gli dicono occupati in troppe minuzie 
nel maneggio delle armi ; belle un giorno di mostra, inu- 
tili a una giornata. Autore della disciplina militare è il 
principe di Aiihalt, che tanto brillò alla battaglia di To- 
rino : benché quel reggimento é sempre sotto l' occhio del 
padrone. Egli ne é propriamente il colonnello, come se ne 
intitola egli medesimo, avendo egli detto anche a noi che 



i 



% 



t^RANCESCO ALGAROTTI. 285 

avremmo pranzato non alla tavola di un re, ma di un co- 
lonnello elio sta presso al suo reggimento. Esso fa gran- 
dissima parte de' suoi pensieri ; per esso arriva a profon- 
dere. Como giù in Inghilterra non si guardava a molto 
ghinee per un bel mezzo dito di margine più ilei consueto 
in una edizione o in una stampa ; cosi lii non si guarda a 
dieci e anche venti mila talleri per un palmo o due, che 
abbia un uomo oltre la consueta misura. Il più bello in fo- 
glio cho sia a Posdammo, è un certo Kaitland di sette piedi 
e mezzo, impresso a Dublino, o in altra stamperia d' Irlanda 
del mille settecento sedici. Quel reggimento in somma, è la 
delizia del re : lo vede ogni mattina al caldo, al gelo mon- 
tar la guardia, senza eh' egli slamai nimis longo satiatus 
liccio. xUlora suol egli dare udienza, ammettere alla sua 
presenza i forestieri. Onde fu chi disse il palco della sua 
anticamera esser la terra, la volta il cielo. Come in alcuni 
paesi s' impiccioliscono le razze dei cani, de' quali si fa traf- 
lico, là s'ingrandisce la specie degli uomini che si vogliono 
soldati ; e ciò con dare in moglie a quei giganti di Tosdammo 
le donne più grandi, che si braccano, dirò cosi, a tal fine 
in tutto il regno ; e unendo poi sempre insieme i più grandi 
che ne vengono. Un palmo che abbia una donna più del 
solito, e il re le dà la dote. 

Oltre quel reggimento delle sue guardie, egli ha sessanta 
e più mila uomini, tutti, se non cosi grandi, bellissima gente, 
che pajono di una sola impronta. Gli arsenali di Stettino, 
di Magdeburgo e di Wesel, le più importanti piazze ch'egli 
abbia, ed anche quello della capitale, forniti di buonissima 
artiglieria e nel miglior ordine : i cavalli per li traini già 
belli e ammanniti da gran tempo e distribuiti alle vario 
province, che in tanto non gli tengono oziosi ; pronti sem- 
pre a mutare i lavori di Cerere con le fatiche di Marte. 
Fatto ò, ch'egli può far marciare sulla frontiera un esercito 
di cinciuanta mila uomini, con tutto quel che v'occorre, in 
assai meno tempo che un nostro impresario in Italia non 
mette in piedi un'opera in musica. 

Riformatore fu veramente dello Stato, non altrimenti 
che lo sarebbe del suo ordine un abate, il quale ricondu- 
cesse i suoi monaci dagli ag.j della città a zappar la terra 
su' campi. Sotto a Federigo suo padre il paese era dato alle 
magnilicenze e alle gale, ed ei lo volle spartano. Con una 
penna di ferro cassò gli stipendi inutili e le cariche di corte ; 
pensando il lusso esser dannoso in un paese povero di de- 
nari e non ricchissimo d'industria, e che senz' armi nume- 
rose, ben disciplinate e proprie, non è il principe abba- 
stanza rispettato in casa, ne ricercato fuori. Ila ottenuto 
r uno e r altro. Ogni potenza vorrebbe averlo alleato ; e 
ninno de' suoi sudditi, per grande che sia, vorrebbe aver 
fallito innanzi a lui in un minimo che. 

Quantunque la milizia sia il gagliardissimo suo pensiero, 



h 



28G SECOLO XVIIt. 

e ogni cosa che lo circonda e lo seguita sia soldato, non 
è però talmente intento alle cose di pura guerra, che non 
lo occupi altro ancora. Le sue finanze sono regolate col 
più perfetto contrappunto economico. Si parla per tutto del 
suo erario, umore stiignante nel corpo politico, dicono i mer- 
canti ; cassa militare, vita dello Stato, i soldati. K in un 
vastissimo appartamento del palazzo di Berlino, quasi per 
giunta dell'erario, si vedono talvolta sedie, lampadari d"ogni 
sorta, balaustrate d'argento. Ogni cosa, per cosi dire, è 
d' argento, come altre volte ne' palazzi dei re del Messico. 
La Prussia e la Lituania eh' ei possiede, disfatte già dalla 
peste, ei le ha rifatte, mandandovi colonie comperate ne'paesi 
cattolici della Germania, dove i protestanti ch(3 ci ha, non 
hanno libero esercizio della lor professione. E in quei climi 
ha rilevate razze di cavalli, che hanno oramai gran riputa- 
zione. Ha fabbricato quasi tutto Posdammo ; un tempio tra 
le altre pei suoi soldati, dove vedesi la propria sua tomba 
fiancheggiata a destra e a sinistra da Marte e da Bellona, 
già da lungo tempo cacciati da' tempj. Ha accresciuto a di- 
smisura Berlino, facendone di nuovo la metà, che dal suo 
nome chiamasi Williewstat. Le case, a dir vero, non vi sono 
così care né così abitate, come sono in Hannover' s Square. 
Io preparo i nidi, die' egli ; quando che sia, ci verranno gli 
uccelli a posare da sé. Peccato che questo principe avuto 
non abbia a' suoi servigj un Palladio ! Il czar Pietro non lo 
ebbe egli neppure ; e il defunto re di Sardegna, che tanto 
ha fabbricato anch' egli la sua Torino, non sortì per archi- 
tetto che un Giovara. 

Non é poi r ultimo de' suoi pensieri l' agricoltura. A quel 
modo che il Czar mandava ne'paesi forestieri i gentiluo- 
mini ad impararvi la pulitezza o la marina, egli ne manda 
in collegio alla campagna a studiarvi di fare fruttificar la 
terra. Di vero, moltissimo egli ha promosso quest' arte, la 
importantissima di tutte. E non maraviglia ; da che, oltre 
al pane che ella dà a' soldati, egli possiede sotto titolo di 
gentiluomo quantità di terre in ogni parte del suo regno, 
che è tanto disseminato nella mappa. Ella sa, mylord, che 
gli Ugonotti fuorusciti di Francia recarono anche a Berlino 
le manifatture e le arti. Quella del lavorar l'acciajo vi è 
portata a un grado eccellente ; e i panni altresì, sopra tutto 
il bleu^ vi si fabbricano molto belli. Moltissimo incoraggisce 
il re una tal manifattura. All'esempio della loro grande 
Elisabetta, ha proibito sotto gravissime pene la sortita delle 
lane dal paese. Ha fondato in oltre un gran magazzino di 
lana, dando, se ne avanza, a' poveri operaj che non hanno 
il modo di comperarla ; ed essi poi la scontano in tanti la- 
vori per conto del re. Avanti eh' egli desse ricovero a Sta- 
nislao in Konisberga, provvedeva in gran parte la Russia 
di panni ; ma dopo quel fatto, arbitri son divenuti di quel 
traffico i suoi compatrioti. 



FRANCESCO ALGAROTTI. 287 

Che le dirò poi, mylonl, del principe reale tanto amico 
delie Muse? Appresso a lui noi stemmo nel suo palazzo di 
Reinsberg molti giorni, che mi parvero poche ore. Furono 
da noi vedute le sue virtù da privato. Quando egli salirà 
sul trono, ammirerà il mondo le sue virtù principesche. 
E vi è gran ragione di credere che saranno da lui cercati 
gli uomini grandi, con quello stesso ardore che sono cercate 

dal re suo padre le grandi persone — (Dalle Opere, ec, 

tomo VI, p. 171.) 

Delle invenzioni degli Italiani, Lettera all' ab. Frufjonì, 
17 novembre 175i. — iNon mi giunge punto nuovo che si 
debbano storcere cotesti signori ly^ncesi air udii-si rican- 
tare come la lor nazione ha ogni cosa imparato da noi. 
Farmi vedergli sogghignare, uscire a tal proposito in molti 
bei motti vivi, frizzanti, piacevoli ; nel che ci superano ve- 
ramente di gran lunga ; ma por tutto questo il ver non 
cresce o scema, come dice colui. 

Benché nulla io possa disdire a voi, lasciate ch'io vi di- 
sdica sopra tal punto una dissertazione. E che vorreste? 
che io mi facessi dal ridire, cose già tante volte dette, come 
(\arlo Vili, Luigi XII e Francesco I condussero d' Italia ogni 
maniera crartclici, che primi fecero assaggiare ai franzesi 
il gusto delle buone arti ì La lor lingua piena di termini 
italiani, per quanto si appartiene alla pittura, all' architet- 
tura e altre simili facoltà, dice loro abbastanza da chi le 
abbiano apprese. Benché e* credono averle perfezionate di 
molto: come il Fluvinel, che dopo aver imparato quanto 
sapea di cavallerizza nella scuola ilei celebre Fignatelli in 
Napoli, si fece autore tra' suoi, atrermando di aver miglio- 
rato di assai e in moltissimi punti corretta la dottrina ol- 
tramontana. 

Vorreste voi che io ridicessi come dal nostro Galilei, non 
dal lor Cartesio, convenne finalmente a' francesi, volere o 
non volere, apprender la vera fisica? E dico, volere o non 
volere ; da che in niun paese sono state rigettate più che 
in Francia le nuove scoperte filosofiche, quando non han 
potuto ispacciarle per loro proprie. Pascal fu forse il solo, 
che a' saoi compatrioti desse 1' esempio di ben accogliere le 
verità, che venivan loro da paesi forestieri, confermando, 
come egli fece, con nuove sperienze la bella scoperta del 
nostro Torricelli. Coloro che in Francia davano {eàe a' tro- 
vati dell' Arveo, erano chiamati circolatori ; ' e senza il ce- 
lebre memoriale burlesco di Despreaux, il Parlamento di Pa- 
rigi avrebbe decretato contro alla filosofia moderna. Quanti 
travagli non ebbe a sostenere, non sono ancora molt* anni 
passati, il Maupertuis per aver voluto trapiantare in Fran- 
cia le dottrine inglesi ? E non era solito dire il Fontenelle 



' Ciarìatani, medici di piftzza, cerretani amlmlanli. 



1^ 



288 .SECOLO xviir. 

che le convulsioni e T attrazione eran T obbrobrio del se- 
colo? Contro l'ottica del Neutono insursero già Mariotte e 
Dufay ; e vi si grida tuttavia contro, e quasi quasi con 1' ap- 
provazione dell Accademia delle Scienze. Ma finalmente è 
stato loro forza sottomettersi alle dottrine inglesi, come 
dianzi a quelle del Galilei, che levò prima la insegna della 
vera filosofìa, con tutto che abbia mostrato il ior Cartesio 
di tener in così picciol conto i trovati del nostro Linceo. 

Prima della filosofia aveano da noi appreso la medicina. 
La scuola salernitana fu tra i popoli moderni la prima, come 
sapete, a risuscitar quell'arte ; e Rogero Salernitano soprat- 
tutto, che fu poi cementato da' famosi quattro maestri della 
scuola di F^arigi. Bruno calabrese ed altri, fuorusciti di Ita- 
lia per le fazioni de' guelfi e ghibellini, recarono in Fran- 
cia negli andati secoli la chirurgia : e il famoso Herrj^ che 
adorava la tomba di Carlo Vili, come datore delle sue ric- 
chezze, recò di Roma in Parigi il secreto del nostro Carpi, 
r amministrazione cioè di quel possente specifico alla più 
sozza e alla più comune delle malattie. 

Tali cose pur debbono ne' loro scritti confessare essi me- 
desimi, niente dotti che sieno nell'istoria letteraria. Ed essa 
dee insegnar loro come nel teatro eziandio, in cui tengono 
il campo, hanno da riconoscere gì' italiani per maestri. Per- 
chè finalmente il Trissino, e non il Cornelio, come comu- 
nemente si crede oltremonti, introdusse nella tragedia al- 
l' esempio de' greci le tre unità ; e il Segretario fiorentino 
compose quella commedia a cui il Rolli mise in fronte e a 
ragione, quel motto : qua non prcestantior. 

Nella fortificazione istessamente, in cui tanto vaglion, 
trovano gì' italiani già possessori, a dir così, nelle contrag- 
guardie, negli orecchioni de' baloardi, nelle parallele, nelle 
difese, nelle offese. Il Segretario fiorentino diede già loro 
di buone istruzioni nell' arte della guerra, non meno che 
nella politica. E un italiano per nome Federico Giambelli 
fu nella artiglieria l'inventore della macchina infernale, che 
si mostrò per la prima volta nell' ostinatissima difesa che 
fece Anversa contro al duca di Parma, e di cui gli inglesi 
tentarono di poi a San Malo di far provare a' francesi i ter- 
ribili effetti. 

Che più ? nelle delicatezze medesime della vita, dove e' sono 
altrettanti Petronj Arbitri, è forza che i francesi ne salu- 
tino precettori. Montaigne in uno de' suoi Saggi parla di uno 
scalco del cardinal Caraffa, gran dottore nella scienza dei 
manicaretti, delle salse e di ogni altro argomento, con cui 
risvegliare l' appetito il più difiScile e il più erudito, e il 
quale ben sapea 

Quo gestii lepores, et quo gallina secetur. 

E riferisce ancora in un altro luogo che i francesi al tempo 
suo andavano in Italia ad imparare il ballo, i bei modi, ogni 



FRANCESCO ALGAROTTI. 289 

maniera di gentilezza ; come ci vengono ora gì' inglesi per 
istiuliare lo opere del Palladio e le reli(iuie degli antichi 
edilizj. K ben si può dire, quando e' spai-lan di noi, che il 
fanciullo batte la balia, per servirmi di una loro espressione. 
Fatto è che dopo la comune barbarie di Kuropa, gl'ita- 
liani apriron gli occhi prima delle altre nazioni. Quando gli 
altri dormivan ancora, noi eravam desti. Se ora si vada da 
noi sonnacchiando così un poco, ora che gli altri vegliano, 
non ò nostra colpa. I Zabbaglia, i Ferracina, i Tartini, i 
Marcelli, i Manfredi, i Zanetti, i Canaletti, i Bonamici, gli 
Stellini, i Metastasi, i Frugoni ben mostrano di che tempra 
sia r ingegno italiano, e che né meno in questo secolo la 
materia non sarebbe punto sorda a rispondere. Ma conso- 
liamoci con lo passate cose, benché, a dir vero, la conso- 
lazione sia alquanto magra. Le altre nazioni dominano ora ; 
noi dominammo un tempo: e se nelle matematiche e nella 
lìlosofìa gì' inglesi han tirato su e finito lo edifizio, noi 1' ab- 
biamo incominciato e posato ne abbiam le pietre fondamen- 
tali. Sani sempre vero che gl'italiani, dopo conquistato il 
mondo con le armi, illuminato lo hanno con l'arti e con le 
scienze. E ben disse quel chiaro spirito del Voltaire, ben- 
ché ad altro intendimento : 

Rome, dont le deatin dan» la p<tìx, dans la guerre 
Est d'ttre en tona le» tema ma'itrease de la terre. 

San Tommaso d'Aquino sarà un'epoca della teologia, come 
il Tartaglia lo è delle matematiche, e singolarmente il Ca- 
valieri, il quale ben merita il titolo che gli fu dato da un 
grand' uomo, di precursore del metodo degV infinitamente 
piccioli. Nella scienza naturale avranno sempre il primo 
saggio Vesalio, Fallopio, Eustachio, Malpighi : e il nome del 
Cesalpino andrà sempre innanzi a quel dell' Arveo, se per 
avventura non fu fra Paolo, come voglion alcuni, il vero 
scopritore della circolazione, del sangue. Sapete quanto egli 
era nelle cose naturali versatissimo, quanto era amico del- 
l'Acquapendente, per cui diede il disegno del teatro ana- 
tomico di Padova ; e come non mancano argomenti per 
credere che coli' Acquapendente egli conferisse la sua sco- 
perta, da cui ne ebbe sentore e lume l'Arveo, che dell' istesso 
Acquapendente era discepolo. Ma ad ogni caso non manca 
un altro primo saggio anche a fra Paolo, da' cui scritti 
niente più patirono i diritti della Chiesa gallicana, che dal- 
l'amministrazione del Mazzarino scemasse la grandezza di 
Francia. 

La scienza dell'acque e del condurre i fiumi è nata in 
Toscana, si è perfezionata in Bologna, é tutta nostra. No- 
stro pur sono le jiiii belle scoperte nell'astronomia e nella 
geografia. E in ciò ebbero una grandissima parto i geno- 
vesi vostri, i quali, prima di sciogliere in traccia di un nuovo 
mondo, trasportavano in Terra Santa i crociati di Francia, 

IV. 19 



200 SECOLO XVIII. 

coprivano il mare di legni, a tal tempo clie 1 Colombi 
francesi non altro facevano che radere le coste della Pro- 
venza e della Bretagna. Né già stettero oziosi i veneziani : 
un Zeno scoperse la Groenlandia; Cabotta alcuni tratti del- 
TAmerica settentrionale, gittando i fondamenti di quel gran 
trallìco che vi fanno ora gl'inglesi ; e quasi nel tempo me- 
desimo un Foscarini, che si trovava in Inghilterra, gittò i 
fondamenti del famoso banco di Londra. 

Assai nuove saranno per riuscire molte di tali cose anche 
agl'italiani medesimi: tanto è il clamore che levano anche 
tra noi i libri francesi. Ad essi si ha ricorso per ogni ma- 
niera di studio ; essi soli si leggono, ad essi si dà fede, ed 
essi non mancano di decantare il più che possono la loro 
nazione per inventrice di ogni cosa ; quando le sole sco- 
perte, di che le abbiamo obbligo veramente, sono l'analisi 
cartesiana e il condotto chilifero trovato già dal Pecquetto ; 
chi non volesse per avventura anco annoverare tra le sco- 
perte la legatura dei vasi, del qual metodo si servi il primo 
nelle emorragie, in vece de' caustici, Ambrogio Pareo, e 
cose simili : o annoverar non si volesse la coreografia, per 
cui, come si fa d'una arietta per musica, si può scriver un 
ballo e trasmetterlo alla più tarda posterità. 

Lo starsene dei francesi nel beato lor regno senza vi- 
sitare le altrui contrade, la ignoranza in cui sogliono es- 
sere delle lingue forestiere, fa clie e' contano a modo loro, 
e trovano chi sta a' loro conti. Non ha molto eh' io leggeva 
in uno scritto di un celebre e spiritoso autore di quella na- 
zione, come la pittura grottesca fu inventata quaranta anni 
fa da Mr. Berrin famoso disegnatore. Ohsecro ; iuiim est, 
vetus credicleram, io dissi tosto. Vedi granchio solenne ch'io 
avea preso ! Io mi credeva che la pittura grottesca fosse 
usata dagli antichi, descritta da Vitruvio e rinnovata in- 
sieme con lo stucco da Giovan da Udine, e eh' ella appunto 
di grottesca prendesse il nome dai sotterranei o dalle grotte 
di Roma, dove a' tempi di Leon X si trovarono di simili 
pitture. Non si direbbe egli che l'altezza dell'Alpi da cui 
sono cinti i francesi, fa 

Sì che il tìso va loro innanzi poco, 

come si esprime il nostro Dante?— (Dalle Opere, ec, tomo IX, 
pag. 232.) 

GIAN CARLO PASSERONL 

Da Nizza, ove nacque 1' 8 marzo 1713, recossi giovano, e già 
prete, a Milano ; dove dì buon' ora, pe' saggi del suo valor poe- 
tico, fu {iscritto all'Accademia de' Trasformati, alla quale ei fece 
poi ammettere il Parini, Salvo il tempo in che segui il suo pro- 
tettore Lucini a Roma e a Colonia, dove quegli era nunzio pon- 



k 



GIAN CARLO PASSERONI. 291 

tifìcio, dimorò sempre a Milano. Fu onorato di illustri amicizie, 
come quella del Firmian; caro allo Stern, che lo conobbe ; lodato 
da G. ò. Rousseau e dal liarcttl nella Frusta (VI); ma visse po- 
vero e modesto, rifiutando protezioni e doni e beneficando anzi 
i più miseri di lui. Morì ai 2(j decembre 180:i. 

L'opera sua principale ò il Cicerone (Milano, 1755 e segg.), 
poema in centun canto e undicimila novantasette ottave, del quale 
così dice in sul fine: 

Cento canti gli ha fatti anche Beinarilo 
Tasso, clie fu da 15cr}:aiM0 e assai dotto; 
S'egli fu bergamasco, io son nizzardo 
E tocca a quel da IJerganio a star sotto.... 
E il mio poema, a dirlo chiaro e tondo, 
Il più lungo sarà che sia nel mondo. 

La vita di Cicerone ò un pretesto, un accessorio, specialmente 
ne' primi due terzi del poema ; soltanto ncU' ultima parto l'autore 
si ticn più all'argomento. Il vero fino suo ù di deridere e biasi- 
mare i corrotti costumi del tempo, e dar sfogo insieme al suo lepido 
umore. Il verso scorre sempre fiuido, la forma è sempre gioconda, 
S(; anche stemperata e prolissa. Nell'arte sua di poeta egli si ag- 
guaglia a ciò che fu tra i jnttori il buon Marghcritone; ma il suo 
stile non è rozzo ed inculto, se anche talvolta pedestre; tuttavia 
ciò eh' ci pensa e dice è sempre dettato dal buon senso e da animo 
retto. La lettura dell' intero poema è senza dubbio alquanto fati- 
cosa; ma da qual parte si cominci, ferma l'attenzione, e piac(^ 
per la lepidezza delle invenzioni, pei graziosi anacronismi, per la 
facilità dell'andatura e per la bontà delle dottrine e de' senti- 
menti. Discorre di ogni cosa et de (juibiisdam aìiis, prendendo 
dal soggetto appiglio a continue digressioni, intrattenendosi spe- 
cialmente, nel toccar della gioventù del suo eroe, a dar savj i)re- 
cetti educativi. Scrisse anche sette volumi di Favole eaopiane 
(Milano, 1775), dettate colla stessa facilità e prolissità dell'opera 
sua maggiore; e tradusse alcuni epigrammi greci (Milano, 178G). 

[Vedi per la biografia, Y Elogio scritto da C. Galeazzo Scotti, 
Cremona, Feraboli s. a.; e l'articolo a lui dedicato dall' U(;oni 
nella Continuazione ai secoli della Ietterai, del CoRNlANI, ediz. 
Pomba, V, 150; L. V., in Biografìa degli ital. ili. del sec. XVIII 
del TiPALDO, VII, 277; G. Carcano in liiv. Europea, Milano, 
Luglio, 184.'); e cfr. G. Caudi'CCI, V Accad. dei trasformati, in 
.Y. Antologia, U) aprile ISOI, p. CIJO-Gu'J.J 



I versi d' occasione. 

Nasce Tullio, che fu l'amor di Roma, 
(ìloria d'Arpino, onor degli oratori: 
Nasce Tullio, che tanto ancor .«?i noma 



292 SECOLO XVIII. 

Tra i Tedesclii, i Francesi, ^'rindi e i Mori; 
Ed in volgare od in latino idioma 
Un verso non si fa tra tanti autori ? 
Nasce Tullio, vo' dirlo un'altra volta, 
E non si fa stampare una Raccolta ? 

E non si fa stampare, a dire io torno, 
Di versi una Raccolta; e all'età mia 
Se ne vedono tante andar attorno. 
Con poco onore della poesia: 
Se ne vedono uscir quasi ogni giorno: 
E non si trova a questa frenesia, 
A questo impazzamento, a questo tedio, 
A questa nova peste, alcun rimedio? 

Oggi non si addottora alcun, che prima 
La sua dottrina in versi non si canti : 
Senza esser messo da più d'uno in rima, 
Oggi non si marita un par d'amanti: 
Senza sonetti sotto questo clima, 
Non fassi uffizio alle anime purganti: 
E monaca non fassi una ragazza, 
Se in versi da più d'un non si strapazza. 

Chi vergine, chi martire l'appella. 
Chi dice che non sa quel che si faccia; 
Chi dice eh' essa ha spento la facella 
A Cupido, che torvo la minaccia: 
Altri, quantunque non sia punto bella. 
Lodano in versi la sua brutta faccia: 
Chiaman nere le chiome che son rosse, 
E ne sballan pur anche delle grosse. 

Vuol versi, quando veste irsute lane 
Una fanciulla, e quando si professa 
E fa sonare a doppio le campane; 
E vuol versi, quand' è madre badessa : 
Vuol versi, quando muore, un gatto o un cane : 
Vuol versi un prete, quando dice messa: 
Voglion versi da noi le cantatrici, 
I consanguinei, gli esteri, gli amici. 

per dir meglio, sono cosi stolti 
Oggi i poeti, e tanto poveretti 
(Non dico tutti, ma ve ne son molti) 
Che sopra magri, sterili soggetti 
Compongon mille e mille versi sciolti, 
Fan canzoni, capitoli e sonetti: 
E tutto quel che a' nostri dì succede, 
Lodato in versi subito si vede. 

Se nasce un figlio a qualche gran signore, 
Non v' è di lodi al mondo carestia : 
Tutto Parnaso mettesi a remore 
Per uno, il qual non sassi ancor chi sia: 
Si profetizza che sarà dottore, ^ 



GIAN CARLO PASSERONI. 



293 



Che saprà vario lingue, e in poesia 
San\ un novo Petrarca, un novo Dante, 
Chi poi per sua disgrazia ò un ignorante. 

Se prende moglie un ricco cavaliere, 
Un Orlando, un Achille, un novo Aiace 
Fan nascere i poeti : e aste e bandiere 
Vedono tolte al già tremante trace ; 
Additan di nepoti immense schiere: 
I/un ^arìi chiaro in guerra, e l'altro in paco: 
I*: laran gli uni e gli altri, in pace e in guerra, 
Cose che star non puon nò in ciel nò in terra. 

Nascerà, Italia, Italia, il tuo soccorso, 
E fioriranno in te virtù novelle, 
(^iridano i vati; e vendono dell'orso. 
Prima che preso l'abbiano, la pelle: 
E portano, di penne armati il dorso, 
I nascituri eroi lino alle stelle : 
E spesso accade poi, come Dio vuole, 
Che muoiono gli sposi senza prole. 

E voi, poeti, avete ancor coraggio 
Di dir che penetrate enti'o il futuro;' 
Di dir che in voi scendo un celeste raggio. 
Che vi rischiara ciò che agli altri è oscuro? 
Che parlate in profetico linguaggio, 
E che un Dio rende il vostro dir securo? 
Affò, se debbo anch' io far da indovino. 
Credo che questo Dio, sia il Dio del vino. 

(Dal Cicerone, parte I, cauto IV,) 



Il lusso della vita italiana. 

Italia, riconosci ornai te stessa. 
Al petto per un poco una man pònti: 
La tua condotta esamina, ed in essa 
Ravvisa, Italia, de' tuoi mali i fonti: 
8' esser ti pare da' disastri oppressa, 
Apri ben gli occhi, e la' ben bene i conti: 
Pensa a' tempi presenti ed a' preteriti, 
E vedrai, che hai più ben, che non ti meriti 

Pensa, che fosti alle bell'arti intonta. 
Nate e cresciute già nel tuo bel seno : 
Pensa, che fosti un dì paga e contenta 
Di ciò, che produceva il tuo terreno : 
Ora è l'antica tua virtute spenta, 
sol ne resta un languido baleno: 
L'antica parsimonia è andata in bando, 
E vai di giorno in giorno peggiorando. 

Tu fosti già di bei pensier d'onore 
Accesa, e piena già d'alma dottrina. 
Or nell'ozio ti perdi e nell'amore. 



294 SECOLO XVIII. 

E ne ha rossor la maestà latina: 
Per disciijlina e marzial valore 
Fosti temuta giù,, fosti regina: 
Or se qual fosti, Italia, più non sei, 
Incolpane te stessa, e non gli Dei. 

Le bell'arti sbandite a te richiama, 
Sveglia il sopito, neghittoso ingegno. 
Onde tu già salisti in tanta fama ; 
Il lusso da te scaccia e T ozio indegno : 
Spegni d'ambizion l'ardente brama. 
Ripiglia i tuoi costumi, il tuo contegno: 
Torna alla temperanza ed al lavoro, 
E in te ritornerà l'età dell'oro. 

Caccia al bordello le cattive usanze, 
E le mode, che a te d'altri paesi 
Vengono, e in cui finor le tue sostanze 
E i tuoi danari hai malamente spesi : 
Togli da' gabinetti e dalle stanze 
Tanti soverchi e non più visti arnesi : 
In ridicoli addobbi, in cose vane 
Non consumar quel poco, che rimane. 

Svegliati ornai, vecchia oziosa e lenta 
Dal grave sonno, anzi dal tuo letargo, 
di Dio l'ira sopra te paventa; 
Io te lo dico, Italia, in lungo e in largo : 
E se a caso, il che '1 ciel mai non consenta, 
Per te l'inchiostro inutilmente spargo, 
Avrò questo conforto almen d'averti 
Trattato, Italia, anch'io, come tu merti. 

Or che ho fatto, siccome avete inteso, 
Alla povera Italia un' invettiva, 
Parmi d'essere scarco d'un gran peso, 
E d'aver fatto quel, che conveniva; 
Né temo già per questo esser ripreso, 
Perchè i poeti hanno la privativa 
Di malmenarla, e prenderla pel ciuffo, 
E farle bruscamente un buon rabbufTo. 

(Dal cicerone, parte I, cauto XV.) 



GASPARE GOZZL 

Nacque il 4 dicembre 1713 in Venezia da Antonio ed Angela 
Tiepolo, primo di nove figliuoli: fu fratello di Carlo, del quale par- 
leremo. Per cattiva amministrazione mal ridotto era il patrimonio 
del padre. ^ Fece gli studj a Murano, poi a Venezia, ove si ascrisse, 

^ G. Gozzi, G. e G. Gozzi e la loro famiglia, in Arch. veneto, tomo HI, 
parte I, 1872, pag. 275 e segg. ; E. Masi, Sul teatro italiano del sto. XVIII, 
Firenze, Sausoui, 1891, pag. 9 e segg. 




GASPARE GOZZI. 



205 






^'\ 



come il fratello Carlo, ai Granellcschi, fautori del toscanesimo cin- 
quecentistico. Nel 1738 sposò Luigia Bcrgalli, poetessa,' in Arcadia 
(letta Iniiinda Partenide, e n'ebbe cimiue tìgli; ma, per la pin- 
darica aviiìiinistrazione di lei, tini di rovinare il i)atrinionio pa- 
terno, mentre non sapeva, per attendere all'economia domestica, 
distaccarsi da' libri diletti. Dopo aver dimorato a Vicinale nel 
Friuli, tornò a Venezia (1744), e vi peggiorò ancora le sue condi- 
zioni finanziarie, allorché, stipendiando una compagnia di comici, 
assunse l'impresa del teatro di Sant'Angelo (1758). Crebbero anche 
le discordie domestiche; ed egli fu nella necessità, serbando tut- 
tavia « nella miseria, altero 
nome », di volgere a fin di gua- 
dagno, traducendo affrettata- 
mente e compilando, quegli 
studj che tanto e così disinte- 
ressatamente aveva amato e 
coltivato. Nel 17«»0 chiese in- 
vano (ma non sapeva il greco) 
al suo protettore Marco Fo- 
scarinl la cattedra di lettere 
greche e latine nell'Univer- 
.sità di Padova; ebbe, peraltro, 
l'ufìicio di censore delle stam- 
pe (170-2), soprintendente al- 
l' arte de' libraj, e incaricato 
della riforma delle scuole di 
Padova (1704). Quando comin- 
ciava ad assestare un poco le 
sue condizioni di famiglia, aveva ormai molto indebolita la sa- 
lute. Dimorò d'allora in poi quasi scr^pre in Padova, dove in un 
accesso febbrile si gettò (1777) nel fiume Brenta:- ed ebbe con- 
forti e soccorsi dalla sua protettrice Caterina Doltìn-Tron. Conti- 
nuò a riscuotere Io stipendio, lasciando la maggior parte de' suoi 
ufììcj. Mortagli la prima moglie nel 1770, si riammogliò con Gio- 
vanna Cénet, assistito amorosamente dalla quale visse gli ultimi 
anni. Morì in Padova il 25 dicembre 1786. Ai dì nostri gli fu posta, 
a spese di paiccchi cittadini veneti, una lapide nel palazzo ducale, 
con epigrafe di Luigi Carrer, dove si leggono queste i)arolc : Cor- 
resse con arguzia e senz'astio i depravati costumi e il vxal gusto. 
Delle opere del Gozzi, oltre le edizioni complete di Venezia, 
Palese, 17Ó4, di Padova, Minerva, 1818-20, e di Milano, Pettoni, 18;«, 
si hanno scelte varie, tra le quali quella del Tommaseo, Firenze, 




* Vedi sulla Borgalli, P. Nurra, in Emporivm, IX, 195 Onarzo 1899). 

* G. lilADKGO. G. G. n P'ìdovi, nel VOllimo Va liln-i e mnnoxcritti, Ve- 
rona, Mtinstcr, 1883; C. Magno, Angelo VidmiKtro e il tentato «iiicirfio di 
G. G., neWArch. veneto, 1837. 



296 SECOLO XVIII. 

Le Monnicr, 1848-49 in tre voi., e quella per le scuole di G. Me- 
stica, Firenze, Barbèra, 187G-77, in due volumi. Di tutte le scritture 
a stampa del Gozzi diede una bibliografia in fronte ad Alcune 
operette di lui Bartolomeo Gaml>a, Venezia, Alvisopoli, 1824. 

^q,\\q, Lettere di?;er*e (Venezia, Pasquali, 1750 e di nuovo, 175.5-56), 
trattò soggetti varj di morale e letteratura; vedi anche Tre let- 
tere inedite a M. Forcellini nel Cimento (1852) da aggiungersi alle 
già conosciute delle familiari (Venezia, Palese, 1808). — La Di- 
fesa di Dante, ossia 11 giudizio degli antichi poeti sopra la mo- 
derna censura di Dante (Venezia, Zatta, 1758; e l'ediz. curata 
da A. Galassini, Modena, 1893), confuta le famose Lettere di Vir- 
fjilio del Bettinelli, con grazia d' invenzioni e non mediocre va- 
lore d'argomenti. Si deve per non piccola parte a questo libro 
quel risorgere e rinvigorirsi del culto di Dante, che fu pregio e 
fortuna degli scrittori migliori del Settecento.' Al Gozzi replicò 
il Bettinelli nelle Lettere inglesi (1767). — Il Mondo morale è una 
specie di romanzo allegorico, che si fìnge letto nella Congrega 
dei Pellegrini, sulla corruzione umana e su' suoi rimedj (Venezia, 
Colombani, 1760). — La Gazzetta veneta fu pubblicata in 10,3 nu- 
meri (8 febbraio 1760-28 gennaio 1761), e da questa si estrassero 
le Novellette (Venezia, Pasquali, 1791-92). — h' Osservatore, la più 
celebre opera del Gozzi, è un periodico per l'anno 1761 (104 nu- 
meri dal 4 febbraio 1761 al 30 gennaio 1762), che fu con nuovo 
ordine ripubblicato dallo stesso autore (Venezia, 1767-68, e l'ediz. 
curata da E. Spagni, Firenze, Barbèra, 1897); tratta in varia forma 
argomenti morali, letterarj e fanrliari, ed è imitazione libera dello 
Spectator di G. Addison, conosciuto dal Gozzi nella traduzione 
francese.- — Tra le cose sue sono notevolissimi i Sermoni (diciotto 
nell'edizione del 1794); pregevoli pure per l'uso assai felice dello 
sciolto e per finezza di satira, nella quale potè esser detto, pur 
dopo i Sermoni del Chiabrera, che precorresse il Parini.^ Lasciò, 
inoltre, rime di vario genere,'^ e specialmente 2y'i^c^^oli e burlesche 
(Lucca, 1751, Venezia, Parolari, 1817), favole esopiane, traduzioni, 
tra cui quella della Morte di Adamo del Klopstock, voltata però 
dal francese e che è inserita nella seconda parte del Mondo mo- 
rale. Alcune favole di soggetto orientale che disse d'aver tratto 

' A. Torre, nel Gìorn. dantesco, voi. IV, pag. 145 e seg. 

2 G. Zanella, G. Addison e G.G., ne' Paralleli letterarj. Verona, Miin- 
ster, 1884; Gkmma Zambler, G. Gozzi e i suoi giornali; estr. d^ìV Ateneo 
veneto, XIX (1897). 

^ A. Giannini, Sermoni di G. G. illustrati e commentati, Palermo, Tip. 
del Boccone del povero, 1893, e // sermone di G. G. sxdla sacra eloquenza, 
Siracusa, tip. del Tamburo, 1894 ; E. Sfagni, / sermoni di G. G. illustrati, 
Venezia, Ferrari, 1875; E. Sfagni, Un sermone ined. di G. G., nella Bill. 
d. sc.itaì.,\, 9. Nelle Osservazioni intorno ad Orazio, di Cl.Vannetti {Opere, 
Venezia, Alvisopoli, 1827, voi. IV, pag. 77 e segg.), si può vedere quanto 
il Gozzi attinse al poeta latino. 

* Ygdi G. Amalfi, Due componimenti di G, G., Napoli, Priore, 1891, 



\ 



GASPARE GOZZI. 297 

da diversi manoscritti arahi (piuttosto, (ìirrnio, da traduzioni fran- 
cesi) * non escono dalla mediocrità, e così le tradotte come le ori- 
ginali produzioni drammatiche.* Compose anche orazioni, cicalate, 
cantate ec. Parecchie sue scritture in materia di scuole e di studj 
furono pubblicate per occasione : Sulla riforma df(/li studj, scrit- 
ture due (Udine, Vendrame, 1835) ; Sulla sostituzione alle scuole 
di Venezia prima am7ninistrate dalla Comi^agnia di (ìesù (Vene- 
zia, Alvisopoli, 18.i()) ; Sulle scuole che dovevano in Padova esser 
sostituite a quelle dei Gesuiti (San Vito, Pascato, 183G); Relazione 
sulle pubbliche scuole (Padova, Seminario, 18G4) ; Tre relazioni 
inedite (Venezia, Merlo, 18G7). 

Nocque al Gozzi l'alìbondanza della produzione e la mancanza 
della quiete così amica agli studj. Ma lasciò, soprattutto in prosa, 
alcune scritture veramente esemplari per grazia e leggiadria, tra 
greca e trecentistica, non disgiunte da certa dignità e gravità 
tradizionale nella buona prosa italiana; ed è suo gran merito esser 
riuscito a tenersi nel giusto mezzo tra le forme paesane e quelle 
che alla letteratura nostra venivano proi)oste, e quasi imposte, 
dalle opere straniere più celebri e più vulgate. L'ingegno suose 
non profondo, vario e naturalmente elegante e brioso, si mostra 
meglio in piccole cose, ritratte con esattezza d' osservazione, co- 
lorite con giusta misura e ravvivate da un amabile istinto satirico. 
Egli ed il Goldoni ben ritraggono la festività tutta veneziana, ricca 
di acume tradizionale, ma senza acerbezza, dell'ultima generazione 
di cittadini della Serenissima. Una delle molte prove poi del suo 
giudizio retto, equilibrato e scevro di passione, oltre quella princi- 
palissima del culto che sentì per Dante, è il favore che dimostrò 
per la riforma goldoniana, nel tempo delle note fiere polemiche. 

[Vedi I. PlNDEMONTE negli Elogi di letterati italiani; C. Ugo- 
Ni, continuaz. del Corni ani, ediz. Pomba, V, 110; il Proemio 
del Tommaseo agli Scritti di G. G. scelti ed ordinati, Firenze, 
Le Monnier, 1849, ripubblicato nella Storia civile nella lettera- 
ria^ Torino, Locscher, 1872; A. Malmignati, G. G. e i suoi tempi, 
Padova, Prosperini, 18iX); V. Malamani, (r. (3^., nel Nuovo Archi- 
vio veneto, I, 1891.] 

Le smanie delia villeggiatura. 
Al signor Pietro Fuòri. 

Se iiobil donna che d'antica stirpo 
Ila preminenza, e buona e ricca dote, 
Lautamente villeggia, onor ne acquista, 

• Cfr. I. Pizzi, Riscontri orientali, nel Giorn. «^ d. Ictf. itnl., 1893, 
XXII, 220. 

' F. FoFFANO, 0. 0. poeta drammatico, nel Giorn. ìiauit,, aiiny XX, 
1893, fase. I. 



298 SECOLO XVIII. 

Splendida è detta : se lo stesso fanno 

La Giannetta, la Cecca o la Mattea, 

Spose a banchieri o a bottegai, son pazze. 

Non è tutto per tutti. Uom destro e lieve 

Sia di danza maestro ; il zoppo, sarto, 

Industria da sedili : ogni uom che vive, 

Sé medesmo misuri, e si conosca. 

Ma dir che giova? a concorrenza, vanno 

Degli uccelli del ciel minute mosche. 

Somigliar vuol la sciocca rana al bue ; 

Si gonfia, e scoppia. gentil Fabri, io scrivo 

Di ciò fra' salci, sulle ricche sponde 

Della Brenta felice : e mentre ognuno 

Corre ad uscio o a finestra a veder carri, 

Cavalli e barche, qui celato io detto, 

Notomista di teste.* Or mano a' ferri. 

Dalle faccende e da' lavori cessa 

Qui la gente, e trionfa.''' Oh miglior aria, 

Quanti ne ingrassi, e ne dimagri ! A molti 

Più prò farebbe un diroccato albergo 

Delle antiche casipole in Mazzorbo ^ 

Fra le murene, i cefali e le triglie. 

Se punto di cervello avete ancora. 

Mezzane genti, io vi ricordo, è bello 

Commendare alle mogli il bosco e l'ombra 

Ed il canto de' grilli. Ivi migliore 

È il villeggiar, dove s'appiatta il loco, 

E dove scinta la villana e scalza, 

Mostri chioccia, pulcini, anitra e porco. 

Quivi nell'alma delle mogli dorme 

L'acuta invidia: ove sien sole, poco 

Bramar le vedi; confrontate, molto. 

Da natura ciò nasce. Appena tieni 

Col fren la debil rozza, che sdegnosa 

L'animoso corsier andarsi avanti 

Vede, ne sbuffa, e trottar vuole anch'essa 

Spallata e bolsa; e tu che la cavalchi, 

Ti rompi intanto il codrione e il dosso. 

Viene il giugno o il settembre. —Olà, che pensi?- 

Dice la sposa : — ognun la città lascia ; 

Tempo è da villa. — Bene sta, risponde 

Il compagno: or n'andiamo. — A che si dorme,- 

Essa — dunque ? — ripiglia : — andrem fra tante 

Splendide genti, quai lingani ed Ussi, 

Disutil razza e pretto bulicame?* 

* Scrutatore dei varj cervelli ed umori degli uomini. 
- Sta in allegria. 

2 Povero luogo da pescatori nell'estuario veneto. 

* Oente da poco, inarmacjliu. 



GASPARE GOZZI. 209 

Noi i)ui' Siam vivi, e di ^^rantlezzii e d'a^^a 
Siamo intendenti; e questi corpi sono 
Fatti come altri ; nò virtù celato 
A noi coltura o pulitezza sieno. — 
La Sibilla ha parlato. Ecco si vedo 
Sulle scale una fiera : * capoletti 
Intagliati e dipinti, di cornici 
Fabbriche illustri ; sedie ove poltrisca 
Morbido il corpo : e alfin pieno è l'albergo 
Di merci nuove e fornimenti e fregi. 
Omai t' imbarca, o capitano accorto : 
Kcco il provvedimento e V abbondanza. 
Ali, se il suocero adesso fuor mettesse 
Di qualche arca comune il capo industre. 
Ammassando,* sepolto : — Oh ! che ? — direbbe, 

— Dove ne va tal barca? alla campagna 
Sì ripiena e sì ricca? Il bastoncello, 

Un valigiotto era il mio arredo ; e trenta 

Soldi, nolo al nocchiero, e men talvolta ; 

E incogniti compagni, allegra ciurma. 

Se la moglie era meco, io dal piloto 

Comperava un cantuccio, ove la culla 

Stava e il pitale, ed uova sode e pane. 

Parca prebenda, nell'umil canestro. 

Donde uscì tanta boria ? e quale ha grado 

La mia famiglia, che la Brenta solchi 

Con tal trionfo, e sì vóti lo scrigno ? — 

Ma parli a' morti. Va scorrendo intanto 

Il burchiello per l'acque; e il lungo corso 

La sposa annoja. — L'ultima fjata 

Questa fia ch'io m'im])archi: in poste, in poste 

Un'altra volta. pigro timoniere. 

Perchè sì taci ? e perchè i due cavalli,' 

Che pur due sono, ({uel villan non batte ? 

— Avanti, — grida il timoniere : — avanti, — 
Ella con sottil voce anco risponde, — 

Se vuoi la mancia; e se non vuoi, va' lento : 

Ostinata ple1)aglia! Or alle carte 

Mano, ch'io più non posso. Ah! v'ha chi guardi 

Qui r orinolo ?— E chi più saggio il guarda, 

Porche melissa o polvere non chiegga, 

Con le parole fa più breve il tempo. 

La beata regina alfine è giunta 

Fra gli aranci e i limoni. Odi bertuccia, 

Ch'anime umane imita. — tu, castaido. 

Dove se', pigro ? a che ne' tempi lieti 

' Una quantità di robe di verse, come in una fiera. 

- Noi mentre stava accumulando danari. 

■^ 1 cavalli coi quali dalla sponda si aiutava il corso del burchiello. 



300 SECOLO xviir. 

Non aprir le finestre? Ecco di mufla 

Le pareti grommate ! A che nel verno 

Col tepor del carbone non riscaldi 

L'aria agli agrumi? — Giura il servo :— apersi, 

Riscaldai; non e' ò muffa : ecco le piante 

Verdi e cardie di frutte. — Indocil capo, 

Tutto è muffato. Io non son cieca, ed ogni 

Pianta gialleggia. — K, se s'ostina, odore 

Di muffa sente in ogni luogo, e ducisi 

In ogni luogo delle smorte piante. 

A' suoi mille capricci, uomo infelice, 

Il salario ti vende. Essa cinguetta 

Quel eh' udì altrove : e sé gentile e grande 

Stimar non può, se non quistiona teco 

Per traverso e per dritto. Or taci e mira 

Per tuo conforto: col marito stesso 

Per nonnulla garrisce : -- Oh poco cauto 

Nelle accoglienze ! La brigata venne, 

E la cera era al verde. Ah, tardo giunse 

E freddo il cioccolatte. Occhio infingardo, 

Nulla vedi o non curi. — E se balcone 

benigna fessura di parete 

Mi lasciasse veder quel che si cela, 

Per tal misfatto io vedrei forse il goffo 

Di sua pace pregarla, e che conceda 

Al desio maritai giocondo scherzo. 

Ma tu frattanto, o vettural, trabocca 

L'orzo e la vena, perchè sotto al cocchio 

Sbuffi Bajardo e Brigliadoro, quando 

Solennemente verso il dolo corre, 

della Mira al popoloso borgo, 

Nido di febbri pel notturno guazzo. 

Già nel suo cocchio pettoruta e salda 

La signora s'adagia; e a cavai monti. 

Lo scalpitar de' due ronzoni, il corno, 

E della frusta il ripetuto scoppio 

Chiama le genti. L'uno all'altro chiede: 

Chi va ? Se ignoto è il nome, ed il cognome 

Nato in quel punto,* la risata s'ode, 

E il salutarla motteggiando intuona. 

Beata sé, che onor sei crede, e intanto 

Gonfia pel suon delle correnti ruote : 

Chiama in suo core il vettural poltrone, 

Che la curata- per cornar non rompe. 

Giunge, smonta, é a sedere. — bottegaio. 

Caffè ! Ma vedi !, in porcellana. Lava, 

Frega, risciacqua. Il delicato labbro, 

' Cominciato da poco tempo ad esser noto. 

2 La coratella : non soffia troppo forte noi corno. 



GASPARE GOZZI. 



301 



Morbida pellicina invizia tosto, 

Non custodito.* — La faconda lingua 

Comincia intanto: e che d'udir s'aspetta? 

Grossezza o parto, la dorata culla, 

La miglior levatrice, il ricco letto, 

E il vietato consorte alla nutrita 

Balia di polli, e suo feconde poppe. 

Se più s'inoltra, de' maligni servi, 

Delle fanti si lagna, e i liberali 

Salar.) e i doni vi ricorda e il vitto. 

Kè si diparte; che, se in pace ascolti, 

Sai quant'ha di ricchezza entro all'albergo 

Di cucchiaj, di forchette e vasi e coppe. 

Ma già l'aria notturna umida e grave 

I capelli minaccia, e la ricciuta 

Chioma, se più dimora, oh Dio ! si stende. 

— Cocchiere, avanti. — Sta sul grande, e parte. 

Fabri, che vuoi eh' io ti ridica come 

La brigata che resta, addenta e morde? 

rietà mi prende; e sol fra mio cor dico: 

Di sua salita, boriosa, gode 

La zucca in alto, e le più salde pianto 

Imita come può : ma boriando, 

Pensi alle sue radici, e tema il verno. 

[Sermone IX.) 

Di sé stesso. 
A Sua Eccellenza Bartolommeo Vii turi. 

Se mai vedesti in limpid'acqua un pesce 
Trascorrere, guizzar, girarsi intorno 
Velocemente ; còlto indi a la rete, 
Contrastando balzar, e steso alfine. 
Agonizzare e boccheggiar sul lido ; 
('redi, Vitturi, somigliante ad esso 
Fatto ò l'ingegno mio. Libero un tempo, 
Vivace, giubilando, aperto mare 
Lievemente scorrea : fortuna tutto 
Di rete il cinse. Dibattendo ei fece 
Lunga battaglia per fuggir servaggio. 
Non giovò: giaco, e a poco a poco manca 
Vigor di vita ; onde si stende, e pére 
Spossato e vinto su l'asciutta arena. 

Non poetica fiamma o Genio amico 
Ha che più lo ravvivi, e per lo giro 
Di beato argomento^ intorno il guidi 
A studiar circostanze, a tragger versi, 
Che faccian bello e grazioso il canto. 

' Qii:\iulo non si abbia cura di lui. 

' hi uu buouo e fecondo soggetto poetico. 



302 SECOLO XVIIT. 

Malinconico umor salo da/ /lancili 
Qual negro nembo, e con vapori iniqui 
L'offusca sì, che intorno altro non vede 
Che immensa oscurità, grandine e lampi. 
Sommo Dio, vera luco, infin ch'io veggio 
Alma tra noi che le bell'arti onori, 
Onorata da quelle ; * e infin cir io seco 
Spesso mi trovo, e che benigna ascolti 
Il mio parlar; perchè timor cotanto 
Mi farà guerra? Oh nel mio petto un raggio 
Sorger non dee di graziosa speme? 
Tu vedi pur quali aniorose cure 
L'accendan sempre. È il suo felice albergo 
Di bell'arti custodia: ovunque movi 
In esso il pie, greche e romane impronte 
Miri, di storia e antichi usi maestre. 
Quivi raccolte, contro al tempo, serba 
De' più felici e pellegrini ingegni 
Sacri a Minerva le divine carte ; 
Né serba sol, ma se ne pasce, e prende 
Grato alimento, e altrui spesso il concede. 
Tal è in vita privata. Or l'occhio volgi 
A' suoi pubblici affari : è padre, e vero 
Nutritor di mortali. Insin eh' ei siede 
Al governo di genti, ei la quiete 
Seco adduce e la copia ; alme discordi 
Annoda insieme : e s' ei si parte, ha seco 
Mille e miU'alme ; e mille lingue e mille 
Fan di lui ricordanza. Oh statua eterna 
Ne' petti eretta, ed immutabil bronzo 1 

Quali indizi son questi? buon Vitturi, 
Spirto che in tali e in si bell'opre agli occhi 
De' mortali si spiega e si palesa, 
Qual esser può, se non cortese e grande? 

Odimi dunque, e sofferente orecchio 
Porgi a colui ch'era già il Gozzi, ed ombra 
Ora è di lui che tal nome conserva. 
Misero me ! di non ignota stirpe 
Nacqui ; e d'amici e servi era il mio albergo 
Ricovero una volta. Io ne"prim"anni 
Speranza avea di fortunata vita. 
In dolce ozio fra' libri i dì passai 
E gli anni più fioriti. Allor credea 
Dar cultura allo spirto, e a tal guidarlo, 
Che di vergogna al mio nascer non fosse. 
Questa sì bella e sì dolce speranza 
Sfiorì del tutto. Fra' miei pochi beni 
Sol uno è quel che a me pace promette 

^ Allude qui al suo protettore e mecenate Bartolomiueo Vitturi. 



GASPARE GOZZI. 303 

E ricchezza sicura. Io di to parlo, 

Uif?ido sasso, in cui scolpito è il nomo 

Infelice de' miei. Te sol rimiro 

Con fiso sguardo ; e desioso piango, 

Che per me tu non t'apri. Oh padre, oh padre 

Qui ten giaci quieto, e non soccorri 

Il desolato figlio, e non lo vedi 

Coni' ei s' allligge e si martira i oh hi-accia 

Paterne, a me v'aprite e m'accogliete 

Altìn tra voi; che tal quiete è a tempo.* 

Qual durezza di vita! Ov' è chi ciancia 

Che sì fragile e hreve è il viver nostro? 

Poco non dura, se fra tanti mali 

Ostinato si serba. E non so come 

Alma possa stanziar, dove la strazj 

Chiovo, spina, tanaglia, e orrihil hamma. 

Mecenate, da Dio dato a 1' etade 
Nostra ; che più dirò ? Perchè narrarti 
Che questa penna e l'intelletto mio. 
Liberi nati, più volar non ponno 
Dove li invita naturale alletto? 
Non è picciolo male ad oncia ad oncia 
Metter l'alma in bilance,^ ed il cervello 
Vendere a dramme : e peggior mal è ancora, 
Ch' a minor prezzo l'anima e il cervello 

Vendansi, che di bue carne o di ciacco. 
Oh mio dolore! oh mia vergogna eternai 
l'ur, poich' altro sperar più non mi lice, 

Almen potessi non indegna, e alquanto 

Meli oscura opra far, che tragger carte 

Dal gallico idioma, o ignote o vili, 

Alla lingua d'Italia. Ho la testui'a 

Di grand' opra intrapresa. In quanti lati 

Scorre eloquenza io , dimostrar volca. 

Volgarizzando ben eletti esemp.j 

Di Latini e di Oreci. Anzi una parte 

Ho dell'opra condotta. A cui non sono 

Palesi i casi miei, par eh' io V indugi 

Oltre il dover; e tu medesmo forse 

Infingardo mi chiami, e tal mi credi. 

Ah ! si discopra il vero. Io, paziente 

Giobbe, tal nome sojl'orii molt'anni, 

Pure tacendo altrui che in vili carte 

E in ignote scritture io m'affatico 

Con sudor cotidiano ; e già son pieni 

I banchi de' librai di mille e mille 

Fogli e di carte, ammassamento enorme 

' Verrebbe, sarebbe ormai al suo tempo opportuno. 

' Come si fa di cosa di che dcbbasi trafficare e trarne lucro. 



304 SECOLO xvin. 

Di mia mano apprestato ai men gentili 
Popolari intelletti : e perciò tardo 
Sembro a' migliori clie lo ver non sanno, 
Ma che far posso? Rondine che al nido 
K a' rondinini suoi portar dee cibo, 
Non può per Tarla spaziar invano, 
dov' essa desia : però che intanto 
Le bocche vote de' figliuoli suoi. 
Dopo molto gridare e ingoiar vento, 
Sarebber chiuse, e in sepoltura il nido 
Si cambierebbe a' non possenti corpi. 

Ma che chiedi, importuno? — Io non ardisco 
Di più oltre parlar. Fra le tue lodi 
Forse non la minor sarebbe un giorno, 
Che sotto a l'ombra tua tal opra uscisse ; 
Ch' ei si dirla : Vedi cultor d' ingegni 1 
Nel giardin di Minerva egli una pianta, 
Quasi del tutto inaridita e secca. 
Si prese in cura, e con amica destra 
Sì la soccorse, che germogli verdi 
Riprodusse, e di nuovo all'aura sparse 
Rami con frutti. — Ah troppo bramo. E forse 
Vuol fortuna eh' io péra ; e non a tempo 
Son le mie preci : né giovar mi puote 
L'alma che a tanti giova, ed a me tante 
Volte giovò, sì generosa e bella. 

[Sermone XIV.) 

Virtù necessarie all' uomo di lettere. — A passo a passo 
io me ne andava camminando a piede di una certa mon- 
tagna, la quale con un erto e difficilissimo giogo parca che 
salisse fino alle stelle ; e tutto d'intorno così vestita di folti 
alberi, e qua e colà renduta scoscesa, dirupata e rotta da 
massi, da non potervi andar sopra se non con le ale. Io 
non so qual desiderio mi stimolasse di voler salire; ma mi 
parca di struggermi, e andava da ogni lato esaminando e 
spiando qualche luogo facile e qualche adito da potermi, se 
non altro, aggrappare. Quando in un certo viottolo mezzo 
coperto dalle ortiche e dalle spine, vidi sopra un greppo a 
sedere un uomo canuto con una prolissa barba, il quale te- 
nendo una sua cetra in collo, e movendo con gran prestezza 
le dita, soavemente accompagnava la voce, che proferiva 
cantando questi versi : 

Chi cerca di salire all'alto loco, 
Di qua venga ov' io sono; è questo il passo. 
Ratto andarvi non può, ma a poco a poco 
Vedrà la terra piccioletta a basso. 
L'ozio abbandoni, la lascivia, il giuoco; 
Perchè lungo è il cammino ed erto il sasso. 
In fin vedrà piaggia felice e aprica; 
Ma a gloria non si va senza fatica. 




GASPARE GOZZr. 305 

Sarà boato, se negli ultimi anni 
Della sua vita al colino i,'iuii{,'er puote. 
Molti sono i sudor, molti ^'!i affanni 
Che sostengon lo a Febo almo devoto. 
Eterna fama poi compensa i danni ; 
Kè potrà volger di celesti ruoto 
Toglior la gloria a chi sull'erto monto 
Di ghirlanda d'alloro orna sua fronte. 

Ma non s'inganni chi prendo il viaggio; 
Ei molte donne troverà tra via, 
Che incoronan di salcio, d'oppio o faggio, 
Mostrando ai viandanti cortesia. 
Conoscerà chi veramente ò saggio 
Che son Superbia, Vanità, Pazzia; 
Nò prenderà per lauro eterno e verde 
Foglia che in breve tempo il vigor perdo. 

In questa guisa cantava con dolcissima armonia il ve- 
nerando vecchione, a cui accostatomi con grande atto di 
umiltà, e temendo di sturbare la sua canzone, me gli posi 
dinanzi, quasi volessi ascoltare s'egli l'osse andato più oltre 
cantando. Ma egli, lasciato stare il suono ed il cantare, e 
voltatosi a me con benigna taccia, mi domandò chi fossi, e 
donde venissi ; ed io gli risposi : Desiderio di salire sopra 
(luesta montagna mi ha qui condotto, per modo che non mi 
parca più di poter vivere se non mi concedeva fortuna di 
fare questo viaggio: ma, poiché sono avventurato di tanto, 
che in questo luogo ti ho riti'ovato, e tu hai, a quello ch'io 
udii, gran pratica del monte, io ti prego quanto so e posso, 
che tu mi dia quegli utili avvertimenti, co' quali io mi possa 
all'alta cima condurre. Lascia, rispose il buon vecchio, ch'io 
ti vegga ; e poscia cominciò a considerare : Magro, aria 
astratta, malinconico, non molto coltivato in corpo; ' a quc- 
st'indizj tu potresti benissimo incamminarti, e mi sembri 
uomo da ciò; ma prima è da vedersi se con queste cose 
estrinseche si congiungono anche le tue operazioni. Alza la 
faccia, parlami chiaro. In che hai tu consumato il tempo 
tuo fino al presente? Da' primi anni miei, risposi, abban- 
donata ogni altra occupazione, e latto il tesoro mio di un 
calamajo e di certi pochi libri, non mi sono spiccato mai 
da essi, parendomi di godere l'ambrosia e il nettare degli 
Dei quando io posso pacirtcamente attendere agli studj. 
Quale acquisto, ripigliò il buon vecchio, facesti delle tue 
lunghe fatiche e vigilie? Acquisto? diss' io. Quanto è alle 
lettere, io non so, perchè io non ho mai fatto sopra ciò i 
calcoli miei, per timore, vedendo tanti altri ingegni antichi 
e moderni andati innanzi al mio, che mi par di essere ancora 
nel guscio;' quanto è poi ad avere e alle ricchezze, non solo 
questa vita non mi ha fruttato nulla, ma ne ho avuto di- 

* Senza soverchia cura di coltivare la propria persona. 
- Per tema che ho di essere tuttavia piccolo e debole appetto a tanti- 
altri eo. 

IV. liO 



300 SECOLO xviir. 

scapito. E questo discapito, diss'egli, come ti è doluto? Se 
io, dissi, avessi a vivere eterno su la terra, io ti confesso 
che ne avrei un profondo rammarico; ma, avendo io fino 
al presente passato più che la metà delia vita, e vedendo 
che poco andrà eh' io sarò uscito di ogni impaccio, mi vo 
confortando con la brevità del tempo avvenire, e me ne 
curo poco. Tu hai, ripigliò il vecchio, quel ramo di pazzia, 
eh' è surfìciente a poter andare allo insù di questo monte, 
e sappi che questo è uno de' bei principj da sperare di 
giungere alla cima. Oh ! se tu avessi forza d* ingegno cor- 
rispondente a ciò, io ti prometto che tu saresti nato eterno. 
Imperciocché io ti potrei noverare che tutti coloro, i quali 
giunsero ad avere la ghirlanda dell' alloro dalle mani di 
Apollo, come io poco fa dissi nella mia canzone, incomin- 
ciarono dall'abbandonare ogni desiderio di mondano bene, 
e ogni modo di vivere parve loro buono, purché tirassero 
innanzi come potevano la vita. Io medesimo fui uno di quelli. 
chiunque tu ti sia, che sei qui giunto, sappi che io sono 
colui che cantai l' ira d'Achille e gli errori di Ulisse ; tu dèi 
sapere chi sono. Udendo che quegli, al quale io favellava, 
era il divino Omero, incominciai a tremare a nervo a nervo, 
la voce mi si arrestava nella gola, e dall' un lato la curio- 
sità mi spronava a mirarlo bene in faccia, mentre che dal- 
l' altro il rispetto mi sforzava ad abbassare gli occhi. Pur 
finalmente ripigliando gli smarriti spiriti, gli chiesi scusa 
se non l'avea conosciuto prima; imperciocché, avendo io 
udito a dire eh' egli era stato cieco, non avrei potuto mai 
imaginarmi eh' egli fosse quel desso, dappoiché io lo vedea 
ora con due occhi risplendenti, e molto più di quello che si 
richiedesse ad un' età cotanto avanzata. Io fui cieco, mi 
rispose, è vero; ma tu dèi però sapere che non fui cosi 
per tutto il corso della mia vita ; di che ti narrerò una 
storia, che non avrai forse udita giammai, come quella che 
non fu saputa da uomo veruno. 

Io fui negli anni della mia fanciullezza cieco, ed essendo 
dalla povertà consumato, vissi delle limosine, che mi faceano 
j greci di città in città, cantando io nelle piazze diverse 
canzoni da me composte in lode di quelle genti, che stavano 
intorno ad udirmi. Questa mia cetera, che porto ancora al 
collo, una buona voce ed un incendio di passioni, che mi arde- 
vano nel petto, aggiunte ad un ingegno subitane e perspi- 
cace, mi rendevano uno squisito poeta; maravigliandosi ogni 
uomo che senza luce degli occhi potessi tanto sapere. Ma 
non essendo io. sviato dalla varietà degli oggetti, ch'entrano 
a sturbare l'intelletto per gli occhi, passava il mio tempo in 
continue meditazioni; e vivendo nelle pubbliche vie, negli 
alberghi pubblici e qua e colà per le botteghe, ebbi occasione 
di udire a favellare ogni genere di genti, le quali di varie 
cose ragionando gittavano nella mia mente quelle sementi, 
che con la meditazione poi germogliavano, e facevano frutto. 



GASPARE GOZZI. 307 

Non ti potrei dire qual concetto avessi in me formato però 
degli uomini; perchè, non vedendo punto le loro opei-azioni, 
ed in elVetto essendo da quelli sostenuto con le ìdv^ìwzze, 
che mi usavano, diceva fra me: Oh che buona, anzi divina 
pasta sono costoro! Vedi con quanto amore e con quale beni- 
gnità mi prestano nelle mie occorrenze assistenza! Ma co- 
nobbi tìnalmente che tutto ciò facevano per le canzoni, ch'io 
cantava in lode loro. Imperciocché, essendo io giunto un 
giorno al tempio di Esculapio, e fatto quivi una cordiale 
preghiera acciocché egli mi facesse grazia di concedere agli 
occhi miei quella luce, che non aveano avuta mai, udì le 
mie preghiere il pietoso nume, ed ebbi per la prima volta 
la vista. Oh non avessi mai pregato il cielo di favore si 
fatto ! Che, non sì tosto ebbi ricevuta la facoltà di vedere, 
conobbi a poco a poco quello che non avea saputo giammai ; 
e quegli uomini, ch'io avrei prima giurato che fossero tanti 
mansueti agnelli, compresi che erano lupi, tigi'i e lioni, che 
si mangiavano le carni del corpo l'uno con l'altro. Quello 
fu il punto, che non mi lasciò più aver bene, perchè mosso 
da compassione del mio prossimo, incominciai, secondo che 
vedeva certe male operazioni, a volere ammonire ora questo, 
ora quello, e, credendomi di far bene, a cantar per le vie 
qualche buon pezzo di morale; onde mi avvenne il contrario 
di quel che credea. Tutti mi voltavano le spalle, e vi erano 
di quelli che dicevano mille mali del fatto mio, e altri, non 
contenti di ciò, me lo dicevano in faccia, e vi furono alcuni, 
che mi discacciarono dal paese loro; tanto eh' io fui obbli- 
gato ad andarmene ramingo ora in questo luogo ed ora in 
quello, quasi senza più saper dove ricoverarmi. Giunto final- 
mente a questo luogo, dove al presente mi vedi, posimi per 
istracco a sedere sopra questo sasso, considerando fra me 
quello che dovessi fare, parte sdegnato contro alla perver- 
sità delle genti, e parte volonteroso di ricondurle, per quanto 
a me era conceduto, al cammino della verità e ad un umano 
costume. Allora dall'alto di questa montagna udii un'altis- 
sima voce, che a sé mi chiamò, e mi disse : Omero, la tua 
buona intenzione è veduta e commendata dagl'Iddii, ai quali 
sei caro. Incomincia il tuo cammino, e non temere di nulla; 
che la maldicenza non ti potrà punto nuocere, e si disper- 
derà da' venti, che seco portano le cose leggiere. S' egli ti 
dà l'animo di vivere con parsimonia e di non curarti punto 
di agj e di abbondanza di corporei beni, avrai quassù, dove 
io sono, immortalità di nome, e sarai maraviglia di quanti 
dopo di te verranno. Questa magnitìca promessa mi empiè 
tutto l'animo di sé; e promisi alla sconosciuta voce di fare 
ogni suo volere, dimenticandomi di tutte le cose terrene; 
e incontanente vidi un luminoso raggio, che mi dimostrava 
il cammino a salire. Con tutto che io avessi l' invisibile ajuto 
degr Iddìi, non ti potrei dire a mezzo quanto fu il mio su- 
dore e lo stento prima che pervenissi alla pommità della 



308 SECOLO XVIII. 

montagna; ma finalmente, superato ogni ostacolo, a capo 
(li parecchi anni mi trovai su la cima di quella. Io non ti 
narrerò le accoglienze che n' ebbi, né i bene armonizzati 
suoni e i balli delle leggiadre Muse, che costassù alber- 
gano, ma solo ti dirò ch'egli mi parve di essere divenuto 
altr'uomo da quello ch'io era prima; i pensieri miei si fe- 
cero più vigorosi e più maschi, la voce più gagliarda, e 
questa mia cetera, tócca da me costassù, parca un incan- 
tesimo a me stesso. Quivi appresi ogni bella dottrina alla 
sua fonte, e nelle selve abitate dalle deità mi venne voglia 
un giorno di domandare ad una delle Muse, che mi dicesse 
« lo sdegno orrendo del Pelide Achille, che diede infiniti tra- 
vagli agli Achivi, e mandò molte generose vite di eroi a 
Pluto prima del tempo, e gli fece preda a' cani e agli uccelli 
del cielo. » Al che ella rispose, « che questo era stato vo- 
lere di Giove. » E così dicendo mi empiè il capo di tante 
imagini e di tanti pensieri, eh' ebbi materia da riempiere 
ventiquattro libri ; nei quali feci vedere gli effetti delle 
umane passioni, lodai la virtù, dimostrai i segreti delle 
deità, la nobiltà del valore, il potere dell' eloquenza e tante 
altre cose, che a me medesimo parve impossibile di averne 
tante sapute, e certo io non le sapea, se non fossi stato dal 
cielo ispirato. Anzi per non riuscire spiacevole agli uomini, 
cantai di coloro ch'erano già morti, acciocché le mie lodi 
non si acquistassero la taccia di adulazione e i biasimi di 
satira, ma nelle persone già uscite di vita si vedesse uno 
specchio delle virtù e de' vizj che vivono, senza insuper- 
birsi o sdegnarsi di quello che si legge, perchè non toccando 
punto il leggitore, nascesse in lui semplicemente l'amore 
alla virtù e l'abborrimento del vizio. Né parendomi ancora 
di aver fatto tutto quel bene, che avrei potuto fare, termi- 
nato eh' ebbi la Iliade posi mano a raccontare gli errori di 
Ulisse e i varj casi e pericoli, ne' quali egli era incorso, per 
far conoscere in qual forma si dovessero gli uomini dipor- 
tare ne' male avventurati punti della vita loro, e provare 
che la sofferenza è il superlativo rimedio di ogni cosa. Quando 
io ebbi terminate queste due opere, fui dalle ]\Iuse accettato 
nella compagnia loro per sempre, e mi fu dato l' uffizio di 
guidar quassù coloro, che fossero amanti della sommità di 
questa montagna. E quanti, diss' io, sono in qua passati dap- 
poiché tu ci se', Omero? Pochi, rispose ; ma non mi fare 
entrare in questa briga, perchè sarebbe una lunga inteme- 
rata* a dire le ragioni, per le quali così picciol numero è 
privilegiato. Oltre di che mi viene anche fatta da Apollo 
proibizione di palesare questo segreto, prendendosi egli 
spasso nel vedere continuamente un gran numero di per- 
sone, le quali si credono di essere in su la cima, e si di- 
guazzano colà fra le pozzanghere di quella valle, chiamando 

* Filastrocca, e dicesi dei discorsi lunghi. 



I 



I 



GASPARE GOZZI. 309 

anitre e oche i candidissimi cij^ni, che nuotano nelle puris- 
sime onde del rermèsso ; di c!ie Apollo si la spettacolo o 
commedia, e non vuole che gli infangati ricevano di ciò av- 
viso veruno, ma si stiano a guisa di mignatte e di tinche 
nel loro pantano, stimando di batter lo ale per l'immenso 
circuito dell' Olimpo. ISla non ne ragioniamo più, e dimmi 
se vuoi dar principio al tuo viaggio. Ben sai che io mi 
struggo di voglia, rispos' io. E già lo pregava ch'egli mi 
andasse innanzi, e mi parca di vedere.... Madie? Le mat- 
tutine voci de' venditori di frasche e ciarpe, altamente gri- 
dando per la via, mi destarono, e non vidi più nò Onieio 
né la montagna, ma mi trovai nel letto con lo stampatore 
all' uscio, che mi sollecitava per avere il foglio. — (Dall'Oó- 
servatore veneto, ed. Spagni, pag. 303 e segg.) 

La gloria umana, Dialogo. — Alessandro Magno. Egli è bene 
il vero che, se io avessi potuto vivere più a lungo nel mondo, 
avrei accresciuta la mia fama, e sarei trascorso dall' un capo 
all'altro della terra con l'esercito mio, abbattendo città e sog- 
giogando nazioni ; di che avrei avuto maggior gloria che qua- 
liintiue altro re della terra. Ma che s' ha a fare? Quel gran 
cuore, eh' io ebbi nell' assalire città e nelT attaccare eserciti, 
egli è bene che lo porti meco anche in questo bujo della se- 
conda vita. Io non era però immortale. Quanto è alla favola 
dell'essere ligliuolo di Giove, basta ch'io la dessi ad inten- 
dere a' soldati miei, acciocché si animassero nelle zufle, e a 
(pie' golii popoli, contro a' quali io movea l'armi, acciocché 
riputando d' avere a contrastare con la prole del sommo 
Giove, venissero sbigottiti e con le mani mozze dallo spa- 
vento ad azzuffarsi meco. Quello che mi duole si é, ch'es- 
sendo accostumato Alessandro ad avere un gi'ande accompa- 
gnamento intorno e una calca di condottieri d'armi, d'amici, 
(li servi, di schiavi, egli sia ora stato gittate sopra questa 
riva da Caronte, nudo e solo, tanto ch'io non vegga alcuno 
(la potergli chieiJere la via ; e qui é un' aria cosi grassa e 
nuvolosa, che non so da qual parte debba andare. 

Diogene. Alessandro. 

Alessandro. Chi mi chiama? 

Biogene. Colui che, standosi una volta nella botte a suo 
grandissimo agio, ti domandò che non gli togliessi quello 
che non gli potevi dare. Vedi tu ora s'io ti diceva il vero? 
Qui non c'è sole, e tutta la possanza tua non ce ne potrebbe 
far entrare un raggio. 

Alessandro. Tu sei dunque Diogene? Oh quanto m' è caro 
il rivederti! Io ti giuro che, quando mi partii da te, tanto 
mi piacque la sapienza tua, che dissi a coloro che meco erano, 
che, da Alessandro in fuori, io avrei voluto essere Diogei:©.. 

Diogene. E io non avrei voluto essere altri che cuhjìjIì! 
ch'io ei'a, perchè sapeva che tanto era infine l'essere Dio»' 
gene, quanto Alessandro. Vedi tu questi luoghi? Qui £Ce::.;Iò 



I 



310 SECOLO XVIII. 

ogni uomo; e tanto gli è Tessere stato con un robone reale 
intorno e con lo scettro in mimo, (jujinto con un mantelletto 
logoro e con un bastoncello. Ad ogni modo, e tu ed io ab- 
biamo lasciato costassù ogni cosa; tu la grandezza e son- 
tuosità dnlJe tue ricamate vesti, ed io il mio rappezzato 
mantello. Non abbiamo più cencio clie ci copra; il che non 
pare a me strano, essendo stato al mondo più vicino alla 
nudità di quello che tu fossi tu, il quale, non contento de'tuoi 
vestiti alla greca, ti volesti anche coprire il corpo all' usanza 
di que" paesi, ne' quali entravi vittorioso. 

Alessandro. Diogene, io avrei però creduto che ad Ales- 
sandro anche uscito del mondo s'avesse a favellare con mi- 
glior garbo. Non ho lasciato costassù cosi poca fama delle 
opere mie, che non se n' abbia a sapere qualche cosa fra 
queste tenebre. 

Diogene. Ben sai che si, che la fama tua deve essere 
giunta in questi luoghi. Tu hai con lo sterminio delle tue 
battaglie fatte fioccare tante anime su questa riva, eh' io ti 
so dire che il nome tuo risuona da ogni lato. Non vi ha can- 
tuccio in tutte queste contrade, dove tu non sia altamente 
commendato dell' avere spiccati i giovanetti figliuoli dalle 
braccia de' padri, e lasciati quegli infelici vecchi privi del 
sussidio della gioventù, che dovea loro giovare; sei messo 
in cielo da' mariti, a' quali convenne lasciar le mogli sposate 
di fresco in mano de' tuoi soldati; benedetto da' tuoi soldati 
medesimi, che per servire alla tua albagia sono discesi 
quaggiù neir età loro più verde e fiorita. 

Alessandro. Quasi quasi a questo modo io crederei di 
non poter aver conversazione con ombra veruna. Dovrò io 
dunque stare cosi da me solo a guisa d' un arrabbiato, e fug- 
gito da ognuno? 

Biogene. Di questo non dubitare. Ci sono rigide leggi di 
Radamanto, le quali vietano al tutto di fare vendetta. Anzi 
voglio che tu sappia che, quando uno è uscito di vita, i suoi 
più sfidati nemici gli perdonano ogni cosa, e non si ragiona 
più di quanto è stato al mondo. Sicché vieni pure sicura- 
mente, che tu sarai il ben veduto, quando io dirò loro chi 
tu sei, e verrai conosciuto. Che hai tu? Perchè taci? A che 
pensi così attonito e uscito quasi di te medesimo? 

Alessandro. Come? Avrò io dunque bisogno per essere 
conosciuto dagli amici o da' nemici miei che tu dica loro chi 
io sono, e che tu mi faccia loro conoscere? Sarebbe mai 
anche ignoto Alessandro in queste contrade? 

Biogene. Se tu non ti fossi nominato da te medesimo da 
principio, credi tu che Diogene t' avrebbe ratìSgurato ? Buono 
per mia fé ! E che sì, che tu credi di avere ancora quel viso 
che avevi al mondo? E, se tu pensi d'essere riconosciuto 
per monarca, io vorrei che tu considerassi in qual modo e 
a quali insegne si possa conoscere qual fosse la dignità di 
un uomo, che non ha neppure la camicia indosso. Hai tu la 



GASPARE GOZZI. 311 

corona? Hai tu lo scettro? Qiial differenza è ora da te ad 
ogni altro uomo del mondo? Se non di' che tu se' Alessandro, 
che tu eri il re de' Macedoni, chi l'ha a indovinare? 

Alessandro. Misero me ! Sono io dunque cotanto trasfi- 
gurato da quello che soleva essere? Ma s'io non ho quella 
prima faccia, se qui sono disceso senza le mie insegne di re, 
e egli però possibile che, non conoscendomi alcuno per Ales- 
sandro, non si avvegga almeno ch'io fui uomo daiiualche cosa? 

Diof/ene. Quanto è poi a questo, tu sarai riconosciuto 
secondo quello che comprenderanno l'ombre dal tuo i-agio- 
nare. Kpperò abbi cervello, e ragiona da uomo ; perchè cosi 
al primo si giudicherà di te secondo quello che t' uscirà della 
lingua. Sai tu che ti potrebbero uscire parole, che così nudo, 
benché fossi Alessandro Magno, potresti essere creduto un 
villano, un portatore di pesi a prezzo, un ladrone, o cos' al- 
tra somigliante? 

Alessandro. Diogene, tu hai perduta la vita, ma non 
l'usanza tua. Ora m'avveggo io che tu mi dai ad intendere 
una cosa impossibile, per aver campo d'esercitare la tua 
maldicenza ed essere in questi luoghi quel medesimo cane, 
che andava mordendo ogni uomo sopra la terra. 

Diof/ene. Non la crederesti già tu cosa impossibile, se 
non fossi ancora gonfiato i polmoni da quel vento d'amore 
di te medesimo, che ti sollìò nel corpo quel tuo gran mae- 
stro delle adulazioni, Aristotile. Ma odi me : se tu non pre- 
sti fede al mio ragionare, voglio che tu ti chiarisca da te 
medesimo. Io ho poco fa lasciato Dario a ragionamento con 
un pecorajo. Vien meco. Io voglio che, appiattati dietro ad 
un cespuglio, stiamo ad udire quello di che favellano. Quando 
avrai udito, dimmi tu : Questi è Dario, e quegli è il peco- 
rajo. Ne lascio l'impaccio a te, dappoiché tu hai tanto acuto 
discernimento. 

Alessandro. Della buonavoglia!^ Non potrebb' essere che 
i sentimenti del pecorajo avessero in sé la grandezza di quelli 
d'un re, o che quelli del tq fossero vili come quelli d'un 
pecorajo. Andiamo. 

Diogene. Non importano le parole, dov'è vicina la spe- 
rienza. A' latti. Quanto c'è di buono, si è che l'ombre non 
indugiano troppo a camminare per la loro leggerezza. Ec- 
coci. Appiattati dietro a questo macchione. Vedi tu? L'uno 
ò Dario, e l'altro il pecorajo. Esaminagli prima bene, e dimmi 
se tu sai stabilire a veduta (lual di essi sia il re e quale il 
custode delle pecore. 

Alessandro. A dirti il vero, io non so fare questa distin- 
zione. Ninno d'essi ha panni intorno; né veggo negli aspetti 
loro segno veruno che me ne avvisi. 

Diogene. Zitto dunque, e ascolta. 

Pecorajo. Non è cos'i gran cosa il signoreggiare i popoli, 

• Più comunemente di buona vofjUa: orsù. 



312 SECOLO XVIII. 

credimi, quale tu di' eli" olla è. Io non saprei teco meglio 
esprimere la mia intenzione, che dipingendoti innanzi agli 
occhi un branco di pecore. Se tu imagini che le genti sieno 
quasi le tue pecorelle, eccole sotto ad un governo felice. 
Incontanente tu avrai cura di custodirle per modo, che i 
lupi non le trafughino, che i ladroni non tendano ad esse 
insidie; con grandissima cautela le condurrai poco da lungi 
dall'ovile ; tutte tutte le conoscerai, tutte le avrai care. Le 
guiderai per le vie più sicure e fuori d'ogni pericolo; ren- 
derai pieghevoli alla tua voce i cani, sicché, quasi secondi 
pastori, ubbidiscano a' comandamenti tuoi. Pensa, e vedrai 
che in questa imagine io ho spiegato in breve quello che 
debba essere un buon pastore di popolo. 

Bario. Bene. Ma tu, a quanto mi pare, vorresti che gli 
nomi fossero vóti d'ogni pensiero di sé medesimi. È egli 
mai possibile che in tanta grandezza non pensino a pren- 
dersi ogni sollazzo? Egli è però un bel che, quel vedersi a 
nuotare, per così dire, nell'oro, essere attorniati da una 
schiera di femmine, far laute cene, tracannare in tazzoni 
d'oro e d'argento; quando un povero guardiano di capre 
appena ha di che cavarsi la più menoma vogliuzza, e a 
stento ritrova di che vivere, ed ha sempre a pensare e a 
storiare per mantenere un branco di bestie. 

Diogene. Hai tu udito, Alessandro? Che ti pare? Gli hai 
tu conosciuti? 

Alessandro. Ben sai che si. Non udisti tu come quel 
primo, avendo a fare con un pecorajo, seppe ingegnosamente 
accomodarsi alla sua intelligenza, e con la comparazione 
delle pecore descrivergli molto bene la forma del reggere 
i popoli? All'incontro l'altro, il quale, vivendo in una po- 
vera vita, non ha mai potuto cavarsi una voglia, ripieno 
ancora di tutte quelle che avea quando era su nel mondo, 
non ha altro pensiero che le riccliezze ed i passatempi. Il 
jjrimo è Dario, il secondo è il pecorajo. 

Diogene. Dario ! 

Dario. Chi è di qua, che mi chiama? 

Alessandro. Ohi oh! maraviglia eh' è questa! Quel primo 
fu il pecorajo. 

Diogene. Non è già maraviglia a chi é accostumato a s'i 
fatte usanze. Vieni, eh' io non ho ora voglia d' entrar qui in 
altri ragionamenti. A me basta che tu abbia fino al presente 
potuto comprendere che, deposti i vestiti ricchi e risplen- 
denti, è difficile che l'uomo si faccia altrui conoscere per 
quello che egli era manifesto al mondo. Ma sta', sta', ch'io 
odo a parlare di qua. Udiamo. 

Un Poeta. chete ombre e felici, in voi ritrovo 
Quel ben, che innanzi a me, dov' era luce, 
Metteva l'ale, e mi sparìa dagli occhi. 
Non ha qui alcun del mio più vago aspetto, 
Né per felicità d'oro o di stato 



GASPARE GOZZI. 313 

Ila più di me clii innanzi a lui s' inchini. 
Oh eterna bilancia delia Morte, 
Che tutti eguagli ! Kd io misero e cieco 
Pur tremar mi sentia lo vene e i polsi 
Sol quando udiva a ricordar tuo nome. 
Ora, signor di questo spazio immenso, 
Dove m'aggrada più, volgo i miei passi, 
E solo a me ritrovo ombre simili. 
Ben era il ver che l'u mia vita un nodo 
Di nervi e d'ossa, onde ristretto e avvinto 
In career giacqui ; e tu che mi sciogliesti, 
Estremo dì, mia libertà mi désti. 
Biogene. Chi ti pare che sia costui ? 
Alessandro. A me pare che sia un poeta. 
Diogene. E non t'inganni. Eppure, tu vedi, egli se ne va 
nudo, come tutte le altre ombre. Ma io voglio che tu sap- 
])ia appunto essere questa di (ina la diflerenza che passa 
Ira tutte l'altre condizioni degli uomini e (luella che in sua 
vita attese alle scienze, alle buone arti. Quantunque tu vegga 
così fatte ombre andarsene senza panni indosso, né buoni 
nò tristi, appena tu le avrai udite a favellare, tu conoscerai 
benissimo qual fosse la loro professione; e, se non saprai 
particolarmente i nomi, si intenderai, al primo aprire di 
bocca che laranno, qual d'essi su la terra i nobilissimi 
studj della lìlosolia nella sua mente ricevesse, quale delle 
passate azioni degli uomini la memoria si riompiesse, chi 
di eloquenza si fornisse, e in somma chi l'una parte o chi 
l'altra dei doni delle santissime Muse eleggesse per guer- 
nii'sene l' intelletto. Il che non avviene delle altre ombre, 
che quaggiù discendono, le quali prima d'essere note, quan- 
tuncjue sieno state al mondo celebrate, debbono palesare il 
nomo, il casato e dire tutt' i fatti loro. 

Alessandro. Diogene, io mi ti confesso molto obbligato, 
che, essendo io venuto in un paese nuovo, tu sia stato il 
primo ad avvisarmi delle sue costumanze. Tu mi scacciasti 
dinanzi a te nel mondo; ma, io ti prego, non ispiccarti mai, 
in questo, dal mio lato. 

Biogene. Volentieri. Andiamo, eh' io ti faccia conoscere 
all'altre ombre, acciocché tu possa avere conversazione. — 
{DixìV Osservatore veneto, ed. Spagni, pag. 524 e segg.) 

Dante e il suo Poema. 

Dialogo, 
fi Doni. Virgilio I 
Virgilio. Antonfrancesco ! 

Il Doni. Tu ci fai di queste beffe! mandi su la terra le 
censure,* le fai stampare, e non ci dici nulla? 

* Lo censure alle Lettere di Vinjilio agli Arcadi scritte dal Bettinelli 
contro Dante. 



314 SECOLO XVIII. 

Virgilio. Hai tu letto? Tu hai dunque letto eh? 

Il boni. Sì, e con molta diligenza. 

Virgilio. Se tu hai letto, non potrai credere eh' io sia 
stato autore di questi fogli. 

Il Boni. Io ci veggo in fronte il tuo nome, non ne vo- 
glio saper altro. 

Virgilio. Se io non fossi pacifico, tu mi faresti diventare 
un aspide. Si può dare fortunaccia somigliante alla mia? 
Quando era vivo, vi furono di quelli che davano fuori i miei 
versi per frutti del loro capo, e si facevano onore del mio ; 
e, ora che son morto, mi appiccano composizioni, eh' io non 
ho mai sognato di farle, e mi fanno quell'onore che vedi. 

Il Boni. Non è forse onore V esser critico ? 

Virgilio. Si, quando la critica è scritta dopo un diligente 
esame; ma, quando si censura per dir male solamente, non 
si dà lume alle arti, e si acquista nome di satirico. 

Il Boni. Siedi qui meco. 

Virgilio. Volentieri. 

Il Boni. Ombra benedetta, se tu non fossi e io non fossi 
ombra, io ti abbraccerei e ti bacerei. Sappi eh' io fui sem- 
pre di parere che tu non avessi mano in quella satira, e 
n'ebbi questa persuasione a' primi fogli da me letti. Io non 
ci vidi quel pie di piombo, col quale andò sempre Virgilio. 

Virgilio. Ti ringrazio. Tu di' il vero. Quando vedi una 
censura fatta con una filza di opposizioni tutte ad un fiato, 
con un certo che di capriccioso, dove la facezia e l'ironia 
tenga luogo di ragioni, puoi dire in buona coscienza ch'essa 
non viene da quell'arte, che cerca d'illuminare le persone, 
ma da capriccio o da voglia di scherzare, per non dire 
altro. Qual componimento poetico di qualunque tu voglia 
più celebrato scrittore non si potrebbe mettere in burla 
con questo metodo? In questa forma, per non dire di altro 
poema, che sarebbe Y Iliade? Che altro è dessa, fuor che 
un poema di due re di scacchi, che vanno in collera l'uno 
contro l'altro per conto di una schiava? E l'uno di essi per 
così grave cagione si ostina a non voler combattere, e piange 
come un fanciullo più volte. Finalmente per far la vendetta 
di un suo amico stato ammazzato, uccide un uomo, che com- 
batte seco tremando. In esso poema poi vi entra un vecchio, 
che parla come le cicale, un certo gobbuzzo e guercio e 
zoppo da un piede, col capo aguzzo e calvo, bastonato come 
un tappeto; e i più bei paragoni son tratti dalle mosche. 
Ti pare che sia però così fatta V Iliade, Doni mio, se tu la 
leggi ? 

Il Boni. Non a me ; che anzi si vede eh' essa è l' opera 
appunto, come disse Dante, 

Di quel signor dell' altissimo canto. 

Io non ho però veduto che di Dante in quelle carte si parli 
in tal guisa. 



Jl 



GASPARE GOZZI. 315 

Virgilio. Come no? Vedi qua come tutto vi si biasima 
ad un tratto. - Si cliiama Divina Cotnmedin per derisione ; 
prendo la noja a leg^^erla. Il poeta ha fatto male a faro un 
poema dell'Inferno, del Purgatorio e del Paradiso. Ha di- 
viso il poema in parti ripugnanti e lontane. Ha fatto venir 
Beatrice a cercarlo, Beatrice, la quale era stata chiamata 
da Lucia, che sedeva, non si sa dove, con la bella Rachele. 
Oh, un poema in foglio, e bisognoso ad ogni verso di tradu- 
zione e spiegazione, d'allegoria, eccetera! — Credi tu però, 
che sì fatta censura, cos'i nuda di ragioni, basti ad iscaval- 
lare un poema per tanti anni ricevuto e ammirato? 

FI Doni. Non io, non lo credo; e, quanto a me, penso 
elle si fatto censurare sia da conversazione, e faccia onore 
in una bottega o in qualche cerchio d'ingegnetti, fra i quali 
lo scherzare e il motteggiare con una certa vivacità, che 
frizzi, basta a persuadere. Io però saprei come rispondere 
a tutta questa censura in poche parole. 

Virgilio. In poche parole no ; perchè il dir male lia 
questo vantaggio, eh' ò penetrativo e in breve è creduto, 
benché sia detto per dritto e per traverso; ma chi vuol 
difendere dalle imputazioni è necessitato a spendere molte 
parole e la canna dei polmoni, prima che gli si presti fede. 
Versa un po' d'olio sopra un panno, eccoti la macchia in 
un batter d'occhio; ma se tu vuoi cacciamela di là, ti va 
terra, fatica e sole, e ancora il panno ti resta adombrato. 
Tu sai quel che disse Pindaro, che a rovinare una cittìi è 
sullìciente un uomo anche debole ; ma a rifarla ci vuole un 
gran tempo e la mano di Dio. 

Il Doni. Poiché il censore non adduce altre ragioni, fuor 
quelle che abbiamo udito, quando egli avesse terminato di 
parlare, comincerei dall'altro lato. — Oh com'è dolce e sa- 
porita cosa il leggere il poema di Dante, che veramente Di- 
viìia Commedia si può chiamare! Oh invenzione maravi- 
gliosa e da cervello maschio, un poema dell' Inferno, del 
Purgatorio e del Paradiso! Sì potea egli meglio cominciare 
che Ungendosi addormentato in quella selva di errori ? E 
quella lonza, lione e lupa! si potea egli trovare più bella 
allegoria? Bellissimo ingegno a ridurre ad un filo cos'i unito, 
parti fra sé cos'i ripugnanti e lontane. E quella Beatrice e 
Lucia e Rachele, quando si ha pratica della nostra religione 
e delle scritture degli antichi Padri della Chiesa, si poteano 
adattar meglio? Se il poema é in foglio, trovasi anclie in 
quarto, in ottavo e in dodici. Le traduzioni e spiegazioni 
non sono necessarie al poema, ma a chi non ha conoscenza 
di un linguaggio, che si usava ora fa trecent'anni, e della 
storia di que' tempi, e le interpretazioni delle allegorie ab- 
bisognano, perchè il poema è allegorico, avendo sempre 
Dante fatto professione e detto egli medesimo di avere 
scritto allegoricamente. — Questa è la risposta mia, la quale 
io so bene altro non essere che un carro di ciance ; ma è 



310 SECOLO XVIII. 

forse altra cosa l'opposizione! A chi non adduce ragioni 
del suo censurare mi parrebbe di avere risposto abbastanza. 

Yirgilio. Doni mio, non basta. Tu sai il tuo proverbio: 
Chi ode non disode poi. Quando la censura ha messo nel 
cuore degli ascoltanti quanto è largo un dito di radice, 
fa' conto che trova un fondo fruttifero, e che vi fa una ga- 
gliarda prova, e si allarga subitamente; tanto che per isra- 
dicare quell'opinione si dee adoperare le mani e appuntare 
i piedi. Come mai potresti tu rispondere in poche parole, 
per esempio, laddove il censore ti dice&se che quello non 
è il vero Inferno, ne il Purgatorio, nò il Paradiso, con queste 
poche parole; vedi qua alle carte dieci: « Oh che dannate 
e purganti e beate anime son quelle! e in qual Inferno, in 
qual Purgatorio, in qual Paradiso son collocate!... Tutti poi, 
quanti sono, ciarlieri e loquacissimi di mezzo ai tormenti o 
alla beatitudine, e non mai stanchi di raccontare le loro 
strane avventure, in risolvere dubbj teologici o in domandar 
novelle di mille Toscani loro amici o nemici, e che so io ! » 

Il Doni. A' poeti, direi, è lecito di fingere molte cose, 
quando non si partano dal verisimile. Oh ! non vi sono stati 
di quelli, che hanno detto che una parte di persone hanno 
il loro purgatorio a questo mondo? e pure non furono 
poeti. Ed egli mi ricorda eh' io lessi già in un picciolo li- 
bricciuolo assai raro, intitolato Apoftemnii degli Ebrei e 
degli Arabi, un parere di quegli antichi dottori in legge, ed 
è questo, che tre sorte di persone non anderanno nel fuoco 
del Purgatorio : prima le persone, che vivono nel mondo a 
stento, e hanno sempre a' fianchi la necessità e la fame ; in 
secondo, coloro che hanno pubblici ufficj ; e in terzo luogo 
i mal maritati. Chi ha bisogno, diceva queir autore, ha un 
fuoco addosso, che cuoce, purga e netta ogni ruggine, che 
tu avessi intorno, d'iniquità : quelli, che hanno pubblici uf- 
ficj, hanno tanto a soflferire dalle lingue e dalla malignità 
altrui, che si purgano di ogni macula, se hanno pazienza 
di sofferire ; e i mal maritati hanno anch'essi il fuoco alle 
calcagna continuo. Il trovato di Dante sarà simile a questo ; 
io non ne voglio cercar altro. 

Virgilio. A un di presso tu hai tócco il segno cosi scher- 
zando, che Dante volesse intendere de' mali e de' beni, che 
hanno gli uomini su la terra, e non in questo mondo di qua. ^la 
non voglio però che tu risponda con ischerzi in una materia 
di cotanta importanza. Vuoi tu sapere il pensiero di Dante ? 

Il Boni. Io r avrei caro quanto si potesse avere ogni al- 
tra cosa. 

Yirgilio. Sta' ad udir me. Il censore biasima prima che 
quell'Inferno non sia Inferno, quel Purgatorio non sia Pur- 
gatorio, e quel Paradiso non sia Paradiso. E qui sono io 
del suo parere ; ma ti dico io bene che allegoricamente 
quello è lo stato de' viziosi ostinati, di quelli che si emen- 
dano, e de' giusti su la terra. 




GASPARE GOZZI. 317 

Il Doni. Oh allegoricamente ! dii\à il censore. Ecco di 
que' miracoli, che i glossatori trovano in Dante ; ecco i sogni 
di coloro, che lo vogliono esaltare ! 

Virgilio. Se quello scrittore ha detto sempre che le opere 
sue hanno più sensi, uno letterale e uno allegorico, perchè 
saranno invenzioni e sogni d' altrui interpretarlo secondo la 
sua volontà^ e s'egli mai lo disse di verun' altra cosa sua, 
r alYermò pure di questa sua Coniìnedia. Tu sai bene eh' egli 
dedicò quella parte di essa, che Paradiso è intitolata, a Can 
(Jrande della Scala, e che, dopo avergli detto diverse parole 
intorno alla sua Commedia, gli dichiara eh' è moltisensa, 
cioè di più sensi, e che secondo il litterale, preso semplice- 
mente, s' intende lo stato delle anime dopo la morte, ma 
che a raccogliere il senso allegorico il poeta tratta del- 
rinferno del mondo, in cui gli uomini, come pellegrini, me- 
ritano bene o male. A ([uesto modo dunque il censore non 
mi può negare ch'io possa interpretare il senso allegorico 
di quel poema secondo la volontà, del poeta, e dire che quei 
tre luoghi cosi descritti vogliano signilicare lo stato delle 
anime, mentre che sono nel corpo loro. 

Il Doni. Bene. Andiamo avanti. 

Xirgilio. Per dare però un buon fondamento alla sua al- 
legoria non pensare ch'egli la traesse dal suo capriccio, e 
che quelle pene infernali non abbiano un principio tratto da 
origini delle più nobili e maestose, che avesse la divina 
poesia nel mondo. 

Il Doni. Da quale poesia? 

Virgilio. Da quella de' Profeti. 

Il Doni. Ah taci, Virgilio, che il censore non vuole che 
tocchi a te il ragionare di certe cose. Non sai tu ch'egli si 
ride che tu nella Commedia di Dante parli di teologia, e 
dici ìnaladetto lupo a Pluto, che tu avevi messo in un trono, 
mentre che vivevi nel mondo? 

Virgilio. Fratel mio, dappoiché venni di qua, ho cam- 
biato parere, e non son più pagano come già fui, onde con 
ottima convenienza di costume potè farmi parlar Dante se- 
condo la sua religione ; benché di teologia, come afl'erma il 
censore. Dante non mi facesse parlare o poco, e quasi sem- 
pre io mi rimetteva a quello che gliene avrebbe detto Bea- 
trice : se ti ricordi del Canto diciottesimo del Purgatorio, 
eh' io gli dissi a proposito di una sua domanda : 

Quanto ragion qui vetìc 

Dir ti poss' io ; da indi in là t'aspetta 
Pure a Beatrice, eh' è opra di fede. 

i; COSI feci più volte. 

Il Doni. Allega dunque i Profeti quanto vuoi, che tu mi 
hai fatto capace. 

Virgilio. Dai Profeti dunque egli trasse per lo più l'ori- 
gine di quelle sue pene ; e fra gli altri te ne voglio fur 



L 



318 SECOLO XVIII. 

vedere un esempio a proposito dei golosi. « Guai a voi, o 
vigorose genti nel bere vino (dice Isaia, capo V), e uomini 
massicci a mescere ebbrezza I » E poco dopo : « Si contur- 
bano i monti, e i corpi degli uomini caduti morti da se diven- 
tarono quasi sterco nel mezzo delle piazze. » E al capo XXVIII 
contra gli stessi : « Ecco Iddio valido e forte come impeto 
di grandine ; procella che frange, come impeto di molte 
inondatrici acque sparse su la spaziosa terra. La corona di 
superbia degli ebbri d' Efraim sarà da' piedi conculcata. » 
E spesso questo gastigo lo chiama flagello inondatore. Sovra 
tal fondamento dunque posò Dante, come colui che di tali 
scritture peritissimo era, la sua invenzione. Odi come son 
trattati i golosi nel suo Inferno : 

lo sono al terzo ceixhio della piova, 
Eterna, maledetta, fredda e greve : 
Regola e qualità mai non I' è nuova. 

Grandine grossa, e acqua tinta e neve 
Per r aere tenebroso si riversa ; 
Pute la terra, che questo riceve. 

Sicché eccoti la grandine, T acqua di ogni qualità e il 
fetore del terreno; e se vai più oltre, son si fatte genti 
distese in terra, nel fango e strapazzate. E però vedi, se- 
condo il senso litterale, che tal può essere fra' morti la pu- 
nizione de' dediti alla gola, quale la dipinsero i Profeti. 

Il Doni. Bene sta ; ma vorrei che tu mi cavassi da questa 
pittura il senso allegorico dello stato, che in questo mondo 
hanno i ghiotti, perchè io veggo eh' essi vivono sempre 
lieti, e si ungono la gola benissimo ; e, se nessuno ha rubi- 
condo il viso ed è senza pensieri, sono essi. E giungivi che 
per Io più sono persone liete, facete, motteggiatrici, ben ve- 
dute per tutto, e dicono novelle, e sanno mille cose de' fatti 
degli altri. Perlo più ho veduti tutti costoro grassi, ch'erano 
una bellezza, e non so quello che abbia a fare la grandine 
e la pioggia o la neve, né quel terreno puzzolente, che hanno 
sotto, perchè gli odori delle salse non puzzano, né i vini 
della Grecia, delle Canarie e di tanti altri luoghi della terra 
offendono le narici. 

Yirgilio. Tu mi di' appunto tutto quello eli' è vizio ; e vi 
potevi anche aggiungere che cotesti tali hanno quasi sem- 
pre una nuvola nel capo, che gli fa dormire ; onde non sen- 
tono la metà delle disgrazie, e siedono volentieri su i mor- 
bidi sedili, che hanno preso il nome da Canòpo ; onde si 
stanno agiati; e altri vantaggi, che hanno per qualche tempo. 
Ma egli si deve vedere gli effetti di questo continuo trionfare, 
e là vedrai il gastigo accennato da Dante : « Oh quanti son 
mai que'mali, che nascono dalla delizia delle mense; che 
tramutano gli uomini in porci e peggiori de' porci ! Volto- 
lasi il porco nel fango, e dello sterco si nutrisce.... e fa 
pella bocca, degli occhi e delle narici fogne e cloache. Guar- 



GASPARE GOZZI. 319 

dagli dentro, vedrai anima gelata da verno e freddo, istu- 
pidita, che per lo furore della procella non può la nave 
ajutare. » 

Il Doni. Quall'altezza di stile hai tu trovata, Virgilio! 

Virgilio. Non ti ho detto cosa di mio capo ; queste sono pa- 
role di un vostro santo Padre (San Giangrisostomo, tom. VII, 
e. 582) ; il quale più volte parla del vizio della gola, e sem- 
pre con questo tòno, e dice tutti i mali dell'animo e del 
corpo, eh' essa fa, che molto somigliano alla punizione in- 
ventata da Dante. Per la qual cosa, se sono reumatici, apo- 
pletici, entìati il ventre, lividi o rossi gli occhi e pieni di 
altre magagne, tu gli darai ragione eh' egli dicesse poi : 

Urlar gli fa la pioggia come cani; 
Dell' un de' lati fanno all'altro schermo; 
Volgonsi spesso i miseri profani. 

Il Doni. A me pare che questo supplizio de' golosi sia 
pensato benissimo. E ora mi viene a memoria la spiega- 
zione, che a questo passo fa il Boccaccio nel suo Comento 
sopra Dante (Lez. XXV), che si accorda molto a quanto tu 
hai detto. Virgilio, essa è scritta assai bene. Odila. 

« Pare convenirsi che contro a loro voglia, in male e 
in pena di loro, senza levarsi giacciono in eterno distesi, 
col loro spesso volgersi testificando i dolorosi movimenti, 
i quali per lo soperchio cibo già di diverse torsioni loro 
furono cagione ; e, com' essi di diversi liquori e di varj vini 
il misero gusto appagarono, così qui sieno da varie qualità, 
di piova percossi ed afllitti ; intendendo per la grandine 
grossa che gli percuote, la crudità degl'indigesti cibi, la 
quale per non potere essi per lo soperchio dallo stomaco 
esser cotti, generò ne' miseri T aggroppamento de' nervi 
nelle giunture ; e per 1' acqua tinta non solamente rivocare 
nella memoria i vini esquisiti, il soperchio de' quali simil- 
mente generò in loro umori dannosi, i quali per le gambe, 
per gli occhi e per altri parti del corpo sozzi e fastidiosi 
vivendo versarono ; e per la neve, il male condensato nutri- 
mento, per lo quale non lucidi, ma invetriati e spesso di 
vituperosa forfore divennero per lo viso macchiati ; e così, 
com' essi non furono contenti solamente alle dilicate vivande, 
né a'savorosi vini, né eziandio a'salsamenti spesso eccitanti 
il pigro e addormentato appetito, ma gli vollono dalle in- 
diane spezie e dalle sabee odoriferi, vuole la divina Giu- 
stizia eh' essi sieno dal corrotto e fetido puzzo della terra 
offesi, e abbiano in luogo delle mense il fastidioso letto, che 
r autore descrive. » 

Virgilio. Dice il Boccaccio quello stesso, che di questo 
vizio dissero le Scritture, i Santi Padri e Dante. Piglialo per 
l'Inferno di qua o per quello che i golosi hanno al mondo, 
il siipjUizio loro sembra a me pensato benissimo, se vi 
aggiungi anche Cerbero, specchio dell' ingordigia, che tutto 



320 SECOLO xviir. 

trangugia, e strale della coscienza, che punge, e verme, 
perchè è in quel fango, e verme, perchè cosi fu da Isaia la 
coscienza chiamata. Ne vuoi tu più? 

Il Doni. Quanto ad una parte delTopposizione, questa è 
buona risposta; ma quanto all'altra, che tutte queir «anime 
sono ciarliere e loquacissime di mezzo ai tormenti o alla 
beatitudine», che si avrebbe a dire? 

Virgilio. Che ti pare che voglia insegnar Dante nel suo 
poema ? 

Il Doni. La morale e le virtù cristiane. 

Yirgilio. E che ti pare che Omero neìV Iliade ^ e che vo- 
lessi insegnare io neir Eneide ? 

Il Doni. A me pare Tarte dell'assediar le città, del com- 
battere, del regger popoli, de' riti gentili e si fatte cose. 

Yirgilio. E perciò tu avrai spesso trovato che i perso- 
naggi da noi introdotti parlavano di tali faccende, come i 
personaggi introdotti da Dante parlano di morale e di cri- 
stiane virtù. E, se questi favellano di mezzo a' tormenti, 
spesso due guerrieri pieni di furore e di rabbia si arrestano 
neìV Iliade per ragionare ; perchè un poema di persone mu- 
tole non fu ancora chi imaginasse di farlo. — (Dal Giudizio 
degli antichi poeti sopra la moderna censura di Dante.) 

Invito in villa. Lettera ad A. F. Seghezzi. — Oh come sono 
stanco e sazio che ci facciamo all' amore da lontano con 
letteruzze spasimate, come gì' innamorati che non possono 
vedersi ! Consolatemi una volta, consolatemi. Questa vil- 
letta si terrebbe da qualche cosa, se un di la voleste ono- 
rare con la presenza vostra ; e se il mio piccioletto ospizio 
vi potesse raccogliere, che allegrezza sarebbe la mia 1 Oh 
che canzonette profumate vorrei che noi andassimo alter- 
nativamente recitando a mezza voce sulla riva di questa 
Metuna ! Sappiate, che per li poeti queste sono arie bene- 
dette, e che un miglio lontano da casa mia v' è quel Non- 
cello, sulle rive del quale camminò un tempo il Navagero. 
Non v' accerto che vi sieno più dentro le ninfe, come a 
que' di ; ma vi sono però trotto e temoli che vagliene una 
ninfa l' uno. Orsù via, una barchetta fino alla Fossetta, e poi 
mettetevi, al nome del Signore, nelle mani d' un vetturale, 
il quale, quando sarete giunto alla Motta, vi consegnerà a 
un altro suo collega, e di là a due ore poco più ritrove- 
rete questa villetta di eh' io vi parlo. E vero che la strada 
è alquanto fastidiosa, perchè a voi che siete accostumato 
alla gloriosa e magnifica Brenta, dove a ogni passo vedete 
un palagio, parrà facilmente strano il vedere ora casacce 
diroccate, ora una fila d'alberi lunga lunga e terra terra, 
senza un cristiano ; ma fra 'l dormire un pochette, la scu- 
riada,^ e forse i campanelli al collo de' cavalli, potete pas- 

^ I colpi di frusta ai cavalli. 



I 



PROSPERO MANARA. 321 

sare il tempo. Quando poi sarete giunto qui, dieci o dodici 
l'osignuoli nascosti in una siepe vi l'aranno la prima acco- 
glienza, elio mai non avrete udito gole più soavi. Io sarò 
all' uscio, vi correrò incontro a braccia aperte cantando 
un alleluja. Sarete subito corteggiato da capponi, da anitre, 
<la pollastri e da polli d' India, che vi faranno la ruota in- 
torno come i pavoni. Forse questo vi darò, noja ; ma biso- 
gnerà aver pazienza, perchè sarebbe impossibile che questt^ 
bestie non volessero venire a dirvi, che vi saranno ubbi- 
dienti e fedeli, e che hanno voglia di dar la vita per voi, 
che si lasceranno l)olliro, infilzare e tagliare a quarti e ji 
squarci. Condottiera di questo esercito è una zoppettina vil- 
lanella, che mai non vedeste la miglior pasta, perdi' ella 
ama così di cuore questi suoi allievi, che ad ogni tirar di 
collo s' intenerisce, e accompagna la morte de' suoi pollastri 
figliuoli con qualclie lagrimetta. Il bere sarà d' un vino co- 
lorito come i rubini, che va in un momento e appena in- 
gozzato, dal collo alla vescica, e poi in terra. Pane abbiamo 
bianchissimo, come neve che fiocchi allora ; ma sopra tutto 
un'allegrezza di cuore, che non si canta sempre, perchè la 
voce manca più presto della contentezza. Se queste cosette 
nulla' possono in voi, invitate una gondola, entratevi col 
valigino o col baule, e tirate Via alla distesa, ch'io vi de- 
sidero come un ammalato la sua salute. 



PROSPERO MANARA. 

Di Borgo Taro nel Parmigiano, e di famiglia niarcluoualc, nac- 
(luo ai 14 aprilo 1714. Trasferitosi a Parma durante il reggimento 
borbonico, venne dal Dii Tillot introdotto In corte, ove fu, succes- 
sivamente, vice-ajo, maggiordomo, consiglier di Stato, gentiluomo 
di camera, maestro dell'infante Lodovico, e tinalmente, ormai vec- 
chio, primo ministro dall' '81 fino al 1787: morì ai 18 febbraio 1800. 

Tradusse le Egloghe di Virgilio in terza rima e poi la Cìcorgica 
in sciolti ; può vedersi il giudizio di questo versioni, raffrontate eoi 
testo e con altre, nella biografìa del Manara data dall' Ugoni nella 
Continuazione al CORNIANI ; e scrisse anche parecchie liriche, rac- 
colte poi da mons. Cerati, che vi prepose V Elogio dell' autore 
(Parma, Bodoni, 1801, 4 volumi). 

[Oltre i cit, aut., vedi, per la biografia, A. Pezzana, Memorie 
degli scrittori parmigiani, Parma, Tipogr. ducale, 1833, voi. VII, "231 , 
e A. AvOLEDO, La vita e le opere di F. Manara, Piacenza, Sta- 
bilim. tipografico, 1899.) 

' Punto punto, 

IV. £1 



■ 



822 8EC0L0 XVIII. 

Alle Campane. 

Nel giorno della commemorazione dei morii. 

Cessa, bronzo lugubre, il tristo metro. 
Che il ferreo eterno sonno ahi ! mi ricorda. 
Ecco già col pensier vivo penetro 
Nella tomba del mio cenere ingorda. 

Già mi stese nelT orrido feretro 
Morte, del sangue de' miei padri lorda ; 
E le pallide cere ardon di tetro 
Lume, e 1" inno funebre il tempio assorda. 

Sola, e divisa dalla spoglia algente 
La vedova consorte in bruno velo 
Geme, e 1 tetto già mio pietà ne sente. 

Ma il nudo spirto intanto esulta in cielo 
neir èrebo smania, ombra dolente? 
Taci, bronzo lugubre ; io tremo, e gelo. 



GIOVAN LODOVICO BIANCONI. 

Di famiglia veronese, nacque il 30 settembre 1717 in Bologna, 
dove si laureò in medicina. Ascritto all'Istituto e fattosi cono- 
scere pe'suoi lavori, nel '44 fu chiamato alla propria corte dal lan- 
gravio di Assia-Darmstadt, principe-vescovo di Augusta, e vi restò 
sei anni. Non dimentico della patria, negli anni 1748-49 mandò 
fuori a Lipsia in francese un Giornale delle novità letterarie dJ Ita- 
lia, e indirizzò Lettere di fisica a Scipione Mafifei e allAlgarotti. 
Nel 1750, raccomandato da Benedetto XIV, si recò alla corte dAu- 
gusto III, duca di Sassonia e re di Polonia, che lo fece suo con- 
sigliere. A Dresda, nel '53, sposò Eleonora von Essen, figlia del 
consigliere di giustizia di Augusto III. Mandato nel '60 in missione 
diplomatica a Parigi, ove ebbe benevoli accoglienze, accompagnò 
poi la profuga corte elettorale a Praga e a Monaco: indi dal suo 
signore fu inviato nel '64 residente presso la Santa Sede. A Roma 
cooperò al giornale V Antologia, diede il primo impulso alle Effe- 
meridi letterarie, e attese indefessamente a scritture d'arte e di 
erudizione archeologica e letteraria, in che la varietà e copia della 
dottrina va congiunta con la facilità ed amenità della forma. Morì 
a Perugia, il 1° gennaio 1781. 

Le opere simj furono raccolte a Milano, 1802, dalla Tipografia 
dei Classici italiani in 4 volumi, che contengono, precedute dal- 
VElogio scritto da Ann. MarioTTI, le Lettere su Cornelio Celso, 
dirette al Tiraboschi; altre di varj argomenti, specie archeologici, 
quelle al march. Hercolani su alcune particolarità della Baviera 
ed altri paesi della Germania, e le notizie su Fisa e Firenze al 



É 



GIOVAN LODOVICO BIANCONI. 323 

principe Enrico di Prussia, lettere d'arte e di critica che furono 
stampate fra le Lettere pittoriche del iJottari, voi. Vili, gli FAoyj 
del Tiranesi e del Mcngs, scritti medici {ii,w\V idrofobia, sull't/io- 
culazione del vainolo ec), e l'opera postuma, né finita ne ripulita 
(\;\\V a., Descrizione de' circhi, lìarticolarmente di quello di Cara- 
calla ce. Alcuni suoi liicordi scritti in francese fu occasione del 
matrimonio di sua figlia Federica col e. B.Ansidei, vennero nel 1872 
stampati per nozze a Perugia. Il meglio de'suoi scritti, col nome 
di Operette scelte, fu raccolto in un volumetto da li. Gamica, Ve- 
nezia, Alvisopoli, 1824. 

[Per la biografia, oltre il cit. Elogio, vedi Mazzuciielli, Scrit- 
tori d' Italia j voi. II, p. II, 1197; Faxtizzi, Scrittori bolognesi, II, 
101 ; Cenni biografici, per nozze Hianconi-Fingarezzi, IJologna, 
tip. Felsinea, 18G7, con ritr. ; E. Sa.ssOLI, Vita e opere di O. L. B., 
Bologna, Fava e Garagnani, 1885.J 



La Baviera, Lettera al marchese Ilercnlani, 18 novem- 
bre \l('ì2. — Eccovi, amabilissimo sig. marchese, parte 

delle cose singolari ciie voi incontrerete in Baviera, o al- 
meno di quelle che tali mi parvero, (juando con occhio fo- 
restiere le guardai la prima volta. E giacché scrivo a gentile 
e giovane cavaliere, avrei dovuto aggiungere qualche pa- 
rola ancora delle belle dame che in Monaco ammirerete, e 
che all'età vostra importano almeno al pari delle belle pit- 
ture e delle statue ; ma lascerò a voi il piacere di formarne 
giudizio. Non saranno poche quelle, crediatemelo pure, che 
lo avran favorevole, massimamente dopo conosciute e trat- 
tate. Le vedrete tutte vestite colla dignità che una gran 
corte richiede e d'un ottimo gusto, lo che è sempre un con- 
trassegno di buona educazione e di gentile cultura. Molte 
ne troverete che parlano la nostra lingua, ma tutte gene- 
ralmente, e benissimo, quella delle corti, voglio dir la fran- 
cese. La corte di Baviera è stata da lungo tempo fra le 
cattoliche della Germania un'ottima scuola di nobile galan- 
teria, perchè in essa la cortesia, l'amore, e in conseguenza 
la voglia di piacere, v' hanno sempre regnato al pari di 
Versailles e di Dresda. Non vi maravigliaste di questa di- 
stinzione, che sembra aver l'aria quasi ecclesiastica! Voi 
dovreste aver osservato nel vostro viaggio, che grandissima 
è la dilferenza che nelle maniere passa fra le corti della 
nostra religione e le protestanti. Se foste curioso d' inda- 
gare la ragione di una tanto sensibile stravaganza, io non 
saprei qual' altra incolparne se non questa, e a voi starà 
il crederla, se vi piace. Dopo che Carlo d'Austria col nome 
di Carlo V fu eletto imperadore, egli portò in Germania, e 
sparse pel resto dell' Europa, i costumi, la gravità e le ma- 
niere spagnuole. Quelle corti che restarono cattoliche di- 



L 



^24 SECOLO XVIir. 

chiararonsi quasi tutte per Carlo, ed imitandolo adottarono 
la serietà spagnuola, come fecero ancora le corti d' Italia, 
che r hanno conservata sino a' nostri giorni. Quelle che ab- 
bracciarono il cangiamento di religione, fecero quasi con- 
fraternita fra di loro, e gelosamente unirono agli antichi 
costumi nazionali le maniere facili e galanti di Francesco I, 
il quale, come emulo di Carlo, fu mai sempre loro amico 
e collegato. Questa differenza ha durato per quasi due se- 
coli, cioè altiere le prime, e disinvolte le seconde ; ed in- 
tanto che alcuni principi della Germania soli niangiavanr> 
al suono di tetra musica, e che i più piccoli duchi dell'Italia 
facevansi servire a tavola sotto al baldacchino dalle dame, 
vedevansi ali" incontro queste alla corte di Carlo II coman- 
dare air Inghilterra, e a quella di Dresda far nascere le 
giostre ed i tornei più splendidi, e farsi corteggiare dal re 
Augusto. Presentemente le cose cominciano a cangiare 
d'aspetto, e colla memoria di Carlo V si vanno ogni dì più 
obliando le etichette e la sostenutezza della corte di Bor- 
gogna, come voi medesimo avrete veduto costi nella corte, 
alla quale avete presentemente V onore di appartenere. 
Giova lo sperare che in pochi anni tutto sarà a livello, 
almeno su questo articolo. Volesse Iddio che fossimo anche 
nel resto, ma pare, pur troppo, che sì bella ventura sia ri- 
serbata a secoli più felici dei nostri. 

I Francesi, che a guisa degli antichi Romani portano 
dappertutto la loro lingua, le mode e l'allegria, hanno colle 
frequenti invasioni in Germania ed in Italia, non poco con- 
tribuito a questo cangiamento. Le corti ecclesiastiche an- 
ch' esse di qua dai monti paiono al secolo nostro ingentilirsi ; 
ed io ne ho conosciute alcune che in galanteria ed in buon 
gusto non la cedevano a verun' altra, per quanto secolare 
si fosse, e v' ho veduto feste da ballo reali 

Che se poi mi domandaste notizie dell' interno della Ba- 
viera e delle sue ricchezze, io non potrei dirvi se non che 
questa provincia è assai pingue, e quasi in ogni cosa agia- 
tissima. Le carni vi sono squisitissime ; e poco o nulla ce- 
dono alla famosa vitella mongana, o a quella di Soriento. 
I pesci di lago sono di cento specie, tali che non ho mai 
veduto altrove, e nulla hanno da invidiare alla delicatezza 
di quelli del lago di Garda. Il pane non è men bello di 
quello di Vienna, che passa per lo migliore d'Europa. Non 
posso dire lo stesso dei vini che vi nascono, ma in iscambio 
potete averne dei forestieri a prezzo ragionevole. 

Non credeste però che codesti comodi derivassero dal- 
l' industria degli abitanti, piuttosto che dalla fertilità del 
terreno e delle acque. Pochissimo è il commercio che fassi 
in Baviera, né v' entra altro danaro straniero, che quello 
che produce la vendita dei legnami, del sale, dei cuoi crudi 
e conci, e dei grani, che quasi spontaneamente sorgono da 
uno de' migliori suoli della Germania 



J 



GIOVAN LODOVICO JilAMJONI. 325 

Del resto surdìbo ultra cosa la Baviera, S(^ la nazione 
fosse mi poco più attiva. Giudicatelo voi considerando clic 
questo stato, pieno di buone città, è a portata dell'Italia, 
della F'rancia, dell'Austria e dell'Impero; ch'è balenato dal- 
l' Iser, dal Teck, dall' Inn e traversato dal Danubio; e clic 
dalle porte di Monaco, e da varie altre città, potrete andar 
per acqua e con sicurezza sino al Mar Nero. Le foreste ba- 
vare mandano i loro legni legati in zattere a Vienna, e con 
(luesti fabbricano poi navi e case gli austriaci. In somma, 
il paese si arriccliisce coi soli nazionali prodotti terrestri ; 
e da (luesto conoscerete sempre più la massima d'eterna 
verità,, cioè, che la prima sorgente delle ricchezze d'una 
nazione dee essere la cultura diligentissima del proprio ter- 
reno. 1/ Inghilterra, la Danimarca, da che seriamente vi 
badano, hanno il piacere di mangiare alle loro mense i 
frutti dell' Indie cresciuti nei loro campi ; e quasi raddop- 
piate veggendo Io loro entrate terrestri, vanno adesso a 
vender biade a quo' popoli, da' quali a gran prezzo ne com- 
pero vano gli anni passati. Con (luesto poi tanto più agevol- 
mente possono sostenere il commercio esterno, e andare a 
dar leggi per tino nelle corti dei re dell'Indie e dell'AlVrica, 
e comandare nello colonie dell' altre nazioni in America. 
Volesse il cielo, che alcune provincia della nostra Italia 
adottassero questo principio! Molti de' nostri nazionali abi- 
tano un paese felicissimo per il clima, per la situazione e per 
il suolo ; eppure talvolta appena si cava da alimentare lo 
scarso numero degli abitatori che lo coltivano, e de' citta- 
dini che lo posseggono. Qui in Sassonia, dove in alcune con- 
trade da qualche anno in qua l'agricoltura è totalmente 
l'innovata, raccogliesi tino a quindici volte più del seminato, 
benché per lo prima non fossero più fertili delle altre. Due 
armate immense e straniere sono da sei anni state nudritc 
co' loro grani dai Sassoni ; eppure il pane (che che si dicano 
alcuni) ha sempre abbondato. Quai fiumi d' oro forestiero 
non riceverebbe in seno l' Italia, so sapesse far miglior uso 
de' suoi porti, de' suoi prodotti e massime delle uve, che 
forse in copia soverchia da noi si vendemmiano! Si fareb- 
bero allora vini più generosi, più durabili, e come tant' altri, 
capaci di sostenere il tumulto del mare e '1 cangiamento dei 
climi. Ve Io diranno non solo la Francia, la Spagna, il Por- 
togallo, l'Isole Canarie, il Capo di Buona Speranza, che ca- 
vano annualmente immense somme dai paesi settentrionali ; 
ma le fredde rive del Reno e quelle dell' Elba, che a tut- 
t' altro fuorché a produr vini parevano nate. Qual de' nostri 
antenati avrebbe mai creduto che l' Ungheria produrrebbe 
oggidì il vino più delizioso e più caro delle tavole dei re, 
un vino per cui Orazio certo dimenticherebbe il suo Falerno 
ed il Chio ? Non istate a dirmi che le nostr' uve non sono 
capaci, e ricordatevi che gli antichi romani bevevano alle 
loro solenni cene i vini riposti in cantina sotto i consoli dei 



I 



326 SECOLO XVIIT. 

loro avi. Riflettete elio la Toscana industre manda il suo 
(irtimino e il cartuifjnano sino a Pietrobur^^o e a Costanti- 
nopoli ; ma per lìir questo non bisogna ostinatamente cac- 
ciarsi in capo, che il nietodo di fare il vino dei nostri vecchi 
castaidi sia il solo praticabile da noi, — (Dalle Lettere sopra 
la Baviera, lett. VII, in Opere, tomo II, pag. 77, Milano, 
tip. dei Classici italiani, 1802.) 

Costumi germanici del secolo XVIII, Lettera al marchese 

Hercolani, 25 novembre 1702. — Voi, caro marchese, 

avete viaggiato giorno e notte per la Germania nel tempo 
della più rabbiosa guerra, il più delle volte solo, per contrade 
desolate o inondate da vagabondi, da disertori, per foreste 
orride e solitarie. Ditemi, in fede vostra : avete voi mai 
corso verun pericolo? V è mai succeduto alcun sinistro ac- 
cidente per r audacia o petulanza degli abitanti ? Benché 
io non lo sappia, ardisco dirvi francamente di no, perchè 
rarissime volte questi casi succedono, e quando che si, se 
ne parla per tutta la provincia come di cosa straordinaria; 
anzi il governo non riposa, finché non sieno interamente 
sterminati i perturbatori della pubblica sicurezza. In prova 
di ciò, qual è quella dama in Italia che ardirebbe sola in- 
traprendere un viaggio di quattro o cinquecento miglia, 
come tante volte T ho veduto io fare alle dame della nostra 
regina, belle e ricche, quando andavano sole da Dresda a 
Varsavia? 

Avete voi mai udito che qui, o altrove in Germania, nel 
tempo del vostro soggiorno, siasi commesso uno di que' neri 
omicidj proditorj, che pur troppo sono tanto in uso altrove, 
una violenza, una vile superchieria? Qui pure io suppongo 
fermamente di no, perchè, in tredici anni ormai che sto in 
Sassonia, non ne potrei citare qui fra noi che una sola. Ma 
donde, ditemi, vi prego, donde nasce codesta inalterabile 
tranquillità, tanto sospirata in altri paesi e tanto necessaria 
air umana società ? Non sono gli uomini qui della stessa 
specie degli altri ? Non sono que' medesimi che quando colle 
armate tedesche calano in Italia, portan con loro il terrore 
e lo spavento ne' lor burberi ceffi ? In Germania non v' è 
alcun' arme proibita, non v' è pistola né corta né lunga, non 
v' è pugnale, che non possiate portare a qualunque ora e 
dovunque, benché nessuno ne porti mai. Qui dal minuto 
popolo si beve abbondantemente, qui gli amori plebei e 
grossolani sono egualmente conosciuti e forse più che al- 
trove. Qui ballasi a voglia d' ognuno tutta la notte nelle 
bettole, qui parla ognuno a suo talento. Non si può dire 
che gli sbirri, i bargelli tengano in timore la plebe, perché 
questa specie di galantuomini non è conosciuta in Germa- 
nia. Donde adunque, vi replico, codesta pubblica sicurezza? 
Ve lo dirò io, signor marchese, e non temo questa volta 
d' ingannarmi. 



GIOVAN LODOVICO BIANCONI. 327 

Sappiate adiiiKiue, elio qui non è permesso in venni 
modo alla genta^'lia di vivere in ozio, o i vagabondi sono 
indiirerentemente arrestati ed esiliati. Potrebbe portar armi, 
è vero, eliiiUKine avesse (luesta vigliacca vocazione da 
sgherro, ma guai a colui che ardisse di farne uso. L'omi- 
cidio, anche semplicemente tentato, è irremissibilmente pu- 
nito di morte, ne v' è somma di danaro, per quanto grande 
sia, per cui possasi riscattar la vita d' un reo di simil de- 
litto. E chi non vede che altrimenti sarebbe lecito ai ricchi 
l' ammazzare ? Non v' è protezione, non v' è patente, non 
v'è livrea, non t' è condizione che possa infirmare la san- 
tità delle leggi. Le case de' potenti o le chiese del Signore 
non servono ([ui d'asilo e di ricovero agli scellerati; la spe- 
ranza di fuggire e salvarsi in altro territorio è vana. Non 
v' è principe che non ceda un reo straniero al suo naturale 
sovrano offeso. Nemmeno le guerre le più vive sospendono 
fra le potenze nemiche questa vicendevole protezione della 
giustizia, eh' è il nerbo della loro autoritii e T anima della 
società. Saranno in guerra fra loro i principi, ma non sono 
mai in guerra i magistrati. In somma, i delitti che offen- 
dono l'umanità e la vita sono qui causa comune. Qui sono 
i soldati che arrestano i rei, e non è commessa l'esecu- 
zione della giustizia a certa gentaglia, che sovente è più 
colpevole dei delinquenti medesimi, e in conseguenza quasi 
sempre loro protettrice e compagna. Non v' è cittadino, per 
(juanto nobile sia, che non facciasi una gloria d'ubbidire alle 
leggi, e che non conosca come, altrimenti facendo, turberebbe 
la pace dello Stato e farebbe torto a sé stesso. È manifesto 
esservi un non so che di vergognoso, di vile a voler pro- 
teggere la scelleraggine e l'ingiustizia. L'esperienza ha so- 
vente mostrato, che l'aver compassione d'un reo fu lo stesso 
che sottoscrivere l'arresto di morte d'alcuni innocenti. Al- 
trove i cittadini si fanno una mal intesa gloria di celarlo 
a danno della givistizia, e qui ognuno si farebbe un dovere 
di palesarlo. Dall'altro canto, delitto imperdonabile sarebbe 
r usurpare il diritto del principe, facendosi con violenza e 
privata autorità rendere conto del menomo aggravio. Le 
leggi, che vegliano a difesa del cittadino, gli danno piena 
ragione, e l'aggravio o l'insolenza sono senza dubbio re- 
spinti e puniti. Chi vorrebbe aduiKiue prendersi una vile 
soddisfazione, se al fianco del principe trovate sempre vi- 
gilante la giustizia ad assistervi ì 

Ma qui vi sento, e con ragione, domandarmi : Dunque 
non si fanno delitti in Germania? sono eglino i Tedeschi 
impeccabili^ Non signore; l'uomo è lo stesso da per tutto, 
ma la sicurezza del più severo gastigo vale a raffrenarlo. 
È un piacere, per noi forestieri, il veder qui diventati trat- 
tabili que' facinorosi indomiti Italiani, que' malviventi me- 
desimi, i quali in Germania dappoi per qualche delitto sonosi 
rifuggiti. Voi sapete la Sassonia essere paese di libertii, o 



I 



328 SECOLO xvrii. 

che qni egualmente clie nel F^randebiirt^o, nell'Hannoverese, 
nel l.uneburgo ed altrove, raccogliesi quella fipuma, ohe di 
tempo in tempo per alleggerirsi vanno vomitando l'Italia 
e la Francia, e che veggiamo i fuggiaschi e gii apostati, per 
paura di peggio, diventar qui tutto ad un tratto laboriosi 
e civili. Chi fa il maestro di scherma, chi di ballo o di 
lingue, chi il soldato, chi il correttore di stampe o l'edi- 
tore, chi il locandiere e chi forse peggio; ma nessuno ar- 
disce turbare con violenze la società, né vivere ozioso. Li 
vedete nascondere tutti, alla meglio che possono, quel reo 
talento che qui li condusse, e fare ogni sforzo per darsi 
ai'ia di galantuomini perseguitati dalla fortuna. Mi venne 
da ridere una volta in Lipsia, che parlando con un certo 
frate romagnuolo fuoruscito, e narrandomi costui una lite 
che avea col suo padrone di casa, auguravasi le belle ven- 
dette del suo paese, e pentivasi di essere venuto iìn qui 
a far penitenza, coni' ei diceva, de' suoi peccati. Bisogna 
che si pentisse davvero, perchè una notte all' improvviso, 
fatto un solenne furto ad un divoto artigiano, che, come pro- 
selita, lo proteggeva, sua paternità molto reverenda spari, 
né se n' è mai saputa novella. 

Del resto poi qui ancora si sentono, benché rarissime 
volte omicidj accidentali o rissosi, e in tredici anni che 
sono in Sassonia potrei citarvene due a mia memoria, 
de' quali forse parlasi ancora, e che furono immediatamente 
puniti. Si ruba, è vero, benché di rado ; si fanno contrab- 
bandi, fallimenti fraudolenti ; ma questi delitti sono an- 
ch' essi puniti a proporzione. Avrete in fatti veduto lavo- 
rare per Dresda colla catena al piede i condannati, giacché 
una delle massime del governo tedesco é l'ottimo instituto 
di far servire al comodo de' buoni cittadini ed al quotidiano 
esempio del popolo, coloro che l' hanno con delitti scanda- 
lezzato. 

Eccovi la ragione assai chiara della tranquillità, che regna 
nei governi tedeschi, come l' opposto di tutto ciò vi mo- 
strerà donde nasca il tumulto, che pur troppo s'osserva in 
alcuni altri paesi, che sono sì spesso e miseramente mac- 
chiati di sangue cittadinesco. Sotto il pontificato di Gre- 
gorio XIII erasi riempiuto lo stato ecclesiastico di ribaldi 
e traditori, ma Sisto V in pochi mesi lo ridusse tale, quali 
sono i paesi ben governati, cioè tranquillo e sicuro. L' unica 
cosa che resterebbe da desiderarsi in Germania, sarebbe la 
sollecitudine ne' giudicj, i quali ne' piccoli delitti sono tal- 
volta un po' lenti, e forse non tanto incorrotti quanto 
ne' gravi. Ma felice troppo sarebbe quel paese, al governo 
del quale nulla vi fosse da opporre. — (Dalle Lettere sopra 
la Baviera, lett. IX, Ibid., pag. 101.) 



I 



329 



SAVERIO HKTTINKLLI. 



Nncquo in Mantova ai is lii;,'li<) 171S. Dopo avere studiato Rotto 
i gesuiti, entrò nel loro ordine nel ':i»», e insegnò lettere succes- 
sivamente a Brescia, a Bologna, a Venezia, finché nel '52 fu man- 
dato, fino al 'óO, a Parma, Accadeviico, cioè prefetto dell'Accade- 
mia degli Scelli, professore di storia, e poeta, insieme, del teatro 
del collegio de' nobili. Viaggiò nel frattempo in Italia,' e anche 
fuori come ajo de' figli del principe di Ilohenlohe; soggiornò a 
l'arigi, e visitò in Lorena il re Stanislao. Questi lo inviò con una 
sua ambasciata al Voltaire, che lo accolse sclamando: « Un ita- 
liano, un gesuita, un Bettinelli onorano troppo le mie capanne! » 
Il racconto di questa visita (175S), fatto dal Bettinelli stesso nelle 
sue Lettere a Lesbia Cidonia,^ 
quantunque assai fantastico è 
pur curioso. Il Voltaire gli ap- 
parve come una « rara figura 
e grottesca, con un gran ber- 
rettone di velluto nero sugli 
occhi, sotto il quale era una 
parrucca ben folta, che serra- 
vagli il volto, onde spuntavano 
fuori il naso o il mento, più 
acuti assai che non sono nei 
ritratti; il corpo era impellic- 
ciato da cima a fondo. » Aveva 
« gli occhi scintillanti come 
due stelle ; non saprei dirvi 
bene di qual luce, ma era un 
misto di lepore e maligniti, 
come nelle sue parole. » Por- 
tava in mano un bastoncello « che alle due estremità aveva una 
piccola ronca e una piccola zappa.... frammischiava V italiano al 
francese, e citavami Tasso e Ariosto, benché con pronunzia fran- 
cese. * Il Bettinelli presentò al Voltaire una copia dei Versi 
sciolti di tre eccellenti autori moderni, scrivendo sotto al fron- 
tespizio una quartina di dedica : il dì dopo gli venivano in re- 
galo i sette volumi i\c\V Ilistoire generale del Voltaire, scrittovi 
sopra: Compatriote de Virgile Et son secrétaire aujourd'hui, C'est 
à voiis d'écrire sous lui, Vous avez son tìme et son stìjle. Era una 
esagerazione di gentilezza, o una corbellatura del maligno filosofo 

* VcJi A. Nkrt, S. lì. n Genova, in Giorn. ligust., ottobio ISSI. 

' Vedi anche Scard, liettincUi mix Délicen, in E. Assk, Lettre» de mail, 
de Gra/jìgnìf etc, Paris, Charpcntier. 1879, pap. 285. Vedi anche le no- 
tizie tratto da uu diario del Bettinelli inedito fra i niss. della Comun. di 
Mantova, e comunicate da L. Ff.ruari, iti Jtass. libi. d. kit. itol., VI, UOO. 




1 



330 SECOLO XVIir. 

al padio gCHuitn'? Fatto è, clic dopo ripetuti colloquj, ne' quali am- 
bedue fecer scherma d'ironia e di bei motti, si Kcpararono amici, 
e la relazione continuò per lettera, ricercata dai liettinelli, clic, 
quantunque fatto segno agli scherzi sarcastici del filosofo francese 
e da lui lasciato più volte senza risposta, continuò a sollecitarne i 
favori inviandogli con una lettera il suo Entuniasmo (edito nel 17G9), 
e facendo omaggio a mad. Denis della prima stampa delle Tra- 
gedie (1771). Tornato in Italia, il Bettinelli lasciò l'udicio di l*arm;i, 
e si fermò qualche tempo a Verona, convertendo, dice il Tinde- 
monte, la gioventù a Dio nelle chiese, e al buon gusto in sua casa. 
Quando nel '73 vennero soppressi i Gesuiti, egli era prefetto delle 
scuole a Modena e, dal '72, professore di eloquenza italiana in quella 
università. Tornò a Mantova, ed ivi attese alla stampa delle opere 
iìn allora composte (Venezia, Zatta, 1780). Alla discesa de' fran- 
cesi e durante la guerra, riparò a Verona, tornando poi in patria 
quando Mantova nel '93 sì arrese alle armi di Francia, e comin- 
ciò un'altra più copiosa collezione de' suoi scritti (V^enezia, Ce- 
sare, 1799-1801, 24 voi.). Nei nuovi tempi divenne cavaliere della 
corona di ferro, membro dell' Istituto nazionale e del collegio elet- 
torale dei dotti; la lunga vita, l'amabilità dell'indole, la sua di- 
mestichezza col bel sesso, la familiarità con tanti dotti d'Italia 
e di fuori, fors' anche l'esser egli un singolare e contraddittorio 
impasto di gesuita e di volteriano, di uomo dotto e di abate ga- 
lante, l'innegabile operosità di scrittore e la stessa audacia sua 
di andar contro corrente, gli avevano col tempo conciliato l'uni- 
versale ossequio: e il titolo arcadico di T^iocZoro Delfico e quello 
appostogli, dopo le Lettere virgiliane^ di padre Totila, dieder luogo 
alla rispettosa qualifica di Nestore della letteratura italiana. Mori 
il 13 settembre 1808, ed ebbe onorata sepoltura, a pubbliche spese, 
nel Panteon mantovano.^ 

Molto scrisse in prosa e in versi. L'opera sua migliore, pel 
disegno e pel modo ond' è questo eseguito, è il Risorgimento 
d'Italia negli studj nelle arti e nei costumi dopo il Mille (1* edi- 
zione 1773), colla quale, sulle orme de' lavori storici del Voltaire, 
volle riassumere, come in un quadro di giuste e armonizzate di- 
mensioni, un ampio e vario periodo della vita italiana, cercata e 
studiata non tanto nelle vicende esteriori, quanto ne' mutamenti 
e progressi del pensiero e del costume, indagandone le cagioni. 
Meritano pure esser ricordati i Discorsi delle arti e delle lettere 
mantovane (1774), con i quali illustrò la patria cultura. Ricordiamo 
anche i Ragionamenti filosofici sopra l'uomo, lezioni scritturali 
tenute durante il soggiorno fatto a Verona; V Entusiasmo delle 
belle arti, tentativo di teorie retoriche fondate sull'esame del- 

* Prose e Poesie in morte del cav. S. B. recitate dai soci della IL Ac- 
cad. di Mantova e dai pastori Arcadi della Colonia Virgiliana, Mantova, 
Agazzi, 1808, 



à 



SAVERIO BETTINELLI. 331 

r isi»ir;i/.i()iif e (Icll'estro poetico; lo XX lettere d'una dama ad 
vna sua amica sulle bilie arti (17*.K^); le Lettere a Lesbia Cidonia 
ncfjli Ejnyramvii (17.S7), notevoli pei molti e arf,Miti epij^ramiiii 
orì^Munli, che l'autore innesta alla storia «lei ^'enere; il Saggio 
salV eloquenza (1782), che è il frutto delle lezioni tenute all' uni- 
versità di Modena. Dai due volumi di Lettere d^ uu' amica tratte 
dall'originale e scritte a penna corrente, benché di soverchio pro- 
lisse, si possono trar fuori curiosi particolari sulla storia del co- 
stume. Dedicati « alle dame viennesi » sono pur due volumi di 
Dialoghi sidVamore (170(1;, i)iù letti^rarj f(»rse che erotici, ed ove 
addenta un po' tutti, specialmente il Metastasi©, l'Altieri (assalito 
anche nella Lettera al can. De (ìiovanni),' e il Monti, detto per 
la sua Bassviliiana « Spartaco e Masaniello di poesia ». Molto 
rumore e scandalo levarono le Lettere di Virgilio, pubblicate 
senza nome a Venezia nel 1758, ma già stampate nel 1707,^ ch'cf^li 
tìnse scritte dagli Elisi a vitupero di Dante e de' suoi ammiratori ed 
imitatori. Con esse eccitò subito un gran vespaio, e tentò di serbare 
l'anonimo, raccomandandosi agli amici perchè non lo svelassero, per 
tema di « poter avere dei fastidj. ' > Il liltro suscitò risposti; del Gozzi, 
del Paradisi e del Gennari,* lasciando di se e del criterio del suo 
autore non buona riputazione ai posteri. ■• he Lettere inglesi (\HM) 
sono in parte una apologia delle virgiliane, ma allargano la trat- 
tazione a tutta la letteratura italiana passata e presente, after- 
mando per bocca di un immaginario inglese che « voialtri ita- 
liani non avete letteratura italiana » {Lelt. IV). La causa di ciò ei 
la ritrova, oltreché nella pedanteria e nella tradizione accademica, 
nel non esservi fra noi come in Francia « un centro di tutto il 
regno.... un mercato universale; » sicché in Italia, ogni provincia 
«alza il suo tribunale, ha il suo parlamento letterario e comanda 
nel suo distretto quanto Londra all' Inghilterra, Parigi alla Francia 
in materia d'opinioni sovranamente.... Che se l'Italia tutta avesse 
un centro, un punto d'unione, sarebbe più ricca d'assai nell'arti, 
nelle lettere, e forse nelle scienze, che qualunque altra nazione; 
ma questo disgregamento, che produce poi la discordia, la ge- 
losia, l'opposizione d'un paese coll'altro, fa parere che gli ita- 
liani siano più poveri che non sono, e più ridicoli » (Lett. II). 



' In Nuovo gioru. dei Ictt. di Modena, vol. XLIII, 17-90, 

- Vedi L. De Lkva, Schedule bibliografiche, ncW Annotatore, X, 1S84, n. fi. 

"' Vedi A. Marchksan, Vita e prose di Fr. Btnaglio, Treviso, Turaz- 
za, 1894. 

* E di molti alili, i nomi e gli scritti de' quali sono accennati da 
dumo Zacchrtti in una pubblicazione per nozze Zacchetti-Wanderlingh, 
Pisa, Citi, 1890. 

^ Vedi E. Krbera, AeZ«r/cre riVflri/idMe, Milano, Cogliati, 1894 ; A.Torrk, 
Le lettere virgiliane CC. nel Giorn. dantei>co, u. S., auno I, qu. IV ; E. IlouVY, 
Voltaire et la critique de Dante, nel libro Voltaire et Vltalie, Paris, Ila- 
chcttc, 1898, pag. 37 e scgg. 



332 SECOLO XVIII. 

« Voi (liictc che questo jn'ova aver voi una repubblica letteraria, 
e avete ragione; ma ella è tutta democratica, poiché il popolo, 
anzi la plebe letteraria vi domina e dà le l(;{(gi, seppure anzi non è 
un'anarchia» {Leti. IW). Vecchio ormai di ottantadue anni, ri- 
tornò sopra Dante con una Dissertazione accademica, mescendo 
lodi e biasimi, confessando che la Commedia « è la nostra Iliade 
unita ^W Odissea *, protestando di ammirare «la grand' anima, il 
sommo ingegno, la vasta scienza del grand' uomo»: benché, ei 
soggiunge, «benché non grande poeta. > E anche nel sonetto (com- 
posto però, pili che altro, per compiacere al card. L. Valenti-Gon- 
zaga, suo antico protettore) che solo arrechiamo ad esempio del 
suo valore poetico, e in altro in morte dell'Alfieri ei rese omag- 
gio, e sia pure per forza ed ipocritamente, al gran poeta, accop- 
piandolo ad Omero. 

Fra le prose ricordiamo anche il Safjgio sul dominio delle 
donne e della virtù, la Lettera sui pregj delle donne, le Lodi del 
Petrarca (1786) ch'era il suo nume, come in generale de'poeti 
« sensibili » del secolo decimottavo; e il Discorso sopra la Poesia 
Italiana (premesso al tomo V delle Opere, ediz. Zatta, 1781), che, col 
Saggio suW eloquenza citato, e colle lettere al Vannetti e al Ce- 
sari, ci rivelano una seconda forma di critica del Bettinelli, tra- 
mutatosi in paladino della lingua e dei generi nazionali contro 
l'imitazione straniera, soprattutto delle letterature settentrionali. 

In poesia lasciò Versi sciolti, ch'ebbe il coraggio di presentare 
al pubblico come eccellenti insieme con quelli dell'Algarotti e del 
Frugoni, accompagnandoli colle Lettere virgiliane; poemetti in 
vario metro, e notevole tra essi, per l' imitazione del Lutrin del 
Boileau, quello sopra, anzi contro, le Raccolte di versi; ^ rime 
varie, e tre tragedie, il Serse, il Gionata, il Demetrio Poliorcete 
(Bassano, 1771): ricordevoli, perchè esempio d'un teatro sui generis, 
com'è il gesuitico,^ e perchè offrono materia di riscontri col tea- 
tro francese.^ 

Nella Biblioteca di Mantova si conserva il suo carteggio, che 
sappiamo esser stato già fruttuosamente esplorato ; è copioso e 
importante, e si sa che fu detto argutamente, dovere il Bettinelli 
metà della sua fama alla posta. Alcune lettere sue o d'altri alni 
si trovano in molte pubblicazioni.* Nella biblioteca mantovana si 

* Su questa produzione letteraria, speciale al secolo passato, vedi 
un interessante studio di F. ColagrOSSO, Un'usanza letteraria in gran 
voga nel settecento, Napoli, 1899 (in Studi di letter. ital., I, 240). 

^ Vedi L. Fekrari, Appunti sid teatro tragico dei gesuiti in Italia, in 
Bass. Uhi. d. leti, ital, VII, 124. 

^ Vedi F. CoLAGROSSO, S. B. e il teatro gesuitico, Napoli, tipogr. 
universit., 1898. 

* Se ne trovano in Lettere di quaranta illustri italiani del sec. XVIII, 
Milano, Bravetta, 1836 (per nozze Mazzetti-Altenburger); Lettere ined. d'ili, 
ital., Padova, alla Minerva, 1838 (per nozze Maldiira-Rusconi); Barozzi, 
Alcune lett. d' ili. ital. ad Isabella Teoloclii-Alhrizz' , Firenze, Le Mon- 



I 



SAVERIO BETTINl.LLI. 333 

trovano:vnchc ilucpoemi iimditì: L' Europa punita o II secoloXVIH, 
in (lodici canti, e il lionaparte in Italia in (inattro canti ; e que- 
st'ultimo disdice in gran parte le opinioni espresse nell'altro; 
colp:i,(!ol resto, non tanto di volubilitj\ sua propria, quanto delle 
vicende de' tempi. 

Esaltato troppo ai suoi giorni, troppo sprezzato dappoi, special- 
mente a causa delle Lettere virgiliane, e per tal modo Kiu-^tamcntc 
punito dell' irreverente sua petulanza, il Hettinelli rappresenta tut- 
tavia un aspetto importante della letteratura del suo tempo ; la ribel- 
lione, cioè, al passato, alla tradizione pedestre e pedantesca e il desi- 
derio di rinnovare la cultura italiana, renderla più difiusae comune 
a tutti, ed uguagliarne i progredimenti a quelli delle altre nazioni 
europee. Ma nella tradizione ei non distingueva ciò che v'era di sano 
e di vitale, da ciò ch'era marcio e vieto, e troppo piegò agli esempj 
di fuori, specialmente nella lingua e nello stile, e troppo si affidò, 
come altri suoi contemporanei, a certe norme astratte del cosi 
detto buon gusto, eh' erano in sostanza un culto arbitrario di forme 
volute dall'andazzo dell' et;\. Ma la stessa audacia sua nel com- 
battere e neir abbattere, se non lo fa sempre degno di lode, lo 
renderebbe degno di studio come precorritore di tutti coloro, che 
nella letteratura non videro una cosa rimorta e vollero farne 
eflìcace strumento di universale cultura. 

[Per la biografia, vedi FR.GALEANl-NAPlONE,F«7a delVah. S.Ii. 
e Delle lodi dell'ab. S. B., in Vite ed elogj d'illustri italiani, Pisa, 
Capurro, 1818, voi. Ili, p. 177 e 227; UC.ONI, Continuazione al 
CoKNiANi, ediz. Pomba, V, 302; D. Cortesi, Un gesuita nel 
sec. XVIII, in Rassegna Nazionale, 16 ott. 1898.] 



I petrarchisti. — Non avessimo lotto mai, nò lodato il Pe- 
trarca I non altra volta fu mai veduto tanto scatenamento 
di poeti importuni, di rimatori, di verseggiatori come il 
giorno che ritornammo a foro adunanza.* Più di trecento 
poeti italiani, ciascuno con un libro di rime sue, con un suo 
canzoniere, alcuno con più volumi, e tutti col nome di pe- 
trarcheschi, e i più col titolo di cinquecentisti, che per loro 

nicr, 1856 ; Lett. iued. di S. D. e Giustina Jienier Michiel, Venezia, Com- 
mercio, 1857; Berlan, Lettere ined. d'ili, ital., Milano, Gnreffi, 1806; Per 
nozze lioati-Ouzani, Vicenza, Paroni, 1866; Lettere ined. d'ili, ital. a Ce- 
sare Lucchcaini, Liicca, Laudi, 1S69 (per nozze Sforza-Pierantoni) ; Bi- 
ooNZo e Fazio, Dodici lettere ined. d'ili, ttal., Genovft, Soidomuti, 1874; 
Lett. iiìcd. d'ili, ital. (per nozze Poggosi-De Sivo), Pisa, Nistri, 1874; Sei 
lettere ined. d'ili, ital., Pisa, Nistri, 1875 (per nozze Nuti-Tellini); A. Le- 
zio, Jjtttere ined. di OiuHina lienicr Michiel a S. tì., Ancona, Moiolli, 1884; 
BlADRGO, Carter/gio ined. d'una gentildonna veronese (S. Ciirtoni-Verza), 
Verona, Artigianelli, 1884 : Per nozze Soster-Dondi, Padova, Seminario, 
1887, e in altre simili pubblicazioni. 

* Si fingo che Virgilio scriva queste cose dall' Eliso agli Arcadi. 



334 SECOLO xviir. 

era dire altrettanto che del secolo d'oro e d'Augusto, ven- 
nero ad assediarci, e pretesero d'esser letti e approvati 
non men del Petrarca, maestro loro e modello. Hen era 
quello un popolo, e popolo di poeti. Il fuggir co.sì fatta inon- 
dazione non era possibile, che tutto intorno era cinto d'as- 
sedio e di grida. Ognun ripeteva il suo nome, o scritto il 
mostrava. Chi può tutti ridirli? I principali erano Giusto 
de' Conti, Aquilano, Tebaldeo, Poliziano, Bojardo, Medici, 
Benivieni, Trissino, Bembo, Casa, Ariosto, Costanzo, Mon- 
temagno, Molza, Guidiccioni, Alamanni, Corso, Giraldi, Mar- 
telli, Varchi, Firenzuola, Rinieri, Ilota, Tarsia, due Tassi, 
due Venieri, tre Mocenighi, Coppetta, Marmitta, Caporali, 
Buonarroti, Caro, Tansillo, Sannazzaro, Celio Magno, Giu- 
stiniano, Fiamma e cento altri, che confondonsi nel mio 
cervello, come colà nel tumulto. Distinte furon, com' era 
giusto, parecchie donne, pur petrarchesche e poetesse col 
lor volume, le quali oltre al titolo di divine riscuotevano 
dai poeti e dai letterati una specie d' adorazione. Un branco 
di raccoglitori petrarcheggianti le corteggiavano, recando 
libri di versi con titoli eccelsi di lagrime, di ghirlande^ di 
templi: opere fatte ad onor loro. Noi non ebbimo a' nostri 
tempi un tal onore tra le dame romane, onde più curiosa- 
mente cercammo di risaperne i nomi. Il Ruscelli, il Dolce, 
l'Atanagi e molt' altri, che a ciascuna di loro porgeano la 
mano, o sosteneano lo strascico e il manto, con gran ri- 
spetto le nominarono : Vittoria Colonna, Veronica Gàmbara, 
Tullia Arragona, Gaspara Stampa, Tarquinia Molza, Lucia 
Avogadra, Laura Terracina, Chiara Matraini, Laura Batti- 
ferra, e seguivano pur nominando, se non che dissi bastar 
queste che già pareggiavano le nove muse, altrimenti ve- 
niva a farsi un intero parnaso femmineo, a gran pericolo 
dell'autorità dell'antico. In altra parte avanzavansi pur 
drappelli, a guisa di stormi, di poeti, ed erano adunanze, 
accademie, arcadie, or di città, or di provincie diverse : ve- 
neziani, pavesi, bolognesi, bresciani, napoletani, de' quali 
soli v'avea moltV volumi, e tutti eccellentissimi intitolati. 
Ciascuna di cosi fatte compagnie veniva armata d' un for- 
midabile canzoniere, con simboli, allegorie, imprese, iscri- 
zioni, emblemi : e tutto era ad onor del Petrarca e sotto 
gli auspici e il dettato di lui. Altrove un nuvolo d' altri, 
che settecentisti dicevansi, e vanto si davano d' aver ri- 
suscitato il petrarchismo dall' obblivione, dopo un secolo 
d'inondazione barbarica e rovinosa. Per ogni parte sbucavano 
petrarchisti, eh' era un diluvio. Pensate qual fosse il nostro 
spavento in mezzo a così fatta persecuzione che parea pro- 
prio l'Inferno tutto scappato dai ceppi di Plutone. Qual con- 
siglio potea prendersi per non irritare quel troppo irrita- 
bil genere di poeti maschi e femmine ? In mente ne venne 
di distribuirci la briga, e di prender ciascuno di noi qual- 
clie libro di quo' poeti a leggere e ad esaminare. Greci e 



SAVERIO BETTINELLI. .335 

latini fnron tosto occupati quanti ve n'erano intorno ad un 
libro di rime, ad un canzoniere, ad un volume di poesie; e 
vi Cu alcuno di noi meschini, che si trovò un tomo in foglio 
tra mano, tutto d'amor petrarchesco. 

Legge van tutti attentamente, nò molto andò che qua e 
]-X giù. miravasi sul volto de' leggitori cert'aria di lìiaravi- 
glia, e a quando a quando degl' indizj di noja e di sazietii. 
Fu il primo Catullo, che per natura insoll'erente, e nimico 
di lunga applicazione, gittò da sé il libro; e questo, disse, 
(luesto è pur il Feti'arca, il suo stile, il suo metro, il suo 
amor, la sua Laura, infin lui f5tesso sotto nome d'un altro. 
Il mio, pur dissero tosto molti d'accordo, il mio poeta non 
altro egli è che il Petrarca. Qui v'ha qualche inganno, sog- 
gi unser altri, perchè già non può darsi tanta scioccliezza 
in un uom ragionevole, che pretenda aver fama di buon 
poeta copiando un altro, o che tanto sfrontato pur sia, che 
per opera sua pubblichi l'altrui litica veggendolo ognuno. 
Allor cominciarono a leggere or l'uno or l'altro de' canzo- 
nieri toccati loro a sorte ; e in verità non distinguevansi dal 
Petrarca, fuor solamente in quel languore e in quella in- 
sulsaggine, che nel linguaggio esser suole d'una finta ed 
imitata passione, rimpetto a quel veemente e caldo sfogo 
d'un cuor acceso per viva fiamma. Parca strano capriccio 
(luello di tanti, che per far versi credettero necessario di 
fingersi innamorati, o fecero versi per aver fama in amore. 
Latini e greci esprimevano lo stupor loro in varie guise. 
Noi tutti, dicevano, abbiam cantato ed amato; ma ciascuno 
di noi ha impressa al suo canto l'indole propria dell'inge- 
gno e della fantasia, e quindi ha ciascuno un proprio stile, 
un pensar proprio, e colori e modi suoi proprj. Orazio giù 
non somiglia a Pindaro, così che pajano un solo, né Teo- 
crito a Mosco, Virgilio ad entrambi, né Anacreonte a Saffo, 
né gli stessi elegiaci Catullo, Tibullo, Ovidio e Properzio 
han pur somiglianza tra loro, fuor che nel metro 

Calunnie ! gridò un' ombra, che stava in disparte tra i 
cinquecentisti ascoltando i nostri ragionamenti. U Casa, il 
Costanzo, il Bembo non sono essi classici ed originali ì Leg- 
gete questi, e dite se sono imitatori. Si lessero ad alta voce, 
e quantunque avessero qualche nuova maniera non tutta 
al Petrarca rubata, parvero nondimeno assai petrarcheschi 
nella sostanza. Il Casa per non so quale asprezza e vio- 
lenza posta ne' versi suoi, parve alquanto acquistare di forza 
e di gravità; nel Costanzo trovasi una certa disprezzatura, 
che semplice e graziosa parca, benché più tosto vicina alla 
prosa e all'argomentazione apparisse, che all'ottima poe- 
sia. Nel primo un po' troppo sentivasi la fatica e lo studio, 
nel secondo un po' troppo poco. Avean tentato un sentiero 
solitario, ma nella via del Petrarca; lui per padre legit- 
timo riconoscevano all'argomento, ai metri, ai modi ed allo 
stilo fondamentale, ed essi stessi prodotto aveano de' copia- 



33G SECOLO xviir. 

tori. Quanto al Bembo ciascun f,'iurava di non veder altro, 
che la fiaccJiGzza dell' imitazione, onde distinguerlo dal Pe- 
trarca, benché gran lode si meritasse con tutti gli altri per 
lo studio della sua lingua e per la purità dello stile, che è 
la base di ogni vera eloquenza oratoria, non men che poe- 
tica. Voi Arcadi abbiatelo a mente, e state sani. 

Ragunatosi dunque il consesso de' greci e de' latini 

maestri secondo V uso, alzò la voce Luciano, e disse : Ma 
che direste poi, se non solo al Petrarca nei lirico, ma in 
tutte Tarti e le scienze, e in tutti i generi di poesia li 
vedei3te ad alcuno giurare la stessa fede e superstizione? 
Io che studio gli umani costumi curiosamente, ho voluto 
assicurarmi di questo prodigio, e in tutto il resto gli ho 
ritrovati, quali a voi sembrano nel petrarchesco. Lascio a 
parte la filosofia, e le più alte scienze poiché in queste 
non sono stati essi soli per molti secoli superstiziosi ed osti- 
nati seguaci dell' autorità d' un maestro, ma ristringomi 
al solo poetare. Un Petrarca, siccome vedete, n' ha pro- 
dotti infiniti; un Dante poco meno di lui multiplicò se stesso; 
un poema romanzesco fé' nascere una nuova epica di ro- 
manzo e di cavalleria non solamente, ma un Orlando eziandio 
altri Orlandi produsse e generò. Chi può dire la fecondità 
della pastorale e dell'egloga in questo clima d'Italia? 11 
Sannazaro fece egloghe, il Tasso una pastorale, ed ognuno 
formò a gara pastori e ancor pescatori su que' modelli. Chi 
può numerare gli Aminta e i Pastorfidi, sotto nomi diversi 
venuti al mondo? Cosi il Trissino per la tragedia, altri per 
la commedia, pe' ditirambi, pe' drammi, e per ogni altra ma- 
niera di poesia o seria o faceta, o grande o picciola, o lunga 
breve, son padri di prole somigliantissima ed innumera- 
bile. Io parlo della moltitudine de' poeti, che in Italia han 
nome d'illustri. Poiché v' ha pure alcuno, il quale o per noja 
di servitù o per talento vivace o per amor^ di gloria leva 
il capo tra loro, e scuote il giogo. Ma nel tempo medesimo 
un altro n'impone a nuova setta, che da lui prende il nome, 
lo stile e il pensare, che l'adora e l'antipone ad ogni altro; 
tanto è necessario ai poeti italiani un qualche idolo! Cosi 
il Marini un secolo intero ha veduto nascer da sé ; cosi 
quelli, che ! simolacro atterrarono del Marini, un altro 
n'alzarono a' lor seguaci del settecento, e (mirate qual fu-, 
rore d'imitazione) fu quel del Petrarca, che rialzarono e! 
all'adorazione proposero, ai voti, all'ostinatezza del secoli 
loro. Onde ciò venga principalmente, non é difiicile a in-j 
tendere, chi conosca l'Italia. Occupazione vi manca, e vi| 
soprabbondan talenti. Di moltissimi oziosi molti si fan poeti;; 
di questi, accademie ed arcadie e colonie. Cantar bisogna, 
e di versi la vita nudrire e la società sostenere. Al co- 
modo, al facile slam tutti inclinati: ricca natura è in pochis- 
simi: eccitamenti e premj e mecenati si cercano indarno; 
che altro rimane se non che prender d'altrui, copiare dai 



SAVERIO BETTINELLI. 337 

libri, impastare, cucirò, in fino ìiiiitaro o darsi per poeta? 
Qual danno ciò (accia alla poesia, (lual impaccio alla vita 
civile il sanno gl'italiani, e il seppimo in Grecia eziandio 
([iialclie volta. Un sol rimedio sarebbe a tal male; ma come 
sperarlo, e da chi? Vn tribunale dovrebbe istituirsi, a cui 
dovesse ognun presentarsi, die venga sollecitato da prurito 
poetico. Innanzi a giudici saggj gli si farebbe esame del- 
l'indole e del talento, e certe pruove se ne farebbono ed 
esperimenti. Chi non reggesse a questi, all'aratro e al 
fondaco, come natura il volesse, o alla spada e alla toga 
n'andasse; chi riuscisse, un privilegio otterrebbe autentico 
e sacro di far versi e pubblicarli, qual di chi batte moneta 
del suo. Bando poi rigoroso a chi falsificasse il diploma, o 
contrabbando facesse di poesie, non altrimenti che co' mo- 
netar) s' adopera e co' frodatori de' dazj. Prigione o sup- 
plizio secondo i falli : e questo non già poetico e immagi- 
nario, ma inevitabile e vero. 

Sorrisero i gravi antichi al parlar di Luciano; e volti 
agl'italiani, che stavano intorno ulle sbarre aspettando sen- 
tenza dell'opere loro, lodaronli d'eleganti verseggiatori e 
di culti scrittori della lor lingua, ma sentenziarono insieme 
l'opere loro com'era giusto. Intitolate le voller tutte: Nuora 
edizione di messcr Francesco Petrarca. Quindi, trattine al- 
cuni sonetti interi, ciò che fu di sol dieci, o troncati, e 
poche stanze di canzoni, del resto fecesi un fascio, il qual 
fu riposto in parte rimota, serbandolo per un tempo, in cui 
la lingua italiana guasta e corrotta da genti straniere, bi- 
sogno avesse d'una piena inondante d'acque limpide e pure, 
quantunque insipide, a ripurgarsi. Fu fmalmente deciso ba- 
star per tutti il Petrarca, ancorché ridotto da noi a più di- 
scretii misura; per l'uso comune e il diletto della nazione 
(juesto doversi leggere ed istudiare secondo il bisogno : e 
COSI non verrebbe o ingiustamente posposto ad autori se- 
guaci suoi nauseato da molti, per tanto moltiplicarsi 
delle sue rime in tanti minori di lui. — (Dalle Lettere V7r- 
(jf diane VI e VII, in Opere edite ed inedite, tomo XII, 
pag. 78 e seg. Venezia, MDCCC.) 

Pel restaurato sepolcro di Dante. 

Al card. Valenti-Goìizaga, 

Se dall' obli viosa ombra notturna 
Ove giacque tant'anni il pittor vero 
Il cantor del trigemino emisfero, 
Traggi la fredda polve taciturna. 

Deh, signor, nel recarla a più bell'urna, 
Ond'ei fia teco e coli' Italia altei-o. 
Tra '1 cener muto del toscano Omero 
Cerca queir immortai sua cetra eburna. 

IV. 22 



338 SECOLO xviir. 

Dal barbarico stil, dal suon discorde 
Di concenti stranier, con essa in mano 
Vo' il patrio rivocar genio incostante, 

almen giurar su quelle sacre corde 
Centra il gallo e german genio profano, 
Eterna fede al buon Petrarca e a Dante. 



GIAMBATISTA ROBERTI. 

Quest'amico e confratello del Bettinelli, nacque di nobil fa- 
miglia in Bassano ai 4 marzo 1719, Studiò a Padova ed a Bologna, 
ed entrò fra i gesuiti nel '36. Insegnò a Piacenza, a Brescia, a 
Parma, a Bologna. Soppressala compagnia di Gesù, tornò in patria, 
ove mori il 29 luglio 179G. 

Fu poeta e prosatore. Come poeta, cantò La moda (174G), Le 
fragole (1752), Le perle (1756); e a proposito di questo genere di 
poemi è notevole la sua Lettera sopra V uso della fisica nella 
poesia, o^m^ sul genere scientifico; scrisse anche -FauoZe esopianf; 
(1782) ed Epistole e versi latini. In prosa, ha molte scritture sacre 
e teologiche; altre, filosofiche, meritano più speciale menzione, 
particolarmente quelle pedagogiche o riguardanti il costume : i 
Discorsi sopra le fasce dei bambini (1764), Del legger libri di me- 
tafisica e di divertimento (1769), Del lusso (1772), Trattatello sopra 
le virtic piccole (1778), Annotazioni sopra l' umanità del sec. XVIII 
(1781), Della probità naturale (1784), Lettere sopra i negri (1786), 
Dell' amore verso la patria (1786), Dei doveri dei padroni verso 
i servitori (1817) ec. Scrisse anche Lettere sopra i fiori, sopra il 
canto dei pesci, sul prender l'aria e il sole, la Lettera di un bam- 
bino di sedici mesi colle annotazioni di un filosofo, ec. Tutte le 
opere sue sono contenute in 15 volumi stampati a Bassano, Remon- 
dini, 1797, e furono riprodotte a Venezia dall'Antonelli nel 1870. 
Una scelta di sue Lettere erudite fu fatta da B. Gamba, Venezia, 
Alvisopoli, 1825. 

Come uomo, dabbene e pio ; come scrittore, fu ricco di varia 
dottrina, e notevole per aver toccato certi argomenti con novità di 
concetti e libertà di sensi. Ma per quello eh' è dello stile, si piacque 
di una lindura luccicante e civettuola, talché a lui si posson rim- 
proverare quei « gorgheggiamenti e strisciamenti e serpeggiamenti 
e fioreggìamenti », ch'ei riprende in alcuni predicatori dell'età sua. 
« Talvolta facondo (dice il Tommaseo), non mai si leva alla vera 
eloquenza.... L'ambizione sua maggiore è divertire gli uditori e i 
lettori,... Più d' una volta nella scelta dei temi, par che si faccia 
giuoco de' lettori e dell'arte e di se. » Celebrò infatti, i manicaretti, 
r sorbetti, il ciocolatte, i zuccherini, i gatti ec. « Sebbene (segue 
il Tommaseo), « certuni de' suoi difetti si possan creder nati dal- 



GIAMnATISTA ROBERTI. 339 

r educazione gesuitica, io non amo concliiudero dal singolare al 
generale, come pur troppi fanno ^ ; ma « troppi » davvero sono 
(jnelli che nelle inzucclierate scritture del Roberti, ritrovano quella 
forma artificiosa e sdolcinata che, seguendo l'andar de' tempi, dal 
Uartoli digrada fino al nostro bassauese, come caratteristica agli 
scrittori della Compagnia. 

[Per la biografia, vedi Alehs. MORESCIir, Commentario della 
vita e delle opere di G. B. li., e G. B. GlOViO, Elogio ce, nel 
voi. XII dell' ediz. bassanese; C. Uc.ONI, nella Continuazione al 
CORNIANI, edij5. Pomba, V, 327; N. Tom]\[ASEO, G. U. Jioberti, It 
lettere e i gesuiti nel aer. XVIII, nel \o]. Storia civile nella lette- 
ratura, Torino, Loescher, 1872, p. 317 e segg.J 



Il lusso nel secolo XVI 11, Lettera a un vecchio feudata- 
rio. — Voi, o Sii^iior Conte, ini scrivete di aver gai-rito in 
oonversazione con certi signorotti giovani, li quali cele- 
bravano questi giorni come quelli che sieno insigni per 
un lusso squisito e solenne. Un pocolin vi adibiste, perchè 
sembrò che essi, consapevoli solamente dello lor fogge 
presenti di vivere, e innamorati dei loro vezzi e dei loro 
agj, insultassero agli antenati, quasi ad uomini inculti ed 
asperi ; e però ancora a voi che siete gijY vecchio. E poi- 
ché io mi sono impacciato con qualche libretto sulla mate- 
ria del lusso, voi mi proponete a decidere la quistione : se 
il lusso presente sia maggiore del trapassato. Rispondo, o 
chiarissimo cavaliere, eh' io lo reputo maggiore, e che giu- 
dico potersi il secolo nostro appellare con titolo suo proprio 
il secolo del lusso. Contraria è la vostra sentenza ; onde, 
perchè, come sovente addiviene, non disputiamo vanamente 
stabiliamo i contini della disputa, e conveniamo sopra i pre- 
liminari. Il primo patto di convenzione sia che non si ri- 
guardi solamente lo spendere e le sprecare : perchè i no- 
stri antenati spendevano romorosamento ne' lor castelli e 
ne' lor feudi in feste e cacce, e in fazioni ed inimicizie, 
e in assalimenti e processi. Il portico rusticano ribolliva 
di protetti facinorosi : e a voler pascere ed abbeverare tanti 
sgherracci in cucina, la capace caldaja bolliva di un (|uarto 
di bue tagliato in pezzi, e in cantina sgorgava dalla botte 

qualche mastello di vin grande Voi che siete giusto 

ed avveduto, ben intendete, che al lusso non basta la prodi- 
galiti'i sconsigliata, mentre esso richiede la sontuosità dili- 
eata. Il secondo nostro patto sia che non citiate, o signor 
Conte, colla vostra molta erudizione esempj troppo anti- 
chi E siccome lasceremo da parte i tempi antichi, 

COSI pure lasceremo nelle storie senza toccarli gli esempj 
straordinari, benché più moderni, come quelli dei pranzi dati 

dai Visconti e dei festeggiamenti celebrati dai Medici 

Noi dobbiamo restringere il nostro parlare, così entro agli 



340 SECOLO XVIII. 

spazj delle età nostre, come entro éille consuetudini della 
nostra vita civile. Senza questa rliscrezione di ordine e 
chiarezza di relazioni, la quistion si ravviluppa e s'intrica, 
e nulla si conchiudc dopo un cianciamento infinito. Tutto 
allora si può appellar lusso. Usò ^van lusso il primo che 
portò le scarpe, e si mise in testa il cappello. 

Infatti V. E. discende alla pratica, ed esamina i comodi 
e gli splendori de' nostri sontuosi. Oggi si esalta V ingegno 
della cucina e la pompa della tavola. Dicesi che i soli fran- 
cesi sanno mangiare ; eppure il signor Mercier poco fa ha 
scritto che il popolo di Parigi è il popolo più mal nutrito 
di ogni altro popolo europeo. Ma la fastidiosaggine di certi 
francesi è tanto arrogante, che, arrivati in Italia, al primo 
saggiare di qualche nostro piatto, cotto in foggia diversa 
dair usata di là della loro alpe, benché sieno poveri uomini, 
come maestri di ballo o maestri di lingua, definiscono fran- 
camente che esso è un piatto detestabile. Io per altro con- 
fesso, che siccome presso i romani si pregiavano i cuochi 
della Sicilia, cosi presso noi si pregiano i cuochi della Fran- 
cia, e tra essi si riveriscono que' della Linguadoca, come più 
dotti in quella che Montagne appella scienza della gola. La- 
scio che questa gloria di quella illustre nazione mi par ridi- 
cola : e lascio che si potrebbe in negozio per lei si grave ri- 
cordare che al tempo di Caterina de' Medici andarono dai 
focolari e dalle credenze d' Italia i nostri professori a inse- 
gnarle r arte del lauto e fino mangiare ; e che colà i nostri 
cuochi recarono la tattica della tavola, mentre i nostri ca- 
pitani le recavano quella del campo. Ed in Montagne stesso 
leggesi come egli intese da un cuoco del Cardinale Carafìa 
maravigliose dissertazioni di cucina, ignote allora a tutta 
Francia Pur troppo dai nostri sibariti si cerca il raf- 
finamento, e la novità e la varietà ; perchè i ricchi volut- 
tuosi talvolta han perduto e come logorato il gusto a forza 
di usarlo ; e vogliono la energia delle salse ; e vogliono 
ancora il consumato d' ogni carnaggio per fuggir la fatica 
stessa del masticare. Restringendosi tuttavia entro alla mo- 
derazione, e non favellando che delle consuetudini nostre 
fra le eulte persone, seguo ad affermare, che oggi nella 
tavola si spende più che un tempo non si spendeva, non 
tanto perchè ogni grascia è rincarata (e ciò grava eziandio 
i popolari), quanto perchè la sola maniera di apprestare il 
cibo è nelle pulite famiglie più dispendiosa. Se si custodisse 
negli archivi dei nobili la serie delle vacchette dello spen- 
ditore, come si custodisce la serie degli strumenti del notajo, 
vedrebbesi chiara la differenza E sinora, non ho con- 
siderato che i cibi ; ed ho taciuto dei vini. È una decora- 
zione solita dei pranzi, se sono alquanto solenni, voler bere 
dei vini eh' abbiano passati i mari o le alpi. Il vin del Capo 
di Buona speranza ed il Tokai, che si reputano i migliori 
vini del globo, non sono sconosciuti a noi privati. Li fia- 



(JIA^IHATLSTA liOlJERTI. .^41 

sclictti ituliiuii non hanno dignità che basti : oppure questui 
ì' quella Italia che colle sue vendemmie porse il vino (►pi- 

miano, a non dire degli altri 

Dopo la tavola, da V. K. si fecero annotazioni sopra il 
vestiario, quale oggi ò usato dai nobili Trattenen- 
domi neir ordinario vestimento semplice, è a considerarsi 
che tuttavia è dispendioso, perchè si sdegnano i panni no- 
strali, e non si vogliono che i forestieri. La spesa nel ve- 
stirsi di lana e di seta doveva esser minore nel secolo pas- 
sato ; giacche sino alla metà del seicento poche lane e 
j)oche sete si trassero fuori d' Italia. I lanilìzj si mantene- 
vano in Firenze con grande riputazione : e i panni di Olanda 
e di Francia incominciarono a venire solamente sul fine dei 
seicento. I panni d'Inghilterra uscivano non tinti, ed erano 

imperfetti In lavori di seta non ancora Lione aveva 

tolto il vanto nò a Bologna né alla Toscana. Le manifatture 
dunque erano in casa, nò si doveva pagare, come oggi ad- 
diviene, il loro viaggio sull'alpi, nò la loro navigazione sul 
mare. Aggiungasi che se la materia degli abiti è semplice, 
la foggia è varia : e ad ogni stagione si cangiano gli abitini 
dilicati, ed i nostri giovani come farfalle eleganti non aspet- 
tano la sola primavera, ma di due nu3si in due mesi alla 
più lunga svolazzano lietamente, e riproducono la loro lieta 
esistenza per le piazze e per le assemblee con un color 
nuovo e una nuova modificazione di taglio, che si reputa 
sempre gajo ed aggraziato, purché sia diverso da quello 
che si usava la settimana antecedente. Quanto poi', o si- 
gnor Conte, ai decantati drappi sazj ed arricciati d' oro e 
di argento, li quali aggravavano col ricco peso le spalle dei 
nostri avoli, e che provveduti sino dai primi giorni nuziali 
promettevano immortalità, asserisco, che tanto era minore 
l)ropriamente il lusso, quanto era maggior la durata. Oggi 
nnandrienne dura (salvo l'onor della moda) appena tre anni : 
allora senza disonore ne durava (juaranta. 1 liori inseriti 
nelh» lievissime sete oggi sono cosi tenui, che accennano di 

sfogliarsi presto fragili e caduchi L'andamento della 

persona e il passeggio ed il più accidentale strolinamento 
alla delicatezza di silVatti fregj porta (luel danno, che il 
vento reca a certi fìoruzzi, che nascono col nascer del sole 
e muqjono al suo tramontare. Una danza poi alquanto agi- 
lata sarebbe a tali vesti una vera tempesta. Ben avreste 
ragione, o sensatissimo Cavaliere, se tacciaste il lusso del 

secolo XVIII come frivolo. In verità è tale Amasi la 

bagattella elegante e fragile 

K dopo la cucina e la guardaroba, che sono i due capi- 
toli più notabili ed illustri del lusso, questo lusso si pre- 
senta a questa età in ogni parte della vita civile. Lusso 
è nelle scuderie de' cavalli e nelle rimesse de'cocchj. Una 
carrozza provveduta in solennità di nozze appena si can- 
giava un'altra volta, se la vita era lunga. Oggi le fogge 



342 SECOLO XVIII. 

de' cocchj sono variabili quasi quanto quelle delle cutlle : e 
poi si vogliono i bronzi da Roma, lo molle da Ingliilterra, 
le vernici da Parigi, lo sagome da Milano o da Verona. 
Ognuna ed ognuno nelle opulenti famiglie vuole il suo legno 
a parte per la città, per la villa, pel viaggio. Io non potrò 
oggi dopo pranzo, scriveva Enrico IV al suo ministro Sully, 
venir a trovarvi, perdw mia moglie adopera il carrozzone. 
Uno de' nostri magnifici pubblicani scriverebbe cosi? Lusso 
è nella servitù, la quale si vuole attillata in doppio arnese, 
da estate e da inverno ; e sdegnerebbe uno stairiere por- 
tar una livrea o troppo breve o troppo prolissa o per altra 
guisa mal corretta, onde non si acconciasse air abitudine 
della sua persona. I cocchieri gelerebbono nelle cotidiane 
lor gite per le notti invernali, se non impellicciassero se 
stessi e i loro destrieri cogli orsi setolosi. I credenzieri 
ed i cuochi di prima classe si pagano più assai che non i 
precettori de'proprj figliuoli. Se la umanità del secolo ha 
scemato di molto il numero, a me sempre increscevole, dei 
lacchè sfacciati a piedi, si supplisce in viaggio con quello 
dei vistosi forieri a cavallo ; e per città, in qualche capi- 
tale, coi cani danesi e corsi, che corrono furiosi innanzi alle 
carrozze, e mangiano ben pasciuti anch' essi il pane dei po- 
veri. Gian-Jacopo Rousseau cadde a terra per 1' urto di uno 
di simili cani prepotenti, e dalla percossa forse poi ne morì. 
Lusso è nelle conversazioni, ed in questo perpetuo giro di 
visite e di ciance, onde il ceto nobile si studia di passare 
le sue sì lunghe ventiquattro ore Lusso è nelle vil- 
leggiature. La villeggiatura una volta era un disimpegno 
dalle spese cittadinesche ; e la borsa del padron di casa, 
vuotata fra V anno dall' urbana sontuosità, si confortava 
colla villareccia frugalità. Non è che l' amico ospite non 
interrompesse il silenzio e la solitudine colla sua grade- 
vole venuta: ma 1' abbondoso domestico cortile, ma l'orto 
ed il brolo fruttiferosi, ma i bariletti ed i fiaschi più riser- 
bati, ma le cacce minori e le maggiori consolavan la tavola 
senza disagio. Ora la villeggiatura è la prima e più forte 
spesa dell' annata ; e se è necessario consiglio usare eco- 
nomia, il primo e più usato studio è trovare accorti pre- 
testi da intralasciarla. Trasportansi in villa i divertimenti 
della città, come se non si fossero mai fra l' anno assaggiati. 
Le aperture dei teatri nelle grandi città si succedono le 
une alle altre ; ed il pagare i palchetti (la qual paga una 
volta entrava alla schiera delle spese, cui una dama do- 
veva soccombere colla quota assegnata per le sue spille) 
oggi è un affare di serio dispendio, cui debbo supplire a 
parte il marito e la famiglia. Ma i teatri si vogliono ancora 
in campagna, e si va scarrozzando colle poste qua e là per 
andare all'opera. Insigne atto di lusso è poi albergar Mel- 
pomene e Talia in casa propria, che è una invenzione (sic- 
come io potei osservare in parecchie contrade d' Italia) si- 



GIUSEPPE BARETTI. 34:5 

cura per dissipare il patrimonio con fretta H ciò clie 

maggiormente mi determina ad appellare il secolo XVlll 
il secolo del lusso, si è la dill'usa od amplificata univer- 
salità del lusso per tutto le terre e per tutte le condizioni, 
eziandio le più vulgari. Il signor marchese di Miraheau 
racconta che una domenica chiese di presentarsi a lui un 
pulito giovine vestito di seta nera, ben acconcio gli unti 
capelli, con purissima calza bianca, e con manichetti di fina 
tela ; e che dopo alquante parole intese che era il figlio 
del suo mariscalco. Noi non abbiamo bisogno di andare a 
Parigi per vedere somiglianti metamorfosi di leggiadria. 
In ogni paese il maggior numero che sia di botteghe è 
(]uello delle botteghe de' parrucchieri per arricciare ancora 
gli artigiani, eguale a quello dei canottieri per sollazzare 
gli oziosi. Qual difl'erenza omai passa fra l'abbigliamento 
di una gran dama e di una piccola cittadina? Un trallicanto 
veste e mangia e si diverte, come un cavaliere. Ne' giorni 
che si chiude il fondaco e s' intromette il lavoro, si vuol la 
gita in campagna, il pranzo o la merenda di compagnia, 
il passeggio, il giuoco, la commedia. La plebe si abbandona 
agli stravizzj della tarda osteria; ed al lunedì mattina si 
prolunga il sonno, e si partecipa l'ozio del giorno antece- 
dente, con danno delle arti e dei trallìci. Io non disputo 
ora sulle ricchezze che porta il lusso in seno delle na- 
zioni: solamente so che questi sono disordini. E però dopo 
aver provato, come io estimo, che il lusso del settecento è 
maggiore che quello del seicento, non mi congratulo già col 
secolo nostro, né me ne fo un vanto. Noto anzi che lo smo- 
dato lusso presente è nocevole ed al vero lavoro ed al buon 
costume. — (Dalla Lettera critica sulle qualità del lusso 
presente in Italia; nelle Opere, ediz. di Bassuno, voi. VI, 
pag. 183 e scgg.) 



GIUSEPPE BARETTI. 

Nacque ;v Torino il 25 aprile del 1719 • da Luca Antonio, inge- 
gnere ed estimatore generale del Ke e da Anna Caterina Tesio; 
la sua fanìiglia, oriunda di Kivalta Bonniila nel Monferrato, ei la 
credeva, pare erroneamente, derivata dai marchesi Del Carretto.^ 
Per contese domestiche, nate dalle seconde nozze del padre, che 
aveva trascurata la sua educazione, abbandonò la casa paterna 
nel 1735, recandosi a Guastalla presso uno zio, che lo pose come scri- 
vano presso i Sartoretti, ricchi commercianti. Quivi conobbe Carlo 

* Vedi Luigi Piccioni, Intorno alla data della nascita di G. lì., in Giom. 
Star. Leti, hai., XXVIII, 305. 

* Vedi A. D. Perrkro, Della famiglia di 0. B., in Curiotità e ricercht 
di Storia subaìp., V, 524 (1883); e L. Piccioni, Dì G. Ji.. la famitjlia, % 
primi anni, in Atti deWAtenco di Uercjamo, vol. XIII (1S09). 



344 



8EC0L0 XVIII. 



Cantoni, che coltivava gli stndj della poesìa e che lo giovò dei suoi 
consigli, e da lui ricevette la prima educazione letteraria.' DaCiuM- 
stalla, dopo essere stato a l'arma e a iMantova, ove conobbe il 
Frugoni e il poeta bernesco Vittor Vettori, e a Torino, dove forse 
sentì le lezioni del Taglìazucchi, passò a Venezia, e vi frequentò lo 
Zeno e la famiglia Gozzi; poi verso il 1710 si fermò a Milano per 
circa tre anni, vivendo in allegra familiarità col Bieetti, col Ba- 
lestrieri, col Passeroni e con altri valentuomini,^ coltivando la 
poesia, specialmente bernesca, e lavorando alla mediocre versione 
ùg' JRiviedj d'Amore e degli Amori di Ovidio, che fu pubblicata 
poi, nel 1752. Tornò a Torino nel '42, ma ne parti presto, nominato 

custode de' magazzini delle 
fortificazioni di Cuneo 0743;; 
indi, mortogli nel 1744 il padre, 
tornò a Torino; poi rivisitò Mi- 
lano, dove era stato ascritto 
all' Accademia dei Trasfor- 
mati, e Venezia, dove pubblicò 
una traduzione delle Tragedie 
del Corneille (Venezia, Herz, 
1747) e scagliò contro un dot- 
tor Schiavo certe Lettere (Lu- 
frano, 1747) nelle quali rivelò 
fin d' allora, in tutta la sua 
acre violenza, il carattere del 
futuro Aristarco. Nel '49 era 
nuovamente a Torino, e ivi, 
mentre entrava in aspra po- 
lemica col prof. Giuseppe Bar- 
toli, attese a una raccolta delle sue migliori Piacevoli Poesie (To- 
rino, Campana, 1750). Nel 1751 andò a Londra, dove fu addetto 
alla direzione del Teatro italiano, e si mise ad insegnar l'italiano 
e a far pubblicazioni varie e in varie lingue.^ Nove anni vi di- 
morò, onorato e incoraggiato da calde e generose amicizie, come 
quelle di Lord Charlemont e di Samuele Johnson.* Nel 1760, subito 
dopo aver dato in luce quel Dictionari/ of the Englisk and Itallan 
languages, che fece fortuna e neppure oggi è dimenticato, ritornò, 

* Vedi G. Malagoli, Carlo Cantoni umorista e favoleggiatore del se- 
colo XVIJJ, nel Giorn. star, della leti, ital., voi. XXI, pag. 265 e segg. 

^ Vedi L. Frati, Il B. a Milano sec. ale. leti, ined., in Bibliat. scuole 
ital, Vili, 171. 

'^ Vedi L. MORANDI, Epìsodj della vita dd Baretti a Londra, nella 
Nuova Antol., 15 febbraio 1883 e in Voltaire contro Shakespeare, Baretti 
coìitro Voltaire. Città di Castello, Lapi, 1884. 

* Vedi L. Caetani, Bareni e Johnson, Roma, tipogr. tenne Diocleziane, 
1894 (cfr. la recensione di Y. Cian in Rassegna bibliogr.lett.ital., Ili), e 
L. Piccioni, G. B. e Lord Charlemont, in Studj e ricerche più sotto cit., 
pag. 383, 




GIUSEPPE BAUETTI. 



34- 



pass,! Milo per il Portogallo, p(M- l.'i Spagna e per la rrnncla, a To- 
rino, (; intanto acciiiistò pratica maggiore di lingue straniere. A 
Milano sperò un ultieio dal conte di Firmian, e non ottenutolo, 
attese a dar un ragguaglio del suo viaggio, in forma di Lettere 
familiari ai suoi tre fratelli; ma, per richiami del ministro del 
l'ortogallo, non potè stamparne a Milano se non il primo tomo 
(Milano, Malatcsta, 171)2). Si recò allora a Venezia dove dimorò 
alcuni anni pul)l)licandovi fra mezzo a molti ostacoli ^ la Frusta 
Letteraria e il secondo volume delle summentovate Lettere (Ve- 
nezia, Pasquali, 17G3). Lasciata Venezia nel 1705, stette nascosto 
in Ancona- per potervi liberamente proseguire la Frusta, a Ve- 
nezia soppressa : poi passò a Livorno, di lì a Genova, donile nel '(J<» 
tornò, riprendendo l'abituai vita laboriosa, a Londra, e qui, nel 
1768, fu nominato segretario deirAccademia reale di belle arti per 
la corrispondenza straniera, ma senza stipendio. Viaggiò colla fa- 
miglia d' una sua alunna per la Francia e le Fiandre, e poi, da 
solo, nuovamente la Spagna, dove si trattenne qualche mese per 
compiere una sua scrittura in lingua inglese: A Journei/ from Lon- 
don io (ienoa ec. (London, Davies, 177U). Quanta fosse la stima e 
l'atìetto da cui, malgrado le beghe e le insidie che anche là si su- 
scitò contro, era circondato in Inghilterra, si vide allorquando nel 
17(5'.>, processato per un omicidio da lui commesso per necessità di 
difesa, i personaggi più eminenti ed autorevoli comparvero a de- 
porre in favor suo, e contribuirono alla sua assoluzione. Rimpatriato 
nel 1770, con un buon gruzzolo di danari, frutto delle sue oneste 
fatiche letterarie, visitò i parenti a Torino e nel Monferrato, scorse 
la Toscana, si fermò tra gli amici a Bologna, e fu ospite a Ge- 
nova dell' amico suo il doge Negroni. L'anno seguente tornò in 
Inghilterra dove, per la guerra colle colonie d'America, i tempi 
v()lg(^vano poco propizj agli studj e agli studiosi, e fallitegli le 
pratiche per tornare definitivamente, come sognava, in i)atria, e 
disgustatosi coi fratelli, più non si mosse dall'Inghilterra, se non 
per brevi gite in Francia, finché nel '72 consegui una pensione 
annua di ottanta sterline dal Ke. Seguitando a lavorare e a pub- 
blicare con ammirabile vigoria di mente e di corpo, il 5 maggio 
del 1789, chiuse in Londra la sua vita quasi sempre disagiata e 
tempestosa. 

L'edizione più copiosa delle opere del Baretti è quella di Mi- 
lano, Classici, 1838-39, in quattro voi. Buona scelta dei suoi Scritti 
è quella di M. Mknc.hini, Fii-enzc, Sansoni, 1897.=' Ora diremo 
de' principali suoi scritti. 



' Vedi A. I). rK.liRKRO, // so;iffiornn dd fiarctli a Vauzia (1705-60), 
«ci giornale La Letierainra (lei 3 marzo 1890. 

• Vedi A. MoscnKTxr, G. 11. ud tuo lutscondigìin, in Mi-^cilf. uuziala 
Ro8»i-Tcias, Bergamo, Arti grariclic, 1897, pa?. 2^3. 

* Vedi su di ossa, (Jivrn. utor. leti. iUtt., XXXI, UG, 6 liasacfjna cri' 
(leu leu. iUd., Ili, II. 



340 SECOLO XVIII. 

Della Frusta Utteraria si pubblicarono i primi venticinque nu- 
meri (lo ottobre 17G3-15 gennaio 17G5) a Venezia colla data di lio- 
veredo; altri otto (i» aprile-15 luglio 1705) ad Ancona colla data di 
Trento ; nò era nuova, salvo la battagliera vivacità degli articoli, 
questa forma di Giornale periodico in Italia. La Frusta fu un 
giornale, coni' oggi si direbbe, bibliografico: il Baretti vi si na- 
sconde sotto il nome di Aristarco Scannahue, vecchio soldato con 
una gamba di legno, che aveva un servitore (Macouf) ed un amico 
{Don Petronio Zamherlucco). Il Baretti, oltre che per intendimenti 
critici e letterarj, che sarebbe ingiusto negargli, fece forse anche 
cotesta pubblicazione per richiamar 1" attenzione su di sé e per 
provvedere ai bisogni proprj.' Carattere ùoWdi Frusta fu più spesso 
la crudità che la franchezza della parola e de'giudizj: utile del 
resto, come per certi mali il ferro ed il fuoco, specialmente contro 
le frivolezze erudite e le pastorellerie arcadiche, in un tempo di 
cosi manifesto servilismo letterario, che il periodico potè esser 
proibito dalle autorità venete col pretesto di un articolo poco re- 
verente verso le poesie del Bembo. Sono ricordati ancora i vio- 
lenti attacchi contro il Goldoni, ai quali il Baretti fu mosso anche 
da Carlo Gozzi e dall'Accademia dei Granelleschi, mentre più 
tardi si mostrò sinceramente benevolo all'autore del ^owrru òie/i- 
faisant.- Fu costantemente e recisamente avverso alle novità fran- 
cesi e alla scuola dei giovani che in Milano compilavano il Caffè, 
che, fra molte buone cose, troppo mostravasi inchinevole al genio 
oltramontano. Degna di ricordo è anche l'avversione del Baretti 
pel verso sciolto: più del resto per la scipita contenenza di certe 
poesie in quel metro, che non per errato giudizio sul valore d' un 
verso destinato a produrre poi effetti maravigliosi per opera del 
Parini, del quale il Baretti pur riconobbe i meriti, dell'Alfieri, del 
Foscolo. Contro di lui si levò, fra gli altri, e con più accanito im- 
pegno, il Padre Appiano Buonafede col Bue pedagogo, ec. (Lucca, 
1764), e il Baretti gli rispose coi Discorsi fatti dall' autore della 
Frusta letteraria al Reverendissimo Padre Don Luciano Firen- 
zuola, ec, che vennero scritti in Ancona.^ La Frusta, tuttavia, ha 
sempre un posto eccelso nella serie di quelle opere che contri- 
buirono al rinnovamento della critica letteraria.* 

Le Lettere familiari ai suoi tre fratelli, nelle quali il Baretti 
narra molti particolari de' suoi viaggi, sono l'opera di lui più letta, e 



^ Vedi A. Neri, G. B. e % Gesuiti, in Supplemento, n. 2 al Giorn. stor. 
hit. itaì. (1899). 

2 G. Sanesi, Baretti e Goldoni, nella Rassegna Nazionale, voi. LXIX, 
16 febbraio 1893. 

3 Vedi E. Masi, Frusta letteraria e Bue pedagogo, nel volume Parruc- 
che e Sanculotti nel sec. XVIII, Milano, Treves, 1886. 

* Vedi D. Ferrerò, B. e la Frusta lett., la La Letteratura, I, 132 (1891); 
G. Canti, La Frusta letteraria, Alessandria, Chiarì, Romano e Filippa, 1890; 
E. Ferrari, G. D. e la Frusta letteraria, Bologna, Zanichelli, 1896, 



GIUSEPPE BARETTI. 



347 



certo, più pregevole dopo hi Frusta: di lettere sue familiari altre 
furono pubblicate dal Custodi (Milano, liianchi, 1822-"J.'{) riprodotte 
con molte altre iiell'odiz. cit. delle Opere, altre da L. Morandi,' 
da A. Neri e da M. Menghini.* Queste non sono da confondersi colla 
Scelta di lettere faììiiliari fatta per uso det/li studiosi di lìn(jua 
italiana (Londra, Nourse, 177'.«), nella quale sono parecchi articoli 
della /'Vws^rt, varie lettere sotto nome d'altri e la famosa in fran- 
cese contro il proposto Marco Lastri, che aveva detto male della 
Prefazione preposta dal IJarctti a una edizione di tutte le Opere 
del Machiavelli (London, Davies, 1772). Altre ha messo a luce il 
prof. Luigi Piccioni nel libro che più sotto ricordiamo, e che con- 
tiene anche un Indice cronologico delle lettere haretliane edite a 
note (pag. 5(J2 segg.)- 

Lasciò anche poesie e traduzioni varie. 

In inglese, oltre il Dizionario delle due lingue e quello Inglese- 
Spagnolo (Londra, Nourse, 177S), pubblicò parecchi lii)ri didattici: 
ricorderemo il The Italian Librarli (London, Millar, 1757), raccolta 
di notizie sui principali scrittori italiani; YAn Introduction to the 
inost nseful European /a/j/z/m^/fs (London, Davies, 1772), scelta op- 
portuna di passi tratti dall'inglese, dal francese, dall'italiano e 
dallo spagnolo: ' VEas;/ Pliraseologij for the use of young Ladies 
(^London, Kobinson, 177ó), dialoghi in inglese e in italiano per l'am- 
maestramento di una sua scolara, oc. Nò vanno dimenticate le sue 
opere polemiche, le quali talora prelusero e talora continuarono 
l'opera della Frusta: quale VA Dissertai ìon upon the italian poetrg 
(London, Dodsley, H'^i), volta specialmente contro il Voltaire,* il 
Tolondron (London, Faulder, 17S<')), contro .lohn IJowle, e altri mi- 
nori. Cosi pure è merito suo grande quel Discours sur Shakespeare 
et sur Monsieur de Voltaire (London, Nourse, 1777), nel quale difese 
vigoro.samente il grande scrittore inglese;"' come nell'vl?! account 
of the inauìiers aiid custoins of Jtali/ ec. (London, Davies, 17G8), di- 
fese l'Italia e gl'Italiani contro l'inglese dr. Sharp, in un libro ricco 
di curiosi particolari sulle coiTiumniize e la cultura nazionale di 
quel tempo, e che si trova ancht! tradotto in italiano cui titolo: 
Gli Italiani o sia Relazione degli usi e costumi d'Italia (Milano, 
Pirotta, 1818). Come quest'ultima, così altre delle sue opere in- 



' Nel voi. Voltnire contro S/uiLexpearef lìnreAti contro Vohnire, già cit. 

- Littere ined. di G. lì. ad Ant. (ìreppi, neWArvli. stor. loinl>., anno Xlil, 
188(1, fase. Ili, pagr. OH e segg.; Due Ictt. ined. di (!. li., Firenze, Carno- 
sccchi, 1895. 

3 Vedi Em. Tkza, // IH>ro quadrilingue di G. lì., iti Rasa. hihUorjr. Iet- 
terai, ital., VII, 97. 

* Vedi l'art, di A. Nkri, Un mazzetto di curiosità, in Giorv. Ligustico 
di Genova, au. XV, fase. VII-VII I. 

* Vedi il citato volume del Morandi e l'art, di A. NKRr, Due aneddoti 
l'iicrari poco noli, in Guzz. Letter. di Torino, an. X, n. 21-. Il H. si trovò an- 
olio in altri giudizj avversario del Voltaire: vedi K. Tkza, Giudizj del lìaretti 
>• dei Voltaire sopra alcuni verni dei Lusiadas, Livorno, Giusti, 1899. 



348 SECOLO XVIII. 

(>leHÌ, furono voltate non clii; in italiano, anche in francese v. in 
tedesco; il che <•- prova del valore e dell' importanza attribuite 
ad esse dai contemporanei. 

Il Baretti, come molti degli scrittori di questo periodo, derivò 
in gran copia il nutrimento intellettuale dalle letterature straniere 
e specialmente dall'inglese: e ciò gli conferì quella larghezza e 
indipendenza di giudizio che non si trovano sempre ne' troppo ligj 
alle tradizioni. Notevole in se e in quei tempi è il suo stile jier 
certa amabile disinvoltura: ond' ci può dirsi uno di coloro che 
meglio giovarono al rinnovamento della nostra prosa moderna, 
come incontrastabilmente la sua arte critica, che fu acerrima bat- 
tnglia contro il falso e il vano, fu, ad onta di alcuni scarti e di 
alcune sviste, potente strumento di rigenerazione intellettuale. 

[Per la biografia, vedi le Memorie della vita del B., premesse dal 
Custodi agli Scritti scelti inediti e rari di G.B. (Milano, Bian- 
chi, 1822-23) ; C. UGONI, Della Lette.r. ilal. nella seconda metà 
del sec. XVIII (Milano, Beruardoni, 1856, 1, 3); E. Lidforss, G.B. 
en italiensk litterator etc. (in svedese), Stockolm, 1894 (vedi SE. di 
BlARTINO, in Rass. hihliogr. lett. ital., II, 170); LUJGI PlCClONJ, 
Studj e ricerche intorno a G. Baretti con lettere e docum. ined. 
(Livorno, Giusti, 1899: e su questo libro consulta T. Ortolani, in 
liass. bibliogr. lett. ital., Vili, G5, e E. Bertana in Giorn. stor. 
lett. ital., XXXIV, 436), Per la bibliografìa, l'opera cit. del Piccioni, 
pag. 3, e 585-601, nonché del medesimo lo scritto cit.: La fami- 
glia, i primi anni ecc.] 



GII Inglesi. — Togliamo agi' Inglesi questa loro smisura- 
tissima parzialità per la loro patria, e l'odio loro arrabbia- 
tissimo contro i Francesi, e lo irragionevole lor disprezzo 
per tutte le nazioni del mondo, gli Inglesi non sono gente 
insoffribilmente cattiva. Sono, come ognun sa, molto corag- 
giosi e intrepidi, vuoi per mare o vuoi per terra, né è fa- 
cile trovare nelle storie esempj di codardia inglese. I Fran- 
cesi qualche volta gli hanno rotti e vinti in battaglia, ma 
non so se gli abbiano fatti fuggire una sol volta a rompi- 
collo nelle tante guerre che le due nazioni hanno avute in- 
sieme. La tempera naturale degl' Inglesi è un misto di sem- 
plicità e di beneficenza. Se ti possono far del bene, te lo 
fanno con molta magnanimità, e senza vantarsene dopo. 
L' umanità loro s' è molto luminosamente palesata in que- 
sta presente guerra (1760), raccogliendo per tutta la nazione 
una contribuzione volontaria per vestire molte migliajade'lor 
nimici, che avevano nella lor isola prigionieri, e che, senza 
quella generosissima universal contribuzione, sarebbono in 
gran parte morti di freddo l'inverno passato, che fu molto 
rigido. Qual nazione antica o moderna ha mai dato un esem- 



GIUSEPPE BARETTI. 310 

pio al mondo di tanto eroica carità? Vi furono Ucf^l'lnfrlosi 
elio diedero le venti, le trenta, e fin le cento e le du^^ento 
f-liineo a questo elVetto, senza voler essere nominati nello 
liste, clie si stamparono de'maunanimi benefattori di (Hie' po- 
veri prigionieri ; e molti mandarono quelle buone somme 
di danaro tanto destramente, elio da quelli i quali furono 
destinati a ricevere quelle contribuzioni, non si potette sa- 
pere d'onde e da chi quel danaro venisse. Mi dirà bene 
qualche austero filosofante, che anche questi furono elfetti 
d'amor proprio, e per conseguenza furono atti non degni 
di lode ; ma canchero venga a tutte le dottrine filosoficlui 
quando tendono a infiacchire la beneficenza degli uomini I 
Molto migliore è sempre quella nazione che usa beneficenza 
per un impeto di smisurata vanità, che non un'altra na- 
zione, la quale per saviezza si astiene dal beneficare, onde 
non appaja vana e rigogliosa. Pochi sono gli atti di pura 
virtù che gli uomini fanno, e la vanità e l'orgoglio troppe 
volte ne muovono a favore del nostro prossimo: tuttavia 
sempre è lodevole chi ò liberale del fatto suo per ajutaro 
il prossimo. Il fatto sta che gì' Inglesi fanno di gran cose per 
aver danaro, ma quando n' hanno lo spendono liberamente, 
e te ne danno se ne chiedi loro ; e se sai ùive qualche cosa 
di buono, t' insegnano a lor potere le vie d'impiegare i tuoi 
talenti e di procacciarti onestamente la vita ; e quando 
sono persuasi che tu sei galantuomo, o forestiere o nativo 
che tu sia, si fanno presto un punto d'onore di spalleggiarti 
e di tirarti innanzi. Nel conchiudere i loro contratti usano 
poche parole, lo lo seppi in prova più volte; e mi ricorderò 
sempre che (juando m'accordai con otto librai associati per 
correggere ed ampliare il Dizionario dell'Altieri, domandai 
loro addirittura dugento ghinee. Un bicchier di vino e una 
stretta di mano finirono l'accordo in meno tempo che non 
lo scrivo; anzi quando il mio lavoro fu terminato, furono 
presto unanimi in farmi aijclie un buon regalo, essendosi 
da sé stessi persuasi che io aveva fatto qualche cosa di più 
intorno a quel Dizionario, che un altro non avrebbe fatto. 
I nobili d'Inghilterra non sono avari e superbi, come lo 
sono in molte parti d'Italia. A vedere come trattano i loro 
inferiori, pare che cerchino più di farsi amare, che non di 
farsi rispettare; che all'incontro molti de' nostri nobili pa- 
iono sempre agitati dal timore di non essere stimati per 
que' che la fortuna li ha fatti ; e tanta più alterigia mo- 
strano, (pianta più abbiettezza trovano in chi deve loro per 
sua sventura accostarsi. PYa i nobili inglesi se ne trovano 
molti di letteratissimi ; e in tanti anni eh' io sono stato fra 
di essi, non ho trovato neppur uno che non si vergognasse 
di essere troppo ignorante; che all'incontro mi ricordo 
molti de' nobili nostri, i quali se ne stanno serenamente a 
sedere sulla seggetta della sciocchezza, senza mai mostrare 
d'essere nauseati dall'infinito puzzo che di quella esce, e 



350 SECOLO XVIII. 

clie anzi si fanno un animalesco pro;,no di ossero reputati 
asinacci in o^mi sorta di buone lettere, fidandosi unicamente 
alla riverenza che T antichità della prosapia e l'abbondanza 
di quattrini naturalmente procurano. Lo arti in Inghilterra 
si sono perfezionate più che in altro moderno paese. Tranne 
la pittura, la scultura, L architettura e la musica, in cui 
gV Inglesi non ci possono venir vicini per quanti sforzi si 
facciano, nel resto vincono e noi e gii altri. Se noi abbiamo 
primi adattata la calamita agli usi della nautica, e se primi 
abbiamo vòlto il cannocchiale a' corpi celesti, essi hanno tanto 
studiato su queste nostre due invenzioni, elio le loro bus- 
sole e i telescopj loro hanno poi fatto scordare i nostri. Ma 
sarebbe un voler bere L Atlantico ch'io vo solcando, chi 
tentasse dire di quante arti gì' Inglesi sono stati o i trova- 
tori i perfezionatori. E che dirò della loro poesia, della 
loro astronomia, della loro metafisica, e di tutte le scienze 
che allontanano 1' uomo dal bruto, e lo avvicinano all' an- 
gelo? E che dirò della costumatezza e del garbo infinito 
delle loro gentildonne, molte migliaja delle quali sono da 
scambiare per creature celesti ? Graziose, modeste, prudenti, 
generose, caritatevoli, affabilissime, allegre, pie, oh Dio le 
benedica ! E pratiche di lingue moderne, e intendenti di 
musica e di disegno, e conoscitrici di fiori, e dotte nel ri- 
camo, e eleganti nel ballare, e naturali nel vestirsi, e si- 
cure nel parlare come nel metter in carta, e esattissime 
nella pronunzia, nell'ortografia e nella frase della loro lin- 
gua, e leggitrici indefesse di poesia e di libri morali, oh 
Dio le benedica un' altra volta ! In somma chi è nato in- 
glese, paragonalo a qual uomo d' altra nazione tu vuoi, non 
ha sul totale ragione alcuna di vergognarsi della sua pa- 
tria, malgrado quella tanta corruttela, che ribocca per al- 
cune parti d' Inghilterra, e spezialmente per Londra, che 
si può veramente chiamare il centro d'ogni virtù e d'ogni 
vizio. — (Dalla VI delle Lettere ai fratelli, de' 25 agosto 1760, 
in Opere, voi. Ili, Milano, Classici, 1839, pag. 39.) 

La caccia de' tori a Lisbona. — La festa de' tori, a chi la 
vede per la prima volta, non si può negare che non sia cosa 
da empiere di stupore. V'assicuro però che non butterei più 
un quattrino per vederne un'altra, e che mi ha scandolezzato 
molto il rimirare tanti cristiani, e spezialmente tanti preti, 
assistere a un passatempo di tanta crudeltà n^l proprio 
santo giorno di domenica. Ma per farmi da capo a dirvi di 
questa inumanissima cosa, jeri Terso le tre ore dopo il 
mezzodì montai in un calesse tirato da due muli, che qui 
è la vettura la più comune; e dopo un'oruccia di bel trotto 
giungemmo il signor Edoardo ed io ad un luogo chiamato 
Campo Pequeno. Quivi è eretta una fabbrica tutta di legno, 
fatta in forma decagona, di dugentocinquanta passi di dia- 
metro circa. Il pianterreno di tal fabbrica contiene delle 



GIUSEPPE BARETTI. 351 

pancìie disposto anfiteatral mente, e il piano di sopra è com- 
posto di palchetti elio potrebbono ben capire dodici e più 
persone ciascuno. Parte dello genti che sono nell'antitea- 
tro, stanno a sedere su (luellc panche, e parte s' appog- 
giano a un riparo di tavofe, clie giunge sino al mento delle 
persone di statura comunale. Quo' che sono ne' palchetti, 
seggono su certi piccoli scanni molto scomodi. Noi eravamo 
dalla parte dell'ombra, quasi in l'accia al palchetto del re, 
e lontani tre palchetti da quello della regina. Il re, vestito 
d'una seta azzurra senz'oro e senza argento, stava con suo 
l'ratello don Pedro, che pochi mesi sono ha presa per mo- 
glie la principessa del Brasile primogenita del re. La re- 
gina, perchè mi stava di fianco, non la potetti mai vedere 
in faccia, e mi dicono che aveva seco nel palchetto le sue 
(juattro figlie, che non potetti neppure distinguer bene, per- 
chè pochissimo si mostravano. Il popolo spettatore era nu- 
merosissimo ; di maschi, s'intende, che le lemmine non mi 
parve oltrepassassero le cento. (ìiù nello steccato v' erano 
forse dugento persone, la più parte sedute in terra. Guar- 
die del re non ve n'era neppur una; e una certa figura 
vestita come da brighella se ne stava a cavallo con un 
lungo e sottil bastone in mano, e fermo sotto il palco della 
regina. Al giungere del re entrarono tosto nello steccato 
due spezie di carri di trionfo tirati da sei muli cia.scuno. 
Que' carri erano assai malfatti e disadorni. Sur uno d'essi 
stavano otto birboni, che rappresentavano guerrieri mori, 
e sull'altro otto altri birboni, guerrieri indiani. Fatti al- 
quanti caracolli a tutta briglia, i Mori e gì' Indiani si lan- 
ciarono giù de' carri, e cominciarono una breve e gofl'a zuffa, 
nella quale gli otto Indiani furono distesi morti sul terreno 
da' Negri valorosi con le loro spade di legno : e poi i Negri 
vivi e gì' Indiani morti, con molte risa corsero tutti insieme 
da un canto dello steccato, e diedero luogo a' due cavalieri 
che dovevano combattere i tori, e che s'avanzarono vestiti 
alla spagnuola, e con pennacchi in testa, su due bellissimi 
cavalli bizzarramente bardati. La livrea d'uno era gialla; 
quella dell'altro chermisina. Finite le l'iverenze e le capriole 
fatte fare da' cavalli alla regina, al re e a tutta l'udienza, e 
incoraggiti i due campioni dall'applauso universale, uno 
d'essi s'andò a porre dirimpetto a una porta, che era quasi 
sotto il palchetto del re, e l'altro galoppò al lato opposto 
dello steccato. Aperta quella porta da uno, che nell' aprirla 
si ricoperse con essa, ecco un toro che in tre salti si lan- 
cia al campione giallo, il quale sta aspettando l' infuriato 
animale con uno spiede in pugno, il toro si portò via nel 
collo mezzo Io spiedo, e il toreador fece saltare con molta 
destrezza il suo Rabicano * da un canto per iscansare le non 

' liahicano e più sotto Arr/nlia, nomi dì cavallo e cavaliere desunti 
dall' Orìantlo innatiioroto. 



r/)2 SECOLO XVIII. 

molto spaventose corna, le quali avevano le punte assicu- 
rate e rese ottuse da un pezzo di lef,^no torniate. La be- 
stia, sentendosi ferita, corse la piazza con molta rabbia, e 
il cavaliere, seguendola e volteggiandole intorno, quando 
quella se gli avventò di nuovo centra, con un altro spiedo 
la trafisse ancora nel collo ; e il toro fuggendo da lui si 
lanciò al toreador chermisino, il quale gli lasciò un terzo 
spiedo pur nel collo ; e il campion giallo, sguainando uno 
spadone, menò al disperato animale un taglio si giusto e 
di tanta forza tra costa e costa sulla scliiena, che lo fece 
procumber giù mezzo rovescio, e grondante d'infinito san- 
gue. Appena fu il toro in terra, che molti toreadores a 
piedi gli saltarono addosso, e afferrandolo per le corna lo 
trafissero con moltissimi colpi di daga. Il brighella, o araldo, 
officiale, che non so come sei chiamino, galoppò subito 
verso una porta, che fa fronte al palco della regina, e dato 
Lordine, entrò una quadriga di muli che strascinò via la 
bestia non ancor ben morta, insieme con un moro, che per 
allegria era saltato a sedere suir arrovesciato corpaccio. 
Nojosa cosa sarebbe il dirvi, fratelli, i poco diversi acci- 
denti che avvennero nelT ammazzare tutti i diciotto tori, 
che perdettero a uno a uno la vita in quel giorno. Alcuni 
prima di morire ebbero sino a otto spiedi nel collo, ficcati 
loro talvolta dalli due toreadores a cavallo, e talvolta da 
altri toreadores a piede. Ed è cosa maravigliosa vedere uno 
agilissimo toreador a piede, che afferrando colla sinistra la 
coda al cavallo di questo o di quel campione e colla destra 
una bandiera, salta e corre senza mai abbandonar quella 
coda ; e colla bandiera irrita e stuzzica la bestia, la quale 
si scaglia ora a lui ed ora al cavaliere, e tosto che si sca- 
glia, il cavaliere la ferisce, e feritala o in pieno o a sghembo, 
tutt' e due la schivano, sempre volteggiando con destrezza 
inesprimibile. Né mai è il toro percosso se non per dinanzi, 
e quando si lancia; che il percuoterlo per di dietro o per 
di fianco o quando fugge, sarebbe riputata cosa villana, e 
moverebbe a sdegno V udienza. Uno de' tori, seguito e spa- 
ventato dalle grida de' prefati Indiani e Negri, e da' torea- 
dores a cavallo e a pie, balzò netto dentro l'anfiteatro e 
vi cagionò un orribile scompiglio ; eppure nessuno de' nu- 
merosi occupatori di quel luogo non vi rimase né morto 
né storpiato, tanta è la sveltezza e la pratica de' Porto- 
ghesi nel gittarsi da' canti e giù nello steccato, quando in- 
travvengon simili casi. Sui gradini dello anfiteatro fu l'ardita 
bestia scannata a colpi di spada dagli astanti; e scommesso 
in pochi minuti il riparo, venne la quadriga de" muli che la 
strascinò via ; e di questa avventura si fece molta festa 
dagli spettatori. Ma non avrei già fatta festa io, se per 
mia disgrazia mi fossi trovato in quel luogo. Alcuni spiedi, 
che i toreadores lasciarono fitti nel corpo d'alcun toro, ave- 
vano de' razzi e de' salterelli alla penna, e quando il fuoco 



j| 



GIUSEPPE BARETTI. 353 

cominciò a farli sibilare e IViisciare,* il toro impazzava e 
Taceva salti spaventevoli ; e quando que' salterelli e que' razzi 
scoppiavano, traboccava il clamore e l'allegrezza de' bar- 
bari circostanti strepitosissimamente, perchè gli è allora 
che il toro diventava come ehi dicesse indemoniato. Un 
negro con una bandieretta in pugno aspettò intrepidamente 
uno de' tori, e nel punto che la bestia chinò le corna per 
lerirlo, quel negro, leggiero come un passero, spiccò un 
balzo sulla corona alla bestia e fattale una imperfetta ca- 
priola sulla schiena, saltò giù netto. Un altro negro impu- 
gnò a un altro toro il corno sinistro colla manca, e stra- 
scinato con furia grande dal feroce animale, stette pur saldo 
alla presa, e colla destra gli menò di molte dagate nel 
muso e nella testa, e poi si lasciò dolcemente cadere da un 
canto in terra, senza riceverne il minimo danno. Il diciot- 
tesimo ed ultimo toro però fu vicino a fare le proprie e le 
fratellesche vendette, riuscendogli ad un orrendo cozzo di 
arrovesciar in terra il bel cavallo del giallo toreador, e di 
passar sulla pancia di (juel tristo che gli avea cacciati già 
due o tre spiedi nel collo; e se non erano que' pezzi di le- 
gno torniati che aveva in punta alle corna, sbudellava cer- 
tamente quel signor cavaliere, e quel che è peggio, quel 
bellissimo cavallo, che niun de' quattro pia mai pose in 
fallo. Rabicano però da una parte e l'Argalia dall'altra in 
un baleno furono ciascuno sulle proprie gambe. Rabicano, 
facendo salti di capra, s'allontanò dall'animale, che gli aveva 
fatto quel bello scherzo, e il giallo Argalia s'avventò ira- 
tamente e collo spadone alto al toro, e gli diede tanti or- 
rendi tagli sul dosso, che se non erano l'ossa dategli dalla 
natura salde come ferro, l'avrebbe spaccato come si spacca 
un cocomero. Insomma tutta la turba de' pedestri toreado- 
res diedero tante lanciate, sciabolate e dagate a quel po- 
vero diciottesimo, che in poco d'ora lo spacciarono e tol- 
sero di tormento. V. cosi lini la crudel festa con moltissimo 
gaudio, tripudio e soddisfazione de' fedelissimi sudditi di 
Sua Maestà fedelissima. — (Dalla Lettera XVI I^ del 1" set- 
tembre 17G0. Ibidem, pag. 88.) 

Il terremoto di Lisbona. — Sono stato a visitare le rovine 
del sempre memorando terremoto, che scosso i due regni 
di Portogallo e d'Algarve, con molta parte di Spagna, e 
che si fece terribilmente sentire per terra e per mare in 
molt' altre regioni nell'anno mille settecento cinquantacin- 
que, il dì d'Ognissanti. Misericordia! È impossibile dire l'or- 
renda vista che quelle rovine fanno, e che ftxranno ancora 
per forse più d'un secolo, che un secolo almeno vi vorrà 
per rimuoverle. Per una strada, che è lunga più di tre mi- 

* E quel rumore che fanno i saltarelli e i razzi appena accesi, nel man* 
dar fuori il fuoco. 

IV. Q3 



354 SECOLO XVIII. 

glia, e che era la principale delia città, non vedi altro che 
masse immense di calce, di sassi e di mattoni, accumulate 
dal caso, dalle quali spuntan fuori colonne rotte in molti 
pezzi, frammenti di statue e squarci di mura in milioni di 
guise. E quelle cose che son rimaste in piedi o in pendio, no- 
vantanove in cento sono affatto prive de' tetti e de" solfìtti, 
che furono sprofondati dalle ripotute scosse o miseramente 
consumati dal fuoco. E in quelle lor mura vi sono tanti fessi, 
tanti buchi, tante smattonature e tante scrostature, che non 
è più possibile pensare a rattopparle e a renderle di qual- 
che uso. Case, palazzi, conventi, monasteri, spedali, chiese, 
campanili, teatri, torri, porticati, ogni cosa è andata in in- 
dicibile precipizio. Se vedeste solamente il palazzo reale, 
che strano spettacolo, fratelli ! Immaginatevi un edifizio 
d'assai bella architettura, tutto fatto di marmi e di macigni 
smisurati, tozzo anzi che tropp'alto, con le mura maestre 
larghe più di tre piedi liprandi, e tanto esteso da tutte 
parti, che avrebbe bastato a contenere la corte d'uno im- 
perador d'Oriente, non che quella d'un re di Portogallo: 
eppure questo edifizio, che l'ampiezza delle sue mura e la 
loro modica altezza dovevano rendere saldo come un monte 
di bronzo, fu così ferocemente sconquassato, che non am- 
mette più racconciamento. E non soltanto que' suoi maci- 
gni e que' suoi marmi sono stati scommessi e sciolti dalle 
spaventevoli scosse, ma molti anche spaccati, chi in due, 
chi in più pezzi. Le grossissime ferrate furono tratte de' loro 
luoghi, e altre piegate e sconcie, ed altre rotte in due dalla 
più tremenda e dalla più irresistibile di tutte le violenze 
naturali. Il molo della Dogana in riva al Tago, che era tutto 
di sassi quadri e grossissimi, largo da dodici o quindici piedi, 
e alto altrettanto, e che per molti e molt'anni aveva mas- 
sicciamente sostenuto e represso il pesantissimo furore delle 
quotidi^-^e maree, sprofondò e sparì di repente in siffatta 
guisa, che non ve ne rimase vestigio; e molte genti che 
erano corse sopr'esso per salvarsi nelle barche attaccate 
alle sue grosse anella di ferro, furono con le barche e ogni 
cosa tratte con tant' impeto sott'acqua, anzi in una qual- 
che voragine spalancatasi d'improvviso sotto terra, che non 
solo nessun cadavere non tornò più a galla, ma neppure 
alcuna parte de' loro abbigliamenti. Gira l'occhio di qua, vol- 
gilo di là, non vedi altro che ferri, legni e puntelli d'ogni 
guisa posti da tutte parti, non tanto per tenere in piedi 
qualche stanza terrena, che ancora rimane abitabile, quanto 
per impedire che le fracassate mura non caschino a schiac- 
ciare ed a sotterrare chi per di là passa. E tanto flagello 
essendo venuto in un giorno di solennissima festa, mentre 
parte del popolo stava apparecchiando il pranzo e parte 
era concorsa alle chiese, il male che toccò a questa sven- 
turata città fu per tali due cagioni molto sproporzionata- 
mente maggiore, che non sarebbe stato se in un altro giorno 



GIUSEPPE BARETTI. 355 

e in un'aìtr'ora fosse stato dalla divina Provvidenza man- 
dato tanto sterminio; perchè oltre alle numerose genti, che 
a parte a parte nelle case e nelle strade perirono, quelle 
che erano nelle chiese affollate, rimasero tutte insieme cru- 
delmente infrante e seppellite sotto i tetti e sotto le cupole 
di quelle; che troppo gran porte avrebbono dovuto avere 
per porgere a tutti via di scampare, sicché molta più gente 
andò a morte ne' sacri che ne' profani luoghi. Oh vista piena 
d'infinito spavento, vedere le povere madri e i padri me- 
schini, stringendosi in braccio o strascinando per mano i 
tramortiti tìgli, correre come forsennati verso i luoghi più 
aperti ; i mariti briachi di rabbioso dolore, spingere o tirare 
con iscompigliata fretta le consorti, e le consorti con pazze 
ma innamorate mani abbrancarsi a' disperati mariti o ai figli 
o alle figliuole, e gli affettuosi servi correre ansanti co' ma- 
lati padroni indosso, e le gravide spose sveni r'c e sconciarsi, 
e tombolare su i pavimenti o abbracciare fuor di ogni 
senso (jualunque cosa si parava loro dinanzi ; e molti uo- 
mini mezzo spogliati, e moltissime donne quasi nude, e fin 
le povere monache con crocifissi in mano, fuggire non so- 
lamente delle case e de' monisteri por gli usci e per le 
porte, ma buttarsi giù d(dle finestre e de' balconi per in- 
volarsi, e la più parte invano, alla terribil morte, che s'af- 
facciava loro d'ogni banda! Chi potrebbe dire, chi solo po- 
trebbe immaginarsi le confuse orrende grida di quelli che 
fuggivano o con le membra già guaste, o nel pericolo im- 
minente d'averle guaste; e i frementi gemiti di (luelli che, 
senza essere privi di vita subitaneamente, rimanevano cru- 
delmente imprigionati sotto le proprie o l'altrui diroccate 
magioni! E quantunque paja strano e quasi impossibil caso, 
pure è avvenuto a molte infelici persone di morire sotto a 
quelle rovine, senza aver ricevuta la menoma ferita o per- 
cossa da quelle. K ancora viva una povera vecchierella, che 
fu cavata fuora d'una cantine,, dopo d'essere stata in quella 
rinchiusa e come sotterrata dal terremoto, e dove conservò 
la vita nutrendosi di grappoli d'uva, che fortunatamente 
aveva pochi dì prima appesi al solajo di quella per con- 
servarli, come qui si usa comunemente. Le miserande stor- 
piature e le strane morti cagionate da tanto calamitoso 
accidente furono innumorabili ; e innumerabili furono i ge- 
nitori che perdettero chi tutta, chi parte della lor prole, 
e innumerabili i figli che perdettero i genitori; e pochis- 
sime le famiglie che non furon prive quale del padre, quale 
della madre, quale d'uno e quale di più figli, o d'altro 
prossimo parente e consanguineo: e in somma tutti, senza 
[eccettuazione, tutti ebbero o danno nella vita, o almeno 
[nella roba; che, essendo, come già dissi, accesi tutti i fuo- 
[chi, perchè era appunto l'ora, che in ogni casa si stavano 
[allestendo i desinari, e rilucendo per le chiese infiniti lumi 
[per la solennità del giorno, il rotolare di que' tanti fuochi 



35G SECOLO XVITI. 

su i numerosi pavimenti di legno, e il cadere de' sacri can- 
delabri sui^li altari, e lo spaccarsi de' focolari e de' solai, e 
rincontrarsi di tanti carboni e di tante fiamme in tante e 
tante combustibili materie, fece in guisa che presto il vo- 
race elemento si sparse e s'appiccò in tante parti della 
città, e fu tanto presto ajutato da un'incessante tramon- 
tana, die non essendovi chi potesse accorrere ad estin- 
guere l'incendio, divenuto a un tratto universale, e venendo 
pur guasti gli acquidotti, che somministravano a Lisbona 
l'acque, in poche ore quel deplorabilissimo fuoco fini di 
colmare d'estrema irremediabile miseria l'angosciato ri- 
manente popolo, che, stupefatto da tanti replicati mali, in- 
vece di adoperarsi in qualche modo, gli lasciò ogni cosa 
in libera preda, e corse urlando e piangendo mattamente 
pe' campi e pe' prati, dove chi potette s' era, per involarsi 
al primo danno, rifugiato. Colà il comune infortunio aveva 
agguagliato ogni grado di persone; e i signori e le dame 
più grandi del paese, non eccettuati i principi e le prin- 
cipesse del real sangue, si trovarono a una medesima sorte 
con la plebe più abbietta; e colà molti, che per malattia o 
pel digiuno dell'antecedente vigilia si trovarono estenuati 
soverchio dalla fame, cadettero la seguente notte misera- 
mente svenuti, e non pochi morti d'inedia sugli occhi del 
loro addolorati ssimo sovrano, che per tutto quel troppo di- 
sastroso giorno altro non ebbe che amare lagrime da dar 
loro. E oh quanti doviziosi grandi, quante nobili matrone, 
quante modeste donzelle furono colà costrette ad implorare 
pietà e soccorso, o a soffrir vicina la stomachevole com- 
pagnia di putenti mascalzoni e di sozze femminacce, e ad 
invidiare talora un pezzo di pane accattato, che un qualche 
mendico si traeva di tasca per mangiarselo! Tutti i tanto 
vantati tesori del Brasile o di Goa mal sarebbono in quel 
punto stati equivalenti, non dirò a un boccone d'ammuf- 
fato marinaresco biscotto, ma neppure alla fradicia scorza 
del frutto più comunale, tanto in poche ore divenne rab- 
biosa la fame e universale. È una cosa, fratelli, che funesta 
indicibilmente l'animo il visitare quelle rovine con alcune 
di quelle persone che di tanta calamità furono testimonie, e 
sentirle ad ogni passo dire : Qui rimase morto mio padre ; 
là mia madre fu sepolta ; costà una tal famiglia perì senza 
che ve ne scampasse uno; colà perdetti il meglio amico 
che m'avessi al mondo! Ecco le reliquie del palazzo d'un 
tale gran personaggio, che fu a un tratto estinto con tutti 
i suoi, ed ecco le vestigio di quel bel tempio in cui più di 
cinquecento Cristiani furono d'improvviso seppelliti! Cento 
frati qui finirono a un tratto i lor giorni, mentre si stavano 
cantando le laudi del Signore nel coro; e questo monistero 
perdette cencinquanta monache, in meno che non si pro- 
nunzia il nome di Dio! Giù di quelle scabre rupi si preci- 
pitarono molti atterriti cavalli e muli, altri co' cavalieri o 



ài 



l 



GIUSEPPE BARETTI. 357 

co' cavalcanti sul dorso, e altri coi cocchi e coi calessi pieni 
della gente che tiravano! Ecco i frammenti del muro, che 
cadde addosso all' ambasciadore di Spagna, ed ecco dove 
lo guardie, che seguivano il fuggiasco monarca nostro, fu- 
rono dalla morte repentinamente involate al suo sguardo 
reale! Migliaja di tali alUittive cose uno straniero, che va 
errando per quelle compassionevoli rovine, sente replicare 
da quelli che lo accompagnano; e uno interrompe l'altro 
per raccontargliene un'altra più crudele della prima; e chi 
passa, e si accorge della curiosità altrui, si ferma tosto 
e con de' gesti pieni di paura, e con un viso elligiato di 
cordoglio, e con delle parole ancora tremanti, quantunque 
cinqu'anni sieno scorsi dal giorno fatale, ti narra la do- 
lente storia delle sue disgrazie, e t'informa delle irrepa- 
rabili perdite che ha fatte, e poi se ne va sospiroso e colmo 
di tristezza. E ti fanno poi tutto raccapricciare di nuovo 
quando si ricordano il freddo, il vento e la dirotta pioggia, 
che per alquanti giorni dopo il terremoto fece morire as- 
saissimi di quelli che scamparono da quel fracasso, perchè 
troppo mal provvisti di panni nell'ora sventurata della 
fuga; né è maraviglia se ancora prorompono in pianto e 
in gemiti e in singhiozzi e sino in urli fremebondi, quando 
si ricordano il tormentoso intirizzimento delle lor membra, 
sendo stati costretti di stare per più giorni e per più notti 
senza il minimo riparo contro l'imperversata ed insoppor- 
tabilissima intemperie della ghiacciata stagione. E a tanti, 
a tanti, a tantissimi danni e man aggiungi la perfetta ca- 
restia d'ogni vettovaglia, che gli sforzò a mangiare non 
solo le crude carni de' pollami e de' mangiabili quadrupedi, 
che si pararono loro dinanzi, ma sino quelle de' cani, de' gatti 
e de' sorci, e sino l' erba e le radici e le foglie e le cor- 
tecce degli alberi, per acquetare l'irata fame, anzi che per 
prolungarsi la vita. Varie sono state le relazioni che allora 
andarono pel mondo di questo inlìnito disastro; e i Porto- 
ghesi, quando il tempo cominciò ad apportare qualche ri- 
medio a' loro troppo acerbi e troppo intensi mali, calcola- 
rono che di più di novanta mila persone fu scemato il lor 
popolo in ([uesta sola città; ma se anco avessero, come i 
miseri soglion Aire, esagerato della metà, sarebbe nulladi- 
meno sempre miserandissima cosa e da compiangersi in 
sempiterno. — (Dalla Lettera XIX, del 2 settembre 1760. 
Ibideyn» pag. 100.) 

Avventure di viaggio in Portogallo. — Fuori della porta 

per cui entrammo nella città di Elvas, v'era un mondo di 
gente e di bestiame cavallino e bovino, perchè è tempo 
di fiera. Di qua e di là dalla via v'aveano molte tele poste 
a mo' di tende, e le corde che le sostenevano attraversa- 
vano ed impedivano il passo di modo, che non avemmo 
poco che fare a farci strada sotto quelle frequenti cordo 



358 SECOLO XVIII. 

co' calessi. 1 mercanti di quella fiera nel tirare quelle corde 
in quel modo, apparentemente non s'aspettavano d'aver ad 
alzarle per lasciar passare delle vetture, tanto pochi sono 
i viaggiatori che vadano per quella via che andiam noi, 
vuoi verso Madridde o vuoi verso Lisbona. In vedere quella 
tanta gente accorsa alla fiera, il cuore mi cominciò a pic- 
chiar di paura, perchè subito mi s'afracciò all'immaginazione 
la difficoltà di trovar ricovero allo stallage, conghietturando 
che sarebbe stato troppo pieno per darci ricetto. Né fu 
pur troppo delusa la conghiettura miia, che giunti quivi ne 
fu detto ogni minimo buco esser pieno pienissimo. Pensate 
che imbroglio! e tanto più che cominciava a piovigginare. 
Fattomi nuUadimeno coraggio, e fidandomi ai galloni che ci 
eravamo messi indosso per vedere decentemente il palazzo 
di Villaviciosa, balzai dal calesse, e sfoderando arditamente 
tutto il portoghese che sapevo, rappresentai al signore stal- 
lagero, che Sì Messe, cioè Sua Signoria, non ne potea 
negar ricovero nel suo stallage, riflettendo con la sua so- 
lita prudenza che avevamo un gran passaporto di Sua Mae- 
stà Fedelissima, col quale se mi necessitava a farne uso, 
sarei ricorso dal signor Governatore, Lo stallagero, volon- 
teroso più di dar alloggio a degli stranieri gallonati che non 
a de' Portoghesi senza calze, fece tanto or con buone ed or 
con cattive parole, che finalmente cacciò un povero asinajo 
fuor d' una stanza, la quale da una troja pregna sarebbe 
stata scambiata per la rispettabile abitazione delle sue an- 
tenatesse. Sventurato asiriajo, che ti stavi coricato sulla tua 
propria pelle in queir umido e sozzo luogo russando tran- 
quillamente, goditi in pace quella poca moneta che ti diedi 
per espiare l'atto ingiusto, onde fui in indiretta maniera 
colpevole ! Abbi pazienza, caro il mio asinajo, perchè quan- 
tunque la più parte de' moderni poeti non sieno compara- 
bili al più al più che a' tuoi somieri, pure quando la capric- 
ciosa fortuna mette un po' di gallone suU' abito d' uno d'essi, 
bisogna che non solo un asino, ma anco un asinajo ceda la 
Tnano al signor vate, e che se n' esca all' occorrenza sino 
d' un porcile di Elvas, perchè colui possa a preferenza in- 
tanarsi. Di quel porcile fu d'uopo contentarci, e fattogli 
fare un pavimento di paglia nuova e di stuoje vecchie, si 
collocarono in pompa magna dal nostro gran Battista i pa- 
gliacci nostri, sempre benemeriti, su quelle stuoje, e poi si 
pensò alla cena. Il credersi di trovar d'improvviso nulla 
d'immediatamente manducabile in questi paesi, dove ogni 
cosa si fa bel bello, sarebbe troppa presunzione ; ma che 
importava a noi, che avevamo nosco una tacchina, come 
dicono i Fiorentini, o un gallinaccio, come diciamo noi, con 
tanto di groppone, e un prosciutto di Lisbona, per giunta, 
da muover l'appetito a un gran soldano, che avesse perduta 
la gransoldania? E qui, fratelli, vi dirò in parentesi, che i 
prosciutti di Lisbona fino nel Portogallo medesimo hanno 



il 



GIUSEPPE BARETTL 359 

f;«,iiia presso lutti i ghiotti d' esserci audio migliori di que'di 
X'estralia e di Hajona. Si ordinò diiuc|(ie T airostiinento della 
tacchina e intanto s' andò in una larga cameraccia, alla 
(jualc dai lati corrispondt3vano alcune stanze, tutto si pione 
(li gente che ne scoppiavano. In cima e in l'ondo di (niella 
cameraccia molti uomini stavano lunghi o distosi e por terra 
co' loro lerriijuoli sotto por lotto, e tutti o doruìivano o fa- 
cevano le visto di dormire. Quando fui a mezza della ca- 
meraccia, ebbi a spiritare della paura, che avendo la testa 
l»iona di terremoti, sentii traballarmi d' improvviso il suolo 
sotto a' piedi ; ma pei' buona sorto non ora altro che il moto 
de'miei piedi, che cagionava quel traballamento. Passeggiato 
un poco in su e in giù, certi garzoncini mulattieri uscirono 
d' una di (luello stanze, e uno di essi cominciò a strimpel- 
lare una chitarra, e un altro ad accompagnarlo con una 
canzoncina castigliana. I dun musici avevano appena dato 
un cenno delle loro armoniche lacoltù., che subito da quelle 
stanze ai lati della cameraccia scapparono fuora da trenta 
(? più persone, parte maschi e parte fomminf; ; e per farhi, 
breve breve, in tre minuti si cominciò a ballare certi balli 
chiamati zuflLcdiiiUc e cert' altri chiamati fandaiujlii, che mi 
sollucherarono l'anima. Qui bisognerebbe proprio eh' io di- 
ventassi oca, e che tutte lo penne di tal oca l'ossero penne da 
scrivere, e che tali penne da scrivere potessero tutte scri- 
ver da sé, per dire, secondo il merito, di quo' balli e degli 
abiti e delle figure e dello tisonomie e de' gesti e delle pa- 
role e degli sguaj'di mordenti, e dell' allegria e della ela- 
sticità, sì de' ballerini che degli spettatori. V'erano cinque^ 
o sei donne Portoghesi e (juattro Spagnuole. Le Portoghesi 
erano mediocremente sudi(;ie, metliocremente gialle, nw- 
diocremente brutte. Delle (juattro Spagnuole, una era vec- 
chiae madre d'una giovinetta bruna e ben tarchiata; l'altre 
due erano due sorelle, la più giovane dello (luali di (luindici 
o di sedici anni sarebbe bella come la Venere do' Modici, se 
la Venere de' Medici l'osse di carne e non di marmo. La so- 
rella maggiore cedeva assai di bellezza alla minore, ma 
avea in testa due occhi.... oh che occhi ! Che peccato che il 
paragone degli occhi con le stelle sia già stato trovato da 
migliaja e migliaja di poeti d'ogni nazione, e spezialmente 
di pastori Arcadi ! Se quel paragone non fosse-stato trovato, 
mi farei adesso molto onore, comparando quei due begli 
occhi a due delle più belle stelle del firmamento, e uno lo 
chiamerei la stella polare artica, e V altro la stella po- 
lare antartica, per far la rima con artica. Gli abiti di (luc- 
ste quattro Spagnuole sono sfoggiati anzi che no ; e tanto 
la vecchia quanto le giovani hanno le loro sottanelle e le 
loro mantelline molto ben guarnite chi d'oro e chi d'ar- 
gento. Per quel che intendo, sono quattro donne di Bada- 
joz venute con alcuni maschi lor parenti a veder lalìera; 
e (quella bella bella bella si chiania Catalina, Ho veduto bai- 



360 SECOLO XVIII. 

lare d'ogni razza ballerini dalla Dalmazia sino al Norie 
d'Inghilterra; ma torno a dirlo, che nessun ballo, di più di 
cento diversi che forse ne ho visti a' miei di, non dà la 
metà gusto di quelli, che questa gente ha pur ora ballati. 
Ora sì, che s' io fossi un Valerio Marziale vorrei fare degli 
epigrammi in lode delle danze betiche e gaditane, che m'im- 
magino non fosser altro che la zighediglia e il fandango 
ballati da quella fanciulla tarchiata e bruna, dalla bella 
Catalina, e da quella sua sorella, che ha quegli occhi detti 
di sopra. Certamente que' balli vivificano proprio la mente, 
e ti rallegrano anche più di quelli de' marinai provenzali col 
pifferetto e col tamburinello. Eglino sono ballati sì da' Por- 
toghesi che dagli Spagnuoli, talora al suono d' una o di più 
chitarre, e talora al suono delle chitarre unito al canto sì 
degli uomini che delle donne. Eppure tanto gli uomini quanto 
le donne appena muovono le persone ballando, e le donne 
specialmente, il moto delle quali è incessante, ma a stento 
sensibile. Nel ballare sì le donne che gli uomini scoppiet- 
tano tanto bene e tanto a tempo colle dita d' ambe le mani, 
scoccando il dito pollice col medio, e le donne picchiano 
tanto presto e tanto forte il suolo coi calcagni e tanto a 
battuta, che gli è cosa d'andar in estasi a vederle, mas- 
sime chi le vede per la prima volta, com' era il mio caso. 
E queir io che non avevo che dormicchiato per quattro notti, 
che ero stracco morto del viaggio d'oggi, fatto in gran parte 
a piedi, e che avevo per via risoluto d' andare a buttarmi 
sul pagliaccio quasi senza aspettar la cena, io mi trovai 
in pochi istanti così rapito da quello spettacolo nuovo, bello 
e repentino, che non pensai più né a gallinaccio né a pa- 
gliaccio, né a cos' altra di questo mondaccio ; e me ne stetti 
coir anima inondata di subito diletto a guatare quella festa, 
la quale era fatta viepiù bella, viepiù nuova e viepiù ina- 
spettata dal vedere quegli sdrajati mascalzoni, poco prima 
addormentati, saltare su a un tratto, e senza cerimonie e 
senza vergogna delle loro calze piene di porte e di fine- 
stre, entrar a ballare ora con quelle Portoghesi brutte e 
mal vestite, ed ora con quelle Spagnuole belle e attillatis- 
sime, senza che nessuno della brigata mostrasse di punto 
scandalezzarsene, come avverrebbe in ogni altro paese a 
me noto, dove il mal vestito fa sua fratellanza col mal ve- 
stito, e il gallonato col gallonato, senza comporre insieme 
il minimo miscuglio. In un angolo della cameraccia è una 
tavola, e lì su quella tavola (dovrei dire su questa tavola, 
perché sopr'essa sto scrivendo questo foglio), senza ceri- 
monie e senza vergogna anch' io feci porre la tovaglia, e 
col signor Edoardo m' acconciai a cenare, cogli occhi però 
sempre più vólti a chi ballava, che non ai piatti. Finita 
quasi la cena. Battista ne pose innanzi una certa torta can- 
dita recata con noi da Lisbona, fatta all' inglese dalla pa- 
drona di casa dove colà alloggiammo. Quella torta io la 



GIUSEPPE BARETTI. 361 

tagliai ili sottili fette, e messo quelle letto sur un piatto 
piramidalmente, le andai a presentare a quelle donne, fa- 
cendo loro un elegante complimento in castigliano, che ero 
stato un quarto d'ora a compormi in mente; e tanto le 
Portoghesi quanto le Spagnuole si servirono francamente 
di «luelle fette, facendomi col capo un inciiinuccio per cia- 
scuna, accompagnato da quattro leggiadre paroiette. Di- 
stribuita la torta, feci portar del vino, ed invitati tutti i 
ballerini e i mascolini astanti a bere alla salute delle si- 
gnore, la virtù de' copiosi bicchieri doppiò il gaudio della 
festa; e quegli uominacci, che prima non avevano posto 
mente a los strangeros, cominciarono a deporre il grave 
sopracciglio, e presto vennero a infilzarmi de' complimenti 
portoghesi e spagnuoli, che non finivan mai, ai quali io ri- 
spondeva con una dolcezza cosi ben temprata di gravità, 
che non possa io aver roba mai, se non parevo proprio un 
Alcalde * di Burgos o di Vagliadolid. Alle donne, dopo la 
torta, feci portare de' bicchier d'acqua fi'csca, perche l'of- 
frir loro del vino avrebbe guastato tutto il bene, che avevo 
fatto con quella piramide di fette, non potendosi in questo 
paese lare all'ronto maggiore al femmineo sesso, che of- 
frirgli del vino; e dopo l'acqua feci anco distribuir loro 
da Battista un bel cesto d'uva, che fu pure da esse molto 
benignamente gradito. Una delie donne Portoghesi, che era 
gravida, mi fece chiedere un po' del nostro prosciutto, e 
portandoglielo io immediate, ne venne anche voglia all'al- 
tre, che avevano il ventre smilzo, cosicché, in meno che 
non balena, tutto il prosciutto, trattone l'osso, sparì via. 
A mezzanotte il ballo fu interrotto da certi fuochi artili- 
ziali, che si facevano per allegrezza delle nozze dell'Infanta 
maggiore col signor don Pedro; onde, tutta la brigata in- 
ferra) uolatasi, andammo per vederli da un rivellino,' giusto 
fuori dello stallage : ma la pioggia che s'era fatta grossa, 
gii aveva con molta mia sodilisfazione cos^i malconci, che 
tornammo tosto a casa tutti, e quivi si cominciò a suonare, 
a cantare e a ballar da capo, or una coppia alla volta e ora 
due coppie. La sorella della bella Catalina, ch'era di fatto la 
ballerina più possente della brigata, e, per quanto mi parve, 
colatamente volonterosa di pagarmi tlella cortesia usata a 
lei e alle sue compagne, ballò poi una danza sola soletta, 
fece tanti piccioli passi e tanti piccioli gesti e tanti piccioli 
graziosissimi moti e di testa e di spalle e di fianchi, ch'io me 
la sarei proprio mangiata e bevuta viva, massime quando 
mi ficcava un momento e di furto quo' suoi occhi negli occhi. 
Quand'ebbe finita quella danza a solo, centra il sussiegato 
costume di queste regioni, le battei le mani con tanta forza, 

' Podeoth. 

• Per similitudine di piccola opera a difesa, staccata dalle fortifica» 
zioui : fabbrichettiv sporgente dalla luag-giore. 



'502 SECOLO XVJir. 

e l'ai in ciò ben secondato dui signor Ivloardo e da lialli- 
sta, che tutti i circostanti, rotto il costume, le diedero il 
meritato premio del suo bel ballare, battendole tutti alla 
disperata le mani, come avevo fatt' io. E un fidaUjhino * Por- 
toghese, pigliando il luogo lasciato vuoto da (quella, an- 
ch'esso ne volle dar prova della sua leggerezza di gamba 
e di persona, ballando solo anch'esso e scoppiettando colle 
dita e capriolando a maraviglia; ma per applauso non volli 
dargli altro clie un triplicato bravissimo, per lasciare alla 
sorella della Catalina tutto il frutto della fatica fatta dalle 
sue dita scoppiettando, e dalle sua calcagna battute con 
forza e con furia indicibile. Delle canzoni che si cantarono 
da quelle donne, ve ne fu una castigliana di quell'altra 
fanciulla di Badajoz, che dissi bruna e ben tarchiata ; la 
qual canzone avrebbe intenerito un sasso, tanto eran dolci 
e vive le amorose espressioni che conteneva. E un'altra, 
che fu cantata dalla bella Catalina, mi fece un po' ridere 
all'ultima strofa, che terminò con questo strano pensiero : 

Amor se encomienda 
A la misericordia del Hospital.'^ 

Quando il cantare fu finito, non tanto perchè molte cose 
in quelle canzoni mi piacquero, quanto per vedere se po- 
tevo in qualche modo barattare quattro parole con quelle 
donne, feci pregare le due canterine di favorirmi copia di 
quelle, se il potevano fare senza loro troppo grave inco- 
modo; e la bella Catalina mi mandò a rispondere che, an- 
dando anch'essa il giorno dietro a Badajoz, me n'avrebbe 
mandato un libro intiero alla posada? Notate però qui, fra- 
telli, che quel giorno dietro voleva dire quello stesso giorno, 
perchè erano ormai tre ore dopo la mezzanotte, come ho se- 
gnato nella data, che non v'imbrogliaste nel ragguaglio delle 
ore. Per far fare quella richiesta a quelle donne io m' era 
servito d' uno, che alla sua familiarità con esse mi parve 
proprio messaggiero ; e voi qui mi direte: Quare, domine, 
ti sei tu servito di messaggero, quando eri nella stessa 
stanza con esse? Non potevi mo dimandare tu quelle can- 
zoni colla tua stessa voce? — Sappiate però, fratelli, che le 
usanze di Portogallo e di Spagna sono alquanto diverse da 
quelle d'Italia e di Francia e di Inghilterra; e sappiate che 
se fosse stato lecito parlare con quelle donne, non mi sarei 
fatto tirar gli orecchi per attaccar un mercato con esse e 
colla sorella della Catalina spezialmente, che mi pareva 
andasse tentando di farmi un pertugio nel cuore con que' suoi 
occhi pieni di lesine, malgrado i miei quarantun anni. Poco 
dopo le tre si finì la festa, e ognuno andò a dormire per 

* In Spagna i nobili si chiamano hidalghi, in Portogallo Jidalghi, 
laonde fidalghino varrebbe nnbiluccio, inccolo nobile. 

^ Cioè: Amore ni raccommida alla misericordia delV Ospedale. 

3 All'alloggio dove si fermano 1 viaggiatori e quelli ciie li conducono, 



GIUSEPPE B A RETTI. 3G3 

terra nel suo dato luogo. Si, signori, tutti per terra, sino 
la stessa bella Catalina, e sino la sua flaninieggiante so- 
rella, con tutto l'oro e l'argento o le fettucce e i nastri e 
le trine, che avevano per le sottane o in capo e al collo. 
Nessuno di tanta brigata ebbe miglior letto del signor Edoardo 
e di me, e de' cani e de' gatti e de' muli e degli asini di Klvas. 
Ma io mi trovai la fantasia in un gai'buglio tale, che in- 
vece d'andarmene al mio pagliaccio, fattomi recare penna, 
calamajo e carta, mi posi a scarabocchiare; ed ecco che le 
sei sono suonate, ed io sono ancora qui in questa trabal- 
lante cameraccia, che mi meraviglio come abbia potuto 
traballar tanto, e non alVondarsi con me, con la bella Ca- 
talina, con la sua sorella, con la lanci ulla bruna e ben tar- 
chiata, e con tutti- i ballerini e con tutti gli spettatori, che 
si sono tutti buttati qua e là a dormire. Qui d'intorno a me 
vi sono (lasciate ch'io li conti) uno, due, tre, sei, e quat- 
tro dieci e uno undici uomini, che mi stanno sonoramente 
trombc^ggiando addormentati intorno; e giacché la pioggia 
si è fatta dirotta, e che domane non abbiamo che tre corte 
leghe di qui Ji liadajoz, mi vndo a buttare per alquante 
ore bello e vestito sul pagliaccio, per non parere da meno 
degli altri; onde addio. — (Dalla Lettera XXX \I, del 2-J set- 
tembre 1760. Ibidem, pag. 203.) 

L'Elia, il Voi e il Tu. — Gl'Italiani s'hanno tre maniere 
di scrivere ne' loro reciprochi carteggi ; l' una chiamata si- 
gnorile, amichevole l'altra, compagnesca la terza. 

La maniera prima, cioè la signorile, sarebbe forse me- 
glio non si fosse trovata mai, poiché il solo inveterato co- 
stume può toglierle quell'apparenza, anzi pure quella so- 
stanza d'assurdo, che trae con sé. In quella maniera l'uomo 
non iscrive all' al tr' nomo, come la semplicità del vero chie- 
derebbe; ma scrive alla signoria dell' al tr' uomo ^ vale a 
dire, indirizza il suo parlare ad una cosa non formata dalla 
natura, ma dall' imniaginatiVa; cosicché volendo, esempli- 
grazia, domandare ad uno coìne stia di salute, non gli dice 
t'ome stai tu. di salute? che sarebbe il modo naturale di 
fare una simile domanda; ma gli dice come sta ella di sa- 
lute? come sta di salute la sif/noria vostra, o vossignoria 
illustrissima, o vostra eccellenza, o vostra rmineìiza, ec- 
cetera, secondo che porta il grado, la (pialità o l'impor- 
tanza della tal persona; e tutto il discorso corre a quella 
foggia, quasiché la signoria, o l'eccellenza, o altro titolo della 
tal persona fosse un ente muliebre, ed atto a formare un 
soggetto da sé stesso, quando in fatto non è se non un'idea 
fantastica e vana. 

Che questa maniera, da noi usata si nello scrivere che 
nel parlare, debba porsi nel numero degli assurdi più so- 
b'uni che siano mai stati ghiribizzati, e che non sia punto 
degna di essere adoperata da quelle creature, che chia- 



364 SECOLO XVIII. 

mansi ragionevoli per antonomasia, ognuno lo vede, ognuno 
lo confessa liberamente. Ma che fa questo, se chi ricusasse 
ora di adoperarla, o chi si mettesse all' impresa di sbarbarla 
di toglierla dal colloquio o dal carteggio, non ci guada- 
gnerebbe che del novatore scervellato e fuor de' gangheri ? 

Questa maniera è, come dissi, chiamata signorile, per- 
chè viene usata dall' uomo, che intende di trattare l' al- 
tr'uomo non come uguale o minore suo, ma sibbene come 
suo superiore e signore. E così gli uomini che non sono di 
basso affare, quando scrivonsi T uno all' altro, e i minori 
quando scrivono ai maggiori, e gli eguali di picciol conto, 
quando scrivendo ai pari loro intendono di starsi sul quam- 
quam,^ ed eziandio i maggiori, quando scrivendo a' minori 
non giudicano a proposito di trattarli con albagia; tutte 
codeste genti, dico, usano questa maniera signorile, e par- 
lano a quel muliebre titolo, a quella emasculata qualità del- 
l' uomo, anzi che all'uomo stesso: e chi non adottasse questo 
sproposito consacrato dal costume, porrebbe oggidì molto in 
collera un corrispondente, che farebbe di risentirsi, come 
d' un' ingiuria non mediocre, con chiunque gli venisse a sfo- 
derar sugli occhi la seconda o la terza delle tre maniere. 

La maniera seconda del nostro scrivere, cioè l'amiche- 
vole, corre nella seconda persona del plurale, come se l'uomo 
a cui si scrive non fosse uno, ma sibbene due o più; e que- 
sta si chiama dar del voi, come l'altra dar del signore. 

L'usare questa maniera coi grandi quando siamo pic- 
cini, sarebbe un delitto majuscolo e a mala pena perdo- 
nabile, perchè oltre a non implicare il grado minore di 
colui che scrive, non esprime né tampoco sufficiente rive- 
renza, sufficiente ossequio, se l' uomo si sbracciasse anco a 
cercare le parole più riverenti e le più ossequiose frasi 
che si possano. Quindi è, che questo dar del voi è abban- 
donato, per così dire, a quelli che sono bassamente eguali 
in ogni punto: e i mercatanti, che nel mutuo trattare delle 
loro faccende, badano al lucro, anziché alle cerimonie, se 
l'hanno appropriata come la più comoda e la più sbriga- 
tiva delle tre; e i letterati non isdegnano d'adoperarla né 
anch'essi, quando non vogliono scioccamente starsi sulle 
puntute altezze de' convenevoli ; e così pure l'usano in ge- 
nerale tutti coloro, di qualunque grado si sieno, che amano 
di trattarsi urbanamente e con amorevolezza, anzi che con 
sussiego e con prosopopea. 

Resta la maniera terza, cioè la compagnesca, che chia- 
mano dar del tu; la quale, come quell'aggettivo importa, 
s'adopera da buoncompagni, vale a dire da quelli che sono 
legati fra di sé d'un affetto cordiale, e che s' hanno di co- 
mune consenso bandita la cirimonia e le troppe sguaja- 
tezze della cirimonia inventate o, per dire più schietta- 

* Darsi aria d' importanza ; voler parere più degli altri. 



GIUSEPPE BARETTI. 3G5 

mente il vero, create ab inizio dalla superbia e dalla forza 
de' ricchi e de' potenti, ajutata dalla meschinità e dall'inet- 
tezza de' deboli e de* poverelli. K dà, cos'i del tu, e sei ricevo 
a vicenda, un fratello, verbigrazia, o un cugino, che scrive 
al fratello o al cugino, e un vero amico ad un vero amico, 
e un padre ad un figliuolo; e in somma chiunque vuole 
onestamente ed alla buona, considerarsi eguale all' altro, 
o mostrare che gli vuol bene davvero, anzi che da burla. 

Questa maniera del tu, che scaccia ogni ombra di ciri- 
monia, comechè non escluda necessariamente il rispetto e la 
creanza, cangia allatto di natura quando l'uomo in collera 
scrive all'uomo da cui è stato olTeso, o dal quale si figura 
d'essere stato ofleso. In questa caso il dar del tu indica sde- 
gno, e rancore, e maltalento, e dispregio sommo. K i padroni 
scrivendo a' loro lamigli l'usano pure alcuna volta, invece del 
solito voi. Ma quando questo avviene, il tu è per l'ordi- 
nario avvolto in una qualche frase cordiale ed amichevole : 
e quando il caso è tale, fii d'uopo conchiudere che quel tal 
lamiglio sia molto in grazia, poiché si merita dal padrone 
un'utlahilitii di silVatto genere; intendendosi ne' casi più sem- 
plici, che ogni padrone, se non è una bestia del tutto rigo- 
gliosa e senza all'etto, deve usare il voi, anzi che il secco 
tu, se scrivesse anche alla più trista delle sue livree : come 
che poi nel parlare adoperi anzi il tu che non \\ voi con 
ciascuno de' suoi servidori. 

Oh quanti imbrogli e quante sciocche smancerie, mi dinì, 
((ui un qualche leggitore inglese o francese ! Quante stra- 
nezze inutili voi Italiani v'adoperate ! Perchè moltiplicare 
le molle e le girelle e le ruote, quando la macchina si può 
muovere né più né meno, come si fa da noi, con una sola 
molla, con una girella o con una ruota sola? 

Verissimo, signor mio! Klla dice bene! Vossignoria fa- 
vella come un Boccadoro! Ma che ci poss' io, se gli uomini 
d'Italia non sono tutti fatti né al suo modo né al mio? La 
disgrazia vuole che ogni paese s'abbia le sue usanze; e 
chi v'è nato, bisogna, voglia o non voglia, se le abbia per 
ottime, siano cattive quanto ponn' essere; bisogna vi si ac- 
conci zitto zitto, onde non riesca straniero nella sua pro- 
pria patria, e chi é veramente straniero bisogna s' abbia 
llemma anch'esso, o solTra che ciascuno in casa sua se la 
rimescoli come più gli pare. La maniera signorile, s'io po- 
tessi, la vorrei di sicuro cacciare immediate dal nostro scri- 
vere, come anche dal nostro parlare; e chi sa ch'io non la 
scomunicassi eziandio s'io fossi Papa; che quello indiriz- 
zare il discorso nostro ad \\n fantasma femminino, creato 
dall'immaginativa, come dissi più sopra, è certamente un 
peccato contro la ragione.* Contuttociò, finattanto che il 

' Il conte Veni, in un articolo del tomoli del ^'njfè, dimostra quanto 
ancor più ridicolo sia 1' uso che si è fatto di questa strana maiiicra di 



3G6 SECOLO XVIII. 

nostro brutto costume durerà, e che lio pur paura voglia 
durare quanto la nostra lingua, io medesimo pretenderò in 
molti casi che alcuni, si nello scrivermi, sì nei parlarmi, si 
scordino di quella cosacela chiamata io al nominativo e me 
all'accusativo, e vorrò costantemente che certuni, più sda- 
najati^ se non altro che non son io, parlino e scrivine alla 
signoria che non ho, anzi che a me stesso ; entrandomi be- 
nissimo nel cervello che l'essere una persona trattata 
dall' altre persone come un ente spirituale, anzi che come 
una creatura comune e fatta come tutte l'altre d'ossa e di 
polpe, è cosa che solletica molto gratamente ogni anima pic- 
cola come la mia; una cosa, la quale ti fa dimenticare per 
un istante quella verità sì dura a considerarsi, che l'uomo 
non è se non un povero tu fintanto che se la passa in que- 
st'orbe sublunare, s'abbia quattrini e terre a sua posta, 
e dottrina, e nascita, e autorità, e possanza quanta se ne 
può sognare in luglio ed in agosto dal più gran fabbrica- 
tore di castelli in aria, o s'abbia vanità, e superbia e grilli 
in maggior copia, che non ne fu mai nell' antica o nella 
moderna Roma. 

Checché mi risolvessi &Q\Yella e della signoria s'io fossi 
Papa Re di corona, fatto sta che delle tre maniere nostre, 
quella del tu è la sola che s'ha diritto legale di domicilio 
nel nostro paese. L'altre due non s' hanno quel diritto, che 
per un mero privilegio accordato loro senza un buon per- 
chè. Il tu è stato trasmesso a noi dai nostri antichi Italiani, 
e noi dovemmo averlo conservato puro ed intatto, coni' essi 
l'avevano redato dagli antichi Romani; ma Y ella sen venne 
a noi dagli Spagnuoli, s'io giudico bene, e il voi da' Fran- 
cesi, allorché que' due popoli bazzicavano più in Italia che 
non oggi, e che la maneggiavano anzi a loro capriccio, mercè 
quelle nostre tanto bestiali discordie, colle quali sapevamo 
in diebus illis bistrattarci gli uni gli altri. Quantunque però 
Velia e il voi sieno entrambi a riguardo nostro, stranieri 
d'origine, sono tuttavia da dugent' anni divenuti sì baldan- 
zosi e sì svergognati, che gli è un favore segnalato quando 
permettono al meschino tu di dire i fatti suoi alla su' moda. 

Di questo però voglio avvertire gli studiosi della lingua 
italiana: a non si stupire quando s'abbattano in due delle 

esprimersi nella corrispondenza famigliare, e riferisce, tra gli altri, il se- 
guente esempio: «Un certo signor Agapito Stivale ricevette una lettera 
curiosa, e nella soprascritta vi stava così : Al conosciutissimo che comanda, 
che ha diritto di comandare, da coltivarsi moltissimo, che comanda, Agajìito 
Stivale. Il signor Agapito fu niaravigliatissimo per tutto questo caos di 
roba, e ciascuno de' miei lettori lo sarà al pari del signor Agapito, sin- 
tanto che non faccia la seguente riflessione, ciie conosciutissimo rassomi- 
glia molto a illustrissimo, che signore è quello che comanda, che padrone 
è quello che ha diritto di comandare, 8 finalmente cho colendissimo è la 
stessa cosa che il dire da coltivarsi moltissimo. » 
* Più scarsi di denari, più poveri. 



GIUSEPPE BARETTI. 367 

tre maniere in nna stessa lettera; imperciocché un «galan- 
tuomo, che sa giuocai* di penna bene, te le congiunge e te 
le intralcia molto bellamente, malgrado il loro essere di na- 
tura diversa; nò mancano gli esempj ne' nostri meglio scrit- 
tori epistolari d'un voi ed anche d'un tu leggiadramente 
legato col vossignoria; la qual cosa, invece di cagionare 
ala e ribrezzo, produce anzi grazia ed accresce dolcezza 
ed urbanità allo scrivere di chi sa veramente scrivere. — 
(Dalla Prefazione alla: Scelta di lettere famigliari ad uso 
degli stKdiosi, in Opere, voi. IV, Milano, Classici, pag. 351.) 

Una raccolta da burla di poetastri italiani. — Grazie, grazie 
della tanta tUligenza da lei usata nel ricogliere notizie, onde 
impinguare la mia Storia de' Poetastri Italiani di questo se- 
colo. Faccia, signor Pianta, di trasmettermele con qualche 
po' di sollecitudine, poiché il primo tomo l'ho gi^i tanto 
innanzi, che se n'andrà sotto il torchio fra due mesi alla 
più ritardata. 

Questo primo tomo, se Vossignoria vuol pur avere uno 
s<diizzo dell'opera, le dico che contiene i poetastri dello Stato 
di Milano, insieme con ([uelli del Ducato di Mantova, e che 
s'avrà un'aj>pendice dreto, nella quale si farà motto de' poe- 
tuzzi, de' poeticchi e de' poetonzoli della Liguria e del paese 
subalpino. Quell'appendice sarà nondimeno cosasuccintetta; 
conciossiachè, qualunciue ne sia la cagione, gli uomini liguri, 
egualmente clie i subalpini, s' hanno in questo secolo pochis- 
simo coltivata la poesia cattiva, e della buona e' pare non 
s'abbiano nò tampoco idea, i subalpini specialmente. 

Nel tomo secondo, che ho pur paura non vengami a riu- 
scire più grosso del primo, si comprenderanno i poetastri 
dello Stato Papalino, esclusa però la città di Roma, la quale 
s'avrà per sé sola il terzo volume intiero intiero, mercè a 
(luell'Arcadia, la di cui prolifica virtù nel produrre poeta- 
stri non è mal simboleggiata dall'oceano settentrionale, 
che ti manda fuori ogn'aniio (juelle sue immensità d'arin- 
ghe, di salacche, di baccalari e di stocchitisci. 

Dietro al tomo terzo, il progresso numerale richiede che 
venga il tomo ijiiarto, nel quale saranno a lor bell'agio 
coricati que' tanti poetantelli e poetantuzzi, che formicolano 
ne' Ducati di Parma, di Piacenza e di Modana, i quali 
s'avranno, come per giunta, o vogliam dire per coda, 
que' tisici poetini di Guastalla, di Bozolo e di Sabioneta: 
e scommetto, signor Giuseppe, che la Signoria Vostra si 
farà le mille croci al vedere P amplissima ricolta di mo- 
seiolini, di zanzare, di grilli, di farfalle, di bruchi, di ra- 
gnuoli e di cavallette, che ho saputa fare lungo le poco 
apollinee rive del Taro, del Panaro e del fangoso Crostolo, 
che da' rauchi vati guastallesi è sempre con divino estro 
chiamato il limpido Vrostìimio. Crederestilo, vita mia, che 
i manufattori di smilsi versi prodotti da que' piccoli paesi 



368 SECOLO xviir. 

agguagliano quasimente per numero quelli del dominio 
veneto, de' quali il tomo quinto darà contezza? 

Competentemente grande sarà il tomo seguente, cioè il 
sesto, dal quale si diranno i poeti della nostra Toscana, 
tanto diversi da que' loro Danti e Petrarchi e Pulci e 
Borni e Bonarroti, che in più felici tempi la feciono sfol- 
gorare sopra ogn' altra poetica terra; e il settimo fmal- 
mente, anch'esso d'un' assai buona misura, s'avrà quelli 
di Napoli e della Sicilia, che Dio ne scampi i cani, i gatti, 
ed ogn'altra spezie d'animali terrestri, aerei ed aquatici! 

Ecco, signor Pianta, il disegno in iscorcio di questa mia 
nuova opera, che, quantunque semplice assai, mi lusingo 
le parrà ingegnoso e sottile oltremodo, poiché m'ha costate 
di molte vegghie, e degli sforzi di mente più di tredici e 
più di venzette : di maniera che, posso dirlo senza bri- 
ciola di iattanza, lo stesso messer Lodovico non si beccò 
tanto il cervello nell' ordinare i suoi quaranzei canti del Fu- 
ì^ioso, né adoperò la metà invenzione fantasticando que' suoi 
tanti caratteri, quanta n' ho adoperata io nel delineare i 
miei, e nell' ordinare questa mia fattura. 

E qui, sdrucciolando in un episodio, m' è d'uopo dirle, 
signor mio, com' io non intendo mica in questa mia Storia 
d'andarmene pedestremente sull'orme di que' tanti spetta- 
bili viri, che in tutti i tempi e in tutti i paesi si compi- 
larono storie di cotesta fatta, registrando in esse alla rin- 
fusa ogni nome d' uomo, o grande o piccolo, o bruno o 
biondo, magro o grasso eh' e' si fosse. Una difl'erenza so- 
stanzialissima passerà fra l'opere di que' viri e questa mia: 
eh' io non ammetterò fra' miei eroi nome veruno di scrit- 
tore, sia chi si voglia, se non sarò più che certissimo in- 
nanzi tratto del suo avere indubitatamente vituperato il 
secolo nostro, e la nostra lingua, e la nostra contrada; né 
dirò se non di quelli, che s' hanno scritto in verso. Que' che 
se la scarabocchiorno in prosa, io me li serbo qui nella 
manica ; cioè, me li serbo per un' altr' opera, che intra- 
prenderò quando avrò compiuta questa, se la salute vorrà 
durarmi salda per un' altra decina d' anni. — (Dalle Let- 
tere ec, voi. II, lett. 6*.) 

L'Arcadia. — Quegli amanti d' inutili notizie, che non sa- 
pendo come adoperar bene il tempo, lo impiegano a impa- 
rare delle corbellerie, e che bramano di essere informati di 
quella celebratissima letteraria fanciullaggine chiamata Ar- 
cadia, si facciano a leggere questo bel libro,* che ne dà un 
ragguaglio distinto distintissimo. Il suo celibe autore l' ha 
scritto con tutta quella snervatezza e con tutto quell'umile 
spirito d'adulazione, che principalmente caratterizza gli Ar- 
cadi; e assai nomi rinomatissimi si trovano in esso libro 

* Le Memorie storiche ddV adunanza degli Arcadi ec. 



GIUSEPPE BARETTI. 3G9 

registrati, la rinomanza de' quali non è stata punto mai ri- 
nomata nel mondo. L'opera ò divisa in dieci capitoli, che 
sono come dieci gioielli di vetro. Kcco qui la sostanza di 
que' dieci capitoli. 

Il capitolo primo dice T Istituzione d'Arcadia, enarra, 
fra le altre fanlaiuche, il caso memorandissimo d'un certo 
poeta, il (juale avendo sentiti cert' altri poeti recitare certe 
pastorali poesie in certi prati situati dietro un certo ca- 
stello, proruppe in questa miracolosa esclamazione: Efjli mi 
sembra (notate queirenl'atico egli), egli mi sembra che noi 
abbiamo oggi r inovata l'Arcadia. Oh magica esclamazione, 
alla quale deve l'Arcadia il suo nascimento, come da un pic- 

ciolissimo seme nasce una zucca molto smisurata ! Item 

in quel capitolo primo vengon via i quattordici nomi de' quat- 
tordici fondatori d'Arcadia, undici de' quali nomi è un pezzo 
che sono miseramente sprofondati in Lete, cioè a dire (juelli 
del Coardi, del Taolucci, del Leonio, dello Stampiglia, del 
Maillard, del Figuri, del Negro, del Melchiorre, del Vicinclli, 
del Vili e del Taja. Dico che gli undici nomi di questi perso- 
naggi sono sprofondati in Lete in ([ualità di nomi poetici, che 
nessuno interpretasse male. I tre di (jue' quattordici nomi che 
ancora si nominano, sono quello del Gravina, quello del Cre- 
scimbeni e quello del Zappi. Quello del Gravina è ancor no- 
minato dai dotti, perchè Gravina aveva un capo assai grande, 
e pieno di buon latino e di buona giurisprudenza. Ma sic- 
come tutti gli uomini hanno il loro difetto in mezzo a tutte 
le loro perfezioni, il Gravina ebbe il difetto di voler fare 
dei versi italiani, e quel che è peggio di volere con italiane 
prose insegnar altrui a farne de' lirici, de' tragici, de' diti- 
rambici e d'ogni razza, a dispetto della natura che volle 
farlo avvocato e non poeta. Il nojne del Cresci mbeni è tut- 
tavia nominato con somma venerazione da' nostri più mas- 
sicci pedanti. Il Crescimbeni fu un uomo dotato d'una fan- 
tasia parte di piombo e parte di legno, cosicché sbagliò sino 
quel matto poema del Morgante maggiore per poema serio. 
Che Axntasia fortunata per un galantuomo destinato dal de- 
stino ad essere compilatore, e massimamente compilatore di 
notizie poetiche! Quelle notizie, e tutt'altre cose, il Crescim- 
beni le scrisse in uno stile così tra il garfagnino e il romano, 
che gli è proprio la delizia degli orecchi sentirsene leggere 
quattro paragrafi. Il Zappi poi, il mio lezioso, il mio galante, 
il mio inzuccheratissimo Zappi, è il poeta favorito di tutte 
lo nobili damigelle che si fanno spose, che tutte lo leggono 
un mese prima e un mese dopo le nozze loro. Il nome del 
Zappi galleggierà un gran tempo su quel liimie di Lete, e 
non s'alVonderà sintanto che non cessa in Italia il gusto della 
poesia eunuca. Oh cari que' suoi smascolinati sonettini, par- 
goletti piccinini, mollemente femminini, tutti pieni d'amorini! 

Il secondo capitolo delle Memorie istoricue ne secca ali^ 
quantulum con le Leggi d'Arcadia, che sono scritte a imi- 

IV. ;^4 



370 SECOLO XVIII. 

tazione di quelle dell'antica Roma, e che s'assomigliano a 
quelle, come uno de' miei scimmiotti americani s'assomiglia 
a un dottor di Sorbona; anzi come la mia gamba sinistra, 
che è un pezzo di legno, s' assomiglia alla mia gamba de- 
stra, che è una gamba bella e buona. Dopo il registro pun- 
tuale di quelle leggi, il celibe autore delle Memorie ne dà 
la vera e distinta relazione d'una tremenda e crudelissima 
guerra, la quale poco mancò non rovinasse l' augusto im- 
pero arcadico pochi giorni dopo che fu fondato. Due segna- 
lati campioni si fecero molto distinguere con le loro braverie 
in quella guerra. Uno fu Alfesibeo, primo califfo d'Arcadia; 
l'altro fu un certo Opico, il quale non contento forse di es- 
sere stato solamente creato uno de' principali argali (Ti del- 
l'arcadico regno, e pretendendo d'essere anch' egli califfo, 
almeno indipendente dal califfo Alfesibeo, si ribellò, e menò 
un vampo terribile per l'arcadiche provincie, minacciando 
di metterle tutte a saccomano, anzi pure di mandarle a 
fuoco e fiamma. La descrizione di tal guerra nelle Memorie 
iSTORiCHE è fatta così maestrevolmente, e i suoi varj e spa- 
ventosi accidenti sono quivi dipinti con tal vivezza e furia 
di colori, che se io conoscessi qualche arcadica pastorella, 
la quale fosse incinta, la sconforterei dal leggere quella de- 
scrizione per tema non si sconciasse, conciossiacosafossechè 
io medesimo che mi sono visto portar via senza smarrirmi 
un'intera gamba da una cannonata, e che ho intrepidamente 
sofferta una marrovescia sciabolata sul labbro inferiore da 
un odiato circasso nella città di Erzerum,* io medesimo, co- 
spetto di bacco! mi sono tutto raccapricciato, quando giunsi 
a leggere queir orribilissimo periodo, in cui il califfo Alfe- 
sibeo spacca la testa al ribelle argaliffa Opico. 

Il terzo capitolo parla del Bosco Parrasio, nel quale bo- 
sco si sono veduti più poetici mostri e più paladini incan- 
tati, che non se ne videro un tempo nella famosa selva 
d'Ardenna. I nomi di que' mostri e di que' paladini sono a 
minuto registrati in quel capitolo terzo. 

Il capitolo quarto è intitolato Del Serbatojo, voce greca 
derivata dal caldeo, la quale in Roma significa segreteria 
poetica, e in Firenze significa stanzino da serbare uccel- 
lami morti, tanto crudi che cotti, insieme con altre der- 
rate mangiative. 

Il quinto capitolo è intitolato De' Libri; e in quello siamo 
assicurati, che «l'Italia, grazie alle leggiadre produzzioni 
(con le due zete alla romana) fatte ascoltare nel prefato bosco 
Parrasio poco meno che tutta aveva ripreso il buon gusto. » 
L' autore con le « produzzioni fatte ascoltare » vuol dire che 
gl'italiani usavano nel seicento cibarsi di pan mi^ffato, e 

* Il Baretti fìnse die la Fninia letteraria fosso opera di iin Aristarco 
ScANNABUE, il qualo, guerreggiando in Europa e in Asia, vi avrebbe per- 
duto una gamba e riportato parecchie ferite. 



I 



GIUSEPPE BARETTI. 371 

clie furono sforzati in quel bosco Parrasio a nutrirsi quin- 
(liniianzi di pane azzimo; ma, per esprimersi arcadicamente, 
dilania ìnion gusto il ;)rt;i(? azzimo. 

Capitolo sesto. Favella delle Lapide di Memoria, vale a 
dire de' pitatli incisi sulle tombe de' prefati calilli e arga- 
lilli e altri eroi d'Arcadia. 

Capitolo settimo. Delle Acclamazioni. Questo capitolo 
è un catalogo, contenuto a fatica da diciannove pa^nno, di 
famosissimi poeti e di famosissime poetesse. Non si può dire 
quanta dottrina vi sia da imparare in quelle diciannove pa- 
gine di famosissimi poeti e di famosissime poetesse. 

Capitolo ottavo. Delle Colonie. Colonia paro che abbia 
sempre significato, e che signilìchi tuttavia « un bel numero 
di gente tratta d'un paese, e mandata ad abitare in un altro 
paese per popolarlo. » Ma da questo ottavo capitolo si viene 
a capire che Colonia significa in lingua arcadica molta 
gente scioperata, che standosene in un paese a casa sua, 
perde il tempo a scrivere delle fanfuluehe pastorali ad altra 
gente scioperata, che se ne sta pure a casa sua in un altro 
paese. Quelle Colonie nominate in quell'ottavo capitolo fu- 
rono cinquantotto ne' più vertiginosi tempi d'Arcadia. A' no- 
stri men fanatici di, quel numero di cinquantotto è tanto 
scemato, che quelle colonie non eccedono omai più il nu- 
mero delle Babilonie. 

Capitolo nono. Della Effemeride. Ho saltato via questo 
capitolo, conghietturando dal suo titolo, che non contenga se 
non la descrizione dell'almanacco arcadico, insieme co' nomi 
e cognomi di tutti gli autori di taccuini pastorali prodotti 
dall'Arcadia, e dalle quondam sue colonie. 

Capitolo decimo ed ultimo. Di alcune Memorie più con- 
siderarim concernenti l'adunanza degli Arcadi. Il titolo 
di questo capitolo non è cosi laconico come gli antecedenti, 
onde Aristarco si contenta d'aver qui registrato quel lungo 
titolo, e lascia la lettura dell'intiero capitolo a chi ama le 
memorie considerabili, e le memorie concernenti. Forse chi 
lo leggerà verrà a sapere questa considerabile cosa : che, 
ehi vuol essere Arcade, bisogna sappia assolutamente quante 
sillabe entrano in un verso, e quanti versi entrano in un 
sonetto senza coda. In oltre chi lo leggerà verrà forse a sa- 
pere quest'altra concernente cosa: che fa d'uopo leggere 
almeno un paio di tomi della raccolta del Gobbi ; ' e poi pa- 
gare uno scudo, o per dirlo con fi'ase più poetica, dieci 
paoli, per ottenere una patente, che ti baratti un nome di 
battesimo in un qualche nomacelo mezzo da pecoraio, e 
mezzo da pagano.' Povera Italia, quando mai si chiuderanno 

* \,'\ raccolta delle cosi dette Rime oneste compilata dal Gobbi. 

* k noto che i poeti addetti all'Arcadia prendevano nn nome e un 
patronimico, che, appunto come dico il Baretti, erano pastorale l'uno o 
jrreco o grecizzato l'altro. 



372 SECOLO XVIII. 

Io tue scuole di futilità e d'adulazione ! — (Dal [° numero 
della Frusta letteraria, in Opere ec,, voi. ì, pag. 11.; 

L' Osservatore del Gozzi. — Ho detto in alcuno de' miei 
antecedenti numeri, che fra gli scrittori moderni mi piace 
il conte Gasparo Gozzi. Ora clie ho letto questa sua opera, 
da esso pubblicata pochi anni sono a foglio a foglio e j)e- 
riodicamente, come io faccio la Frusta, voglio dire che non 
solamente il conte Gasparo Gozzi mi piace come scrittore, 
ma voglio anche dire che io lo stimo sopra ogn' altro scrit- 
tore italiano moderno. Nò alcuno mi nomini il Cocchi, il 
Genovesi, il Boscovich, il Beccaria, il Nannoni e altri autori 
nostri moderni, che abbiano trattati argomenti atti a ren- 
dere scientifico questo o queir altro leggitore volonteroso di 
rendersi tale, perchè io intendo dire che il conte Gasparo 
Gozzi è r unico tra que" moderni, i di cui libri tendono ad 
istruire tanto lo studioso quanto l'ignorante ne' loro comuni 
e quotidiani doveri. E quando un libro ha questo bene per 
iscopo, io lo tengo per molto più importante, che non un 
libro di medicina e di chirurgia o di metafisica o d'astro- 
nomia d'elettricità, o d'altre tali cose; perchè gli è vero 
che si fa un ben grande a procurare per mezzo d' un buon 
libro di multiplicare il numero de' buoni medici, de' buoni 
chirurghi, de' buoni metafisici, de' buoni astronomi, de' buoni 
filosofi naturali eccetera, ma si fa un bene ancora più grande 
quando per mezzo d'un buon libro si procura di riempire 
il mondo di graziosi galantuomini, e di donne amabilmente 
dabbene. Così Bacone e Boyle e Newton e Locke e Harvey, 
e altri famosi inglesi hanno multiplicati in Inghilterra gli 
uomini grandemente scientifici; ma l'Inghilterra ha molta 
maggiore obbligazione a quello, o a quelli, che furono gli 
autori del libro intitolato Lo Spettatore, che non ne ha a 
tutti que' valentissimi uomini ; perchè il libro dello Spetta- 
tore ha migliorato l' universal costume degli abitatori di 
quella bella isola, sì maschi che femmine, sì giovani che 
vecchi, sì nobili che plebei, sì religiosi che secolari; cosa 
come ognun vede assai più meritevole della pubblica gra- 
titudine, che non il regalo, quantunque nobilissimo e prege- 
volissimo d'alcuni sterminati pezzi di scienza. E questo libro 
àoìV Osservatore, scritto appunto a imitazione di quello Spet- 
tatore, potrebbe parimente migliorar di molto V universale 
della nostra Italia, se questo uniyersale volesse assomigliarsi 
all'universale degl'inglesi, e leggere e rileggere ro^^eri;^:- 
tore, come quella oltramarina gente legge e rilegge lo Spet- 
tatore. Non è però eh' io mi lusinghi di veder mai i miei 
cari compatrioti a fare una così buona cosa, perchè i miei 
cari compatrioti non sono universalmente amanti di leggere 
un libro buono ed atto a migliorarli. Leggeranno bene le 
commedie del Goldoni e i romanzi del Chiari, che lasciano 
le persone ignoranti come le trovano, ed anche non poc" 



GIUSEPPE BARETTI. 373 

peggiorate nel giudizio, e nel costumo se occoiTe ; ma VOsaer- 
ratore, che farebbe in essi un crtetto differente, non v' è 
dubbio che sia mai il loro liljro (avorito. Mi permettano 
tuttavia i nostr* uomini e le donne nostre che io dica loro 
come {'Osservatore, oltre all'essere un libro conducente ad 
acuire il cervello e a rettificare il cuore, è anche un libro 
giocondo molto a leggersi, tanto per lo stile morbido e soave, 
quanto per essere tutto sj)arso di Tavolette galanti, d'alle- 
gorie vaghissime, di gentili satirotte, di caratteri mascolini 
e l'cmminini vivissimi e naturali, e pieno poi di be' motti, 
di bizzarri capricci, d'acuti sali e di facezie spiritosissime. 
Chi ha notizia di questo Osservatore saprù, che non v' ò 
modo di farne un' analisi, perchè non tratta d' una materia 
sola, o di poche. Egli è composto di tanti ragionainenti 
fatti da uno, che va intorno osservando il mondo, e discor- 
rendo di questa e di quella e di quell'altra cosa, secondo 
che gli dà l'umore. Questi ragionamenti sono frammischiati, 
comò accennai, di lettere, di dissertazioncelle, di caratteri, 
di fole, d'allegorie, di sogni e d'altre cose ingegnose e pia- 
cevoli, e tutte tendenti a migliorare la spezie nostra, sempre 
mettendo in ridicolo i difetti, sempre deprimendo il vizio 
e sempre eccitandoci alla virtù, senza declamazioni pedan- 
tesche, senza rigiilezza, senza superbia e senza santoc- 
ciiieria. — (Dal n" 20 della Frusta letteraria, in Opere ec, 
voi. II, pag. 150.) 

Sul Discorso sopra le vicende della letteratura di Carlo 
Denina. — Questo discorso è pieno come un uovo di quella 
erudizione, il di cui ac<iuisto costa poca fatica di mente, ma 
di schiena moltissima. Con l'aiuto di molti libri e di molti in- 
dici di libri, s' è (jui messa insieme una faraggine di cose già 
dette e ridette da innumerabili sapienti delle principali na- 
zioni moderne, senza contare quelli delle nazioni antiche. 
Aveva appoggiato a don Petronio l'incarico di numerare i 
nomi degli autori egizj, fenicj, arabi, greci, latini, italiani, 
francesi, inglesi, spagnuoli, portoghesi, olandesi, fiamminghi 
e tedeschi nominati da questo scrittore in questo discorso, per 
far inarcare le ciglia di stupore a' miei leggitori con la somma 
totale: ma dopo d'averne numerate alcune centinaia, il pa- 
ziente don Petronio ha perduta la pazienza, e non ha voluto 
andar più innanzi ; ed io nel compatisco, che non ho avuto 
nò anco poco martore io stesso a leggerli tutti, senza mai 
trovarmi ricompensato di tal noiosa lettura da una sola no- 
tizia che nìi riuscisse un po' pellegrina, e senza poter mai 
vedere (luesto nuovo erudito fare un vigoroso sforzo d'in- 
gegno per levarsi un momento da terra. 

11 metodo seguito da questo signor Denina nel tessere 
questo suo saggio di storia letteraria, è, a dir vero, assai 
cronologico; ma troppi sono gli stravolti giudizj da esso 
dati di questo e di quell'altro antico o moderno scrittore, 



374 SECOLO XVIII. 

talora di sua testa e talora per adottazione. E non può riu- 
scir facile ad alcuno il sentire senza stizza uno storicuccio 
come questo, parlare con la più non curante prosopopea 
d'Ovidio, di Seneca, di Luciano, di Giuvenale, di Marziale 
e di altri antichi papassi del sapere; e vederlo annoverare, 
fra quelli ch'egli giudica superiori a tali poveri latini, uno 
Sperone Speroni, un Baldassar Castiglione e qualch' altro 
nostro vuoto e ricadioso moderno di tal calibro. Né si può 
dire il caldo che m' ha fatto sentendolo parlare dell'inglese 
Shakespeare, come si parlerebbe d' un Chiari, a cui è, per 
così dire, una spezie di poetico miracolo quando esce del 
cervello una cosa buona senz' essere accompagnata da due 
triste. 

Non si scandalezzi dunque il mio signor Denina, se in 
quel poco eh' io voglio ora dire di questo suo librattolo, si 
vedrà da me trattato con quella poca cirimonia, con cui 
egli tratta Shakespeare e Ovidio e Seneca e altri maestri 
delle nazioni. 

Lasciando da un lato quella sua sazievole rifrittura de- 
gli Egizj, de' Fenicj, de' Caldei e de' Bracmani, anzi pure 
de' Greci, con cui egli dà pomposo cominciamento al suo Di- 
scorso, dirò che non occorre soverchia pratica di libri fran- 
cesi per accorgersi tosto che tutto quello da esso è detto qui 
de' drammatici greci spezialmente, è echeggiato dietro la 
voce di cento francesi criticastri, ne' loro innumerabili pa- 
ragoni di Sofocle ed Euripide con Cornelio e Racine, e di 
Plauto e Terenzio con Molière. Tutto quello ch'egli dice di 
Cicerone, di Virgilio, Orazio e degli altri principali poeti la- 
tini, non soltanto ce l'hanno detto sine fine due o tre mila 
dotti in commenti, in critiche ed in altre tali cose, ma l'ab- 
biamo letto sino ne' parafuochi di Parigi, tutto sminuzzato 
in ritagli di carta appiccati con un po' di colla a que' para- 
fuochi, né v'è più chi non sappia come l'alfabeto, che Omero 
fu il gran maestro di Virgilio, che Cicerone fu un orator 
magno, e che Orazio fu un capo d' opera di poesia lirica. 
Che novità di ieri son queste, signor Denina? E abbiam noi 
duopo tuttavia di sentir caratterizzare gli Omeri, i Virgili, 
i Ciceroni, gli Orazi? Fin a quando hanno a durare queste 
seccaggini? 

E che vuol poi dire, il signor Denina, quando ne dice 
che « niuna nazione, sia delle antiche, sia delle moderne, ha 
saputo meglio l'arte di comporre libri, che gli scrittori fran- 
cesi del secolo di Luigi decimoquarto?» Forse che i Fran- 
cesi di quel secolo hanno fatti de' libri migliori di quelli che 
sono stati fatti da' Greci e da' Latini in diebus illis? E mi- 
gliori di tanti buoni libri fatti in questi ultimi secoli dagl'In- 
glesi e dagl'Italiani e da altre nazioni d'Europa e di Asia? 
Que' Francesi hanno de' buoni libri, sia col nome del Signore : 
ma meglio di tutte le nazioni, sia antiche sia moderne, que- 
sto il signor Denina lo vada a dire in Francia a posta sua, 



GIUSEPPE BARETTI. 375 

ma noi venga a dire in Italia, e ad Aristarco ; oliò degli 
spropositi cosi maiuscoli nù l' Italia nò Aristarco ne vogliono 
sentire. Cavi egli pure tutto l'oro suo e tutte le sue gemme 
da' libri francesi; ma non conferisca ai loro autori una so- 
vranità così estesa: altrimente anderemo in collera, mal- 
<j:rado quel suo tanto ripeterci in ogni pagina biKrnyuslo, 
bìiongusto ; e malgrado « la bella letteratura lo spirito della 
bella letteratura, il bello spirito, il falso brillante, la pura 
natura, i giuochi di spirito, l'autorizzare un linguaggio, il 
tirar da un autore, il tirar dal fondo dell' immaginazione, » 
e altri somiglievoli suoi modacci pretti francesi, nò mai ado- 
perati in Italia, che da' nostri Selvaggi Canturani e da altri 
nostri golii traduttori di libri francesi ; oppure da' nostri 
Chiari e da' nostri Goldoni, che vanno continuamente im- 
bastardendo la nostra bella lingua con queste forestiere ma- 
hulizioni. 

Io anderò poi d'accordo col signor Denina, quando egli 
mi dirà che non v' ò da diventare dirottamente dotto leg- 
gendo le numerose opere di Voltaire; ma non andremo già 
d'accordo (luando egli mi dirà che Voltaire possiede molte 
lingue oltre alla sua nativa. Voltaire ha voluto trinciarla 
da gran sultano in lingua toscana, sentenziando assai volto 
ora in favore ed ora contro di noi. Ma quelle sue sentenze, 
che sono sempre state pazze, o in favore o contro che ne 
fossero, quelle sentenze provano molto evidentemente, che 
Voltaire sa poco più toscano di quel che basti per capire, 
che Gerusalemme Liberata vuol dire Jerusalem Délivrée. 
Voltaire ne ha dato un certificato di sua mano, con cui di- 
chiara solennemente a noi, e a tutt'i futui'i abitanti della 
terra, che « egli fa leggere le opere del (loldoni d l'arriórr 
petite fìUe clu grand Corneille, perchè da quelle impari la 
lingua italiana; » ed io non voglio altra prova per conchiu- 
dere, che Voltaire sa la lingua italiana a un dipresso come 
sa la giai)ponese. La poca fedeltà di Voltaire nel tradurre 
un passo ti'atto ù^WAraìi.nana d'Ercilla, e l'invocazione alle 
Ninfe del Tago da esso fatta di propria invenzione, e quindi 
supposta a Camoens, mi sono, come dissi già, convincen- 
tissime prove, ch'egli intende lo spagnuolo e il portoghese 
(juanto gli elefanti del gran MogoUo. Se Voltaire intendesse 
])oi la lingua inglese più che superficialmente, gli è impos- 
sibile persuadersi mai eh' egli avesse potuto dire gli spro- 
positi che ha detti di Milton, di Shakespeare, di Dryden e 
d'alcuni altri scrittori britannici, i quali spropositi sono poi 
in parte bravamente ripetuti dal nostro signor Denina in 
«luesto suo librattolo. E se Voltaire sa lilialmente di greco 
e di latino, con assai di tedesco e di moscovito, o d'altro 
linguaggio soprammercato, buon prò gli faccia; ma il mondo 
non ne ha dalle sue molteplici opere delle prove troppo 
evidenti. Può darsi che il signor Denina, che ora lo tartassa 
ed ora lo ricopia, n'abbia egli delle irrefragabili, poiché nel 



376 SECOLO XVIII. 

dice arditamente in istampa; o può dirsi che monsù Tabbó 
Le Blanc glie l'abbia detto in alcuna delle sue Leltres sur 
les Anglois, come Voltaire Tha più volte insinuato nelle sue 
sur les Anglais. Ma il signor Denina sia persuaso, malgrado 
tutte le lettere sur les Anglois, e sur les Anglais da esso 
lette, e malgrado la sua profonda venerazione per le leggi 
teatrali emanate da' tremendi tribunali di Francia, sia per- 
suaso, dico, che Shakespeare è un poeta e nel tragico e nel 
comico, da star a fronte sol soletto a tutt' i Corneli, a tutt' i 
Racini e a tutt' i Molieri delle Gallie. Io le ho sentite pro- 
mulgare anch' io quelle famose leggi teatrali; ma so dall'al- 
tro canto, che Romeo and Julet, Othello, Hamlet, King 
Lear, the Tempest, theDeath of Cesar, e alcuni altri drammi 
di Shakespeare si rappresentano da cencinquant'anni su 1 
teatri di Londra, che non sono certamente palchi da burat- 
tini ; so che si rappresentano le cinquanta, le sessanta e 
le cento volte ogni anno a udienze inglesi, che non sono 
certamente stormi d'anatre o branchi di pecore: e so che 
v'è molta apparenza s'abbiano a rappresentare ancora su 
quegli stessi teatri e a quelle stesse udienze, altri cencin- 
quant'anni, le cinquanta, le sessanta e le cento volte ogni 
anno. M'insegni mo il signor Denina una qualche bella re- 
gola tratta dalle lettere sur les Anglois, o da quelle sur les 
Anglais, che possa servir meglio delle regole adoperate da 
Shakespeare per far affollare le genti a' teatri un giorno 
dopo l'altro, un anno dopo l'altro e un secolo dopo l'altro. 
Eh, signor Denina, cavatevi a piacer vostro la berretta 
dinanzi a' legislatori teatrali di Francia, ma non badate a' cri- 
tici di Francia, quando li vedete attraversar il mare da Calais 
a Douvre, o quando li vedete venir giù dalle nostr' Alpi, 
che allora, poverini, perdono il cervello, e non sanno più quel 
che si dicono. Volete eh' io ve ne dica una in confidenza, si- 
gnor Denina? Shakespeare, come l'Ariosto, è uno di que' tra- 
scendenti poeti ivhose Genius soars beyond the reach of 
Art.^ Un po' d'inglese vedo dal vostro discorso che già l'in- 
tendete, onde non vi vo' far il torto di spiegarvi queste poche 
parole. Vi voglio confortare a studiare quella lingua meglio 
che non avete ancora potuto fare, prima di sentenziare de- 
gl' inglesi, e massimamente di Shakespeare e di Milton; al- 
trimenti sarà sempre un porre il carro avanti a' buoi. Vedo 
pure da questo vostro libro, che avete una buona porzione 
d'ingegno. Esercitatelo con violenza, e diventerete quel let- 
terato grande che avete la nobil voglia di diventare ; ma per 
r amor del cielo non mi calcate l' orme degli abbé Le Blanc 
e d'altri tali francesi, che sono male guide su per l'erta via, 
per dirla alla lor moda, della bella letteratura. — (Dal n° 8 
della Frusta letteraria, in Opere ec, voi. I, pag. 249.) 

* '< Il cui genio grandeggia oltre i limiti dell'arte » ; ovvero « il cui 
genio s' innalza oltre la potenza dell' arte. » 



GIUSEPPE BARETTI. 377 

La Vita di Benvenuto Cellinì. — Noi non abbiamo alcun 
libro nella nostra lingua tanto dilettevole a leggersi, quanto 
la Yita di quel Benvenuto Cellini, scritta da lui medesimo 
nel puro e pretto parlare della plebe fiorentina. Quel Cel- 
lini dipinse quivi sé stesso con sommissima ingenuità, e tal 
(juale si sentiva d'essere; vaio a dire bravissimo nell'arti 
del disegno e adoratore di esse non meno che de' letterati, 
e spezialmente de' poeti; abbencliè senza alcuna tinta di 
letteratura egli stesso, e senza saper più di poesia che quel 
poco saputo per natura generalmente da tutti i vivaci na- 
tivi di terra toscana. Si dipinse, dico, come sentiva d'es- 
sere; cioè animoso come un granatiere francese, vendica- 
tivo come una vipera, superstizioso in sommo grado, e 
pieno di bizzarria e di capricci; galante in un crocchio 
d'amici, ma poco suscettibile di tenera amicizia; lascivo 
anzi che casto; un poco tra'litore senza credersi tale; un 
poco invidioso e maligno; millantatore e vano senza sospet- 
tarsi tale; senza cerimonie e senza aflettazione ; con una 
dose di matto non mediocre, accompagnata da ferma fiducia 
d'essere molto savio, circospetto e prudente. Di questo bel 
carattere l'impetuoso Benvenuto si dipinge nella sua Yita 
senza pensarvi su più che tanto, persuasissimo sempre di 
dipiugere un eroe. H pure quella strana pittura di sé stesso 
riesce piacevolissima a' leggitori: perchè si vede chiaro che 
non è fatta a studio, ma che è dettata da una fantasia in- 
fuocata e rapida, e ch'egli ha prima scritto che pensato. 
K il diletto che ne dà, mi pare che sia un po' parente di 
(luello che proviamo nel vedere certi belli ma disperati 
animali, armati d'unghioni e di tremende zanne, quando 
siamo in luogo di poterli vedere senza pericolo d'essere da 
essi tocchi ed offesi. E tanto più riesce quel suo libro pia- 
cevole a leggersi, quanto che, oltre a quella viva e naturai 
pittura di sé medesimo, egli ne dà anche molte rare e cu- 
riosissime notizie de' suoi tempi, e specialmente delle corti 
di Roma, di Firenze e di Parigi; e ne parla minutamente 
di molte persone, già a noi note d'altronde, come a dire, 
d'alcuni famosi papi,, di Francesco I, del contestabile di 
Borbone, di madama d'l']tampes, e d'altri personaggi men- 
tovati spesso nelle storie di que" tempi, mostrandoceli, non 
come sono nelle storie gravemente e superficialmente de- 
scritti da autori che non li conobbero di persona, ma come 
apparirebbero, verbigrazia, nel semplice e famigliar discorso 
d'un loro confidente o domestico servidore. Sicché questo 
è proprio un libro bello, ed unico nel suo genere, e che può 
giovare assai ad avanzarci nel conoscimento della natura 
dell'uomo. — (Dal n" 8 della Frusta letteraria, in Ibidem, 
pag. 231.) 



378 SECOLO XVIII. 



GIAN RINALDO CARLI. 

Nacque a Capodistria l'il aprile 1720: incominciò gli stuclj in 
patria e nel Friuli, mostrando precocemente inclinazione alle 
scienze e alle lettere; li compì a Padova, dove, di soli 24 anni, fu 
nel 1744, preposto alla cattedra, ivi nuovamente eretta, di astrono- 
mia e nautica, e a tal insegnamento jireluse discorrendo della decli- 
nazione dell'ago magnetico. Inventò allora un modello di nave, che 
fu approvato ed eseguito nelle nuove costruzioni dell'Arsenale di 
Venezia. Durò professore sette anni : poi, mortagli la moglie, che 
lasciogli un vistoso patrimonio e il cui cognome, Kubbi, aggiunse al 
proprio, tornò in patria, visitò col naturalista Vitaliano Donati lo 
coste dell'Adriatico, esplorandone le naturali ricchezze e le me- 
morie storiche, specialmente quelle di Pola, e dandone alle stampe 
una Relazione (1750). Meditò fin d'allora l'opera sulle antiche mo- 
nete e zecche d'Italia, mettendo a luce un primo saggio sull'ori- 
gine e sul commercio delle monete (1751): e per raccogliere notizie 
in proposito visitò parecchie città italiane, finché dopo nove anni dì 
indagini condusse a termine e pubblicò 1' opera sua classica e ma- 
gistrale Delle monete e dell'istituzione delle zecche d'Italia, del- 
l'antico e presente sistema di esse, e del loro intrinseco valore e 
i^apporto alla presente moneta, dalla decadenza dell' impero fino 
al sec. XVII, per utile delle pubbliche e delle private ragioni (La 
Haye [ma Venezia] Pisa e Lucca, 1754, 17G0, 3 voi.). Uno stabili- 
mento industriale appartenente alla successione della moglie tro- 
vandosi in decadenza a Venezia, pensò di farlo rifiorire trasportan- 
dolo a Capodistria (1758), ma l'impresa, da prima promettente, andò 
male e gli procurò infinite angustie. Delle quali e da una fiera 
malattia riuscito a liberarsi, tornò in Italia desiderato per pubblici 
servigj dalle Corti di Parma, di Torino, di Toscana: egli preferì il 
servizio austriaco, e recatosi nel 1765 a Vienna per invito del mi- 
nistro Kaunitz, venne in Milano preposto ai Consigli del Commer- 
cio e dell'Industria e anche a quello degli Studj. Giuseppe II 
venuto in Italia nel 1769 assistè a parecchie riunioni del primo di 
codesti consigli, e ne restò cosi soddisfatto che gli crebbe lo sti- 
pendio e lo creò Consigliere privato aulico. Per sua istigazione 
l'Imperatore abolì in Lombardia il tribunale dell'inquisizione; ma 
del resto, in ogni ramo di amministrazione cui fu preposto, lasciò 
egli l'impronta del suo sapere e dell'amore al bene. Nel 1771 di- 
venne presidente del consiglio di Finanze, allora istituito. Ma dai 
governanti non gli si continuò l'antico favore: gli anni e il troppo 
lavoro gli avevan logorata la salute, sicché lasciò gli ufficj pub- 
blici, attendendo interamente ad alcuni scritti minori, e special- 
mente alla grand' opera delle Antichità italiche (Milano, 1788-90, 
5 voi. in-é") che svolge la materia fino al XIV secolo. Morì ai 22 feb- 
brajo 1795. 



GIAN RINALDO CARLI. 370 

Gli scritti del Carli toccano arponicnti svariatissiini. La prima 
cosa da luì posta a luce, fu a 18 anni una Dissertazione sull'au- 
rora boreale {\T^^)^ indi a ventun anno, nel 1711, una Lettera sulla 
dissertazione delle masnade di vions. Fontanini (voi. XXV degli 
Opuscoli del Caloperài, cui sofjuì un Itagionameuto sulle Antichità 
di Capodistria. Pubblicò poi (I74;i) un Discorso dell' Indole e della 
storia del Teatro tragico, la tragedia Ifigenia in Tauri, la tradu- 
zione della Teogonia di Esiodo, con tre dotte dissertazioni, le Os- 
servazioni sxdla vmsica antica e moderna (1744) e i quattro lil)ri 
Della spedizione degli Argonauti in Coleo (1745). Durante il tenipo 
in che fu professore a Padova, prese parte alla discussione solle- 
vata dal Tartarotti e continuata da Scipione MatitVi, scrivendo Sulle 
streghe e sugli stregoni (1740), attirandosi le ire e le calunnie dei 
devoti, come anche partecipò all'altra controversia sull'impiego del 
danaro con lettera al Mafl'ei. Appartengono a questo periodo (1748) 
anche lo scritto Sulle navi turrite degli aiìtichi, il poemetto in 
tre canti Andropologia ossia della società e della felicità, la dis- 
sertazione della Geografia primitiva e delle tavole geografiche 
degli antichi. A Milano scrisse la I/istituzione cicile o sia Elementi 
morali per la gioventù (ìlììC)), le dissertazioni Del diritto ecclesia- 
stico metropolitico in Italia e specialmente in Milano, e Dell'an- 
tico vescovato Emoniese. Trovandosi in Pisa nel 175G scrisse Sul- 
l'incertezza dell' epoche intorno la nascita e morte di Cristo, non 
che un Saggio politico ed economico sulla Toscana, levando a cielo 
il governo e le riforme di Pietro Leopoldo, ed illustrò anche uno 
Scarabeo rappresentante i Sette a Tebe. Nella villa della Somaglia 
ad Orio scrisse pel Caffè il bel ragionamento Sulla patria degli 
Italiani, che riproduciamo, rivendicandolo a lui,' che del resto lo 
ristampò ampliato e ritoccato nel IX voi. delle sue Opere, ma che 
taluno erroneamente aveva attribuito a Pietro Verri. Fissatosi a 
Milano per ragioni d'ufficio, ivi pubblicò molti scritti di economia 
e di finanze: le Osservazioni preventive al piano delle monete, il 
Saggio di Economia politica, il liagionamcnto sui bilanci econo- 
mici delle nazioni (175^), il Censimento di Milano (1760), la disser- 
tazione Sul libero commercio dei grani, le Note alle Meditazioni 
sulV economia politica del Verri, il Nuovo metodo per le scuole 
pubbliche d'Italia (1771), V Uomo libero (1772), le Lettere ameri- 
cane (1780), che furono poi tradotte in francese ed in tedesco. Ces- 
sando dai pubblici uflìcj, come se leggera fatica fosse quella delle 
Antichità italiche, trattò di tisiologia e medicina nel Ragionamento 
sidla teoria di Michele Uosa (1787), nelle Lettere sulla podagra, e 
in quelle Sull'Elettricità animale e l'apoplessia (1792) e gi;\ innanzi 
aveva trattato deWiX Memoria artificiale (1782): si occupò di sto- 
ria, colle Notizie intorno a P. P. Vergerio, suo concittadino, e nel 

* Vedine le prove iu Ferrari, Del CafTè, periodico milanete, Pisa. 
Nistri, 1899, pag. 32. 



380 SECOLO XVIII. 

discorso sulla Scoperta delV America (1790; ; di politica, confutando 
il Rousseau, col Eagionamento sulla disuguaglianza fisica, morale 
e civile degli uomini (1792). 

Questi svariati frutti di un vivo ingegno e di un ampia dot- 
trina, esposti generalmente in forma viva e chiara, sono raccolti, 
salvo tuttavia alcuni minori lavori e le Antichità italiche, in 19 voi. 
in-8o di Opere, stampate in Milano dal 1784 al 1794 nell' Imperiai 
monistero di S. Ambrogio maggiore, dei quali il 2" fino al 7» com- 
prendono l'opera capitale sulle Monete. Delle sue opere postume, 
e specialmente del suo Carteggio epistolare, che meriterebbe esser 
ricercato e dato in luce, aveva promesso una stampa in 10 voi. 
la stamperia Governale di Trieste poco dopo la sua morte ; ma 
r impresa rimase al Manifesto. 

[Vedi su di lui, VElogi-o storico, anonimo, ma di Luigi Bossi, 
Venezia, Palese, 1797: T Ugoni nella Continuazione ai secoli 
del CORNiANi, Torino, Unione editrice, V, 343, e P.L. Ginguené, 
nel TiPALDO, V, 336.] 

Della patria degli Italiani. — Sono nelle città le botteghe 
da caffè ciò clie sono nella macchina animale gì' intestini, 
cioè canali destinati dalla natura alle ultime e più grosse 
separazioni degli alimenti; nei quali canali ordinariamente 
quelle materie racchiudonsi, che, se in porzione qualunque 
obbligate fossero alla circolazione, tutto il sistema fisico si 
altererebbe e tutti gli umori si corromperebbero a gran- 
dissimo detrimento del corpo. In queste botteghe adunque 
si racchiudono ; e, in certa guisa, si digeriscono i giuoca- 
tori, gli oziosi, i mormoratori, i discoli, i novellisti, i com- 
medianti, i musici, gr impostori, i pedanti e simil sorta di 
gente ; la quale, se tali vasi escretorj non esistessero, fa- 
cilmente nella società introdurrebbe un fatale notabilis- 
simo pregiudizio. Tale però, almeno in alcune ore del giorno, 
non è la bottega del nostro Demetrio ; in cui, se talvolta 
qualche essere eterogeneo vi s'introduce, per l'ordinario di 
persone di spirito e di colto intelletto è ripiena : le quali 
scopo delle loro meditazioni e de' loro discorsi fanno le ve- 
rità e V amore del pubblico bene; che sono le due sole cose, 
per le quali, asseriva Pitagora, che gli uomini divengono 
simili agli Dei. 

In questa bottega s'introdusse jer l'altro un incognito, 
il quale nella sua presenza e fisonomia portava seco quella 
raccomandazione, per cui esternamente lampeggiano le 
anime delicate e sicure ; e, fatti i dovuti offizj di decente 
civiltà, si pose a sedere, chiedendo il caffè. Si ritrovava 
per disgrazia vicino a lui un giovine appellato Alcibiade, 
altrettanto persuaso e contento di sé stesso, quanto meno 
persuasi e contenti erano gli altri di lui. Vano, decidente 
e ciarliere a tutta prova. Guarda egli con un certo insul- 



GIAN RINALDO CARLI. 381 

tante sorriso di superiorità T incognito, indi gli cliiede s'egli 
era forestiere. Questi con un'occhiata da capo a' piedi, come 
un baleno, squadra l'interrogante, e con aria, di composta 
e decente franchezza risponde : No signore. È dunque mi- 
lanese? riprese quegli. No signore, non sono milanese : sog- 
giunge questi. A tale risposta atto di maraviglia fa Alcibiade, 
e ben con ragiono, perchè tutti noi, che eravamo p